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Il 5 giugno è la Giornata Mondiale dell’Ambiente. L’Unep festeggia a Expo Milano 2015

Sostenibilità / -

Ambiente Onu
© Pacifica/Corbis

Il 5 giugno è la Giornata Mondiale dell’Ambiente indetta dalle Nazioni Unite nel 1972. Il suo scopo è preservare le ricchezze ambientali presenti sulla Terra. Il focus di quest’anno è dedicato al consumo responsabile delle risorse che il Pianeta ci mette a disposizione.

Sette miliardi di sogni, tanti quanti sono gli abitanti dell’unico Pianeta che abbiamo a disposizione: la Terra. “7 billion dreams. One Planet. Consume with care” è il motto della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2015 che si celebra ogni 5 giugno dal 1972. Da quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la istituì per ricordare il primo grande vertice internazionale dedicato alla salvaguardia del patrimonio ambientale che la natura ci mette a disposizione. Fu proprio la Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano che si tenne nella capitale della Svezia 43 anni fa, a dar vita al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’Unep.
 
L’Italia ospita le celebrazioni ufficiali
Quest’anno le celebrazioni principali si tengono a Expo Milano 2015 dove è in corso la prima Esposizione Universale dedicata alla nutrizione. Esposizione all’interno della quale le Nazioni Unite sono protagoniste grazie al percorso accomunato dal tema “The Zero Hunger Challenge. United for a sustainable world”, ovvero la sfida "Fame Zero", uniti per un mondo sostenibile. L’attenzione posta quest’anno dall’Unep e dal suo Direttore Achim Steiner è sui consumi. Già adesso, infatti, consumiamo molte più risorse di quante la Terra ce ne metta a disposizione, ponendo in serio pericolo la sostenibilità dell’unico Pianeta che ci ospita.
 
Una giornata fondamentale all’interno dell’Expo accolta con entusiasmo anche dal Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Abbiamo un’occasione unica quest’anno, quella di beneficiare di un contesto eccezionale, globale e multi-dimensionale, che potrà stimolare riflessioni e azioni nuove su questi temi, anche in vista di alcune decisioni cruciali che dovranno essere prese nei prossimi mesi: il lancio dell’Agenda per lo sviluppo post 2015 delle Nazioni Unite, a settembre, e il nuovo accordo sul clima, a dicembre”.
 
Consuma meno, consuma meglio
Nel mondo ci sono ancora 795 milioni di persone che soffrono la fame secondo gli ultimi dati diffusi dalla FAO nel rapporto The State of Food Insecurity in the World 2015. Nonostante questo, sono 1,3 miliardi le tonnellate di cibo che ogni anno non vengono consumate perché sprecate. Numeri inaccettabili secondo Steiner che ha dichiarato di essere al fianco della FAO per riuscire a raggiungere presto l’obiettivo “Fame Zero”, entro la prossima generazione.
 
Alle celebrazioni del 5 giugno, oltre a Steiner e a Galletti, partecipano anche il Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva e il Goodwill Ambassador dell’Unep Yaya Touré. Ambasciatore dal 2013, il calciatore ivoriano in forza al Manchester City ha come obiettivo principale quello di sensibilizzare la comunità internazionale sulla questione del bracconaggio che sta decimando la popolazione degli elefanti africani, anche loro patrimonio ambientale inestimabile. E non è un caso se la Nazionale di calcio della Costa d’Avorio è anche nota come “Gli elefanti”.
 

Domitilla Melloni. L'obesità è un mistero che mi ha insegnato ad accettare me stessa

Cultura / -

domitilla melloni interv imm

Se Franco Berrino, epidemiologo ed esperto di correlazione tra cibo e tumori, raccomanda di mantenersi snelli per tutta la vita, c’è chi, per problemi di salute, non può seguire il suo suggerimento. La filosofa Domitilla Melloni, che si racconta in un romanzo autobiografico appena uscito, affronta un tema scomodo del nostro tempo, quello dell’obesità che dal 18 dicembre scorso, secondo la Corte Europea, può essere considerata un handicap.

