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Nelton Friedrich e Leonardo Boff. Per produrre energia etica e di partecipazione ci vuole una rivoluzione dal basso

Sostenibilità / -

Nelton Friedrich, Direttore tecnico del programma “Cultivating Good Water” promosso dall’azienda leader nel settore dell’energia rinnovabile, Itaipu Binacional, e Leonardo Boff, uno dei maggiori esponenti della Teologia della Liberazione e autore della Carta della Terra, hanno partecipato all’evento “Expo dopo Expo” organizzato dal Padiglione Brasile a Expo Milano 2015. Durante il convegno “Territorio, Acqua, Energia e Cibo” Friedrich e Boff hanno illustrato gli aspetti grazie ai quali il programma è stato vincitore nel marzo 2015 del prestigioso premio Award Onu.

Nelton Friedrich, lei è il Direttore tecnico del programma “Cultivating Good Water”, ci può spiegare quali sono le affinità con la Carta di Milano?
Per quanto riguarda la Carta di Milano l’elemento che salta all’occhio è la somiglianza dei contenuti, nel programma parliamo dell’acqua e dell’energia rinnovabile, dell’ambiente, dell’importanza di seguire un’alimentazione sana e di incentivare l’inclusione sociale nei progetti di tutela del Pianeta. In tutto questo, evidenziamo l’importanza di una nuova governance che assorba l’aspetto innovativo della partecipazione in tutto il processo, nel programma infatti sono coinvolte migliaia di persone che hanno una partecipazione attiva e spazio operativo.
 
Come nasce il programma “Cultivating Good Water” di Itaipu Binacional e quali sono i suoi obiettivi?
Nel 2003 il Brasile ha attraversato dei cambiamenti politici molto importanti, a seguito dei quali abbiamo avuto modo di dedicare maggiore attenzione alle questioni che riguardano l’acqua, il suolo, l’ambiente, le comunità in un’ottica di sostenibilità. Con il programma abbiamo cercato di seguire gli indirizzi della Carta della Terra, dando priorità all’aspetto dell’inclusione sociale e produttiva con un approccio sistemico. Il nostro ambito geografico d’azione è il bacino idrografico, a partire dagli orientamenti elaborati da Leonardo Boff, abbiamo agito secondo tre direttrici: quella dei valori della cura e della solidarietà della cooperazione. Nell’area geografica dove Itaipu opera creiamo un’architettura di partecipazione in tutta la regione e con una metodologica sistemica abbiamo iniziato con il recupero del bacino, partendo dalle micro aree. Il nostro scopo è arrivare al globale passando dal locale, e soprattutto con i locali.
 
Leonardo Boff. A lei vorrei chiedere qual è stato il suo contributo, la filosofia con la quale opera in Brasile.
Come prima cosa vorrei sottolineare che questo progetto non sarebbe stato realizzabile senza Nelton Friedrich e Jorge Samek, i quali hanno una coscienza nuova dell’ecologia, grazie alla quale possono gestire una grande impresa come Itaipu Binacional coinvolgendo le popolazioni locali. Milioni di persone, provenienti da 29 comuni, sono coinvolti in una prospettiva sistemica, dove la sostenibilità non è interpretata solo nel senso dello sviluppo ma anche di un modo di vivere in cui sono protagonisti tutti i fattori, la produzione dei contadini, la gestione dell’acqua, l’inclusione degli indigeni, il rispetto della foresta, per questo si parla di un approccio sistemico. Itaipu Binacional ha capito che si deve produrre energia etica e di partecipazione, perché questa deve essere una rivoluzione che viene dal basso. Così ci si rende conto che è possibile avere un rapporto di convivenza, di sinergia e di rispetto tra le leggi della natura e la cultura locale. L’ecologia non è solo ambientale, deve essere anche sociale, spirituale, nel senso del profondo umano dove si trova un senso che va oltre alla vita materiale.
 
