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Quanta acqua c’è nel mondo

Sostenibilità / -

quanta acqua nel mondo
© Kevin Kelly/fstop/Corbis

Se gli alieni guardassero il nostro pianeta, non lo chiamerebbero Terra. Lo chiamerebbero Acqua. Nel globo terracqueo l’azzurro elemento domina, anche se la porzione a disposizione degli uomini è minuscola e sta pure lentamente diminuendo.

L’acqua copre il 71 per cento della superficie della Terra, di cui il 97,5 per cento è salata, e occupa un volume enorme, un miliardo e mezzo di chilometri cubi. Tutte le acque del pianeta, degli oceani, dei fiumi, del sottosuolo e dell’atmosfera, sono connesse tra loro. Ovunque le acque circolano e si rinnovano nel tempo. I tempi medi di questo scorrere sono davvero diversi. Una singola molecola d’acqua permane nelle più profonde falde sotterranee in media per millenni; negli oceani si prolunga per centinaia d’anni; in atmosfera non supera i 4 giorni.
 
Ciclo idrogeologico e ciclo idrologico
La complessa dinamica che connette tutti i 1.400 miliardi di chilometri cubi di acque del pianeta si chiama “ciclo idrogeologico”.
Si chiama invece “ciclo idrologico” la dinamica delle sole acque che circolano in atmosfera - circa 577.000 km3, non più dello 0,000041% dell’idrosfera totale Ma sufficienti ad ammantare tutto il globo, a determinare le condizioni meteorologiche, il clima e la vita della Terra.
Le acque atmosferiche si rinnovano totalmente ogni anno ben 40 volte.
 
Quanta acqua c’è nel mondo
La carta delle acque di superficie, cioè dalle masse d’acqua in circolo e in moto per precipitazioni annuali:
- Nord America: 18.300 km3
- Sud America: 28.400 km3
- Europa: 8.290 km3
- Africa: 22.300 km3
- Asia: 32.200 km3
- Australia: 7.080 km3
Il che vuol dire che ogni continente ha migliaia di chilometri cubi d’acqua in movimento, solo sotto forma di pioggie. Il run off (cioè le acque che restano, che non rientrano in circolo per evaporazione) varia dal 45 per cento del Nord America e dell’Asia al 20% dell’Africa, dove la quota d’evaporazione è la più alta.
 
La scarsità di acqua dolce
La colpa della penuria d’acqua dolce a disposizione dell’uomo, che alcuni studiosi pensano potrà arrivare a colpire il 65 per cento delle popolazioni nel mondo, pare proprio delle stesse opere umane. In agricoltura se ne usa il 69 per cento, per attività industriali il 23 per cento, il restante 8 per cento per gli usi alimentari e domestici. L’umanità usa già 5.000 chilometri cubi all’anno di acqua dolce rinnovabile. Due volte di più che nel 1970, dieci volte più del 1900. Il consumo di acqua dolce si è sestuplicato tra il 1900 e il 2000, più del doppio del livello di crescita della popolazione., circa un terzo della popolazione mondiale già vive in Paesi considerati ad emergenza idrica. Se questo trend dovesse continuare, due terzi della popolazione della terra tra vent’anni avrà sete. Per questo Expo Milano 2015 ospita il Forum dell’Acqua 2015 e moltissime manifestazioni, progetti e iniziative dei singoli Paesi espositori sul problema dell’accesso all’acqua per tutte le popolazioni.
 

François Xavier de Donnea. Chi può dare un futuro all’Africa sono gli africani ricchi

Economia / -

imm rif François Xavier de Donnea

François Xavier de Donnea è il Presidente del Club del Sahel e dell’Africa Occidentale, organizzazione dell’OCSE dedicata ai Paesi dell’area e in particolare alla loro sicurezza alimentare. Ospite del Padiglione dell'Unione Europea e dell’Austria a Expo Milano 2015 per la Sahel and West Africa Week organizzata dal Club a Milano, ha sottolineato che il futuro del Continente Africano dipende dalla borghesia africana, che deve investire in progetti agricoli e industriali invece che nell’immobiliare e nella finanza.