Obesità come handicap  Dal 18 dicembre, per la Corte Europea, l’obesità è considerata una disabilità perché compromette, in alcuni casi, la partecipazione al lavoro. Che effetto le fa questa decisione?
Sapevo che si era parlato di questa possibilità, ma non sapevo che fossimo arrivati ad una decisione. Credo sia giusto perché, ad esempio, ieri sono andata a comprare degli abiti - ovviamente io devo comprarli in negozi che non sono quelli normali– e ho potuto vedere delle persone i cui movimenti, la cui possibilità di stare in uno spazio, di interagire con gli altri e con gli oggetti è davvero molto difficile. Che si possa parlare di disabilità certo non è esaustivo, però è importante. Sull’inclusione e sulla non discriminazione dei disabili è stato fatto un lavoro enorme che sull’obesità non è ancora stato compiuto, quindi il fatto che alcune persone possano rientrare nella categoria dei disabili veicola la possibilità che essi non possano più essere dileggiati o esclusi come prima.

Luce sull’obesità Nel suo libro Forte e sottile è il mio canto, lei scrive ‘che nell’opinione comune, se se sei grassa è colpa tua e che, anche se questa visione ha un fondo di verità, si tratta comunque di una verità incompleta’. Quali sono gli aspetti che non conosciamo?
Non sappiamo che l’obesità è una malattia complessa. Il medico che mi curava mi diceva sempre che esiste un fenotipo obeso, quello che si vede, ma che dietro un fenotipo obeso esistono una pluralità di genotipi di cause genetiche. Nel mio caso la diagnosi era “sindrome dell’ovaio policistico”, una sindrome metabolica che secondo il mio medico aveva comunque delle origini genetiche. Fino a che ci limiteremo a pensare che sia soltanto un disturbo di tipo psicologico, stiamo su una china pericolosissima che è la china dell’onnipotenza psichica sul corpo, ma il corpo si ammala anche quando la mente non vuole. Abbiamo avuto, nell’ultimo secolo e mezzo, la possibilità di vedere che alcune manifestazioni di malattia corporea erano determinate dalla psiche. Freud ci ha insegnato questo, con la psicoanalisi, ma non possiamo farne un assoluto.

Cibo e simbolo Quali sono le valenze simboliche del cibo?
La risposta a questa domanda potrebbe essere inesauribile. Potremmo parlarne per dei giorni. Come la sessualità,  sono quegli atti che hanno a che fare con la sopravvivenza diretta della specie. Il cibo, la cura nel prepararlo, non è più il semplice nutrimento degli animali. Riguardo il cibo, si è sviluppata un’attenzione simbolica enorme. Attraverso la cura degli alimenti, l’uomo manifesta la propria cultura. La vita si appoggia sul cibo, attraverso di esso parliamo di noi, del nostro modo di vivere, sappiamo che c’è una variazione enorme tra le tradizioni culinarie, nei luoghi e nella storia. Il cibo evolve attraverso il tempo insieme alla nostra cultura e questo non può accadere senza che si carichi di significati simbolici importanti.
 
Programmi tv sul cibo Da diverso tempo, le televisioni italiane e straniere producono seguitissimi format incentrati sul cibo e sulla preparazione degli alimenti. Qual è secondo lei la ragione del proliferare di questi programmi?
Io credo che i motivi possano essere moltissimi e probabilmente hanno a che fare con gli aspetti simbolici di cui si parlava prima. Sicuramente, è una reazione, dal punto di vista generazionale, perché noi veniamo da un periodo di fame. La mia bisnonna era famosa perché, con pochi soldi, andava a fare la spesa la sera e comprava le carote mezze marce, ma era una cuoca eccezionale perché con quel poco riusciva a fare moltissimo. La nostra tradizione è legata al cibo che manca, al cibo che non c’è, poi con la fine della seconda guerra mondiale, le cose sono cambiate e il cibo da noi è diventato oggetto di spreco, ma anche di una incuria molto interessante. La generazione dei nostri genitori ha scoperto il dado, i cibi pronti. Probabilmente c’è stata una decadenza anche da questo punto di vista.

Le diete Dieta vegana, dieta purificante, dieta Duncan. Le diete e i regimi alimentari di moda sembrano la reintroduzione moderna di discipline antiche come la mortificazione, l’astinenza e il digiuno. Secondo Umberto Galimberti, le diete e l’esercizio fisico non servono tanto a garantire la salute del corpo, quanto a mantenere l’equilibrio interiore. Cosa ne pensa?
La dieta quotidiana può essere vista come una disciplina, come una serie di esercizi che in qualche modo servono a stabilire una consapevolezza di sé. In questo senso, credo che abbia ragione Galimberti, ma non penso che si possa leggere solo in questa chiave.
Purtroppo c’è anche un altro aspetto che è quello legato al corpo simulacro, al corpo ‘carne’ che va imbrigliato, che va domato e quindi ancora una volta torniamo a parlare dell’aspetto prestazionale del cibo che porta a raggiungere una perfezione inesistente attraverso questa attenzione esasperata. Da qui, nascono tutta una serie di disturbi alimentari, per cui si cerca di controllare una vita che sfugge e che vorremmo fosse perfetta con le dieta, quando però la perfezione non è raggiungibile. 

