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Grani antichi: una risorsa per il futuro

Sostenibilità / -

Intervista a Giuseppe Li Rosi
©Giuseppe Li Rosi/Terrefrumentarie

Nei forum italiani sull’alimentazione e sul cibo sta diventando sempre più comune parlare del recupero del patrimonio genetico delle varietà di grano locali.

La perdita di specie cerealicole, l’impoverimento dei suoli e l’aumento del numero di individui affetti da malattie legate alla malnutrizione hanno portato al reinserimento di varietà antiche nelle provette dei centri di ricerca, nei campi agricoli e sulle nostre tavole. Un fenomeno italiano che sta avendo largo seguito in tutto il mondo, spinto dalla necessità di fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici e della distribuzione ineguale delle risorse alimentari tra i popoli.
 
La storia del grano, le origini e le mutazioni
La coltivazione del frumento e il processo di panificazione hanno origini antichissime. Le prime tracce di addomesticazione del frumento selvatico nella mezzaluna fertile, il territorio che oggi va dalla Siria a parte dell’Egitto, risalgono a circa 12mila anni fa. Le prime testimonianze della raccolta delle sementi arrivano 10mila anni fa, epoca in cui l’uomo si è organizzato in una struttura sociale civile, la città. Le nostre città, quindi, devono la loro esistenza alla scelta dell’uomo di stanziarsi in villaggi, vicini ai campi agricoli che coltivava. 
 
Con l’avvento del XX secolo si iniziò a studiare il patrimonio genetico di molte specie cerealicole, grazie all’operato di Nazareno Strampelli. L’agronomo e genetista marchigiano selezionò numerose varietà di frumenti attraverso la cosiddetta “ibridazione”, l’incrocio tra più specie, cogliendo il plauso dei connazionali solo durante il fascismo. La cosiddetta “battaglia del grano” chiuse le frontiere dell’Italia al grano sovietico rendendo il paese indipendente dall’importazioni grazie alle “sementi elette”, come le definì Benito Mussolini.
 
Il fusto del frumento antico, più alto di quello moderno, si piega più facilmente sotto l’azione del vento e della pioggia. Le spighe di grano antico sono più grandi ma con un numero inferiore di semi e un contenuto inferiore di glutine, essenziale nei processi di panificazione. Per questo, la rivoluzione verde degli anni Sessanta ha portato alla selezione delle specie in grado di reagire agli attacchi dei parassiti, alla siccità e che restituivano raccolti più abbondanti e facilmente lavorabile con le macchine.
Il passo verso la mutagenesi indotta è breve. Nel 1974, nel centro di ricerca dell’Enea, Villa Casaccia di Roma, iniziano le sperimentazioni per nanizzare il grano. Il processo della mutagenesi indotta agisce attraverso la radiazione con raggi gamma del cobalto radioattivo sul DNA delle sementi. Oggi, le multinazionali detengono tutte le royalties sui grani moderni, ottenuti per mutagenesi. 
 
 
L’importanza del recupero dei grani antichi
In Italia, il sistema di monitoraggio Okkio alla salute del Centro nazionale di prevenzione e controllo delle malattie (Ccm), che fa capo al ministero della Salute, riporta che oltre il 40 per cento degli italiani soffre di patologie dovute a un regime alimentare sbagliato. Mentre per il Centro di ricerca sui consumi di suolo, 5 milioni di ettari di terreno agricolo non sono più fertili, motivo per cui la resa delle colture è sempre più bassa. Le cause di questi fenomeni vanno ricercate in un’educazione alimentare inappropriata e nella scelta di diversificare le colture cerealicole con grani mutati geneticamente.  
 
La salute umana così come la qualità del suolo sono determinate dalla biodiversità dei territori, per questo i danni inferti dal modello moderno di agricoltura industrializzata sono enormi. La produzione intensiva e in monocolture e la tecnologia hanno reso vulnerabili le colture ai cambiamenti climatici e alle nuove malattie. Le carestie che decimano la produzione nei paesi in via di sviluppo, la scarsa qualità delle risorse alimentari e la perdita continua di suolo sono solo le più evidenti.
 
