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Fawzia Talout Meknassi. Le tessitrici del Marocco sono la chiave del progresso nel nostro Paese

Sostenibilità / -

 Fawzia Talout Meknassi imm rif

Fawzia Talout Meknassi è stata nominata al premio Nobel per la pace nel 2015 e da quell'anno porta il titolo di donna di pace. Oggi è la responsabile di “Le donne tessitrici del Marocco. Da depositarie della tradizione a simbolo di innovazione socio-culturale”, uno tra i progetti vincitori del bando “Energy Art and Sustainability” presentato il 22 ottobre a Expo Milano 2015.

L’attività tessile delle donne marocchine è il trait d’union tra agricoltura locale sostenibile, tutela dell’ambiente e della biodiversità, tradizioni millenarie e consuetudini sociali. Il progetto approfondisce l’importanza che la tessitura di fibre naturali riveste nella cultura delle comunità rurali del Marocco e in particolar modo per le donne, detentrici e promotrici della cultura tradizionale.

In che modo vengono conciliate la tradizione con le esigenze del mercato?
È molto semplice. Il contesto sociale è cambiato, l’architettura delle case è cambiata, il tappeto ne è un esempio. Prima avevamo dei grandi salotti e tappeti enormi, ma ora le persone vivono in piccoli appartamenti e i grandi tappeti non servono più. Noi facciamo fare tappeti più piccoli, sempre guardando all’autenticità del prodotto. Il nostro lavoro consiste nel mediare le esigenze del mercato e quelle delle artigiane. Spieghiamo alle donne come produrre dei tappeti più piccoli, che potranno essere venduti più facilmente. Anche un capo di abbigliamento classico come il cafcano, oggi viene accorciato per essere indossabile tutti i giorni.
 
Come si aspetta che questo progetto si evolverà nei prossimi cinque anni?
Il progetto è partito nel 2008 e ha già ottenuto degli ottimi risultati con le donne che collaborano con noi. Quello che noi vogliamo fare è far prendere coscienza a queste donne dell’importanza del lavoro perché la vera ricchezza del Marocco è il loro patrimonio. Vogliamo far prendere coscienza a queste donne che possiedono un patrimonio di conoscenze incredibile che deve essere valorizzato.
 
In che modo questo influirà sull’emancipazione femminile nel suo Paese?
Le donne tessitrici sono la chiave del progresso economico in Marocco. Quello che noi vogliamo far capire è che le donne hanno una grande capacità artigianale che può contribuire allo sviluppo del Marocco ed è importante che questa opportunità non venga bruciata. Dal punto di vista legale le donne marocchine hanno la parità, il re è un grande sostenitore della causa femminile, le donne possono essere degli attori principali della società quindi dobbiamo investire nel cambiamento culturale.
 
Scopri di più sulla presentazione dei progetti vincitori del bando “Energy Art and Sustainability”.

 
 

Daniele Bragaglia. Per fare vera educazione alimentare, gli slogan non bastano

Economia / -

Daniele Bragaglia, managing director di Eridania Sadam

Al tavolo di lavoro moderato dal nutrizionista Giorgio Calabrese, ha partecipato anche il managing director di Eridania Sadam. Che spiega: il luogo giusto perché il tema degli stili di vita corretti non sia banalizzato è la scuola.

Bando alle semplificazioni. L’educazione alimentare è un investimento a lungo termine, e non vale la pena cercare ‘scorciatoie’ comunicative per trasmettere concetti complessi, che bisogna assimilare fin da banchi di scuola. Ne è convinto Daniele Bragaglia, managing director di Eridania Sadam (la sub-holding del comparto alimentare e agroindustriale interamente controllata dal Gruppo Maccaferri di Bologna), che lo scorso 7 febbraio ha partecipato all'Expo delle Idee Verso la Carta di Milano al tavolo di lavoro “Mondo obeso e malnutrito: salute, malattie e disturbi alimentari”, coordinato da Giorgio Calabrese, medico nutrizionista e docente di Dietetica e Nutrizione umana.
 