Quali sono secondo lei i valori fondamentali promossi dal programma che l’Onu ha voluto premiare con l’Award Onu 2015?
Le grandi imprese non hanno progetti ecologici ma sfruttano il Pianeta. Con il programma “Cultivating Good Water” la più grande impresa di energia idroelettrica brasiliana ha mostrato come sia possibile considerate l’ecologica senza danneggiare la funzione principale di una azienda, la produzione. L’Onu ha premiato una diversa gestione aziendale. Itaipu Binacional gestisce le acque incorporando i valori ecologici, le persone, la cultura locale mettendo al centro la cura delle persone e la corresponsabilità collettiva e la cooperazione per un lavoro che include tutti i soggetti in un contesto olistico globale. Itaipu Binacional è una miniatura di quello che può essere il mondo.
 
Nelton Friedrich, secondo lei come è possibile diffondere le politiche brasiliane ai Paesi di tutto il mondo?
Quello che occorre è che il mondo inizi a fare una mappatura delle best practice che già offrono dei risultati positivi quantitativamente e qualitativamente, che poi devono essere messi in una scala planetaria. Dobbiamo riconoscere che i valori sono comuni per tutto il Pianeta, l’etica della cura e della sostenibilità non riguarda soltanto Milano o una parte del Brasile, riguardano tutto il mondo. Questo cambiamento deve partire da dentro le persone con il coinvolgimento delle società, dei governi, il mondo civile, perché è un lavoro di tutti da eseguire passando all’azione. La Carta di Milano e la Carta della Terra non devono diventare un elemento teorizzante, ma un’azione concreta, attiva. Quando abbiamo ricevuto il premio dell’Onu la commissione ha chiaramente riconosciuto che quello che stavamo facendo era “water in action”, mettevamo in azione l’importanza dell’acqua.
 
 
 

È necessario stabilire un profondo legame con la natura ed evitare il massacro animale e vegetale

Cultura / -

Triaian Valdman
Alessandro Cremasco © Expo 2015

Tra i beni, il cibo è fondamentale, ma dipende da come gli esseri umani lo utilizzano. Il loro compito non è di sfruttare la terra in modo eccessivo senza pensare agli altri e tanto meno alle generazioni future, ma è quello di coltivarla e custodirla.

A nome di Sua Eccellenza il Vescovo Siluan della Diocesi Ortodossa Romena di Milano, la più numerosa comunità cristiana dopo quella cattolica in Italia, e a nome di altre Chiese Ortodosse che hanno delegati presenti a questa assise nella Expo Milano 2015, oggi 1 di settembre, giornata della creazione, sottoscriviamo con convinzione la Carta di Milano, la quale dichiara che il diritto al cibo è diritto umano fondamentale.
 
Lo facciamo in coerenza con la nostra fede cristiana ortodossa che contempla l’uguaglianza di tutte le persone umane, credenti o no, considerate dalla Scrittura “immagine di Dio”, un Dio che è Padre per tutti, il quale sacrifica il proprio Figlio “per noi uomini e per la nostra salvezza”, e che vuole che ogni uomo venga alla conoscenza della verità e si salvi.
 
Lo facciamo perché Dio stesso dona al primo uomo, Adamo, il giardino dell’Eden, cioè tutto ciò che gli è necessario per nutrirsi e per vivere. E lo fa con due indicazioni: “riempire la terra e dominarla…” Genesi 1, 28-30) e “coltivarla e custodirla” (Genesi 2, 15). Dominarla non significa esserne padroni irrispettosi, che cercano i suoi frutti soltanto per interessi e piaceri egoistici, bensì non lasciarsi dominare da essa, cioè non diventare schiavi dei beni che la terra offre. Questi vanno considerati mezzi al servizio del dono più grande che è la vita. Tra i beni, il cibo è fondamentale, ma dipende come lo utilizziamo. Il compito dell’uomo non è di sfruttare la terra in modo eccessivo senza pensare agli altri e tanto meno alle generazioni future. Invece è quello di coltivarla e custodirla. Il teologo Staniloae considera che qui si manifesta il grande ruolo del pensiero, dell’immaginazione e del lavoro dell’uomo nella sua opera creatrice nella natura. Mediante il lavoro ognuno ottiene i mezzi necessari non soltanto per sé, ma anche per gli altri. Così il lavoro porta il segno dell’amore tra gli uomini. Con il suo carattere di sacrificio, ascetico, il lavoro spiritualizza sia l’uomo che i frutti che la natura gli dà (Teologia Dogmatica Ortodossa, vol. 1, p. 326) .
 