Per migliorare la qualità della vita è necessario tornare alle pratiche agricole che per 10mila anni hanno costituito le basi della tradizione rurale di tutto il mondo. La ripresa da parte di alcuni agricoltori dei grani antichi permette il recupero dei materiali genetici delle varietà cerealicole locali sviluppando e  ricostituendo la biodiversità, quindi la ricchezza dei nutrienti disciolti nel suolo. La farina e la semola prodotte da sementi antiche sono molto più ricche di fibre, vitamine, antiossidanti. Per la salute umana sono più nutrienti rispetto a quelle prodotte dal grano moderno e forniscono gli elementi necessari per combattere la malattie cardiovascolari, il rachitismo, l’obesità e alcune forme di diabete. Tutto questo grazie alla profondità delle radici che assorbono dei nutrimenti non presenti in superfice senza l’aggiunta di concimi. 
 
Non solo salute
Le farine di grano moderno contengono per il 74 per cento di carboidrati, per lo più amido, e il 13 per cento di proteine, composte da gluteina e gliadina (responsabile del malassorbimento degli alimenti), nel caso della farina di manitoba arrivano fino al 18 per cento. La gluteina e la gliadina, a contatto con l’acqua, formano il complesso proteico del glutine che, negli impasti di farina moderna, fa arrivare fino a 400 W, unità con cui si misura la capacità di trattenere i gas. Gli impasti di farina di grano antico non superano i 100 W. Anche per questo motivo, le farine prodotte con grani moderni non sono assimilabili dal nostro intestino, la concentrazione di tossine amidacee e l’uso persistente influisce sulle funzionalità epatiche.
I cibi che contengono farina di grani antichi sono più gustosi e genuini, prodotti con un tipo di agricoltura biologica che rispetta il suolo e l’ambiente e tutela la salute umana e i diritti dei lavoratori. La filiera corta, infatti, valorizza il mondo rurale e la salvaguardia delle attività agricole contro le difficoltà competitive del mondo globalizzato. 
 
 
Le specie perse
L’Italia è il primo produttore di grano duro nell’Unione Europea, secondo Dipartimento di Economia dei Sistemi Agro-Forestali dell’Università degli Studi di Palermo. Nel 1927 nel nostro paese si contavano 291 varietà di frumento, 98 di queste venivano ampiamente coltivate. Nel 1971, si è registrata la scomparsa di 250 di queste popolazioni di grani. Oggi, in Sicilia, una delle prime regioni italiane per produzione di grano, la metà del grano prodotto è di una sola specie.
 
 
I programmi di sperimentazione colturale e recupero delle varietà antiche
La produzione di grano moderno prevede la coltivazione di sementi nanizzati, trattati con concimi e pesticidi chimici. Le colture a scala industriale, ma anche quelle gestite da piccole e medie imprese, prevedono l’impiego di macchinari pesanti e tecnologie che inquinano e impoveriscono il suolo.  
Per combattere la perdita di biodiversità e per tornare a una produzione più sana e rispettosa, in molte delle regioni dedite alla produzione di frumento sono attivi dei programmi di recupero delle varietà cerealicole antiche. Per esempio in Abruzzo, in provincia di Teramo, e in Emilia Romagna si coltiva una varietà importata dall’Egitto nel 400 d.C., la Saragolla, che presto fu soppianta dai grani venuti dell’Africa e dal Medio Oriente.
In Cilento viene coltivato un grano tenero semi selvatico già noto agli antichi romani, il Carosella, abbandonato per varietà più adatte alla trebbiatura meccanica.
E ancora, nell’alta Maremma si trovano campi di grano Verna, Gentilrosso e di Frassineto prefetti per il clima, l’altitudine e la tipologia del suolo. 
Mentre in Sicilia, nell’entroterra catanese, si coltiva il grano duro Timilia, già noto ai greci per la resistenza ai lunghi periodi di siccità e per questo particolarmente adatto al clima del bacino mediterraneo. 
 
 
 

Daniele Bragaglia. Per fare vera educazione alimentare, gli slogan non bastano

Economia / -

Daniele Bragaglia, managing director di Eridania Sadam

Al tavolo di lavoro moderato dal nutrizionista Giorgio Calabrese, ha partecipato anche il managing director di Eridania Sadam. Che spiega: il luogo giusto perché il tema degli stili di vita corretti non sia banalizzato è la scuola.

