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Giuseppe Li Rosi. La forza dell'intuito e dei grani antichi

Sostenibilità / -

Intervista a Giuseppe Li Rosi
©Giuseppe Li Rosi/Terrefrumentarie

La sfida della società contemporanea è riconoscere l’importanza della terra, il ruolo della biodiversità contenuta nel suolo e la ricchezza che può nascere dallo sviluppo dell’agricoltura biologica.

In Sicilia, riscopriamo insieme a Giuseppe Li Rosi, pioniere dell’agricoltura biologica nell’isola e proprietario dell’azienda biologica Terre frumentarie, le fondamenta della nostra civiltà e le regole di una pratica antica per combattere la malnutrizione e la fame nel mondo.
 
Da quasi 10 anni ha deciso di coltivare nella sua azienda agricola solo le sementi  tradizionali della Sicilia. Cosa ha motivato la sua scelta e come è stato possibile per lei convertire la produzione della sua azienda da convenzionale in biologica? 
La storia della mia azienda agricola inizia con mio padre e i miei nonni, uno contadino e l'altro allevatore. Mio padre visse in pieno il periodo della green revolution, ma decise nel 1998 di adottare il sistema agricolo biologico, così grazie a lui, trovai tutti gli elementi per introdurre i grani locali della mia isola e nelle terre che, dopo qualche anno, mio padre mi lasciò in eredità.
Scelsi di mantenere alcune varietà, o popolazioni, di grani antichi siciliani, riproducendo la Timilia e lo Strazzavisazz come grani duri e il Maiorca come un grano tenero, che mi furono consegnati dalla Storica stazione consorziale esperimentare di granicoltura di Caltagirone per la Sicilia. Istituzione, nata con regio decreto nel 1927, che conserva il patrimonio cerealicolo locale, considerato uno dei più interessanti del Mediterraneo.
Non c’è un motivo per il quale iniziai questa attività. Introdussi questo tipo di grano perché lo sentivo, sono stato dettato dall'intuito più che da una vera consapevolezza dell'importanza della biodiversità e della sostenibilità. Con il tempo, poi, ho capito il significato di aver ripreso le risorse naturali, mai mutate geneticamente, sviluppate sempre in connessione con la natura.
 
Come è riuscito a selezionare le varietà di sementi?
Tra i chili di grani antichi che la Stazione mi consegnò per custodirli, scelsi tre varietà e ne cominciai a incrementare la produzione, ovvero moltiplicando e tenendo la popolazione pura per evitare che si perdesse. Dopo qualche anno iniziai ad avere una buona produzione che però non aveva una massa critica adatta al mercato comune. Per questo pensammo a come valorizzare il nostro prodotto, così decidemmo di trasformarlo in farina. Poco dopo incontrai Angelo Suffia (ndr), il mio socio, che emigrando da Raddusa 15 anni prima era diventato pastaio. Con lui provammo a fare la prima pasta di grano Timilia, da questo esperimento nasce “Terre e tradizioni”, la società con la quale commercializziamo.

Vive a Raddusa, in provincia di Catania. La sua è la città del grano, immersa nelle tradizioni siciliane, Raddusa è la città che, situata tra le miniere di zolfo e le cave di gesso, non ha mai smentito la sua vocazione agricola. Come è stata accolta la sua "ribellione" alla produzione agricola moderna, insostenibile per la salute umana e per l'ambiente?
Grazie ai grani antichi ho avuto l'opportunità di conoscere molte persone e di fare viaggi che mi hanno fatto capire che non ero il solo, unico e povero pazzo. In molti mi hanno preso per matto, alcuni, quando hanno capito che non cedevo la mia azienda, hanno sperato che fallissi. Tutto il mondo agricolo vedeva nella riduzione della mia produttività, da 4000 a 2000 quintali l'anno, il fallimento della mia azienda. Questo non è mai accaduto anche perché nel passaggio da un sistema agricolo moderno a uno tradizionale si riducono tantissimo i costi di produzione. Quando si produce in maniera biologica non devi acquistare prodotti chimici e l'energia per le piante la autoriproduci perché non applichi nessun sistema che abbatta la microbiologia del terreno.
Oltre all'agricoltura è dedito anche alla produzione e distribuzione di prodotti alimentari interamente realizzati con farine di grano antico. Come mai ha deciso di aprire anche questo mercato? Come giustifica il prezzo, molto spesso più elevato, dei cibi prodotti biologicamente?
Per noi che produciamo il 50 per cento in meno rispetto a una coltura moderna, produrre solo la granella non poteva essere sufficiente, anche perché il mercato comune non permetteva questo commercio. Noi, per esempio, non abbiamo un sistema di trasporti organizzato come quello industriale, i costi del trasporto sono più alti di quelli sostenuti dall'industria che ammortizza le spese.
Per questo il prezzo è più alto ed è necessaria la valorizzazione dei prodotti che avviene attraverso la trasformazione della materia prima in qualcosa di più elaborato. Un primo valore aggiunto avviene con la produzione della farina poi, se si vuole raggiungere il consumatore finale, si trasforma la farina in prodotto finito. La prima cosa che facemmo fu la pasta, poi il biscotto “ciuri ciuri”. Il nostro lavoro consiste anche nel tarare bene le energie, senza produrre più di quello che il mercato possa assorbire. La stessa trasformazione per un agricoltore biologico è più difficile. Non solo le quantità sono diverse, un conto è trasformare 10 quintali di pasta, un conto è trasformarne 1000 tonnellate, ma anche il confezionamento è più costoso perché è artigianale.
Attraverso il contributo del consumatore e aumentando il valore aggiunto dei prodotti è stato possibile comunicare meglio le nostre esigenze con il mondo esterno, far passare dei concetti proponendo un cibo buono.
 
