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Tra miele, mambuyu e caffè, in Kenya c’è un tesoro verde da proteggere

Sostenibilità / -

© Slow Food

Nel cuore del Kenya sorge la più grande foresta indigena montana dell’Africa orientale, la foresta Mau. Le acque dei suoi fiumi alimentano il vicino Lago Vittoria e ne fanno il maggior bacino idrografico del Paese. Un tesoro verde segnato da una devastazione incominciata in epoca coloniale e proseguita fino ai giorni nostri, tra dispute politiche e disboscamento, tanto che negli ultimi vent’anni è stato distrutto il 60% della superficie boschiva.

A persecuzioni politiche sono stati sottoposti per lungo tempo gli Ogiek, cacciatori e raccoglitori che vivono delle risorse naturali offerte dalla foresta: ne rimangono circa 20.000 e la loro attività principale è l’apicoltura, cui si dedicavano un tempo solo gli uomini e in particolare gli anziani della comunità. Oggi anche le donne si occupano delle api, usando le arnie collocate a terra. Gli uomini continuano invece ad arrampicarsi sugli alberi per appendervi le arnie tradizionali, ricavate da grandi cilindri di muschio rosso.
 
Il miele degli Ogiek
Il miele degli Ogiek è uno dei sette Presìdi di Slow Food in Kenya. Nel Paese si contano anche 40 prodotti a bordo dell’Arca del Gusto e 215 orti avviati in altrettante comunità, scuole e famiglie nell’ambito del progetto 10.000 Orti in Africa. La presenza della chiocciola di Slow Food è quindi ben radicata e in continua espansione.
 
La pecora di Molo
Nel 2014, ad esempio, è stato avviato il Presidio della pecora di Molo, con l’obiettivo di salvaguardare questa razza ovina minacciata dalla riduzione dei pascoli.
Furono i coloni britannici, alla fine dell’Ottocento, a creare questa varietà animale dall’incrocio di tre razze importate dalla madrepatria: il clima fresco e piovoso degli altopiani di Molo, a 2500 metri sul livello del mare, offriva infatti le condizioni ideali per l’allevamento di pecore inglesi. Sebbene quella della pecora di Molo sia riconosciuta come una delle migliori carni, l’allevamento ovino è stato molto trascurato dopo l’indipendenza del Kenya, e oggi sono rimasti in pochi ad allevare questa razza dal caratteristico pelo folto e bianco, molto resistente alle malattie e abituata a pascolare libera.
 
La pecora rossa dei Masai
Le vicende della colonizzazione e dello sfruttamento degli indigeni hanno avuto un forte impatto anche su una delle tribù più note dell’Africa nera, i Masai. La loro cultura, a torto ritenuta tra le più bellicose in Occidente, ruota da sempre attorno alla cura della pecora rossa che porta il loro stesso nome, inserita nell’Arca del Gusto di Slow Food: una credenza tradizionale dice che il dio della pioggia affidò il bestiame ai Masai quando Terra e Cielo si divisero e, sempre secondo la leggenda, la pecora rossa Masai fu il primo animale scelto dalla comunità. La razza, che si distingue per la fitta peluria che la ricopre al posto della lana, è utilizzata prevalentemente per la carne e si può trovare oggi nelle regioni aride e semi aride della Great Rift Valley, dal Kenya meridionale alla Tanzania settentrionale oltre che in alcune aree dell’Uganda. Prima del XX secolo l’allevamento della pecora Masai era molto più diffuso, ma venne limitato prima dalla riduzione dei pascoli a vantaggio dei coloni, poi dalla tendenza dei governi locali a sovvenzionare gli incroci con pecore di importazione.
 
Il caffè arabica
Tra foreste e altopiani, savane e catene montuose, la geografia del Kenya custodisce un patrimonio di biodiversità davvero straordinario. Basti pensare che nel nord del Paese, si trova uno dei soli due habitat al di fuori dell’Etiopia in cui il caffè arabica cresce in maniera spontanea: si tratta del monte Marsabit, un vulcano ricoperto di basalto, nel cui sottobosco si addensano le piante selvatiche di caffè. Come molte foreste in Kenya, anche questa è però minacciata da sconfinamenti illegali e pratiche di raccolta non sostenibili che possono mettere a rischio il futuro delle comunità che dipendono dal prezioso chicco nero.
 
