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Frutta e verdura meritano di essere amate per come sono e non per come appaiono, parola di Ben Simon, fondatore del Food Recovery Network

Sostenibilità / -

Ben Simon Food Recovery Network
photocredits © Daniele Mascolo

Il 20% della frutta e verdura degli Stati Uniti d’America non lascia la fattoria, semplicemente perché considerata troppo brutta. Ben Simon, fondatore e direttore del Food Recovery Network ha un piano per salvarla e redistribuirla a chi ha fame.

Se quella sera Ben Simon avesse deciso di cenare presto, forse quest’avventura non sarebbe mai cominciata. Invece arrivò tardi alla mensa dell’Università del Maryland, dove studiava, tanto che fece appena in tempo a comprare un trancio dalla grande pizza che stava sul tagliere. Stava per salire a mangiarla nella sua stanza allo studentato, quando si rese conto che il personale stava già gettando il resto nella spazzatura. Ebbe così l’idea di fondare un’associazione che recuperasse il cibo scartato dalla mensa e lo redistribuisse ai servizi sociali. Coinvolse subito i suoi compagni di corso. E poi gli amici negli altri college dello stato e poi ancora quelli più lontani, sparsi su tutto il territorio federale. La cosa prese piede e le grandi fondazioni filantropiche decisero di finanziare quella che ormai si chiamava Food Recovery Network e coinvolgeva oltre 140 college. Dalla fondazione nel 2011 ad oggi, il FRN ha recuperato e redistribuito oltre 800.000 libre di cibo perfettamente sano. Circa 360 tonnellate: l’equivalente di una colonna di 60 grossi camion americani.
 
Salvare il cibo per salvare chi ha fame
Ben Simon parla chiaro: “Gli Stati Uniti d’America sono il paese più ricco al mondo, ma oggi un americano su sei soffre la fame”. Non sprecare il cibo è allora più che una questione morale, è una soluzione: “Se riuscissimo a redistribuire anche solo il 15% del cibo che sprechiamo negli USA potremmo ridurre del 50% il numero di americani malnutriti – aggiunge Ben Simon – E oggi negli Stati Uniti viene sprecato il 40% del cibo prodotto”
 
Meno forma e più sostanza
Non solo in America, uno dei problemi è che siamo diventati talmente ossessionati dall’aspetto fisico, da giudicare in base al look persino il cibo: “Negli Usa, il 20% della frutta e verdura non lascia la fattoria solo perché giudicata troppo brutta -  spiega Ben Simon – pur avendo le stesse qualità di quella esteticamente perfetta”. Il FRN ha quindi lanciato un nuovo progetto Imperfect: Redefining Beauty in Produce, finanziato in crowdfunding. Missione: salvare la frutta e verdura “imperfetta” e redistribuirla a prezzi ridotti. Perché anche una mela merita di essere amata per com’è dentro, invece che per come appare. E ogni persona merita di essere sfamata.
 

Mirna Cunningham. Dove ci sono gli indigeni, non c’è fame

Sostenibilità / -

Mirna Cunningham
via Unfpa

Attivista per i diritti delle donne in Nicaragua e per gli indigeni, è stata la prima donna Miskita a laurearsi in medicina, la prima a ricevere un dottorato dall’università Nazionale del Messico. Mirna Cunningham, dopo anni al vertice del Forum Permanente Onu È stata per anni a capo del Forum permanente delle Nazioni Unite per le questioni indigene.

Nelle parole di Mirna Cunningham c’è tutto ciò che ha visto negli anni trascorsi al vertice del Forum Permanente Onu per i diritti degli indigeni (Unpfii) e tutto ciò che ha fatto per difendere le donne, gli indigeni, i saperi tradizionali e le foreste. Ecco cosa ci ha detto all’Auditorium Coop a Expo Milano 2015, durante l’incontro Mangiare è un atto politico.
 
