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Gianfranco Bologna. La priorità è non mangiarsi il Pianeta

Sostenibilità / -

Gianfranco Bologna, direttore scientifico di WWF Italia

Stiamo consumando più risorse di quante la Terra sia in grado di rigenerare. Ce lo ricorda il Wwf con l’edizione 2014 del Living Planet Report. Per questo, afferma il direttore scientifico di Wwf Italia, lo sviluppo economico deve rivedere i propri parametri tradizionali e includere il capitale naturale.

Per soddisfare la richiesta mondiale, servirebbe una Terra e mezza: la domanda di materie prime dell'umanità è superiore del 50% rispetto alla capacità dei sistemi naturali di rigenerarsi. A ricordarlo è il Living Planet Report, il documento pubblicato ogni due anni dal WWF (è arrivato alla decima edizione) che fa il punto sullo stato di salute del Pianeta e sul consumo delle risorse. 
Il rapporto sottolinea che dal 1970 a oggi le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili sul Pianeta sono diminuite del 52%, mentre continua a crescere l'impronta ecologica, ovvero la quantità di risorse consumate dall’uomo. L'indagine mostra come la minaccia maggiore alla biodiversità derivi da attività umane come pesca e caccia e dal cambiamento climatico. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Bologna, direttore scientifico di WWF Italia.
 
Può riassumere in breve le finalità del Living Planet Report?
Vogliamo diffondere e promuovere la One Planet Perspective: esiste uno e un solo Pianeta, e lo dobbiamo tutelare. In meno di due generazioni, al contrario, le dimensioni delle popolazioni di specie di vertebrati sono dimezzate. Queste forme viventi costituiscono il tessuto degli ecosistemi, e quindi rappresentano un barometro di quello che stiamo facendo al nostro Pianeta. La nostra è una chiamata urgente all’azione, non possiamo più aspettare, perché nel 2050, secondo le ultime previsioni delle Nazioni Unite, saremo 9,2 miliardi di persone. Uno sviluppo sociale ed economico sostenibile deve rientrare nei limiti della biosfera: la vita, per quel che ne sappiamo finora, esiste solo in questa sottile fascia dell’universo. Il nostro modello produttivo non può prescindere dal capitale naturale.
 
Che tipo di influenza potrà avere la scomparsa della biodiversità sul cibo che mangiamo?
Sicuramente c’è un legame stretto, anche se non è facile indicare delle precise commodity a rischio scomparsa, perché le variabili sono moltissime. Per alcuni ingredienti, come l’olio di palma, i cui metodi produttivi sono altamente distruttivi per le foreste tropicali, si è reso necessario un tavolo di lavoro con le imprese che individuasse criteri rigorosi per la filiera.
 
Che opportunità rappresenta secondo voi Expo 2015 rispetto a questi temi?
Parteciperemo a Expo Milano 2015 come rappresentanti della società civile con un programma declinato sul tema dell’Esposizione, One Planet Food. 
Presenteremo diversi rapporti sugli impatti ambientali delle filiere alimentari. Ma al di là dei vari manifesti che noi o altri presenteranno, l’importanza di questo grande momento di riflessione è che si arrivi anche a precise linee guida politiche e operative. Nella prossima Giornata Mondiale dell’Alimentazione, il 16 ottobre 2015, anno di chiusura degli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite, il Presidente Ban Ki-Moon confermerà l’importanza di ridare valore al capitale naturale che si basa su sistemi agricoli, ricchezza del suolo e risorse del mare. Sarà l’occasione per ribadire che i sistemi economici tradizionali devono essere superati, includendo il benessere dell’uomo, che dipende dalla Natura. Tutto è interconnesso, l’Amazzonia ha un ruolo fondamentale per il clima dell’intero Pianeta e l’economia globale non può ignorarne la deforestazione. Anche in Italia, bisogna che la contabilità di Stato includa gli aspetti ambientali. Pensiamo a quali danni economici hanno comportato casi come l’Ilva di taranto, Porto Marghera, la Terra dei Fuochi o il dissesto idrogeologico. Il referente abituale di un’associazione come la nostra dovrebbe essere il Ministro dello Sviluppo Economico.
 
Da chi dovrebbe partire il cambiamento di prospettiva: istituzioni, imprese o società civile?
Ognuno deve fare la propria parte, l’azione di un solo attore sociale non basta. Chiaramente, chi ha più potere decisionale, ha maggiori responsabilità. In tal senso, il semestre italiano dell’Unione Europea poteva essere un’ottima occasione per parlare di ‘well being compact’ e non solo di patto fiscale. 
Ma anche la decisione di una multinazionale dell’energia come Enel di disinvestire dalle fonti fossili può essere d’importanza decisiva. E persino il consumatore, al momento dell’acquisto e del consumo, ha il potere di cambiare le cose. Come ricordano due grandi, Carlin Petrini e Alex Zanotelli, l’acquisto è un voto con il portafoglio e mangiare è un atto agricolo. Per esempio, Coldiretti ha fatto il calcolo che, acquistando prodotti da filiera corta, si potrebbero risparmiare 1 tonnellata di CO2 a famiglia e 100 euro al mese. Anche noi sul nostro sito One Planet Food proponiamo uno ‘scontrino ambientale’, che calcola la CO2 dei prodotti messi nel carrello.
 
