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Modelli a confronto: la doppia piramide

Sostenibilità / -

Il modello proposto dal Barilla CFN mette in correlazione filiere alimentari e impatto ambientale

La Doppia Piramide alimentare e ambientale mette in relazione il modello della dieta mediterranea con le quantità di CO2 emesse dalle diverse filiere, dimostrandone un rapporto inversamente proporzionale.

Nel 2009, il Barilla Center for food and nutrition presentò per la prima volta la Doppia Piramide alimentare e ambientale, che mette in relazione il modello della dieta mediterranea con le quantità di CO2 emesse dalle diverse filiere produttive, dimostrandone un rapporto inversamente proporzionale. Nel tempo questo primo spunto si è trasformato in una vera e propria linea di ricerca. In occasione del World Food Day 2013, il Barilla Center for food & nutrition ripropose la doppia piramide ambientale e alimentare estendendo i calcoli anche alla water footprint. L’ultima edizione di questa linea di studi è del 2014, e ha introdotto nuove tappe e argomenti scientifici che hanno consolidato lo schema iniziale.
L’edizione più aggiornata si trova qui.
 

Why Invest In Italy - Food

Economia / -

L'italia esprime un forte potenziale di crescita, largamente inespresso, in diversi settori dell'economia. Uno di questi è certamente il food. Questo video descrive come, il modello di piccola media impresa distribuita su tutto il territorio italiano, stia diventando un modello non solo culturale ma anche e soprattutto di salute e benessere per tutto il mondo.

Angela “Lita” Boitano. Il cielo libero dei desaparecidos al Padiglione Argentina

Cultura / -

Angela Lita Boitano a Expo Milano 2015
Simone Berardis / Media Centre © Expo 2015

‘Cielo libre’ è un libro di poesie, di pensieri, di scritti dei desaparecidos e dei prigionieri in Argentina durante la dittatura civico-militare. Alla sua presentazione al Padiglione Argentina di Expo Milano 2015 Angela “Lita” Boitano, presidente dell’associazione Familiares de Desaparecidos, ha spiegato cosa vuol dire cercare per anni le tracce dei propri figli.

Marito ligure, di Chiavari, padre di Treviso, cittadina italiana, Angela “Lita” Boitano ha perso due figli. Ha seguito tutti i processi, ha girato il mondo, cercando le tracce loro e di migliaia di altri desaparecidos. È stata tra le prime madri a chiedere giustizia in Plaza de Mayo quando i militari erano ancora al potere. Nel 2001 è stata nominata da Carlo Azeglio Ciampi commendatore della Repubblica italiana per il suo impegno nella difesa dei diritti umani. È oggi presidente dell’associazione Familiares de Desaparecidos y Detenidos per Razones Politicas. Al Padiglione Argentina di Expo Milano 2015 ha presentato un libro contenente scritti e poesie dei prigionieri del regime di Videla.
 
Che cosa vuol dire aspettare per anni e anni figli non ancora tornati?
Mio figlio Michelangelo è scomparso il 29 maggio 1976, a 20 anni, e mia figlia Adriana Silvia è stata sequestrata, desaparecida, il 24 aprile 1977, aveva finito di studiare lettere, le mancava solo la tesi. Lavoravano in due ditte italiane perché entrambi hanno fatto la scuola bilingue in Argentina. Io una volta non parlavo quasi una parola d’italiano. Quando ascoltavo mia figlia recitare Cesare Pavese mi sono innamorata dell’italiano e di più ancora della terra dei miei genitori.
 
Come è nata l’associazione Familiares de Desaparecidos y Detenidos per Razones Politicas che ora presiede?
Ero già vedova. Così il resto della mia vita, fino ad adesso, l’ho dedicato a cercare i miei figli. In origine, ricordo una stanza a Buenos Aires in cui lavoravano e si trovavano madri, padri, nonni, figli, fratelli, sorelle, mogli di persone sequestrate. Quando accadde a me prima mi rivolsi alla Chiesa, alla polizia, al consolato italiano in Argentina. Un anno dopo il sequestro di mio figlio, mi telefonò una signora, madre di un sequestrato. Mi sono ritrovata con centinaia di familiari che stavano denunciando. Lì ho saputo quanta gente già aveva avuto gli stessi problemi. Che poi, io dico sempre, “Noi siamo vive! I nostri figli, hanno sofferto”. La nostra lotta è dovuta, per i nostri figli; se lo meritano.
 