Quale contributo possono dare le popolazioni indigene al mondo in termini di conoscenza, rispetto delle foreste e della biodiversità, l’agricoltura, la salute e l’economia?
Siamo riusciti a dimostrare, lavorando anche in sede Onu, che la nostra agricoltura tradizionale rispetta la biodiversità. Noi continuiamo a cacciare, a pescare, a praticare l’agricoltura - un aspetto molto importante della vita di famiglia e di comunità. Continuiamo a lavorare e a usare le nostre istituzioni economiche, lo scambio, la condivisione, la solidarietà, il lavoro, per fare la differenza nella qualità. Continuiamo un importante lavoro in cui tramandiamo e applichiamo la nostra conoscenza tradizionale. Siamo riusciti a dimostrare che con la nostra conoscenza tradizionale possiamo conservare gli ecosistemi nel mondo. Le zone che ancora hanno risorse naturali, foreste, una diversità, sono le aree che noi e la maggior parte delle persone sono riuscite a preparare e a mantenere utilizzando il nostro tradizionale metodo di gestione. E vorrei dire che l’aspetto più importante è che siamo riusciti a fare passi avanti nel riconoscimento dei nostri diritti. Quindi questa conversazione, che si tiene qui a Expo Milano 2015 nella sede di Coop, dovrebbe concentrarsi su come il settore industriale possa davvero assumersi la responsabilità dei diritti umani quando si parla anche di piccoli agricoltori e indigeni, di come risolvere il problema dal land grabbing. Il land grabbing è incontrollabile e possiamo vederne l’impatto sui diritti delle persone che possedevano questi territori, sul modo di vivere di quelle persone, perché il problema non è quello che loro stanno facendo come agricoltori a livello industriale, ma quello che si sta facendo ai piccoli coltivatori e agli indigeni.
 
Però, la domanda che alcuni pongono è: voi fate le cose in equilibrio con la natura, ma la natura ha abbastanza cibo per tutti?
Chi è che ha fame? Chi sono quelli che hanno fame? Se guardiamo su una mappa le aree dove si concentrano più persone malnutrite, vediamo che di solito sono le aree dove si è persa la sicurezza alimentare perché siamo stati sfrattati dai nostri territori, hanno cambiato il modo di usare la terra, imponendo monoculture. Quindi il punto è che non si può risolvere il problema del cibo sostituendo i piccoli agricoltori con quelli grandi, perché abbiamo visto che non è un problema solo di produzione alimentare, è un problema di istituzioni, è un problema di uguaglianza. Dobbiamo imparare davvero a condividere in maniera diversa.
 
Come organizzazione che rappresenta i diritti dei popoli indigeni, cosa state facendo?
A livello locale stiamo promuovendo iniziative in cui cerchiamo di dimostrare che un diverso modello di organizzazione basato sull’autodeterminazione, diritti della terra, diversificazione dei prodotti, applicando la nostra conoscenza tradizionale e valorizzando il ruolo delle donne. Quindi, vorrei dire che abbiamo bisogno di lavorare davvero a diversi livelli, imparando dalle popolazioni indigene; abbiamo molto da condividere, abbiamo molto da mostrare alle persone. E vogliamo condividere questa conoscenza. Sono certa che se le società, i segmenti industriali, se imparano da noi, le cose possono cambiare. Quindi penso che abbiamo molto da imparare, e questa è una buona opportunità per sedere allo stesso tavolo e discutere, perché se davvero riusciamo a parlare da pari, come titolari di diritti umani, forse possiamo lavorare insieme e plasmare un tipo diverso di lavoro.
 
Qual è la sua più grande paura, per il prossimo futuro, per le popolazioni indigene?
Noi sappiamo di aver fatto passi avanti con le persone, ma c’è una grande differenza tra riconoscere i diritti e attuarli davvero in ciascuno dei nostri paesi. Addirittura nei Paesi in cui abbiamo ottenuto il riconoscimento costituzionale permangono dei gap. Questo significa che i diritti non vengono rispettati a livello nazionale e se guardiamo all’America Latina, ci sono oltre 300 dispute legali tra indigeni e grandi compagnie industriali, in particolare dell’industria estrattiva, delle imprese di deforestazione. Il modello di sviluppo attualmente applicato in quelle zone lede i nostri diritti, quindi direi che questa è la mia grande paura.
 