Qual è la differenza tra la produzione e il consumo di pasta fatta con grani tradizionali e quella prodotta con il grano moderno?
I prodotti fatti con i grani moderni hanno un alto indice di glutine, la pasta è molto più facile da trasformare, si velocizza la produzione per estrusione e si riducono anche i tempi di essicazione. La pasta prodotta con grani antichi ha bisogno di 36 - 48 ore di essiccazione a una temperatura di 30 - 40  gradi al massimo. La pasta con grani moderni viene essiccata in 3 ore alzando la temperatura a 100 - 115 gradi. La pasta prodotta industrialmente viene snaturata, al suo interno si cristallizzano gli amidi e si possono trovare tracce di elementi cancerogeni.
L'ingegneria sociale e la pubblicità trasmettono un messaggio sbagliato, che la pasta non scuoce, l’acqua deve rimanere limpida, consegnando al consumatore concetti di qualità che appartengono solo alla pasta industriale, che non può essere definita pasta.
 
Secondo lei l'interesse per la biodiversità e al consumo di prodotti biologici è in crescita?
In questo momento, il settore agroalimentare biologico ha registrato un aumento di 17 punti percentuali, questo è indicativo se consideriamo che molte aziende hanno un fatturato negativo e ogni 20 minuti ne chiude una. Negli ospedali, tolti i casi di fratture e incidenti, gli altri ricoveri sono dovuti per il 90 per cento a cause alimentari. Comincia a crearsi una consapevolezza all'interno delle stesse famiglie, in cui almeno un soggetto soffre di celiachia, di tumori, di disfunzioni, di obesità.
Oggi molti agricoltori prendono coscienza e sempre più movimenti internazionali, ricercatori e associazioni si scambiano informazioni per cercare un sistema di miglioramento genetico che possa veramente risolvere il problema della fame attraverso l’aumento della biodiversità e l’adattamento della produzione al clima e agli atteggiamenti del terreno.
 
La sua azienda ha iniziato un programma di miglioramento genetico che ha suscitato l'interesse della Fao. La stessa organizzazione ha fatto sapere che è necessario tornare a specie vegetali antiche, la cui biodiversità genetica resiste di più e meglio ai cambiamenti climatici. Qual è il valore ambientale della produzione agricola di aziende come quella che tu gestisci?
Quando un agricoltore elimina del tutto lo spargimento di elementi contro natura già sta facendo un bel servizio alla terra, a se stesso, al suo capitale e soprattutto all'ambiente. Grazie alla mia esperienza posso affermare che senza i grani ibridi o le forme di nanizzati si può comunque produrre, questo desta l'interesse di organismi come la Fao che tentano di risolvere la fame nel mondo, problema che si risolverà solamente con un'ottima gestione e con una migliore distribuzione delle terre e delle derrate alimentari. Nel 1974, quando nanizzarono il frumento, uno dei motivi fu risolvere la fame nel mondo, all’epoca gli affamati erano meno della metà di quanti ne vengono stimati oggi. Adesso dicono che nel 2050 il mondo sarà popolato da 9 miliardi di persone e che la soluzione per sfamarli tutti sono gli Ogm, noi ci stiamo opponendo anche a questa visione.
 
Le forme di intolleranze al cibo sono sempre più numerose e diffuse. Quali sono le caratteristiche nutrizionali delle farine che produce?
Il fatto stesso che queste farine vengano molite a pietra restituiscono un prodotto più integro e poco raffinata, una materia grezza così come la vuole la natura. Queste farine contengono ancora tutte le loro proprietà, i nutrienti, le fibre, contengono anche più vitamine perché rimane l'olio. Quindi è una farina completa con valori nutrizionali più alti. Tutto viene dalle piante che sono molto più alte e che per sostenersi e trovare le energie che non vengono loro fornite dall’esterno devono emettere radici più profonde assorbendo nutrimenti assenti in superficie.
Per fare un esempio, il nutrimento che nel 1940 dava una fetta di pane oggi lo danno cinque, che però ci fanno stare male perché stiamo ingerendo un quantitativo di glutine diverso, superiore. Stiamo patendo una vera inflazione nutrizionale.
 