Presidente, che cos’è il Sahel and West Africa Club?
Il Sahel and West Africa Club è un’organizzazione autonoma dell’OCSE, il cui scopo è la promozione della sicurezza alimentare in Africa Occidentale e il rafforzamento della resilienza della popolazione. Siamo anche un think tank, poiché realizziamo degli studi su temi chiave per l’Africa Occidentale. Uno degli ultimi rapporti che abbiamo realizzato prende in considerazione le relazioni tra i Paesi del Sahel e quelli del Maghreb, mentre in questo momento stiamo studiando la cooperazione transfrontaliera. I membri del Club sono le organizzazioni regionali dell’Africa Occidentale, l’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America, il Belgio, il Lussemburgo, l’Olanda, la Francia, la Svizzera e l’Austria. Una composizione mista che ci premette di occuparci di cooperazione sia nord sud sia sud-sud.
 
Perché avete scelto di tenere il vostro vertice a Expo Milano 2015?
Ogni anno organizziamo un forum sull’Africa Occidentale, dove un giorno è dedicato alla riunione del comitato direttivo, mentre gli altri due giorni prevedono incontri del Network per la Prevenzione delle Crisi Alimentari in Africa Occidentale, una struttura che esiste da trent’anni e che come Club abbiamo sempre sostenuto. Quest’anno abbiamo deciso di organizzare il forum a Expo Milano 2015 invece che in Africa, sia perché molti Paesi africani sono presenti qui con un proprio Padiglione, sia perché l’Unione Europea ha ritenuto che organizzandola qui avremmo potuto stabilire delle relazioni utili, come in effetti è avvenuto.
 
Expo Milano 2015 ha dato molta rilevanza ai Paesi africani, come valuta questa esperienza?
Circa trenta Paesi africani hanno il proprio Padiglione qui in Expo Milano 2015, questo sicuramente ha contribuito a creare dei contatti tra loro. Ciò non sarà sufficiente a risolvere i problemi dell’Africa, ma è sicuramente un buon contributo, soprattutto nel favorire la creazioni di rapporti di cooperazione tra gli stessi Paesi africani.
 
L’Africa è l’area del Pianeta a più forte crescita demografica e al tempo stesso una delle più problematiche. Dei due miliardi in più che saremo nel 2050, uno nascerà in Paesi africani già fragili: come potremo nutrire queste persone?
Per migliorare la sicurezza alimentare della popolazione africana in forte crescita dobbiamo prima di tutto aumentare la produttività dell’agricoltura locale, agendo in particolare sull’irrigazione. Oggi sono utilizzate solo una piccola parte delle risorse idriche rinnovabili africane, per cui c’è spazio per un’espansione dell’area coltivata. Poi è necessario migliorare l’interconnessione dei mercati, costruendo strade e infrastrutture che permettano ai produttori di far arrivare i loro beni verso i mercati di consumo. Fondamentale sarà migliorare l’elettrificazione rurale, per poter sviluppare un’industria di trasformazione agroalimentare sul territorio locale. Sfamare la popolazione africana non è il problema più difficile da risolvere, il vero obiettivo è migliorare la sicurezza alimentare e cioè ottimizzare la distribuzione di cibo alla popolazione africana senza creare disoccupazione. Per ottenere questo risultato, è necessario che l’aumento di disponibilità alimentare avvenga attraverso la produzione diretta in Africa e non attraverso l’importazione, perché più si importano derrate alimentari a basso prezzo dall’estero, più si danneggiano i produttori locali e quindi si aumenta la disoccupazione. In sintesi, bisogna trovare un equilibrio tra la necessità di sfamare rapidamente la popolazione e la necessità di aumentare l’occupazione. Perché oggi il più grave problema dell’Africa Occidentale è la forte disoccupazione giovanile.
 