Nel rapporto avete elencato i Paesi con la più alta impronta ecologica (Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Danimarca, Belgio, Trinidad e Tobago, Singapore, Stati Uniti d'America, Bahrein e Svezia): come si colloca l’Italia
L’Italia è al 26° posto, comunque sopra la media mondiale. Questo significa che se la popolazione globale avesse lo stesso tenore di vita degli italiani, servirebbero 2,6 pianeti per soddisfarne le necessità. Se invece avesse il tenore di vita degli abitanti degli Stati Uniti, servirebbero ben 3,9 Pianeti. 
 
 

Detto e mangiato: inciampare nelle cialde

Cultura / -

Cialdino
©Sabrina D'Alessandro/Ufficio Resurrezione

Non riuscire a venire a capo di un problema elementare è come trasformare una friabile cialda in un insormontabile scoglio e, non contenti, inciamparci sopra.

Cosa alquanto paradossale tenuto conto della fragilità di queste semplici sfoglie, ottenute cuocendo un impasto di farina finissima tra due forme di terracotta o di ferro roventi.
Inciampare nelle cialde, quando invece sarebbe naturale frantumarle con passo deciso, è disgrazia che può capitare giusto a un cialdino, ovvero a una persona poco risoluta, deboluccia e delicata proprio come una piccola cialda.
Nonostante il cialdino abbia la deprecabile tendenza a perdersi in un bicchier d’acqua, si può comunque spezzare una lancia in suo favore. Per fare le cialde ci vuole infatti il fior di farina, la parte più pura e pregiata della farina, tanto che per definire un poco di buono si usava l’espressione: “Costui non è farina da cialde”.
Detto questo, uno che inciampa nelle cialde sarà anche un cialdino, ma almeno c’è speranza che non sia una cattiva persona. Mentre di solito chi non è farina da cialde, non potendo far cialde di se stesso, finisce spesso per far cialde degli altri, schiacciandoli al suolo senza troppi scrupoli.
Buon appetito.
 
 
Molte parole ed espressioni idiomatiche della tradizione linguistica italiana derivano dalla tradizione rurale e dell’alimentazione contadina: sono parole dette e mangiate, in cui fioccano succulente metafore tra comportamenti umani e ingredienti culinari. Le recuperiamo in questa rubrica, un piccolo assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 

Luca Bressan. Contro la globalizzazione dell'indifferenza, globalizziamo l'amore

Cultura / -

CF Bressan imm cover
© Andrea Nuzzi

Il cibo può diventare un potente strumento di condivisione e rispetto tra i popoli e oggi più che mai è necessario, per la sopravvivenza del Pianeta, tornare a parlare di ecologia e di tutela dei prodotti alimentari. Lo afferma il Vicario Episcopale della Diocesi di Milano, coordinatore del tavolo tematico sul dialogo interreligioso “Il cibo dello spirito” per la costituzione della Carta di Milano.

Qual è la definizione di felicità per il cattolicesimo e qual è la dieta che contribuisce a nutrirla?
La definizione di felicità la rubiamo, tra virgolette, agli ebrei perché la prendiamo dall’Antico Testamento, cioè dalle scritture ebraiche. La rubiamo al profeta Isaia che Gesù cita poco primo di morire nell’ultima cena, nel grande banchetto di comunione che Dio indice e dove raduna tutti i popoli. La felicità è la grande comunione che vede delle persone che si riuniscono insieme senza paura e che riconoscono la diversità come differenza. La gioia è legata a questa pienezza dei popoli capaci di nutrirsi l’un l’altro.
 
Quindi la dieta metaforica per la felicità è la condivisione con l’Altro?
In questo senso, il concetto tecnico di cattolico è che “tutti vengono radunati”. Inoltre, a proposito di dieta, dobbiamo dire che il cristianesimo non vieta più nessun cibo, a differenza di tutte le altre religioni. Noi la dieta ce l’abbiamo più sulla quantità, non sulla qualità.
 
