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La lotta alla desertificazione è la sfida ambientale più grande per l’uomo

Sostenibilità / -

 
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Lybia.
© Michel Gounot/Godong/Corbis
Egypt.
© Ron Watts/Corbis
Siwa oasis, Egypt.
© Pavel Gospodinov/Loop Images/Corbis
Libya, White Desert.
© René Mattes/Hemis/Corbis
China, Gansu.
© Wang Zhiheng/Xinhua Press/Corbis
Ethiopia.
© Ton Koene/Visuals Unlimited/Corbis
China, Gansu.
© Michael Reynolds/epa/Corbis
Kenya, Wajir.
© epa/Corbis
Tanzania.
© Guillaume Bonn/Corbis

La desertificazione e il degrado del suolo sono “la più grande sfida ambientale del nostro tempo” e “una minaccia al benessere globale”. Con queste parole, l’ex segretario esecutivo della Convenzione contro la desertificazione (Unccd) Luc Gnacadja ha aperto nel 2010 il decennio delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione (Unddd). A quasi metà dalla conclusione dei dieci anni, la situazione sembra lievemente migliorata anche se rimane molto complicata, con un miliardo e mezzo di persone che subiscono gli effetti negativi del degrado del suolo, circa 600 milioni in meno rispetto al 2010, e 12 milioni di ettari di nuova terra soggetta a inaridimento ogni anno.
 
La definizione di desertificazione
Per desertificazione la Convenzione (art. 1) intende il “degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause” come il cambiamento climatico e le attività umane: deforestazione, coltivazioni e allevamenti intensivi, land grabbing, uso scorretto delle risorse idriche. Cause le cui conseguenze vanno a incidere sull’uomo stesso con popolazioni intere costrette a migrare nei prossimi anni. Gli esperti dell’ Unccd prevedono che entro il 2020 circa 60 milioni di persone avranno lasciato l’Africa subsahariana e cominciato una nuova vita in Africa settentrionale e in Europa.

La desertificazione, inoltre, è fonte di numerosi conflitti civili come quello in atto da anni nei Paesi del Corno d’Africa o nelle regioni orientali del continente asiatico, sempre più colpite dalle tempeste di sabbia. In queste aree sono in corso scontri per la terra visto che una delle conseguenze principali di questo processo è il verificarsi di crisi alimentari. L’incremento dei prezzi dei cereali e di altre materie prime, infatti, limita l’accesso delle popolazioni più povere a un’alimentazione nutriente e facilmente accessibile. Secondo uno studio sui costi economici della desertificazione commissionato dall’Unccd nel 2013, ogni anno il valore economico perso dal settore agricolo a livello globale a causa del degrado del suolo è pari al 5 per cento del totale.

La Giornata mondiale dei deserti, il 17 giugno
Oltre al decennio dedicato al contrasto della desertificazione, le Nazioni Unite celebrano ogni anno dal 1994, la Giornata mondiale il 17 giugno. Lo scopo è sensibilizzare opinione pubblica, governi e organizzazioni mondiali sugli effetti negativi dello sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali (idriche, agricole e forestali) e promuovere progetti di contrasto all’avanzata dei deserti. Per questo il tema del 2014 è dedicato allo sviluppo delle attività di adattamento al cambiamento climatico nelle zone aride. Perché una comunità in grado di rispondere agli eventi climatici estremi e di sfruttare e assecondare la forza degli ecosistemi di tornare alla normalità, è una comunità più sicura, che guarda al futuro.

Molti dei progressi nell’agricoltura sono stati resi possibili dalla ricerca di soluzioni e innovazioni adattative alle condizioni locali, come ampiamente mostrato in Expo Milano 2015 nel Cluster Zone Aride: non solo sostituendo le pratiche agricole tradizionali con nuovi metodi, ma soprattutto individuando elementi delle pratiche tradizionali che si potrebbero migliorare. In questo contesto, la sfida della scarsità d’acqua e dei cambiamenti climatici richiede sforzi urgenti per garantire una qualità di vita migliore e una nutrizione adeguata.
 

Le foreste tropicali soffrono l’aumento delle esportazioni di prodotti alimentari

Sostenibilità / -

Carne e soia
© Barbara Walton/epa/Corbis

Un terzo della deforestazione nei Paesi tropicali è causato dalla produzione ed esportazione di carne bovina, soia, olio di palma e prodotti derivati dal legno. Dati che devono far riflettere sul tipo di dieta da adottare se si vuole ridurre il proprio impatto ambientale.