Uno degli effetti dell’insicurezza alimentare sono le migrazioni, come vede il futuro di questo fenomeno?
Oggi le migrazioni interne all’area del Sahel sono molto più grandi di quelle dall’Africa all’Europa. Le persone fuggono da situazioni di insicurezza e conflitto e dalla mancanza di lavoro nei loro luoghi d’origine. Per rallentare i flussi, sia interni che verso i Paesi ricchi, bisogna prima di tutto ristabilire pace e sicurezza e poi creare posti di lavoro per i giovani. Ma penso che sarà impossibile fermare del tutto le migrazioni, sicuramente non è possibile farlo nel breve periodo e la causa di questa impossibilità sono i nuovi mezzi di comunicazione. Attraverso la tv e internet oggi milioni di persone nei Paesi in Via di Sviluppo vedono l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia e questo li fa sognare. Purtroppo spesso si tratta di sogni falsi, perché molti migranti in Europa, negli Stati Uniti o altre aree si ritrovano a vivere situazioni infernali. Milioni di persone sognano una vita migliore e si creano illusioni sulla qualità della vita come immigrati clandestini. Il potere dei media è tale per cui se anche l’Africa si sviluppasse rapidamente, le migrazioni non si fermeranno, al massimo rallenteranno. Nel frattempo, ciò che possiamo fare è sostenere lo sviluppo dei Paesi africani, per creare opportunità di lavoro per i giovani. Solo così le migrazioni rallenteranno, sia quelle interne che quelle verso l’estero. Ma non si fermeranno, almeno non nel breve periodo.
 
Pensa che le rimesse dei migranti abbiano un ruolo positivo per lo sviluppo dell’Africa?
Certamente i migranti inviano parte dei loro redditi nei loro Paesi, ma penso che il miglior modo per aiutare la crescita economica in Africa Occidentale sia quello di promuovere lo sviluppo e la produzione in quell’area. Sicuramente la grande quantità di rimesse inviate dai migranti è molto importante, soprattutto se comparata agli aiuti pubblici.  Ma penso che il futuro per queste popolazioni sia di rimanere in Africa e lavorare per lo sviluppo del Continente. Ciò che vedono su internet gli dà una falsa immagine della vita in Europa o Stati uniti come immigrati illegali, senza un buon lavoro. Certamente alcuni migranti arrivano legalmente e in questo modo hanno maggior successo di chi arriva illegalmente.
 
Una delle parole chiave dello sviluppo è resilienza, cosa si intende esattamente?
Resilienza significa rendere le persone resistenti agli shock esterni, intendendo con questo fattori naturali, come siccità, inondazioni o cattivi raccolti, ma anche fattori politici e cioè cattive politiche pubbliche, corruzione o conflitti. Resilienza significa che puoi resistere a uno shock esterno e avere ancora la capacità di nutrire te stesso.
 
L’Africa ha molti problemi, ma anche molte risorse e opportunità. Che ruolo possono avere gli investimenti, il commercio e in generale gli affari nello sviluppo dei Paesi africani?
Gli investimenti esteri sono naturalmente molto importanti, ma ciò che è davvero fondamentale è che gli africani ricchi comincino ad investire in Africa. Conosco diversi Paesi africani in cui i ricchi investono solo in immobili o mettono i loro soldi in depositi bancari, nei loro Paesi o magari all’estero. Per quanto riguarda gli investimenti esteri, possono arrivare solo dove c’è sicurezza e non c’è corruzione, dove cioè l’investitore non rischia di perdere tutto dall’oggi al domani e non è sottoposto a una continua richiesta di denaro da persone che non producono niente. Per cui le priorità per attrarre investimenti esteri sono restaurare la sicurezza dove è venuta meno, combattere la corruzione ed avere un sistema legale che protegga gli investimenti. Ma la più importante risorsa dell’Africa sono gli africani ricchi e ci sono molti africani ricchi. Bene, è necessario che queste persone comincino ad investire in Africa invece che in altri luoghi, che investano in progetti industriali o agricoli invece che nell’immobiliare.
 
 

L’Oltrepò Pavese, tra il grande fiume e l’Appennino

Cultura / -

© valeriomaruffiphoto.com

Unica parte di Lombardia a sud del Po, l’Oltrepò è un susseguirsi di paesaggi mutevoli e sorprendenti. In cinquanta chilometri si passa dalla pianura all’Appennino. E, in mezzo, colline, vigneti, borghi, castelli, chiese e… tante cose buone.