Quali reazioni avete suscitato in Argentina, all’epoca?
Ci chiamavano “le pazze”. Mandammo denunce ai vescovi argentini, a Roma, a Londra verso Amnesty International, spesso consegnando a mano le lettere perché altrimenti certamente sarebbero state censurate. I nostri figli non sono stati solo fatti scomparire, ma anche incarcerati per motivi politici. E noi ci siamo battute anche per i detenuti legali. Noi diciamo sempre: trentamila desaparecidos, più di diecimila prigionieri politici. Migliaia di assassinati.
Nel 1981, la nostra organizzazione lottava anche per la liberazione dei prigionieri politici e a loro andavano tutti gli aiuti in denaro che arrivavano dall’Europa, perché a loro servivano soldi per gli avvocati, per mandare le famiglie a trovare i loro cari. Invece, noi dicevamo: per cercare i nostri figli desaparecidos, ci bastavano solo le gambe. Per camminare, e cercare.
 
Quanti sono stati i sopravvissuti?
Ci sono anche alcuni sopravvissuti, che i militari hanno lasciato in libertà. Come hanno scelto, perché uno sì e cinquanta no, non lo sappiamo, forse non lo sanno neanche loro. Ma è grazie a questi sopravvissuti che si sono potuti svolgere i processi. Verso la fine della dittatura ho vissuto cinque anni a Roma, come esule, e anche qui in Italia si sono potuti avviare dei processi. Il primo processo è cominciato nel 1983 quando il ministro della Giustizia era Clelio Darida.
Gli esuli argentini qui in Italia avevano quasi tutti l’età dei miei figli.  Quando mi dicono che io sorrido, è perché sono stata quasi sempre accanto ai giovani, erano un po’ una parte dei miei figli, una cosa che ho sentito molto importante per continuare a vivere.
 
Oggi, qual è il vostro compito, oltre a quello di tenere viva la memoria?
Continuiamo a seguire i processi, servono tante prove. Noi ci accorgiamo che i militari stanno morendo senza essere giudicati. Eh, hanno la nostra stessa età. Anche noi abbiamo più di ottant’anni, tutte direi. Alcune anche novanta, che ancora lottano, e vanno – non denunciando, perché quello l’abbiamo già fatto, ma ascoltando. Perché le cose che stiamo ascoltando nei processi in questi anni non le sapevamo. Senza sapere quello che i nostri figli hanno sofferto, non si potrebbe vivere. Quando entravo all’Esma, che era uno dei campi clandestini della Marina, con i sopravvissuti, non ci raccontavano tutto. Invece, nei processi, dicono tutto. Alcune testimonianze durano tre, quattro ore.
 
Lei ha incontrato Papa Francesco, di recente. Come è andata?
All’udienza del 22 aprile, una comunità argentina ci ha fatto incontrare qui a Roma Papa Francesco, in prima fila. Gli abbiamo regalato una copia del libro Cielo Libre. E poi gli abbiamo chiesto di aprire gli archivi del Vaticano, perché non posso dire che sappiano dirci in quali campi sono stati rinchiusi i nostri figli, però sono sicura che, almeno per sapere i nomi di tutti gli scomparsi, con tutte le lettere e le denunce che hanno ricevuto, quello sia l’archivio più importante.
 
Mondiali di calcio in Argentina, 1978. Expo Milano 2015. Sono due eventi mondiali. Solo che al primo, lei lanciava volantini negli stadi e nessuno li raccoglieva, ora invece è qui a tenere una conferenza, tra giornalisti con meno di trent’anni e con decine di ascoltatori. Cosa è cambiato?
Be’, 35 anni, pensi che sia poco, anzi, quasi quaranta? I miei figli, non li ho. I nostri, non li abbiamo. Però dopo tutte le denunce, i processi, ora l’Argentina è un esempio per tutta l’America Latina perché è l’unico Paese che manda avanti la lotta per “memoria, verdad, justicia”. La memoria la teniamo viva con interviste come questa. La verità, non la sappiamo ancora tutta. La giustizia, abbiamo ora leggi che ci aiutano. Bene. Oggi, per me e per la mia organizzazione è un onore presentare il libro di poesie dei prigionieri e dei desaparecidos Cielo Libre proprio nel Padiglione Argentino, a Milano. È la prima volta che vengo a un’Esposizione Universale. Io, trovandomi qui, penso che sto in Argentina, perché questo è un pezzo del mio Paese.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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