Questo sito web utilizza cookie tecnici per assicurare una migliore esperienza di navigazione; oltre ai cookie di natura tecnica sono utilizzati anche cookie di terze parti. Per saperne di più e conoscere i cookie utilizzati accedi alla pagina Cookie.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Continua

La biodiversità del Benin tra legumi e cassava

Sostenibilità / -

© Slow Food

In Benin, il settore agricolo contribuisce per oltre un terzo alla formazione del Pil e occupa oltre il 50% della popolazione attiva. Alla luce di questo dato, si capisce come il cibo e l’alimentazione in generale stringano con la cultura e la tradizione di questa nazione un legame fortissimo, che coinvolge religione, cerimonie e festività.

Gran parte del territorio del Benin è sfruttato per la produzione intensiva di cotone e di palma da olio e ciò che rimane a disposizione dell’agricoltura di sussistenza è coltivato a manioca, sorgo, igname (in particolar modo a sud) e mais (a nord). Sono ben 39 gli orti del progetto 10.000 orti in Africa attivi in Benin: alcuni scolastici, alcuni comunitari e altri familiari, come quello Abd d’Allada, dove si coltivano manioca, papaia, ananas, mais, pomodoro e soia. La fertilizzazione avviene per pacciamatura, sfruttando leguminose come il niébé, usato anche nella preparazione di piatti tipici, la soia, il pisello di Angole e il voandzou, una pianta simile al fagiolo chiamata anche pois de terre.
 
 
Polli, galline, frutta fresca e mais
In Benin si allevano, oltre a polli e galline, anche bovini e caprini e, vicino alle coste, i suini, ma in realtà la popolazione preferisce consumare carne di animali che abbiano vissuto allo stato brado, perché le viene riconosciuto un sapore migliore. La costa è relativamente pescosa, infatti il pesce è uno degli alimenti più comuni, specialmente per gli abitanti del sud del paese, che lo consumano con frutta fresca, arance, papaya, mango e banane. In molte comunità il mais è il principale alimento, base di molti piatti tradizionali: è diffusa la preparazione di “palline” di mais da servire con salse di arachidi o verdure. È curioso notare che quasi tutto ciò che si mangia in Benin è fritto, ma nel nord si consuma anche molto formaggio, come il woagachi, prodotto da latte di vacca.
 
Preparazioni tradizionali in via d’estinzione. Dal magni magni..
Benché si tratti di piatti a base di ingredienti di facile reperibilità e molto comuni in tutto il paese, Slow Food ha individuato due preparazioni beninesi a rischio di estinzione che sono entrate a far parte dei prodotti dell’Arca del gusto.  La prima si chiama magni magni e si tratta di una pasta cotta al vapore preparata con fagioli dall’occhio. I fagioli sono sgranati e macinati e poi conditi con cipolle, olio di palma rosso, zenzero, sale, pepe e peperoncino. Con il preparato si formano delle palline che sono poi cotte al vapore. Il magni magni è solitamente servito con akassa, un prodotto derivato dall’amido di mais bollito. Le polpettine, molto saporite e ricche di vitamine e proteine, possono essere consumate da sole o con del pane. L’invenzione del magni magni denota l’abilità della popolazione locale nell’esaltare i fagioli dall’occhio, un legume che prospera nelle aree tropicali come quella del Benin e con i quali si realizzano molteplici ricette tra cui l’abobo, un mix di fagioli conditi e acqua, sankpiti, beignets...
 
..All’oblo yoki
L’ablo yoki, il secondo prodotto beninese dell’Arca, è un pane tradizionale preparato con la cassava. La radice è sbucciata, macinata, disposta a forma di cilindro e avvolta in foglie di banana o talia, poi cotta al vapore sul fuoco all’interno di un canari, un recipiente tradizionale di terracotta. La chiusura ermetica e la totale evaporazione dell’acqua dal canari sono fondamentali per preparare un  buon ablo yoki. Questo pane è mangiato da solo o condito con olio di palma o in accompagnamento a noci, arachidi grigliate, cocco o abobo. L’ablo yoki è considerato un cibo saporito, che sazia, e una buona fonte di energia.
 
La biodiversità beninese si può scoprire attraverso i prodotti dell’Arca del Gusto di Slow Food  e il progetto 10.000 orti in Africa in Benin.
 
Il padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover.
 
 

Camerun. Dove la fitta foresta pluviale si schiude su spiagge sterminate di sabbia bianchissima

Cultura / -

cover national day camerun
© Atlantide Phototravel_Corbis

Questo incantevole Paese dell’Africa equatoriale che si affaccia sull’Oceano Atlantico, è ricco di territori incontaminati in cui alcuni dei popoli indigeni presenti sul Pianeta vivono da centinaia di anni in stretto contatto e in armonia con la natura più autentica.

Sono molte le meraviglie che dischiude il Camerun a coloro che si accingono a scoprirne i tesori. In primis, vi sono le affascinanti etnie locali dei Pigmei Baka, degli animisti Komà dei monti Alantika e la comunità nomade dei Mbororo che vive immersa nella natura non propriamente ospitale della secca striscia di terra del Sahel, nel nord del Paese. Il Camerun regala però anche la possibilità di visitare territori fertili e accoglienti come le pianure dell’ovest, che vengono coltivate a cacao, frutta e verdure. Sono numerosi i Parchi e le foreste fluviali dove incontrare animali e uccelli rari e protetti come il Parc National de Campo-Ma'an che ospita bufali, elefanti, mandrilli e tartarughe marine e le località dove rilassarsi e trovare refrigerio dall’afa, per esempio le accoglienti località di Limbe e di Kribi, affacciate sull’oceano.