L’Oltrepò Pavese è terra lombarda che si incunea nell’Appennino, tra Emilia e Piemonte, fino a lambire la Liguria. È un territorio molto vasto e differenziato, che fa parte della provincia di Pavia, e che si può idealmente dividere in due parti. La prima è quella orientale, collinare, famosa per i suoi vini, attraversata dalla Valle Versa, che si risale partendo da Stradella. L’altra è quella che, dopo una prima parte collinare, diviene più montuosa, che si distende intorno alla valle scavata dal torrente Staffora. Noi vi raccontiamo di questa seconda, ma anche la prima, con le sue dolci colline punteggiate di borghi e cascine, vale sicuramente una visita.
 
Tra la via Francigena e la via del sale
La Valle Staffora va risalita lentamente, fermandosi ad ammirare la bellezza del paesaggio e i suoi continui giochi di luci, colori, forme. Vigneti e frutteti si alternano ad ampie aree boschive. Borghi medievali, torri, castelli e dimore signorili raccontano la storia della valle, che costituiva uno dei tracciati principali della via Francigena. Di qui passavano molti dei pellegrini, provenienti dal nord Europa, diretti verso Roma. Non vi era un percorso unico, l’Appennino veniva attraversato in punti diversi, ma uno dei percorsi principali passava per questa valle. Di qui passava anche la via del sale. Era la strada dei mercanti che per secoli hanno trasportato il prezioso minerale dal mare alle città della pianura, attraversando l’Appenino. Entrambe le vie oggi sono percorribili a piedi, e spesso anche in bicicletta. Sono ben segnalate e costituiscono ottime occasioni per passeggiate e pedalate.
 
La pianura, tra il Po e le stazioni termali
Voghera, per secoli luogo di confine tra Lombardia e Piemonte, assunse grande importanza durante il governo dei Visconti, tra Trecento e Quattrocento, come testimoniato dal castello, ottimamente conservato. Città natale del futurista Filippo Tommaso Marinetti, merita una visita per il suo centro storico e le sue chiese. Uscendo dalla città e risalendo la valle si passa per le due località termali di Rivanazzano e Salice Terme. Quest’ultima ha edifici termali di notevole pregio architettonico, costruiti tra fine Ottocento e inizio Novecento. 
 
Varzi e la Val Tidone
Proseguendo verso Varzi si può fare una deviazione per l’eremo di Sant’Alberto di Butrio, del IX secolo, che si può raggiungere con una breve deviazione verso la Val di Nizza. Varzi, cittadina ricca di monumenti, fu per secoli il centro di smistamento dei traffici di sale, ed è famosa per il suo salame DOP. Vale una visita per i suoi portici medievali, il castello dei Malaspina e le torri del centro storico. Da qui si può prendere la deviazione per la Val Tidone e raggiungere Zavattarello, che fa parte della rete “I Borghi più belli d’Italia”. La strada è molto panoramica; dopo circa dieci chilometri appare l’inconfondibile profilo massiccio del castello Dal Verme. È una rocca inespugnabile, che costituì il centro principale di un sistema difensivo dell’omonima casata, che dominò a lungo questi territori. Il castello, di proprietà del comune, è visitabile.
 
Il Monte Penice e le quattro province
La strada da Varzi prosegue verso il Monte Penice, sul confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna, una delle vette più alte di questo tratto di Appennino. La vista sui monti e sulle valli intorno è magnifica: sull’altro versante si vedono Bobbio e la Val Trebbia. È la zona chiamata “territorio delle quattro province”, quelle di Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Un crocevia, oggi amministrativo, che per secoli è stato punto d’incontro e passaggio di eserciti, mercanti, pellegrini, briganti, lingue e dialetti.
Senza dimenticare la buona tavola …
Un ultimo riferimento, d’obbligo, a cibi e vini. L’Oltrepò offre una ricchissima varietà di ortaggi, frutti, salumi, formaggi, vini. Percorrendo la valle troverete ovunque agriturismi, aziende agricole, cantine. I sapori, come le bellezze di questo territorio, vi verranno incontro.
 
Informazioni pratiche
Voghera è raggiungibile da Milano con l’Autostrada Milano-Genova, uscita Casei Gerola. Da Voghera si prende la SP461 seguendo le indicazioni per Varzi.
Mappa dell’itinerario:
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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