Bando alle semplificazioni. L’educazione alimentare è un investimento a lungo termine, e non vale la pena cercare ‘scorciatoie’ comunicative per trasmettere concetti complessi, che bisogna assimilare fin da banchi di scuola. Ne è convinto Daniele Bragaglia, managing director di Eridania Sadam (la sub-holding del comparto alimentare e agroindustriale interamente controllata dal Gruppo Maccaferri di Bologna), che lo scorso 7 febbraio ha partecipato all'Expo delle Idee Verso la Carta di Milano al tavolo di lavoro “Mondo obeso e malnutrito: salute, malattie e disturbi alimentari”, coordinato da Giorgio Calabrese, medico nutrizionista e docente di Dietetica e Nutrizione umana.
 
Come valuta il lavoro fin qui svolto dal suo gruppo?
È stato molto interessante. C’è stato un confronto multidisciplinare molto positivo tra mondo medico scientifico e aziende, che insieme hanno analizzato le problematiche collegate alla malnutrizione, che non sono solo legate all’eccesso o alla mancanza di alimenti, ma anche all’attenzione alla qualità del cibo, ad una regolare attività motoria e agli aspetti psicologici. Per questo  fare educazione alimentare, anzi fare “educazione alla salute” è un elemento fondamentale già dalla formazione scolastica; va poi indirizzata una apposita una apposita “educazione genitoriale alimentare” indirizzata alla famiglia interessando tutte le istituzioni coinvolte nella crescita del bambino, come asili e scuole elementari.
 
Qual è stato il contributo del fronte industriale?
Come industria produttrice abbiamo chiarito alcuni temi, che credo siano stati ben accolti. Primo tra tutti, il fatto che gli estremismi di qualunque tipo - spesso enfatizzati da articoli giornalistici italiani ed esteri - non servono oggettivamente a nulla, perché i problemi alimentari dei Paesi industrializzati hanno cause ormai assodate: il primo è l’eccessiva alimentazione collegata alla sedentarietà. Il secondo è la scarsa formazione alimentare o sanitaria, dal momento che su questo tema non si fa educazione a livello di scuola primaria, per lo meno nel nostro Paese. Certo, si possono usare anche altri veicoli di sensibilizzazione, come la televisione. Però credo che i media non riescano a incidere nel modo giusto sugli stili di vita, perché necessariamente fanno prevalere la semplificazione: questo fa bene, questo fa male. L’unica possibilità vera è investire molto nella formazione scolastica, perché nel lungo periodo aiuti a sedimentare le conoscenze corrette.
Come industria abbiamo poi ribadito che è necessario tenere conto del contesto nel suo complesso. Tutti sanno che è uno stile di vita scorretto che porta all’obesità. Quindi l’approccio corretto di una dieta è di mangiare di tutto ma con moderazione, facendo sufficiente attività motoria intesa nel senso più ampio del termine, per non squilibrare il bilancio energetico complessivo. Ritornando al mondo scolastico, i medici dello sport partecipanti a questo tavolo hanno purtroppo evidenziato che, a livello di scuola dell’obbligo, si fa sempre meno attività fisica.
Poi bisogna essere trasparenti nei confronti del consumatore, e trasparenza significa che vanno fornite tutte le informazioni possibili, ma in modo corretto e uniforme, le informazioni di interesse e di utilità per indirizzare una scelta consapevole. Purtroppo ancora oggi alcune etichette presentano claim non chiari o impropri. Io credo invece che l’industria di marca è pronta a confrontarsi sull’informazione che è giusto dare al consumatore finale per consentirgli di gestire autonomamente e correttamente la sua dieta.
 
A proposito di trasparenza dell’informazione, cosa pensa della nuova etichettatura europea, in particolare in merito all’origine degli alimenti?
Quando c’è la possibilità di dichiarare l’origine, è corretto farlo per permettere al consumatore di scegliere e di confrontare i prezzi e ai produttori di segmentare l'offerta. Ma la strumentalizzazione di questo concetto è sbagliata. Bisogna stare attenti a distinguere la malafede da aspetti tecnicamente ingestibili. Faccio l’esempio dello zucchero: su un consumo di 1,6 milioni di tonnellate, oltre due terzi sono importati. Questi quantitativi possono provenire da nazioni europee, come Francia e Germania, ma anche extraeuropee, come Mauritius, e quando lo zucchero viene mischiato come ingrediente, è impossibile dichiararne la provenienza esatta.
 