Qual è stato il danno peggiore causato dall'industrializzazione dell'agricoltura?
Quello più grande è stato quello mentale, incidendo profondamente e creando una cicatrice a quel cordone ombelicale che ci univa alla trasmissione della tradizione di generazione in generazione.
 

10 cose che non sapevi sulle api

Sostenibilità / -

10 cose che non sapevi sulle api img rif

L’alleanza tra il genere umano e l’ape risale alla notte dei tempi. L’ape fornisce all’uomo i preziosi doni dell’alveare e impollina le piante coltivate, mentre la nostra specie provvede alla sua casa e la cura quando si trova in difficoltà. La biologia dell’ape è molto complessa ed è per questo motivo che gli entomologi l’hanno soprannominata “insecto sapiens”. Vediamo alcune caratteristiche di questo piccolo animale provvisto di un cervello grande come un semino di sesamo, ma in grado di fare grandi cose.

False attribuzioni
Il noto fisico Albert Einstein  non si è mai interessato di api e non ha mai detto la famosa frase  “se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. Sembra che la frase sia stata inventata da un entomologo americano che ha sfruttato, illegittimamente,  la meritatissima fama dello scopritore della relatività. 
 
Non sono le uniche paladine della biodiversità
Le bugie legate alla famosa frase sono due: una relativa all’autore, l’altra al contenuto. L’ape pur essendo l’impollinatore più efficiente del mondo animale non è l’unico paladino della biodiversità. Quando Cristoforo Colombo sbarcò nelle Americhe si trovò di fronte una natura meravigliosa, ma neanche un’ape da miele. Anche il continente Oceania era provvisto di una biodiversità sorprendente pur non essendoci l’ape da miele. Questo insetto è originario dell’Europa, dell’Africa e di parte dell’Asia ed è stato importato nei “nuovi continenti” dagli europei. 
 
L'ape da miele difficilmente potrà scomparire
L’ape da miele difficilmente potrà scomparire visto che ha un alleato fenomenale che la protegge: l’uomo.
 
Bevono acqua... sporca
Le api devono bere e preferiscono l’acqua marcia a quella di sorgente. Il loro metabolismo necessita di sali minerali abbondanti nell’acqua stagnante e scarsi in quella pura. 
 
Le migliori sono quelle italiane
La migliore ape del mondo è quella italiana, peccato che sia diventata rarissima a causa delle continue ibridazioni. Alcuni ricercatori sono andati in giro per il mondo per cercare la vera e pura ape italiana e, dopo anni di ricerche, l’hanno trovata agli antipodi del nostro paese: la Nuova Zelanda. Gli immigrati italiani l’avevano portata con sé e, non esistendo altre api, non l’hanno ibridata.
 
Quelle italiane sono le più diffuse al mondo
Anche gli ibridi dell’ape italiana mostrano delle performance eccezionali nella produzione di miele e, inoltre, sono piuttosto docili.  Sono questi i motivi che rendono la nostra ape nazionale l’ape più diffusa al mondo.
 
La regina si accoppia una volta sola nella vita... con 12 fuchi
La regina si accoppia una sola volta nella vita e lo fa con circa 12 fortunati fuchi durante il volo nuziale. L’attività sessuale dei fuchi ha una controindicazione: appena si approcciamo alla regina, i maschi dell’ape rimangono evirati e muoiono.
 
Rubano
Le api sono in grado di rubare: quando le risorse scarseggiano, tendono a entrare negli alveari deboli per sottrarre il miele.
 
Fanno tre giri e mezzo intorno al mondo per un chilogrammo di miele
Per produrre un chilogrammo di miele le api devono volare per circa 144.000 chilometri, l’equivalente di tre giri e mezzo del mondo.
 
Hanno inventato... le mummie
Le api hanno inventato le mummie molto prima degli egiziani. Ogni tanto un topolino riesce ad entrare nell’alveare e viene, spesso e volentieri, ucciso a colpi di pungiglione. Le api non riescono però a trasportare all’esterno il topolino sia per le sue dimensioni e sia per il suo peso. Onde evitare pericolosi fenomeni di decomposizione all’interno dell’alveare, le api lo ricoprono di propoli. Essendo un potente antibiotico, questa sostanza preserva il corpo del topolino e di fatto lo trasforma in una mummia. Questo fenomeno era stato osservato dagli antichi Egizi e quindi copiato per trasformare i loro faraoni in mummie. La propoli infatti viene rilevata in tutte le mummie dell’antico Egitto.
 