E il mambuyu
All’estremo opposto del Paese, nella regione meridionale di Machakos, c’è un tipo di “caffè” di tutt’altro genere: è il mambuyu della tribù Kamba, ottenuto dai semi dell’albero di baobab. I Kamba lo chiamano “il nostro caffè locale” e lo preparano essiccando e macinando i semi raccolti due volte l’anno, a febbraio e a dicembre. La bevanda calda che se ne ottiene è consumata al mattino proprio come il nostro caffè, oppure viene lasciata fermentare per ottenerne un alcolico apprezzato dagli anziani. Per il suo alto valore nutritivo, il mambuyu veniva tradizionalmente consumato dalle donne durante la gravidanza e donato dopo la nascita di un bambino. Si dice che sia un autentico “dono di Dio” oltre ad un’eccellente fonte di energia, e che doni a questo popolo la forza per percorrere le lunghe distanze necessarie per il commercio.

Attraverso i Presìdi Slow Food è possibile coprire la biodiversità keniota e i prodotti dell’Arca del Gusto.
 
Il Padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover.
 
 

Repubblica Democratica Popolare di Corea. Alla scoperta della regina delle piante medicinali

Cultura / -

© Jeremy Horner/Corbis

Il 5 ottobre è il National Day della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Tra montagne, foreste e ginseng. La pianta che cura è la regina della festa nonostante la rispettabile età, nota all’uomo da cinquemila anni.

La Repubblica Democratica Popolare di Corea è uno Stato dell’Asia orientale. Il territorio è prevalentemente montuoso e gode di un clima continentale con inverni lunghi e temperature molto rigide che possono anche arrivare a -20 gradi centigradi. D’estate, gli stessi luoghi sono soggetti alle influenze monsoniche che rendono il clima caldo e umido. Le foreste, soprattutto di conifere, coprono la metà del territorio, a cominciare dalle vette. A valle, invece, è in corso una forte opera di rimboschimento da parte delle autorità con diverse specie animali che stanno tornando dalla regione siberiana e della Manciuria.
 
Il riso per sussistenza, il ginseng per eccellenza
L’agricoltura nordcoreana ha conosciuto un rapido sviluppo a partire dalla metà del Novecento, anche se la montuosità del territorio è un vincolo naturale all’espansione del settore agricolo. La coltura principale, soprattutto per la sussistenza, è quella del riso seguito da diversi tipi di cereali come mais, miglio, frumento, grano orzo, avena e sorgo. Non indifferente anche la coltivazione delle patate e della soia a scopo commerciale, così come il cotone e il tabacco. Ma la pianta che più caratterizza il Paese è il ginseng.
 
Il re delle piante medicinali
È per questa pianta, il ginseng, che la Repubblica Democratica Popolare di Corea ha deciso di partecipare a Expo Milano 2015 all’interno del Cluster Isole, Mare e Cibo. Il ginseng è un ingrediente noto fin dall’antichità e nel Padiglione, diviso in due sezioni, è possibile conoscere le virtù della pianta usata sia come alimento, sia per scopi medicinali, da oltre cinquemila anni. Tra le centinaia e centinaia di specie che esistono al mondo usate a scopo curativo, solo il Kaesong Koryo Insam (ginseng coreano) è stato riconosciuto come la regina delle piante medicinali.
 
 

15 dicembre 1944. Chico Mendes: l'uomo e la foresta

Sostenibilità / -

Chico Mendes
By Miranda Smith, Miranda Productions, Inc. (Own work) [CC BY-SA 3.0]

Da estrattore di caucciù a simbolo internazionale contro il disboscamento della foresta amazzonica, per le lotte delle popolazioni indigene e per uno sviluppo sostenibile. A settanta anni esatti dalla sua nascita, Chico Mendes è latore di un messaggio ancora attuale: "La foresta ci unisce, ci rende fratelli, di fronte al pericolo comune. Ecco perché il mio lavoro in difesa dell'Amazzonia non potrà fermarsi".

Francisco - Chico - Mendes (15 dicembre 1944 - 22 dicembre 1988) era un raccoglitore di caucciù (seringueiro) di Xapurì, nello Stato brasiliano dell’Acre. Cresce in un ambiente dove predominano analfabetismo, abbandono, isolamento e povertà. Dal 1975 è segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali di Brasiléia e promotore della nascita del sindacato a Xapurì. Diventa leader dei seringueiros, legando il proprio nome alla lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica. Guida le manifestazioni pacifiche davanti ai bulldozer per impedire la deforestazione ed entra in conflitto con gli interessi dei latifondisti (fazendeiros). Nel 1985 dirige il primo congresso nazionale dei seringueiros e lancia l’idea che le foreste debbano restare proprietà comune in mano allo Stato. Riesce a portare le rivendicazioni dei contadini e delle popolazioni indigene dell'Amazzonia all'attenzione dei media internazionali. Viene assassinato la vigilia di Natale del 1988, a 44 anni, davanti a casa.
 