La nuova PAC ha messo in difficoltà la filiera saccarifera: com’è ora la situazione?
È un momento di grande difficoltà per lo zucchero nei paesi meno vocati alla produzione agricola della barbabietola come l’area mediterranea: al 30 settembre 2017 finiranno le quote di produzione e i prezzi minimi della materia prima, mentre i dazi doganali rimarranno in vigore fino al 2020. Una decisione politica che penalizza drasticamente i Paesi con una minor produttività agricola. Un primo risultato sul mercato è che  che, dal primo rilevamento europeo del 2006, non ci sono mai stati prezzi per lo zucchero così bassi con riescono a coprire i costi di produzione in questi Paesi.
Il problema è soprattutto di resa agricola: in Italia produciamo 8 tonnellate di zucchero per ettaro, contro i 12-13 dei tedeschi e 14-15 dei francesi. Una differenza del 40% che rende quasi impossibile per noi competere nella battaglia per il prezzo più basso.
Il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina, con il quale abbiamo instaurato un confronto molto costruttivo, il 26 gennaio 2015 ha portato sul tavolo del Consiglio dei Ministri UE il problema del futuro del settore saccarifero producendo uno specifico documento  a cui hanno aderito altri otto Paesi. La decisione conseguente è stata quella di istituire una apposita commissione per lo studio di tali aspetti ed eventuali decisioni conseguenti. .
Ci auguriamo che questo sforzo dia dei risultati concreti e in breve tempo, perché a queste condizioni è difficile mantenere l’attuale complessivo scenario bieticolo-saccarifero italiano.
 
Che cosa si aspetta da Expo Milano 2015?
Per l’Italia nel suo complesso è un’opportunità notevole, non solo per l’impatto turistico ma specialmente per ribadire l’eccellenza del nostro paese sul tema dell’alimentazione. Come dimostra il dibattito in corso a questi tavoli, e quello che poi si concretizzerà nella Carta di Milano, siamo in grado di produrre linee guida precise a livello non solo italiano ed europeo, ma mondiale.
Noi parteciperemo come Eridania (che quest’anno compie 115 anni di storia) nel Padiglione Corporate di Federalimentare - che racconta storia, cultura e filiera del settore -, mentre con la nostra consociata Naturalia Ingredients – che in Sicilia produce zuccheri naturali cristallini estratti dalla frutta – saremo presenti sia nel cluster Bio-Mediterraneo assieme alla Regione Siciliana sia nel Padiglione del Biologico e del Naturale.
 
 

Leymah Gbowee. Il Nobel per la pace lo darei alle donne di Ghana, Nigeria e Repubblica Centrafricana

Sostenibilità / -

Leymah Gbowee. Il Nobel per la pace ora lo darei alle donne
© Micheline Pelletier/Corbis

Con un esercito di donne ha prima riappacificato la Liberia, poi ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 2011. Con rabbia unita alla costanza, con indignazione unita alla voglia di ricostruire, Leymah Gbowee è un esempio vivente di cosa può fare un’alleanza tra donne, ed è una perfetta testimone delle potenzialità di un progetto come WE-Women for Expo.

Nel 2002 Leymah Gbowee era una lavoratrice sociale, trentenne, immersa  dalla sanguinolenta guerra civile che dilaniava il suo paese, la Liberia, da 14 anni. Esasperata a tal punto tale da creare anch’ella un esercito. Di donne. Cristiane e musulmane insieme. Tutte insieme si misero in marcia verso Monrovia assediando la capitale con un sit-in lungo un mese, con iniziative che andavano dai gruppi di preghiera allo sciopero del sesso con i propri uomini. Quando i negoziati di pace in Ghana sono falliti, le sue “truppe” hanno bloccato le stanze in cui si stava discutendo, ad Accra, tenendo i delegati in ostaggio fino al raggiungimento di un accordo. Se ne andò Charles Taylor, il dittatore additato come uno dei maggiori responsabili degli anni di violenza, e arrivò la nuova presidente, Ellen Johnson Sirleaf, che con Leymah Gbowee ha condiviso, nel 2011, il premio Nobel per la Pace.
 