Una terra fertile che dona raccolti abbondanti di frutta e verdura
La ricca cucina camerunense è costituita da ingredienti freschi e rigorosamente a chilometro zero, questo grazie alla terra fertile che contraddistingue buona parte del Paese e che offre alla popolazione raccolti abbondanti di deliziosa frutta e verdura. Sono molto comuni i piatti a base di gamberetti, di platano, di mais, di manioca, di patate dolci, di fagioli e di arachidi con cui si accompagnano porzioni di pesce freschissimo appena pescato o di carne, generalmente di capra, zebu o porcospino. Il piatto più diffuso nel Paese si chiama ndolè ed è una sorta di stufato di arachidi cotte insieme a carne di capra o a filetti di pesce aromatizzati con foglie di vernonia, una pianta aromatica leggermente amarognola che dà grande sapore ai piatti.

Il cacao, la coltura più importante per l’economia camerunense
Il Camerun partecipa a Expo Milano 2015 all’interno del Cluster del Cacao e del Cioccolato con il tema "La coltivazione del cacao, un argomento in favore delle opportunità" che celebra la sua coltivazione più importante ed esportata all’estero, quella di cacao. Quasi un decimo della superficie del Paese, è infatti coperta da questa coltura che, coltivata fin dal periodo coloniale, ha consentito a molte popolazioni locali di entrare nell’economia di mercato. All’interno del Padiglione del Camerun, si rimane affascinati dai suoi colori tipicamente africani, che richiamano la savana, dei monili e delle sculture in mostra. Nelle teche di vetro è possibile ammirare le fave di cacao al naturale e alcuni dei prodotti più rappresentativi del Paese: il miele bianco d’oku 100% naturale, miscele pregiate di caffè e grani di pepe nero e bianco di qualità penja.
 
 
 

Cinque domande a Cipsi. L’amaranto ritorna attuale in Argentina

Innovazione / -

Coltivazione di Amaranto in Argentina

Il progetto di riscoperta dell’antica coltivazione ha avuto un riscontro tale che l’iniziativa sarà presto esportata anche in alcuni Paesi africani. La rete nazionale di 28 ONG, attive nella solidarietà e cooperazione internazionale, risponde alle nostre domande sul progetto da lei promosso.

A Expo Milano 2015, i visitatori conosceranno il progetto di Cipsi grazie alla foto-story esposta nel Padiglione Zero. Che messaggio vi piacerebbe trasmettere del vostro approccio al tema della sicurezza alimentare?
La Terra ha abbastanza cibo per nutrire tutti, ma non per l'avidità di poche persone. Questo progetto per migliorare la nutrizione dei bambini e delle donne con la coltivazione dell’Amaranto a livello familiare e locale, testimonia che, per raggiungere la sicurezza alimentare, sono indispensabili alcuni elementi. Tra questi: democrazia, tutela della biodiversità, difesa degli interessi degli agricoltori, delle singole famiglie e di coloro che, senza speculazione, portano il cibo in tavola per la sopravvivenza quotidiana.
 
Quali difficoltà avete incontrato nel vostro percorso?
A rendere difficile l’avvio e la realizzazione delle attività sono state: la scarsa formazione scolastica e professionale della popolazione e la frammentazione politica e sociale, con un tasso d’inflazione che ha superato il 30 per cento. I risultati sono stati raggiunti solo grazie al paziente lavoro fatto dal personale italiano e locale, nel coinvolgere direttamente le famiglie, le scuole, le mamme e i bambini. Le strutture pubbliche, come l’ospedale e il carcere, sono state trasformate in punti di riferimento per il territorio.
 
Quali nuovi risultati avete raggiunto?
I risultati ottenuti superano ogni più rosea aspettativa iniziale: 84 tecnici agricoli formati; 49 campi dimostrativi realizzati all’ospedale, nelle scuole, presso piccoli produttori agricoli e in 36 famiglie; 133 seminari con 3.638 presenze; sei specie di amaranto messe a coltura; 90 ettari di terreno agricolo; 15 piccoli produttori agricoli; un impianto di trasformazione; un centro di formazione; oltre 2.300 alunni coltivano amaranto e lo utilizzano nelle mense scolastiche; iscrizione al Registro Nazionale (Renspa) del Servizio Nazionale di Sanità e Qualità Agroalimentare (Senesa).
Quali sono le prossime tappe?
Gli studi fatti sulla redditività economica nella coltivazione di Amaranto hanno mostrato una percentuale molto elevata di possibili ricavi che cambierebbero radicalmente la vita di migliaia di famiglie, donne e bambini malnutriti a rischio di morte per fame. Stiamo quindi cercando imprenditori e investitori interessati a potenziare le coltivazioni, ampliando i terreni coltivabili, rafforzando la fabbrica di trasformazione dell’amaranto, sviluppando la formazione e investendo in nuovi progetti, anche in altri Paesi.
 
Intendete replicare il progetto in altri Paesi o in altri contesti?
La particolare facilità di coltivazione dell’Amaranto e la sua elevata capacità nutrizionale, fa sì che questo progetto possa costituire una concreta risposta alle necessità nutrizionali di molti Paesi e soprattutto per bambini e persone svantaggiate e a rischio di morte per fame. Abbiamo avviato verifiche di nuovi progetti in Etiopia, Mozambico e altri Paesi africani. Anche in Italia ci sarebbe interesse. 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

Leggi il manifesto e partecipa