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Cosa vuol dire chilometro zero quando si parla di cibo

Sostenibilità / -

© Tammy Hanratty/Corbis

Il mercato e le politiche commerciali delle grandi multinazionali del cibo dilatano la distanza geografica tra il produttore e il consumatore. Ecco perché le nostre tavole accolgono una sovrabbondanza di cibo standardizzato, coltivato in media a 2000 chilometri di distanza.

L’area di produzione degli alimenti deve tornare a essere coincidente o quasi con i luoghi in cui gli stessi venivano consumati, per tutelare la tradizione culinaria locale e per abbattere la soglia dell’inquinamento ambientale.
Tornare a un atteggiamento di ricerca del cibo nelle aree limitrofe all’abitazione induce a un riequilibrio degli usi alimentari e a un rapporto con il territorio non esasperato dalla produzione intensiva. La vendita di cibo nei supermercati, in una realtà centralizzata e isolata, raggiungibile spesso solo con la macchina denuncia l’impossibilità del consumatore di essere educato a scegliere e a usare il cibo. Nei supermercati gli alimenti sfilano sotto gli occhi delle persone tutto l’anno, con pochissime variazioni stagionali, con una disponibilità assolutamente sovradimensionata per il singolo compratore. Ciò non avviene nei mercati in cui il consumatore instaura un contatto diretto (fisico e visivo) con il cibo, raramente confezionato e quasi mai fuori stagione.

La diffusione nei cosiddetti farmer’s market dei prodotti a filiera corta o a chilometro zero è una politica economica mirata alla gestione della produttività locale e alla rivalutazione di un sistema produttivo di qualità. Si definisce a chilometro zero il cibo che viene prodotto e venduto nello stesso luogo (o poco distante), in cui la compra/vendita è gestita dal produttore senza passare per uno o più intermediari. Per esempio, nella filiera agroalimentare la frutta e la verdura vengo coltivate da un agricoltore, lavate e pulite da una seconda azienda, confezionate in un altro stabilimento e da questo con un’azienda trasportatrice vengono distribuite nei vari ingrossi alimentari. Quando questa merce non arriva dall’estero, comunque non è soggetta alla vendita diretta perdendo così la freschezza e la qualità di un prodotto appena colto.

Ovviamente la società e le nostre abitudini alimentari, tarati su un apporto nutrizionale proveniente da una dieta varia, non ammettono in assoluto il sistema commerciale a chilometro zero. Non è pensabile che le banane, o rimanendo in ambito nazionale il Parmigiano Reggiano e il pomodoro pachino, vengano consumati solo dagli abitanti delle strette aree limitrofe, quanto invece è possibile e necessario ridurre drasticamente i trasporti delle derrate alimentati. L’Italia è produttrice di una grande varietà di mele, nei supermercati però vengono vendute anche quelle provenienti dalla Cina, prodotte a 8.100 chilometri (Food Miles) di distanza. Così pure per le arance spagnole (1.800 chilometri), il grano ucraino (1.675 chilometri) o canadese (6.727 chilometri), gli asparagi peruviani (10.000 chilometri) e il kiwi neozelandese (18.600 chilometri).

Su questo tema c’è chi ritiene che la distribuzione commerciale crei ricchezza, vietando quindi il traffico alimentare ai popoli si sottrae loro la disponibilità di cibo, oltre al fatto che non sia eticamente corretto che olio italiano possa fare il giro del mondo mentre questo viene impedito, per esempio, al vino cileno o all'uva sudafricana. Bisogna riconoscere che non tutte le aree del nostro pianeta producono cibo a sufficienza per sfamare le popolazioni autoctone, quest’ultime devono essere sostenute nell'approvvigionamento delle risorse alimentari. Questo però non il caso dell'Italia. Proprio perché l'Italia è in grado di fornire cibo alla popolazione insediata, garantendo una dieta varia e un apporto nutrizionale bilanciato, non è necessario incrementare le importazioni alimentari nel nostro territorio ma sviluppare i mercati locali per la distribuzione di cibi freschi e di qualità.

Secondo l’Aci, nel 2012 in Italia l’85,5 per cento del trasporto delle merci è avvenuto su strada con autocarri. L’uso di veicoli gommati comporta l’incremento dei consumi dei carburanti, la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico e acustico e anche una cospicua percentuale di perdita dei prodotti. Ciò avviene su qualsiasi prodotto, ma sulla commercializzazione del cibo è intollerabile.
Le emissioni di CO2 delle arance che arrivano su strada dalla Spagna rilasciano nell’atmosfera 245 KgCO2, l’aglio pakistano compie 3.300 chilometri emettendo 1.185 KgCO2 per viaggio aereo. I dati Istat riportano che solo nel 2013 sono arrivate in Italia 1miliardo di tonnellate di merce da tutto il mondo. La somma dei trasporti per tutti paesi del mondo lasciano solo immaginare quante emissioni inquinanti ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera.
 