Qual è il significato del digiuno della religione cattolica?
Innanzi tutto dobbiamo fare autocritica. Negli ultimi 40-50 anni, soprattutto in seguito alla crisi culturale del 1968 e a tutto il processo di secolarizzazione, abbiamo perso quello che era un processo fondamentale per scrivere la fede nel corpo, cioè il digiuno e l’astinenza. L’idea di rinunciare alla carne o a tutto il cibo in alcuni momenti della Quaresima, serviva per ribadire che c’è qualcosa di più importante del cibo. Il digiuno serve per arrivare concentrati alla memoria della morte di Dio e della sua resurrezione.
 
Come viene rappresentato il cibo nella sua religione e quali sono le sue caratteristiche salienti?
Ci sono vari livelli di rappresentazione. Innanzi tutto, il pane e il vino sono il segno della presenza di Dio tra di noi. Gesù si è consegnato dicendo “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” per cui gli alimenti quotidiani manifestano questa presenza. Allo stesso tempo, il cibo ci permette il pellegrinaggio verso il regno di Dio, quindi è anche un grande strumento di viaggio. Il cibo è condivisione, pensiamo alla manna del deserto, ma è anche il mezzo per dire che Dio ci ama. Gesù moltiplicava il pane, ma rassicurava anche i suoi discepoli affamati dicendo loro di non preoccuparsi della fame, ma del lievito dei farisei. Con lievito, Gesù intendeva la rabbia dei farisei che montava. Il cibo, da questo punto di vista, diventa anche un grande mediatore delle emozioni.
 
Ha delle particolari curiosità da raccontare riferite ad una specifica tradizione o un aneddoto riguardante un alimento particolare?
Durante Expo Milano 2015, vorremmo riprendere e far conoscere l’esperienza, la capacità e la saggezza che hanno avuto i monaci nel vivere il rapporto con la natura e con l’agricoltura. Prima ancora dei canali di Leonardo da Vinci, la pianura padana è stata bonificata dai canali costruiti dai monaci a Sud di Milano. I monaci benedettini hanno creato una regola che metteva insieme, con equilibrio, contemplazione, conoscenza, custodia, lavoro e amore per cibo.
 
Il cibo, nella religione cattolica, rappresenta temi importanti come il legame con la famiglia, la gioia e la condivisione. Ho dimenticato qualche concetto saliente?
Il cibo rappresenta sicuramente il nostro rapporto con Dio, tanto è vero che il demonio tenta Gesù dopo il suo digiuno dicendogli: “Trasforma le pietre in pane”. Lui ricorda che l’uomo non vive di solo pane, che è anche il titolo della presenza della Santa Sede in Expo Milano 2015. Il rapporto con il cibo, che è importante, ci ricorda che il rapporto con Dio è ancora più fondamentale.
 
Oggi il sistema agricolo di produzione del cibo sta rovinando il Pianeta. Quanto è importante la modalità di produzione del cibo per la religione cattolica?
Il cristianesimo è cresciuto con lo sviluppo dell’Occidente. Non ci ponevamo questo problema perché non lo si vedeva. Ma man mano che si è sviluppato, la stessa fede cristiana ha sviluppato una riflessione sull’ecologia. Benedetto XVI e Papa Francesco continuano a parlare di un’ecologia dell’essere umano nella sua interezza che sia al centro di tutto il processo produttivo. In questa ottica, alla Chiesa cattolica piacerebbe che Expo Milano 2015 fosse il luogo in cui organizzare una riflessione sugli organismi geneticamente modificati, un dibattito serio, capace di superare le tensioni e le unilateralizzazioni ideolgiche che si possono notare in molte prese di posizione sulla questione. La nostra fede ci dice che il creato ci è stato consegnato perché lo coltivassimo e lo custodissimo. Se alcune scoperte possono servirci, è gusto usarle, ma devono servire alle persone e al creato, non alimentare gli interessi di pochi. Dobbiamo accorgerci del paradosso che viviamo a livello di cibo, ovvero del fatto che siamo capaci di produrre cibo per tutti, e al tempo stesso abbiamo un mondo in cui molti muoiono ancora di fame.
 
Nel suo libro condanna il consumismo e lo spreco di cibo.
Dall’inizio, la Chiesa ha sempre condannato il consumismo. Dobbiamo imparare a usare quello che ci regala il creato come fosse un dono; tutto deve essere visto come uno strumento che ci conduce verso Dio. Abbiamo una capacità produttiva che potrebbe sfamare il mondo, ma in realtà c’è ancora tanta fame e questo ci dice che non siamo ancora maturi come esseri umani. Come dice il Papa, la questione della fame nel mondo non è solo una questione morale, etico, di ingiusta distribuzione, ma è un problema antropologico. Lui dice: se ci venisse in mente che chi muore di fame è un essere umano come noi, non rimarremmo indifferenti. Come possiamo guardare negli occhi uno che sta morendo di fame e rimanere indifferenti? A quello che Papa Francesco definisce “la globalizzazione dell’ indifferenza”, noi dobbiamo contrapporre la globalizzazione dell'amore.
 
 

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