E invece qual è la sua più grande certezza per il futuro? Lei può dire: in futuro sono sicura che…?
Sono sicura che dal momento in cui avremo il controllo dei nostri territori potremo sopravvivere, potremo continuare a mettere in pratica la nostra conoscenza tradizionale, trasmettere tutto ciò alla nostra prossima generazione. Potremo esercitare il nostro diritto all’autonomia e sviluppare e applicare il nostro modello di sviluppo.
 
Tempo fa lei ha parlato della perdita di biodiversità, non solo naturale o agricola, ma anche a livello linguistico. In cosa consiste questo rischio?
Non si può comprendere gli indigeni se non se ne capisce la cultura, la lingua, la spiritualità: dentro ogni albero c’è uno spirito, dentro l’acqua c’è uno spirito che ci vive. In ognuno dei diversi elementi che noi includiamo nella biodiversità, noi vediamo un valore spirituale e un valore culturale, e questo valore ha un nome, ecco perché la lingua è così importante: se noi perdiamo la lingua perdiamo il nome dei nostri spiriti.
 
Quanti linguaggi avete perso tra gli indigeni?
Circa tre o quattro anni fa il Segretario Generale dell’Onu ha parlato della perdita di una lingua ogni due settimane, una ogni due settimane. Per esempio, nell’ultimo censimento, in Brasile, su 304 popolazioni indigene che vivono in Brasile, avevamo 304 tipi diversi di popolazioni indigene, 200 avevano meno di 50 persone che parlavano la loro lingua nativa, quindi davvero stiamo affrontando un problema di perdita della lingua e se perdiamo la lingua, perdiamo il resto, perdiamo la biodiversità, perdiamo le pratiche agricole, perdiamo conoscenza, il sistema governativo, il nostro rapporto con la comunità.
 
Siamo all’auditorium della Coop a Expo Milano 2015, davanti a un rinfresco in cui uno dei piatti è pieno di uno dei nostri spuntini preferiti, in Italia, i tarallucci. Qual è il suo piatto preferito, quello che le ricorda più casa? Una ricetta di famiglia?
È facile, è la domanda più facile. Il nome della ricetta è rondon. È una zuppa preparata con latte di cocco, carne o pesce, che si abbina alla tapioca, la banana, poi si bolle il pesce e si aggiunge il resto. Un piatto che mi ricorda tante cose...
 
(grazie a Gloria Schiavi)

Marco Pedroni. Nel Supermercato del Futuro sarà più facile incontrarsi

Innovazione / -

Marco Pedroni, presidente di Coop Italia

Sensori di movimento, schermi touch, sistemi automatici per il riassortimento. Ma anche banchi più bassi, come nelle piazze dei vecchi mercati rionali, per poter guardare negli occhi gli altri acquirenti. Perché la spesa dev'essere innanzitutto un momento sociale.

Una buona notizia per tutti gli acquirenti: la spesa del futuro sarà meno faticosa. Nel supermercato che Coop Italia sta allestendo per Expo Milano 2015, infatti, il percorso è strutturato in discesa, per rendere l’esperienza di shopping più gradevole e facilitare il rifornimento. Peraltro, sistemi automatici consentiranno un riassortimento dei prodotti più rapido di quanto avviene attualmente nei supermercati. Ma nel Future Food District le innovazioni non finiscono certo qui. Con un effetto di ‘realtà aumentata’, lungo i banchi saranno disposti sensori di movimento che, all’avvicinarsi del consumatore, proietteranno su uno schermo touch da 20 pollici le informazioni sul prodotto indicato. Altri touch screen si troveranno lungo le pareti perimetrali. In uscita, inoltre, una parete di 17x5 m mostrerà in tempo reale un’infografica dinamica con i dati relativi a prodotti più acquistati, persone in entrata, numero di informazioni richieste, ecc.
Quest’esperienza avveniristica sarà fredda e asettica? Tutt’altro. Banchi più bassi degli scaffali di un normale punto vendita (e più simili ai tavoli di un vecchio mercato) garantiranno maggiori possibilità di incontro, com’era nelle piazze medievali. Parola di Marco Pedroni, presidente di Coop Italia, che abbiamo intervistato.