WE-Women for Expo è il progetto più importante relativo alle donne creato nel quadro di Expo Milano 2015, e il suo obiettivo principale si basa sull’assunto che, se in posizioni di potere, le donne possono affrontare problemi sociali come la fame nel mondo molto più efficacemente di qualsiasi altra persona, nel loro lavoro, nelle associazioni di cui fanno parte. E questa è la prima volta nella storia delle Esposizioni Universali che è stato creato un progetto come WE - Women for Expo, che probabilmente rimarrà attivo e operativo anche per le prossime Esposizioni Universali. Come pensa che le donne possano contribuire a lottare contro la fame?
Grazie, grazie davvero. Penso che fare una domanda sul contributo che noi donne possiamo dare a chi proviene dall’Africa occidentale sia come chiedere a lei “puoi respirare?” In Africa occidentale, la mia esperienza sociale è che le donne sono coloro che contribuiscono maggiormente alla sicurezza alimentare delle nostre varie comunità, sia che si tratti di aziende agricole su piccola scala, che di piccole attività commerciali. Quindi penso che questa domanda debba essere riformulata in questo modo: come possiamo rendere il contributo delle donne, che rappresenta circa il 60 - 70% nelle varie parti del mondo, per la sicurezza alimentare più sostenibile, portandolo da un supporto su piccola scala ad una scala molto maggiore? Ma se si parla di contributo per la lotta contro la fame, ritengo che già lo facciano ogni singolo giorno, ma questo non viene riconosciuto. Così non vi è sostenibilità né, tanto meno, finanziamenti per supportare il loro lavoro! Questa è la vera sfida che dobbiamo affrontare a livello mondiale, dobbiamo realizzare tutto questo su una scala molto maggiore.
 
Sì, uno dei focus principali di Women for Expo è anche trovare i finanziamenti per far emergere il giusto valore del lavoro delle donne, per lottare contro le discriminazioni. Ritiene che un’alleanza tra donne possa creare un vero valore aggiunto, una vera differenza?
Penso che uno degli obiettivi più importanti di un’alleanza di questo tipo sia di sensibilizzare l’opinione pubblica sui contributi che le donne stanno dando per lottare contro la fame. Penso che quando riusciremo – e parlo al “noi” perché io sono una donna – quando riusciremo a individuare degli alleati chiave che possano davvero aiutare a promuovere la causa delle donne, ebbene penso che questo possa davvero fare la differenza. Riunirsi e lavorare insieme è il primo passo. Avere un progetto economicamente sostenibile è il secondo passo. Dare il giusto valore al contributo delle donne è il terzo passo per identificare i principali stakeholder con cui allearsi per essere ancora più forti ed efficaci. Penso che questo sia il passo finale.
 
Le donne rappresentano una grande percentuale della forza lavoro nel settore agricolo in tutto il mondo. Ma in molti luoghi del mondo, fanno i lavori più poveri e più difficili. Questo è probabilmente dovuto a questa perdita di sostenibilità e di finanziamenti. Quindi, secondo lei, quali sono le priorità da affrontare per sanare questa contraddizione?
Come ho detto prima, ritengo che ci sia un serio bisogno di persone che prendano davvero in considerazione ciò che le donne hanno fatto e stanno attualmente facendo e dire “Dov’è il valore aggiunto in questa battaglia contro la fame e come possiamo investire per combattere questa battaglia?” Negli ultimi venti anni, una delle mie più grandi critiche è che molte persone sono arrivate in Paesi già distrutti dalla guerra e dove ci sono già agricoltori esperti e hanno detto “Bene, vogliamo dare loro una nuova vita.” E hanno cercato di allontanarli dal settore agricolo e trasmettere loro nuove competenze: “Forza, ti insegniamo come fare il pane o come cucire, oppure ti insegniamo come fare qualcos’altro.” Penso che sia importante che le persone ritornino alle loro comunità, sia che si tratti di aree rurali in Italia o in Liberia o anche negli Stati Uniti! La vera domanda che bisogna porsi è: “Cosa potrebbe migliorare l’attività agricola di questa donna, la sua sicurezza alimentare, e come noi…?” Per esempio, tante donne che fanno qualche attività o che lavorano nei campi nelle mie comunità in Liberia fanno tutto a mano, stanno curve per ore e ore. Penso che uno dei più grandi investimenti e obiettivi sarebbe insegnare loro come utilizzare alcuni macchinari, come usare i trattori e altre cose. E investire per cercare di mettere a disposizione delle comunità delle attrezzature per aiutare a migliorare il loro lavoro. Ma temo che continueremo a spendere tante belle parole e poi difficilmente qualcosa verrà fatto, un po’ come già è avvenuto per l’inclusione delle donne, e tanti altri temi, tra cui i diritti sessuali, i diritti riproduttivi. Ecco, per me è importante dare seguito a questa idea con una vera volontà politica, e quando si parla di volontà politica, è assolutamente fondamentale che vi siano dei fondi a disposizione di questo tipo di cause.
 