 

L’Oltrepò Pavese, tra il grande fiume e l’Appennino

Cultura / -

© valeriomaruffiphoto.com

Unica parte di Lombardia a sud del Po, l’Oltrepò è un susseguirsi di paesaggi mutevoli e sorprendenti. In cinquanta chilometri si passa dalla pianura all’Appennino. E, in mezzo, colline, vigneti, borghi, castelli, chiese e… tante cose buone.

L’Oltrepò Pavese è terra lombarda che si incunea nell’Appennino, tra Emilia e Piemonte, fino a lambire la Liguria. È un territorio molto vasto e differenziato, che fa parte della provincia di Pavia, e che si può idealmente dividere in due parti. La prima è quella orientale, collinare, famosa per i suoi vini, attraversata dalla Valle Versa, che si risale partendo da Stradella. L’altra è quella che, dopo una prima parte collinare, diviene più montuosa, che si distende intorno alla valle scavata dal torrente Staffora. Noi vi raccontiamo di questa seconda, ma anche la prima, con le sue dolci colline punteggiate di borghi e cascine, vale sicuramente una visita.
 
Tra la via Francigena e la via del sale
La Valle Staffora va risalita lentamente, fermandosi ad ammirare la bellezza del paesaggio e i suoi continui giochi di luci, colori, forme. Vigneti e frutteti si alternano ad ampie aree boschive. Borghi medievali, torri, castelli e dimore signorili raccontano la storia della valle, che costituiva uno dei tracciati principali della via Francigena. Di qui passavano molti dei pellegrini, provenienti dal nord Europa, diretti verso Roma. Non vi era un percorso unico, l’Appennino veniva attraversato in punti diversi, ma uno dei percorsi principali passava per questa valle. Di qui passava anche la via del sale. Era la strada dei mercanti che per secoli hanno trasportato il prezioso minerale dal mare alle città della pianura, attraversando l’Appenino. Entrambe le vie oggi sono percorribili a piedi, e spesso anche in bicicletta. Sono ben segnalate e costituiscono ottime occasioni per passeggiate e pedalate.
 
La pianura, tra il Po e le stazioni termali
Voghera, per secoli luogo di confine tra Lombardia e Piemonte, assunse grande importanza durante il governo dei Visconti, tra Trecento e Quattrocento, come testimoniato dal castello, ottimamente conservato. Città natale del futurista Filippo Tommaso Marinetti, merita una visita per il suo centro storico e le sue chiese. Uscendo dalla città e risalendo la valle si passa per le due località termali di Rivanazzano e Salice Terme. Quest’ultima ha edifici termali di notevole pregio architettonico, costruiti tra fine Ottocento e inizio Novecento. 
 
Varzi e la Val Tidone
Proseguendo verso Varzi si può fare una deviazione per l’eremo di Sant’Alberto di Butrio, del IX secolo, che si può raggiungere con una breve deviazione verso la Val di Nizza. Varzi, cittadina ricca di monumenti, fu per secoli il centro di smistamento dei traffici di sale, ed è famosa per il suo salame DOP. Vale una visita per i suoi portici medievali, il castello dei Malaspina e le torri del centro storico. Da qui si può prendere la deviazione per la Val Tidone e raggiungere Zavattarello, che fa parte della rete “I Borghi più belli d’Italia”. La strada è molto panoramica; dopo circa dieci chilometri appare l’inconfondibile profilo massiccio del castello Dal Verme. È una rocca inespugnabile, che costituì il centro principale di un sistema difensivo dell’omonima casata, che dominò a lungo questi territori. Il castello, di proprietà del comune, è visitabile.
 
Il Monte Penice e le quattro province
La strada da Varzi prosegue verso il Monte Penice, sul confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna, una delle vette più alte di questo tratto di Appennino. La vista sui monti e sulle valli intorno è magnifica: sull’altro versante si vedono Bobbio e la Val Trebbia. È la zona chiamata “territorio delle quattro province”, quelle di Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Un crocevia, oggi amministrativo, che per secoli è stato punto d’incontro e passaggio di eserciti, mercanti, pellegrini, briganti, lingue e dialetti.
Senza dimenticare la buona tavola …
Un ultimo riferimento, d’obbligo, a cibi e vini. L’Oltrepò offre una ricchissima varietà di ortaggi, frutti, salumi, formaggi, vini. Percorrendo la valle troverete ovunque agriturismi, aziende agricole, cantine. I sapori, come le bellezze di questo territorio, vi verranno incontro.
 
Informazioni pratiche
Voghera è raggiungibile da Milano con l’Autostrada Milano-Genova, uscita Casei Gerola. Da Voghera si prende la SP461 seguendo le indicazioni per Varzi.
Mappa dell’itinerario:
 

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