Cause La sua condizione è causata da una malattia fisica, ma spesso l’obesità è generata da abitudini alimentari sbagliate. Penso a Paesi del mondo come gli Stati Uniti dove la cultura alimentare, almeno quella popolare, privilegia il cibo spazzatura. Quanto conta la qualità del cibo che si ingerisce con i problemi legati all’obesità?
Credo che conti moltissimo, ma bisogna dire anche che nei Paesi dove il junk food ha preso il sopravvento c’è una enormità di casi di obesità, ma è anche vero che l’obesità esiste anche in Paesi dove il cibo non c’è. Anche qui, lo sguardo deve essere complesso: il junk food è dannoso, è pericoloso e sicuramente la predisposizione all’obesità viene favorita da uno stile di vita sbagliato come la mancanza di movimento o come la mancanza di cibo sano. Credo che le cause ambientali facciano parte di quella pluralità di fattori che stanno alla base dell’obesità, ma non è possibile adottare un unico punto di vista e considerarlo esaustivo. Così come non si può ridurre la causa dell’obesità al solo fattore psicologico, al controllo di sé che non c’è, non lo possiamo neanche attribuire solo ai fattori ambientali. Quando vi era poco cibo, nelle civiltà antiche molte divinità erano donne obese e l’obesità era considerata un vantaggio sociale.

Bulimia Lei racconta di aver vissuto anche dei lunghi periodi di bulimia. Come li ha superati?
Io sono finita nella bulimia perché mi ero messa a dieta e il medico che mi curava allora era uno di questi medici che definisco ‘prestazionali’. Mi diede una dieta completamente squilibrata per quelli che sono i criteri di oggi e, nel momento in cui perdevo una quantità di peso spaventosa in pochissimo tempo, era trionfante. Lui mi mostrava come un grande successo, anziché allarmarsi. Questo aveva generato in me la paura di acquistare peso e la bulimia arrivò come conseguenza di questa dieta. Ho superato la bulimia grazie a mio marito e ai miei genitori. Noi non sapevamo cosa fosse, sapevo solo che mi giudicavo spaventosamente colpevole. Quando ho trovato la forza di parlarne, sono stata accolta. Nel mio caso, e non voglio in nessun modo generalizzare, è stato l’amore accogliente della mia famiglia che mi ha aiutato a non sentirmi sola di fronte a qualcosa che non capivo.

Accettazione La maggior parte delle persone è convinta che l’obesità in qualche modo si possa curare. Lei invece è passata dalla lotta contro i chili in più fino all’accettazione di sé. Come ci è riuscita? Ho fatto un grosso lavoro analitico. Se non lo avessi fatto, forse non sarei riuscita ad integrare degli aspetti che vivevo come minaccianti e che provocavano in me la scissione di cui parlo nel libro. Sicuramente, è stato molto importante il ruolo dei medici e, in particolare, l’incontro con un medico che è andato oltre la semplice colpevolizzazione, quando ho potuto vedere una persona che lavorava al massimo livello in quel campo che faceva un’ammissione di impotenza di fronte a quello che definiva un mistero. Lui diceva: ci fermiamo alla dieta e al movimento perché non ne sappiamo di più. A quel punto, non mi sono sentita più sola. Sapevo che c’era un’accettazione da parte del medico. Capisco che ci siano persone felici di trovare soluzioni che portano ad avere un corpo più simile a quello della perfezione richiesta dalla società, ma a me non bastava. Uno dei momenti più duri della mia vita fu quando pesavo 55 chili. Non potevo essere contenta ed accettarmi, semplicemente stando dentro uno standard che mi era imposto.

Gusti dei filosofi Diogene adorava il polpo crudo, Freud il bollito, Rousseau i latticini. E Domitilla Melloni? Qual è il suo alimento preferito?
Sono una onnivora. Ho la fortuna di essere figlia di emiliani, nata e cresciuta nelle Marche per tre anni, ho vissuto in Piemonte e ho sposato un lombardo, ma devo dire che non so resistere alla pizza napoletana, quella vera.
 