La globalizzazione e i liberi mercati degli agricoltori sono un fenomeno che difficilmente avrà un’inversione di marcia, almeno non a breve termine. Frenare il traffico alimentare è possibile perché è una scelta che ognuno di noi può fare singolarmente, producendo effetti benefici per tutti. In un report del marzo 2014, Coldiretti afferma che la compra/vendita di prodotti a chilometro zero nei mercati degli agricoltori è aumentata del 67 per cento a fronte di un calo del 4 per cento delle vendite a causa della crisi.
 
Al giorno d’oggi pensare a una distribuzione del cibo solo a chilometro zero è una ideologia radicale poco applicabile a un contesto globale. Il pianeta ha bisogno di una cura concreta e unitaria contro l’inquinamento e contro la malnutrizione. Scegliere un’alimentazione quanto più possibile a chilometro zero è sostenibile, restituisce agli agricoltori la gestione della filiera alimentare e ci nutre con prodotti più sani. I vantaggi sono per tutti, pianeta compreso.

La sostenibilità è uno dei temi fondamentali di Expo Milano 2015. Vieni in Expo Milano 2015 e scopri tutte le sue sfaccettature e significati. 
 

Fatica e poesia nel deserto. I Paesi Partecipanti al Cluster Zone Aride di Expo Milano 2015

Cultura / -

 
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Mali, pastore nella tempesta di sabbia
© Remi Benali/Corbis
Mali, carovana nel deserto
© Hugh Sitton/Corbis
Gibuti, Lake Assal, carovana del sale
© Jean Du Boisberranger/Hemis/Corbis
Gibuti, città di Gibuti
© Anthony Asael/Corbis
Eritrea, Teseney, tempesta di sabbia
© Andrew McConnell/Robert Harding World Imagery/Corbis
Eritrea, gruppo etnico Bilen
© Bruno Morandi/Hemis/Corbis
Mauritania, Richat Structure, erosione del deserto di pietra
© Corbis
Mauritania, dipinto con ‘fo khoule’ a base di calcare
© Margaret Courtney Clarke/Corbis
Mauritania, spiaggia di Nouakchott, barche di pescatori
© George Steinmetz/Corbis
Palestina, beduini pastori di pecore
© Robert Wallis/Corbis
Palestina, pastori
© Abed Al Hafiz Hashlamoun/epa/Corbis
Palestina, Nabius, raccolta di olive
© Alaa Badarneh/epa/Corbis
Senegal, donne scendono le dune
© Gil Giuglio/Hemis/Corbis
Senegal, Lac Rose, tumuli di sale
© Nik Wheeler/Corbis
Senegal, foresta di baobab, mandriano con bestiame
© Frans Lanting/Corbis
Somalia, costa desertica
© Michael S. Yamashita/Corbis
Somalia, pastori e dromedari camminano verso l’abbeveratoio
© Andrew McConnell/Robert Harding World Imagery/Corbis
Somalia, studente
© Jason Florio/Corbis

Il concetto di aridità richiama alla mente le zone desertiche del Pianeta, in cui risulta molto difficile vivere e gestire al meglio le poche risorse idriche, eppure un quinto della popolazione abita in aree caratterizzate dalla scarsità d’acqua e, sopratutto, non tutte le zone aride sono uguali. Gli ambienti aridi infatti sono estremamente diversi in termini di suoli, fauna, flora, equilibri idrici e di attività umane.

Rifkin: “Per sfamare tutti occorre una rivoluzione, diventare vegetariani e abbandonare gli Ogm”

Economia / -

Jeremy Rifkin
© Thierry Tronnel - Corbis

Il futuro del Pianeta è a rischio, siamo ad un punto cruciale e occorre una svolta, altrimenti è a rischio la nostra stessa esistenza. È quanto spiega Jeremy Rifkin, economista statunitense, attivista del movimento pacifista negli anni sessanta e settanta, autore di numerosi libri.

Il futuro del Pianeta è a rischio, siamo ad un punto cruciale e occorre una svolta, altrimenti è a rischio la nostra stessa esistenza. È quanto spiega Jeremy Rifkin, economista statunitense, attivista del movimento pacifista negli anni sessanta e settanta, autore di numerosi libri, e assistente personale di Romano Prodi sulle questioni energetiche quando era Presidente della Commissione europea.