Circa l’utilizzo del cibo la spiritualità ortodossa propone due atteggiamenti più importanti: l’ascesi e la solidarietà. La storia di Adamo ed Eva ci racconta che, ingannati dall’aspetto tentante del frutto proibito, il quale “era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Genesi 3, 6), non rispettano il divieto di Dio e ne mangiano. Con ciò nel mondo appare il peccato originario. Esso è connesso al cibo, che è necessario per vivere, ma non è tutto, non è scopo in sé, non deve portare all’allontanamento dal Creatore. La conseguenza della trasgressione è che i primi uomini vengono allontanati dall’Eden e diventano mortali.
 
Gesù Cristo rovescia tale atteggiamento. Egli inizia la missione con il digiuno nel deserto e “dopo quaranta giorni e quaranta notti gli viene la fame” (Matteo 4, 2). Alla tentazione del Diavolo di mangiare come se la vita dipendesse solo da questo, Gesù risponde con le note parole: “non solo di pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4, 3; cf Deuteronomio 8, 3). Così restaura la relazione tra il mangiare, la vita e Dio. Con il digiuno egli libera l’umanità dal mangiare, dalla materia, dal mondo senza valori spirituali (cf. A. Schemann, Postul Mare (Great Lent), Ed. Sophia, Bucarest 2013, pp. 155-159). Infatti non viviamo per mangiare, bensì mangiamo per vivere. Occorre osservare l’ascesi. Essa è necessaria per limitare i bisogni materiali, per rispettare di più la terra, i suoi ritmi e la vita che le è propria, per operare un’indispensabile distribuzione su scala planetaria, per stabilire una profonda sim-patia con la natura ed evitare il massacro animale e vegetale.
 
Il Patriarca Hazim IV d’Antiochia propone l’esorcismo creativo della tecnica, per renderla più attenta e più aperta, per evitare la tentazione prometeica di costruire il mondo come realtà chiusa il cui “piccolo dio” sarebbe l’uomo. Egli considera che il senso della vita non viene dalla tecnica, ma dall’uomo che si riconosce immagine di Dio e affronta il mondo come dono e parola di Dio (Salvare la creazione, Ed. Ancora, Milano 1994, pp. 40-42).
 
Ma la natura con il cibo che essa offre non riguarda soltanto l’uomo singolo, non è soltanto per una persona o un gruppo o un popolo. Il Signore Gesù Cristo ci insegna a chiedere il cibo a Dio e non solo per noi: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Matteo 6, 11). Ecco perché gli uomini devono pensare in modo solidale alla lavorazione dei doni della natura. Egli stesso ordina agli apostoli di dare da mangiare alle folle che lo seguono  (Matteo 14, 16; Marco 6, 37; Luca 9, 13) per le quali moltiplica i pani (Matteo 14, 13-21¸15, 29-39; Marco 6, 34-44, 8, 1-9; Luca 9 10-17; Giovanni 6, 13). Non solo, ma dà se stesso come il pane che viene dal cielo (Giovanni 6, 35). Il dare da mangiare ed essere misericordioso con chi ne ha bisogno (Matteo 5, 7) porta alla vera felicità. “Venite alla destra benedetti del mio Padre, perché ero affamato e mi avete dato da mangiare!” (Matteo 25, 34-35). L’insegnamento cristiano in materia è altruista. Gesù offre il suo corpo e il suo sangue, cioè tutto se stesso. La prima comunità cristiana di Gerusalemme sceglie sette diaconi per servire alle mense (Atti 6, 1-6).
 
Sulla base di tali insegnamenti biblici, affermiamo la nostra consapevolezza che abbiamo la responsabilità di lasciare alle generazioni future un mondo più sano, equo e sostenibile. Ecco perché facciamo propri gli impegni della Carta di Milano, che, senza dimenticare la fame spirituale, speriamo di adempiere: avere cura e consapevolezza della natura del cibo di cui ci nutriamo al fine di compiere scelte responsabili, consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno, evitare lo spreco di acqua in tutte le attività quotidiane; promuovere l’educazione alimentare e ambientale in ambito familiare, e direi anche ecclesiale, per una crescita consapevole delle nuove generazioni.
 