 

Haiti. La sua economia riparte dai contadini

Sostenibilità / -

ICEI Haiti imm rif
Marco Bello CISV

Haiti non si è ancora ripresa dal terremoto del 2010: tra ricostruzione e povertà endemica, cicloni e siccità, gli aiuti internazionali non sono riusciti a fare la differenza. Con qualche preziosa eccezione, come quella rappresentata da due ONG italiane.

Per un povero, apprendere l’arte della pesca è assai più utile che ricevere in dono un pesce. Il concetto è semplice e l’umanità lo conosce fin dai tempi di Confucio: vale a dire – decennio più, decennio meno – da circa 2500 anni. Salvo dimenticarsene in epoca assai più recente, per esempio quando si è trattato di soccorrere Haiti massacrata dal terremoto del 12 gennaio 2010: catastrofe immane, responsabile della morte di oltre 220.000 persone e dell’azzeramento di un’economia più fragile persino delle baracche di Port-au-Prince.
 
A volte gli aiuti umanitari danneggiano la popolazione
Insieme a farmaci e ospedali da campo, la solidarietà internazionale ha riversato nel Paese tonnellate e tonnellate di cibo. Soccorsi benedetti, indispensabili per tamponare almeno in parte l’emergenza dei primi mesi, ma inadatti a creare sviluppo. Anzi, sul lungo periodo controproducenti per l’intero sistema produttivo haitiano: un sistema che coincide, di fatto, con il solo settore primario. Infatti per alcuni anni ad Haiti sono stati distribuiti – gratuitamente o quasi – alimenti prodotti all’estero, tarpando le ali a quei contadini che nel frattempo avevano ripreso a coltivare la terra e cercavano di vendere i loro prodotti, a prezzi reali, nelle città. Paradossalmente, gli aiuti hanno riproposto la stessa dinamica che già negli anni ’90 aveva messo in ginocchio l’agricoltura del Paese: all’epoca era stata l’apertura indiscriminata dei mercati ai prodotti alimentari stranieri, più economici di quelli locali, a far fallire le piccole realtà haitiane, causando l’abbandono delle campagne. Che un tempo erano mitizzate anche in Europa per la qualità e l’abbondanza del loro riso, del caffè, della canna da zucchero, ma che oggi devono fare i conti anche con il cambiamento climatico: cicloni devastanti e periodi di siccità sempre più lunghi. E richiedono investimenti mirati per tornare a essere produttive.
 
Ma ci sono ONG che si distinguono aiutando gli agricoltori
Per fortuna, nel mondo della cooperazione c’è stato anche qualcuno che ha scelto di andare controcorrente. Mentre i più si limitavano a regalare cibo, due ONG italiane, CISV e ProgettoMondo MLAL, hanno deciso di aiutare gli agricoltori della regione dell’Artibonite, nella zona centro-occidentale del Paese, e quelli del Municipio di Léogâne, particolarmente colpiti dal terremoto, poco a ovest della capitale. Per entrare in sintonia con le loro necessità hanno coinvolto nel progetto di sviluppo anche alcune realtà associative haitiane, come OJL 5 - Oganizasyion Je Louvri, e ormai da alcuni anni sono attive su più fronti. In primo luogo quello della costruzione di reti d’irrigazione – indispensabili per le risaie – e di altre infrastrutture essenziali, ma anche quello dell’accesso al credito e della formazione dei contadini, per diffondere le tecniche agroecologiche. Inoltre si occupano di coordinamento logistico per l’approvvigionamento di sementi e concimi e allestiscono vivai di alberi da frutto, affidandoli alle cure delle donne e utilizzandoli anche a scopo didattico, in collaborazione con le scuole.
 
Insomma, CISV e ProgettoMondo MLAL si sono ricordati di quel vecchio aforisma d’ascendenza confuciana, forse banale e poco trendy, che invita a insegnare a pescare anziché donare pesce. Con un adeguamento sostanziale, però: prima di trasferire le loro conoscenze, hanno preferito ascoltare e dialogare con gli agricoltori di Haiti e con le loro famiglie. Scoprendo che, più che di assorbire nozioni elaborate altrove, quei contadini avevano soltanto bisogno di qualcuno che li aiutasse ad affinare un sapere che già posedevano. E soprattutto di un sostegno concreto per (ri)metterlo in pratica.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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