“La parte della popolazione più ricca del Pianeta vuole mangiare sempre più carne e in venti o trenta anni da ora il 60 percento della terra coltivabile sarà destinato a cibare gli animali di cui ci cibiamo a nostra volta. Questa è una terribile ingiustizia per l'intera umanità ed è anche un disastro ambientale. Quello che dobbiamo fare per evitare tutto questo è scendere alcuni gradini della catena alimentare. Siamo onnivori e possiamo decidere di mangiare più vegetali con una piccola quantità di carne, se non diventare vegetariani. Se vogliamo cominciare a sfamare il Pianeta dobbiamo indirizzare la nostra dieta da una a base di carne a una di vegetali. Allo stesso tempo dobbiamo muoverci da un'agricoltura centrata sulla chimica e sugli Ogm ad una più organica e sostenibile. Nel Ventesimo secolo, infatti, il motto dell'agricoltura è stato “uccidere tutto attorno al cibo”. Sono invece a favore di un cibo ecologico, organico e sostenibile e per eliminare pesticidi e Ogm andando verso una biologia più avanzata, la marker system selection. Il cibo dice molto di noi stessi. Se coltiviamo con molti agenti chimici questo si tramuterà in un deterioramento della nostra salute. L'Italia - continua Rifkin che è anche Ambassador di Expo Milano 2015 -  è il posto perfetto per tenere questa Esposizione Universale perché chi pensa all'Italia pensa al cibo. Il mondo guarderà all'Italia per scoprire nuove idee legate al cibo”.
 
Stiamo attraversando una crisi economica senza precedenti. La sua ricetta per superarla è il capitalismo umano. Ci può spiegare meglio?
“Quello di cui abbiamo bisogno è di una terza rivoluzione industriale. La seconda ha avuto come perno l'energia combustibile fossile. Ha avuto un enorme impatto positivo sull'economia, ma a spese dell'ambiente, con l'inquinamento dell'intero pianeta e la nostra potenziale estinzione. Un prezzo piuttosto elevato da pagare. La terza rivoluzione industriale sta avvenendo in alcuni Paesi europei e del resto del Mondo. Internet si sta trasformando in un super-Internet delle cose e questo permette potenzialmente a miliardi di persone di produrre beni e servizi e condividerli con tutti. Abbiamo già milioni di giovani che producono energia verde con l'eolico e il solare. È gratis, non inquina ed è ecologicamente sostenibile. Ci sono poi giovani che condividono anche mezzi di trasporto, con il car sharing ad esempio. Per ogni macchina condivisa, quindici sono eliminate dalla produzione. Si comincia a condividere anche la casa con AirB&B. Siamo di fronte ad un'economia ibrida, parte capitalistica e parte di condivisione. L'Internet delle cose, grazie alla possibilità che dà ad ognuno di produrre beni e servizi ad un costo marginale praticamente uguale a zero, equivale alla democratizzazione dell'economia. In 25 anni questo porterà le persone ad essere 'pro-sumers', sia produttori sia consumatori con un minore utilizzo delle risorse naturali”.
 
Il Pianeta è quindi nelle mani dei giovani. Lei crede molto in queste nuove generazioni.
“Grazie all'utilizzo dei social media come Facebook e Twitter i giovani sono impegnati in una discussione globale. Si sta cominciando a vedere oltre le divisioni e all'intera umanità come una famiglia allargata. I giovani quando tornano a casa chiedono ai genitori perché utilizzano tanta acqua, perché c'è la televisione accesa anche se nessuno la guarda, perché ci sono due macchine in famiglia e perché c'è un hamburger nel piatto. Per allevare il bestiame per l'hamburger, infatti, è stato magari tagliato un pezzo di foresta tropicale con un impatto sul cambiamento climatico. I giovani stanno imparando che ogni azione ha una conseguenza e che ci sono delle orme che si lasciano sul Pianeta. Questa è la buona notizia per la Terra. La missione prioritaria per la nuova generazione nel Ventunesimo secolo è di mantenere la biosfera sana”.
 
Il rischio maggiore che stiamo correndo sono i cambiamenti climatici?
“Siamo ad un punto cruciale per il nostro Pianeta, ad un punto di svolta. Quello che le persone non realizzano è quanto siano terrificanti i cambiamenti climatici perché hanno la potenzialità di cambiare il ciclo dell'acqua. Ciò che occorre comprendere è che per ogni grado in più di surriscaldamento globale, l'atmosfera assorbe il 7 percento in più d'acqua dalla superficie terrestre e come conseguenza si hanno eventi naturali sempre più estremi. Gli scienziati ci dicono che siamo nel periodo della sesta estinzione della storia della Terra. Ogni volta che è accaduto la vita è stata eliminata molto rapidamente e sono occorsi circa dieci milioni di anni per ricreare la biodiversità. Il 70 percento della vita che c'è ora potrebbe essere cancellata entro la fine di questo secolo. Quello che dobbiamo fare è creare un metodo più sostenibile per vivere sul Pianeta”.
 
Ci sono comunque delle forze che non vorrebbero questo passaggio, che si oppongono alla terza rivoluzione industriale?
“Il problema è tra vecchio e nuovo. Abbiamo alcuni settori industriali tradizionali, come il petrolifero e le Tlc, che non hanno ancora compreso che ormai hanno fatto il loro tempo. Le nuove generazioni si stanno muovendo verso una società più ecologicamente sostenibile. Le vecchie generazioni vedono il potere come una piramide, le nuove lo intendono in maniera orizzontale, trasparente e aperta. Stiamo assistendo ad un cambiamento del modo di pensare”.
 
 

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