Il contesto: il disboscamento dell’Amazzonia
A partire dal 1970 la giunta militare del Brasile lancia un piano per lo sviluppo dell’Amazzonia: incentivi fiscali e finanziamenti per investire nell’Ovest del paese e la costruzione della strada transamazzonica BR-364. A prendere in mano la situazione sono i fazendeiros e i grandi proprietari agricoli del Sud. Il Mato Grosso e la Rondônia vengono disboscati in pochi anni per far posto all’allevamento e al pascolo di bestiame da carne. Poi è la volta dell’Acre, dove vive Mendes. Praticamente tutto lo Stato è coperto dalla foresta nativa: nel 1975 le zone disboscate sono poco meno dell’1 per cento del territorio, nel 1988 sono il 12,8 per cento. 19mila e 500 chilometri quadrati di foresta sacrificati in 13 anni. A metà del 1987 il satellite NOAA-9 rileva grandi incendi in Amazzonia. Quella stagione, ai lati della BR-364, si registrano più di 200.000 incendi. Il doppio della superficie della Svizzera brucia. Setzer, il ricercatore brasiliano che segue le immagini satellitari sul suo computer, stima che gli incendi immettono nell’atmosfera oltre 500 milioni di tonnellate di carbonio: pari al 10% dell’apporto mondiale dei gas serra che influenzano il clima ogni anno.
 
“Un modello agricolo insostenibile”
In Amazzonia, denuncia Mendes, il modello di espansione agricola è insostenibile: il bestiame è importato dall'India ed è macellato per essere utilizzato nelle catene di fast food. Quando piove il terreno fragile, indifeso, si erode rapidamente. In pochi anni le fattorie abbandonate dell'Amazzonia somigliano ad un semi-deserto. Indios e seringueiros sono costretti ad emigrare e a stabilirsi nei ghetti delle baraccopoli e nelle favelas, senza radici e senza lavoro.
Il 6 dicembre 1988, a San Paolo, Mendes partecipa a un seminario organizzato dall’Università titolato “L’Amazzonia brucia”. Lì, due settimane prima di essere assassinato, denuncia ancora il modello di sviluppo insostenibile portato avanti dai grandi latifondisti e pronuncia un famoso discorso che conclude con queste frasi: “Non voglio fiori sulla mia tomba, perché io so che andranno a estirparli nella selva. Voglio solo che la mia morte serva per porre fine all'impunità degli assassini che contano sulla protezione della polizia di Acre e che dal 1975 hanno ucciso nella zona rurale più di 50 persone come me, leader seringueiros impegnati a salvare la foresta amazzonica e a dimostrare che il progresso senza distruzione è possibile”
 
Le riserve estrattive, modello di sostenibilità
“All'inizio ero convinto di lottare per salvare gli alberi della gomma, poi sapevo di cercare di salvare la foresta amazzonica. Ora ho capito che con le mie azioni sto cercando di salvare l'umanità”.
Chico Mendes è fra i promotori della creazione delle cosiddette “riserve estrattive” dell’Amazzonia, un programma di utilizzo delle risorse senza distruggerle: elabora, negli incontri con i seringueiros, l'idea di creare zone della foresta pluviale dove poter raccogliere non solo il caucciù ma anche frutti selvatici e medicinali naturali. Si dimostra che un ettaro di foresta produce (solo in gomma, noci, resine e frutta) molto di più di un ettaro dedicato al bestiame. Le riserve estrattive, diversamente  dalla creazione di pascoli, garantiscono la conservazione delle foreste e delle popolazioni indigene.
 
Un seme che germoglia?
Dal 1999 gli ideali di Mendes si stanno realizzando nello Stato dell’Acre con l’avvio di una politica di sviluppo sostenibile, capace di rendere compatibile la crescita economica con la tutela dell’ambiente e dei diritti umani. Il successo di queste politiche di sviluppo sostenibile è legato alla volontà di valorizzare in loco le limitate risorse naturali che si possono estrarre dalla foresta senza pregiudicarne l’equilibrio e la salvaguardia.

A Chico Mendes sono dedicati, in tutto il mondo e in Italia, parchi, giardini e cooperative per lo sviluppo sostenibile. Milano, la città di Expo Milano 2015, ha piantato in piazza Fontana (verso via Cesare Beccaria) un albero in suo onore. La targa riporta: "Questo tiglio vive per ricordarvi Chico Mendes e i popoli dell'Amazzonia che hanno difeso e difendono la Grande Foresta e questa nostra piccola Terra. Il Comune di Milano, 18/03/1989".
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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