Come valuta il lavoro fin qui svolto dal suo gruppo?
È stato molto interessante. C’è stato un confronto multidisciplinare molto positivo tra mondo medico scientifico e aziende, che insieme hanno analizzato le problematiche collegate alla malnutrizione, che non sono solo legate all’eccesso o alla mancanza di alimenti, ma anche all’attenzione alla qualità del cibo, ad una regolare attività motoria e agli aspetti psicologici. Per questo  fare educazione alimentare, anzi fare “educazione alla salute” è un elemento fondamentale già dalla formazione scolastica; va poi indirizzata una apposita una apposita “educazione genitoriale alimentare” indirizzata alla famiglia interessando tutte le istituzioni coinvolte nella crescita del bambino, come asili e scuole elementari.
 
Qual è stato il contributo del fronte industriale?
Come industria produttrice abbiamo chiarito alcuni temi, che credo siano stati ben accolti. Primo tra tutti, il fatto che gli estremismi di qualunque tipo - spesso enfatizzati da articoli giornalistici italiani ed esteri - non servono oggettivamente a nulla, perché i problemi alimentari dei Paesi industrializzati hanno cause ormai assodate: il primo è l’eccessiva alimentazione collegata alla sedentarietà. Il secondo è la scarsa formazione alimentare o sanitaria, dal momento che su questo tema non si fa educazione a livello di scuola primaria, per lo meno nel nostro Paese. Certo, si possono usare anche altri veicoli di sensibilizzazione, come la televisione. Però credo che i media non riescano a incidere nel modo giusto sugli stili di vita, perché necessariamente fanno prevalere la semplificazione: questo fa bene, questo fa male. L’unica possibilità vera è investire molto nella formazione scolastica, perché nel lungo periodo aiuti a sedimentare le conoscenze corrette.
Come industria abbiamo poi ribadito che è necessario tenere conto del contesto nel suo complesso. Tutti sanno che è uno stile di vita scorretto che porta all’obesità. Quindi l’approccio corretto di una dieta è di mangiare di tutto ma con moderazione, facendo sufficiente attività motoria intesa nel senso più ampio del termine, per non squilibrare il bilancio energetico complessivo. Ritornando al mondo scolastico, i medici dello sport partecipanti a questo tavolo hanno purtroppo evidenziato che, a livello di scuola dell’obbligo, si fa sempre meno attività fisica.
Poi bisogna essere trasparenti nei confronti del consumatore, e trasparenza significa che vanno fornite tutte le informazioni possibili, ma in modo corretto e uniforme, le informazioni di interesse e di utilità per indirizzare una scelta consapevole. Purtroppo ancora oggi alcune etichette presentano claim non chiari o impropri. Io credo invece che l’industria di marca è pronta a confrontarsi sull’informazione che è giusto dare al consumatore finale per consentirgli di gestire autonomamente e correttamente la sua dieta.
 
A proposito di trasparenza dell’informazione, cosa pensa della nuova etichettatura europea, in particolare in merito all’origine degli alimenti?
Quando c’è la possibilità di dichiarare l’origine, è corretto farlo per permettere al consumatore di scegliere e di confrontare i prezzi e ai produttori di segmentare l'offerta. Ma la strumentalizzazione di questo concetto è sbagliata. Bisogna stare attenti a distinguere la malafede da aspetti tecnicamente ingestibili. Faccio l’esempio dello zucchero: su un consumo di 1,6 milioni di tonnellate, oltre due terzi sono importati. Questi quantitativi possono provenire da nazioni europee, come Francia e Germania, ma anche extraeuropee, come Mauritius, e quando lo zucchero viene mischiato come ingrediente, è impossibile dichiararne la provenienza esatta.
 