La deforestazione nelle regioni tropicali è causata principalmente dalla produzione, dall’incremento della domanda e delle esportazioni globali di quattro tipologie di prodotti: carne bovina, soia, olio di palma e prodotti derivati dal legno. È quanto sostiene un rapporto dal titolo Trading forests: quantifying the contribution of global commodity markets to emissions from tropical deforestation pubblicato dal Center for Global Development, uno dei più importanti think tank americani senza scopo di lucro, che fa ricerca sulle migliori strategie di sviluppo economico a livello globale.
 
La ricerca, portata avanti tra il 2000 e il 2009, si concentra su otto Paesi tropicali: Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea. E prende in considerazione le quattro commodities che più mettono a rischio la deforestazione e quindi sono causa di un aumento delle emissioni di gas serra (CO2) in atmosfera, responsabili del riscaldamento globale.
 
Le cause della deforestazione tropicale
La ricerca sostiene che un terzo della deforestazione recente è stato causato dall’aumento della produzione di carne bovina (manzo), di soia, di olio di palma e di legname destinato al commercio internazionale. A parte alcune eccezioni, i Paesi studiati rappresentano una larga fetta del volume di esportazioni dei prodotti presi in considerazione. Il commercio dei derivati dal legno rappresenta circa la metà di quello mondiale. Dall’America Latina proviene l’83 per cento del manzo e il 99 per cento della soia. L’Indonesia e la Malesia producono l’82 per cento di tutto l’olio di palma presente nel mondo e rappresentano il 97 per cento delle esportazioni globali.
 
Dati che incidono anche sul cambiamento climatico, una delle minacce più gravi che la comunità internazionale sta cercando di affrontare senza troppo successo. La produzione e il commercio di questi prodotti sono stati responsabili della deforestazione di 3,9 milioni di ettari e dell’emissione di 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 solo nel 2009.
 
Carne, soia e molto altro
La carne bovina è il prodotto peggiore per il clima e per l’ambiente. Da sola è stata responsabile di 739 milioni di tonnellate di CO2 (circa la metà del totale), di cui 645 milioni solo in Brasile, e ha causato due terzi di tutta la deforestazione (2,6 milioni di ettari). I prodotti derivati dal legno, carta e cellulosa inclusi, sono la seconda fonte di emissioni con 481 milioni di tonnellate di CO2, mentre la coltivazione di soia è stata la seconda causa di deforestazione con mezzo milione di ettari rasi al suolo.
 
Le esportazioni e quindi la globalizzazione dei consumi non può essere analizzata separatamente perché circa un terzo di tutta la deforestazione è stata resa necessaria per far fronte all’aumento della domanda di prodotti agricoli, soprattutto dalla Cina e dai paesi che fanno parte dell’Unione europea. Le esportazioni, dunque, sono state l’elemento trainante della deforestazione in quasi tutti i Paesi oggetto della ricerca ad eccezione di Brasile e Bolivia. Un dato preoccupante visto che l’export è aumentato in sei degli otto Paesi.
 
In un momento storico in cui la lotta al riscaldamento globale, la tutela della biodiversità e il fenomeno del land grabbing (l’accaparramento delle terre) sono tra le questioni più gravi che la nostra generazione deve affrontare, tenere a mente questi dati nel momento in cui si sceglie il tipo di dieta da seguire, per esempio riducendo la carne e aumentando il consumo di frutta e verdura di stagione e a chilometro zero, e quali prodotti evitare in base agli ingredienti che contiene (olio di palma, ormai diffusissimo) o alla provenienza geografica, può fare la differenza.
 
Per discutere sull'equilibrio tra risorse e produzioni alimentari, Expo Milano 2015 allestisce una vasta gamma di strumenti pubblici, luoghi di confronto e dibattito, convegni, iniziative politiche e progetti concreti messi in campo dai Paesi di tutto il mondo.
 

Dove scoppierà la prossima rivoluzione per il pane?

Economia / -

imm rif rivoluzione per il pane
© Raminder Pal Singh/epa/Corbis

Basandosi sui dati dei prezzi mondiali degli alimenti raccolti dalla Fao, un gruppo di ricercatori del New England Complex System Institute ha messo a punto una formula matematica in grado di prevedere dove potrebbe scoppiare una rivoluzione.