Come stanno cambiando le abitudini a tavola del nostro Paese?
Siamo indubbiamente in una fase di grande cambiamento. La crisi economica ha accelerato tendenze che vedono un consumatore molto attento alla sostanza delle cose, alla salute, più esigente e più informato, meno consumista. Sta crescendo l’esigenza di avere più informazioni chiare e semplici, come cresce la domanda di rispetto dell’ambiente, di valorizzazione dei territori e di ciò che è genuino; le persone sprecano meno e questo è un fatto economico, ma anche culturale. In sostanza nel cibo e nei beni di largo consumo si afferma una domanda meno massificata, orientata sì alla convenienza ma anche al viver bene.

Quali esigenze vuole soddisfare il Supermercato del Futuro?
È in linea con le tendenze che abbiamo appena descritto. Non è un caso che proprio il concept di partenza abbia preso origine da un’esperienza vissuta. Si basa infatti su un progetto denominato “GeoCoop”, vincitore di un contest interno a cui hanno partecipato dipendenti under 35, persone che normalmente vivono negli spazi di vendita.
La richiesta di genuinità e la trasparenza delle informazioni stanno alla base di quel progetto e condivise con Carlo Ratti e il suo team hanno assunto valenze innovative grazie a una tecnologia non fine a se stessa, ma al servizio delle persone.
Ci piace presentare questo supermercato come una piazza aperta, un paesaggio orizzontale in cui oltre 1.500 prodotti, distribuiti in cinque vie corrispondenti a cinque filiere (latte, caffè e tè, cereali, carni e pesce, ortofrutta e vino) comunicheranno tutte le informazioni di cui sono depositari e sarà il visitatore a formulare le domande con un semplice gesto della mano.
Il supermercato non è un laboratorio, ma un punto vendita reale: funzionerà, venderà e consentirà un’esperienza di spesa molto diversa dall’attuale.
Ma andremo anche oltre, perché al supermercato si affianca l’Exhibition Area in cui presenteremo tecnologie e metodologie per il controllo di qualità sui prodotti, per combattere frodi e falsificazioni, esempi di possibili processi produttivi di domani come le fattorie del mare o le pareti di alghe, l’aula didattica in cui ospiteremo 350 classi di studenti: i consumatori del futuro.
 

Tra gli elementi d’innovazione che mostrerete, quali si potranno ritrovare nei vostri punti vendita?
Intanto il fatto che non si tratti appunto di una vetrina, ma di uno spazio reale dove l’esperienza di vendita è possibile la dice lunga sulla sua applicabilità anche al di fuori di Expo Milano 2015. Ciò non significa che domani sia perfettamente replicabile; concepiamo il Supermercato del Futuro come una sperimentazione in cui verificare le soluzioni più gradite ai visitatori da introdurre gradualmente nella nostra rete di vendita.

Recentemente avete ospitato sulla vostra rivista Consumatori un’intervista a Paolo De Castro sul Ttip: quali sono le vostre aspettative sull’esito di queste trattative?
Il trattato può essere un’opportunità per le aziende agroalimentari italiane, ma questo non deve assolutamente avvenire a discapito dei consumatori. Per noi è fondamentale non ridurre in alcun modo gli standard di sicurezza, così come sono altrettanto importanti la chiara esplicitazione delle provenienze geografiche, le informazioni sui prodotti e la tutela di Dop e Igp.
Seguiamo con attenzione gli sviluppi del negoziato, ma il Governo dovrebbe dare maggiori informazioni. I contenuti di un possibile accordo Ttip è indispensabile che siano pubblici e sottoposti alla valutazione dei cittadini. In particolare, va garantito che non penalizzino la sicurezza alimentare, ambientale e la trasparenza delle informazioni ai cittadini. Auspichiamo che il negoziato raggiunga un esito positivo, ma a partire da questi irrinunciabili aspetti.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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