Lei di recente ha definito “molto insidiosa e delicata” una domanda sull’attuale, costante sbarco di uomini e donne dall’Africa sub-sahariana. Vengono da Senegal, Nigeria, Ghana. Non si tratta di profughi, nel senso che non stanno scappando da una guerra o da una persecuzione politica, ma stanno semplicemente cercando, per loro stesse o per le loro famiglie, di costruirsi una vita migliore, più dignitosa. Lei invece è rimasta in Africa tentando di cambiare le cose. Perché?
Ogni donna liberiana, e ci sono delle statistiche che lo dimostrano, è oggetto di violenza domestica. È quindi importante pensare al fenomeno dei migranti in modo molto più critico. Ancora una volta, i problemi che dobbiamo affrontare in Africa sono stati creati in altre parti del mondo e le persone normali non c’entrano nulla. L’Africa dispone di enormi risorse e ci troviamo sul gradino più basso della scala. Da cosa stanno scappando quelle donne? Alcune stanno effettivamente scappando da conflitti che hanno colpito le loro case, le loro famiglie. Altre stanno forse scappando dalla mutilazione genitale? Dalla povertà? Dalla violenza domestica? Dalla privazione del diritto al proprio corpo e all’educazione o da tutte queste cose insieme? Affermare che tutti i migranti stanno scappando dalla guerra significa dare un’accezione errata alla lotta per la dignità umana. Se ho la possibilità, cercherò sicuramente di trovare una migliore via d’uscita. E se l’Europa o l’America stanno offrendo questa possibilità, allora io sceglierei questa strada. C’è anche chi dice “Io rimarrò.” Ma altri ancora, appunto, dicono “Io me ne voglio andare da tutto questo e utilizzerò questa mia fuga come mezzo per far conoscere le problematiche sociali che altre donne devono affrontare”.
 
La sua esperienza in Liberia ha mostrato che le donne, se unite e informate, possono attuare grandi cambiamenti. Come si fa a sviluppare un movimento forte e influente come il suo?
Quello che bisogna fare è intraprendere un cammino insieme per aiutarsi a vicenda: io sono al tuo fianco per aiutarti a raggiungere gli obiettivi che tu ti sei prefissata. E per concretizzare questa idea, vi sono molti movimenti in tutta l’Africa e molti movimenti in tutto il mondo arabo. Ci sono donne nella Repubblica Centrafricana che si stanno mobilitando per la pace. Ci sono donne in Nigeria, in aree che sono state colpite da Boko Haram, che stanno continuando a lottare per pace. Ci sono donne nelle parte settentrionale del Ghana e in altre zone del continente africano dove ci sono delle crisi. Si stanno mobilitando e stanno discutendo su come rendere sicure queste comunità. In Liberia, abbiamo affrontato molte crisi e, da oltre un anno, ci stiamo rendendo conto che noi siamo in grado di avere la meglio. La vera mobilitazione è quella di piccoli gruppi basati all’interno della comunità. Mi aspetto che qualcuno si accorga del loro lavoro, come è accaduto con me quando mi hanno consegnato il Premio Nobel per la pace!
 
(Grazie a Giulia Rosmarini)
 

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