Caotica, imprevedibile e violenta. Cosa c’è di più lontano dall’ordine matematico di una rivoluzione? Eppure un gruppo di teorici dei sistemi complessi del New England Complex Systems Institute ha messo a punto una formula matematica in grado di prevedere dove potrebbe scoppiarne una. Per quanto complicato sia il modello finale, l’idea di partenza è  semplice ed efficace: quando la gente ha fame si ribella. Partendo da questa lezione storica, Yaneer Bar-Yam, coordinatore del progetto, ha raccolto i valori del World Price Index: l’indice della Fao che misura il livello dei prezzi del cibo a livello mondiale. E analizzandone l’andamento ha scoperto che più i prezzi del cibo nel mondo si alzano, più è probabile che scoppino delle rivolte.
 
Il prezzo del cibo misura la febbre della politica mondiale
Secondo Bar Yam il valore che segna il punto di ebollizione della politica globale è 210: quando il World Price Index supera questa soglia il sistema politico mondiale diventa instabile e nei paesi più fragili scoppiano rivolte. Ma quali sono le cause dell’innalzamento dei prezzi del cibo? Dalle ultime analisi economiche sappiamo che sono fattori sia naturali che umani. Madre natura ci manda siccità, uragani e cavallette a distruggere i raccolti, ma il vero disastro sono le speculazioni finanziarie sulle materie prime e gli incentivi selvaggi ai biocarburanti, che aumentano artificialmente la domanda di cereali e quindi il loro prezzo. I due aspetti si rinforzano a vicenda, perché è proprio quando i prezzi cominciano a salire, che la finanza mondiale comincia a speculare. Riprendendo la teoria del caos, potremmo dire che un salto di locusta in Africa produce un click a Wall Street che a sua volta innesca una rivoluzione in Siria.
 
Un mondo in rivolta: la mappa delle rivoluzioni oggi
La fase di instabilità politica che il mondo sta attraversando oggi è la più drammatica dalla fine della seconda guerra mondiale. Secondo l’UNHCR il totale di profughi è di oltre 51 milioni, più che alla fine della seconda guerra mondiale. Del resto basta uno sguardo alle cronache per rendersi conto che non c’è pace attorno a noi. Bar Yam ha stilato una lista di 21 paesi dove sono scoppiate di recente rivolte connesse all’aumento del prezzo del cibo: Argentina, Bahrein, Bangladesh, Bosnia, Brasile, Bulgaria, Cile, Cina, Colombia, Egitto, Haiti, India, Libia, Siria, Sud Africa, Tailandia, Tunisia, Turchia, Ucraina, Venezuela. E non si pensi che il mondo sviluppato sia immune dalla povertà estrema: nel maggio 2013 ci sono stati scontri legati al prezzo degli alimenti persino in Svezia.
 
La fame è una vecchia storia
Era maggio anche quando furono i milanesi a fare la rivoluzione per il pane, nel 1898. Anche allora fu una combinazione diabolica di calamità naturali e sconvolgimenti geopolitici globali a causare l’impennata dei prezzi: una serie di cattivi raccolti aveva ridotto le scorte alimentari e fatto aumentare il costo del cibo. La situazione era precipitata nel 1898 allo scoppio della guerra ispanoamericana, quando si erano interrotte le esportazioni verso l’Europa dei cereali delle grandi pianure del West. Arrivò allora la fame nera e in tutte le città del Regno d’Italia scoppiarono tumulti. Il Governo mandò l’Esercito a sparare sulla folla affamata, solo a Milano ci furono almeno 100 morti e 400 feriti. Fame e rivoluzione hanno sempre camminato insieme lungo i sentieri della storia. Se probabilmente è una leggenda la frase “Se il popolo non ha pane, mangi brioches” messo in bocca a Maria Antonietta, è vero che nell’Europa alla vigilia della Rivoluzione Francese la fame mieteva migliaia di vittime. Stesso discorso nel Seicento, come ci racconta Alessandro Manzoni nel capitolo sugli assalti ai forni de “I promessi sposi”.
 
Nutrire è meglio che reprimere
Debellare la fame è sempre stata una sfida fondamentale dell’umanità. E lo sarà ancora di più nel nostro tempo, visti l’aumento della popolazione e dei consumi. E’ quindi sempre più urgente adottare un approccio globale all’alimentazione e il modello matematico del Prof Yaneer Bar-Yam può darci una mano ad avvisarci quando il livello dei prezzi degli alimenti si avvicina alla soglia di allarme. Ma poi occorre qualcosa d’altro e cioè un’azione politica internazionale efficace in grado di assicurare la sicurezza alimentare al maggior numero di cittadini del mondo. E questa è la vera eredità di Expo Milano 2015, raccolta dalla Carta di Milano.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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