Soltanto così, facendo collaborare i due emisferi spirituali dell’Oriente e dell’Occidente, diventiamo attori di un rinnovamento del mondo e della società, soltanto così la nostra fede si manifesta fattiva nelle sue opere che la confermano e la rendono capace di rinnovare il mondo.
 
 
 
 
 
 

Angelo Bagnasco. Non abbiate paura di cambiare il mondo

Cultura / -

Il cibo non è una questione privata, ma tocca il rapporto con Dio e con gli altri. Costruire un ordine sociale giusto e autenticamente umano è una meta alta, ma possibile: per questo deve sprigionare tutte le potenzialità insite nel cuore dell’uomo.

Non abbiate paura di cambiare il mondo. È un messaggio di grande speranza quello che il Cardinal Angelo Bagnasco ha voluto lasciare al National day della Santa Sede. Nel suo discorso ha approfondito i contenuti del tema del Padiglione, “Non di solo pane”. “La vita dell’uomo – ha ricordato il presidente della CEI - si compone di una molteplicità di fattori: esigenze fisiche, culturali, spirituali, l’attenzione per il corpo e le relazioni, la ricerca di Dio, l’esperienza della Bellezza. La realizzazione della persona passa da questo insieme di beni, alla cui base sta la necessità del nutrimento, senza il quale nessun altro valore può essere fruito”.
L’uomo, però, non vive di solo pane, come afferma il libro del Deuteronomio richiamando la vicenda della manna nel deserto. “Il Signore ha condotto il suo popolo per un cammino impervio, un cammino educativo mai concluso in ciascuno di noi, per fargli capire che è sbagliato anteporre a tutto il nutrimento del corpo come valore assoluto – ha illustrato Bagnasco -. Ogni volta che cade in questa trappola, l’uomo dimentica Dio e fatalmente smarrisce se stesso. Il materialismo va di pari passo con l’individualismo ed è oblio del prossimo”.
Si arriva così al paradosso per il quale l’assolutizzazione del pane diventa la prima causa dell’assenza di pane, poiché genera egoismo, un’errata ripartizione delle risorse o lo sfruttamento di alcuni a danno di altri.
“Il cibo – ha ricordato Bagnasco - non è una questione privata, ma tocca profondamente il rapporto con Dio e con gli altri, oltre che con l’intero creato. Riflettere sull’accesso al cibo diviene quindi occasione per verificare le logiche del mercato, l’allocazione delle risorse e la loro disponibilità per le generazioni future”.
 
L’obiettivo finale è alto, ma non deve scoraggiare
Il Cardinal Angelo Bagnasco ha quindi esortato tutti a cogliere nell’Esposizione Universale un’occasione di dialogo e conoscenza.
E il contributo più alto che la Chiesa può dare a questa lotta contro la fame è innanzi tutto l’annuncio del Vangelo e la concezione dell’uomo che ne scaturisce.
“La concezione dell’uomo consente di vedere la persona nella sua globalità – ha spiegato Bagnasco -, di comprenderne la sacralità, che non è una parola esclusivamente religiosa: la vita è sacra perché è indisponibile a tutti e a ciascuno. L’annuncio e la pratica della Carità evangelica costituiscono l’unico compito della Chiesa, al quale ogni battezzato deve chiamare, quasi contagiandola, ogni persona di buona volontà, con una forza attrattiva che solamente il Bene e il Vero possiedono. Non ci scoraggi la distanza dall’obiettivo finale di costruire un ordine sociale giusto e autenticamente umano. Quanto più alta è la meta tanto più deve sprigionare tutte le potenzialità che il cuore dell’uomo, dei popoli, delle culture, delle nazioni hanno, spesso dormienti. Dio non ci chiede di agire solo quando valutiamo che potremo risolvere i problemi nella loro interezza: anche Gesù non ha guarito tutti i malati né incontrato tutti gli uomini, eppure i suoi gesti hanno trasformato, rivoluzionato, la vita dell’Umanità e di ogni persona. Chi crede in me, ha detto Gesù, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi. Nelle nostre mani è posta dunque la possibilità di cambiare il mondo: è possibile, non dobbiamo avere paura di poter cambiare il mondo e di dircelo, senza retorica, ma con grande convinzione, e rendere così più bella la vita di ogni persona”.
 
 

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