La nuova PAC ha messo in difficoltà la filiera saccarifera: com’è ora la situazione?
È un momento di grande difficoltà per lo zucchero nei paesi meno vocati alla produzione agricola della barbabietola come l’area mediterranea: al 30 settembre 2017 finiranno le quote di produzione e i prezzi minimi della materia prima, mentre i dazi doganali rimarranno in vigore fino al 2020. Una decisione politica che penalizza drasticamente i Paesi con una minor produttività agricola. Un primo risultato sul mercato è che  che, dal primo rilevamento europeo del 2006, non ci sono mai stati prezzi per lo zucchero così bassi con riescono a coprire i costi di produzione in questi Paesi.
Il problema è soprattutto di resa agricola: in Italia produciamo 8 tonnellate di zucchero per ettaro, contro i 12-13 dei tedeschi e 14-15 dei francesi. Una differenza del 40% che rende quasi impossibile per noi competere nella battaglia per il prezzo più basso.
Il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina, con il quale abbiamo instaurato un confronto molto costruttivo, il 26 gennaio 2015 ha portato sul tavolo del Consiglio dei Ministri UE il problema del futuro del settore saccarifero producendo uno specifico documento  a cui hanno aderito altri otto Paesi. La decisione conseguente è stata quella di istituire una apposita commissione per lo studio di tali aspetti ed eventuali decisioni conseguenti. .
Ci auguriamo che questo sforzo dia dei risultati concreti e in breve tempo, perché a queste condizioni è difficile mantenere l’attuale complessivo scenario bieticolo-saccarifero italiano.
 
Che cosa si aspetta da Expo Milano 2015?
Per l’Italia nel suo complesso è un’opportunità notevole, non solo per l’impatto turistico ma specialmente per ribadire l’eccellenza del nostro paese sul tema dell’alimentazione. Come dimostra il dibattito in corso a questi tavoli, e quello che poi si concretizzerà nella Carta di Milano, siamo in grado di produrre linee guida precise a livello non solo italiano ed europeo, ma mondiale.
Noi parteciperemo come Eridania (che quest’anno compie 115 anni di storia) nel Padiglione Corporate di Federalimentare - che racconta storia, cultura e filiera del settore -, mentre con la nostra consociata Naturalia Ingredients – che in Sicilia produce zuccheri naturali cristallini estratti dalla frutta – saremo presenti sia nel cluster Bio-Mediterraneo assieme alla Regione Siciliana sia nel Padiglione del Biologico e del Naturale.
 
 

L’Oltrepò Pavese, tra il grande fiume e l’Appennino

Cultura / -

© valeriomaruffiphoto.com

Unica parte di Lombardia a sud del Po, l’Oltrepò è un susseguirsi di paesaggi mutevoli e sorprendenti. In cinquanta chilometri si passa dalla pianura all’Appennino. E, in mezzo, colline, vigneti, borghi, castelli, chiese e… tante cose buone.

L’Oltrepò Pavese è terra lombarda che si incunea nell’Appennino, tra Emilia e Piemonte, fino a lambire la Liguria. È un territorio molto vasto e differenziato, che fa parte della provincia di Pavia, e che si può idealmente dividere in due parti. La prima è quella orientale, collinare, famosa per i suoi vini, attraversata dalla Valle Versa, che si risale partendo da Stradella. L’altra è quella che, dopo una prima parte collinare, diviene più montuosa, che si distende intorno alla valle scavata dal torrente Staffora. Noi vi raccontiamo di questa seconda, ma anche la prima, con le sue dolci colline punteggiate di borghi e cascine, vale sicuramente una visita.
 
Tra la via Francigena e la via del sale
La Valle Staffora va risalita lentamente, fermandosi ad ammirare la bellezza del paesaggio e i suoi continui giochi di luci, colori, forme. Vigneti e frutteti si alternano ad ampie aree boschive. Borghi medievali, torri, castelli e dimore signorili raccontano la storia della valle, che costituiva uno dei tracciati principali della via Francigena. Di qui passavano molti dei pellegrini, provenienti dal nord Europa, diretti verso Roma. Non vi era un percorso unico, l’Appennino veniva attraversato in punti diversi, ma uno dei percorsi principali passava per questa valle. Di qui passava anche la via del sale. Era la strada dei mercanti che per secoli hanno trasportato il prezioso minerale dal mare alle città della pianura, attraversando l’Appenino. Entrambe le vie oggi sono percorribili a piedi, e spesso anche in bicicletta. Sono ben segnalate e costituiscono ottime occasioni per passeggiate e pedalate.
 
La pianura, tra il Po e le stazioni termali
Voghera, per secoli luogo di confine tra Lombardia e Piemonte, assunse grande importanza durante il governo dei Visconti, tra Trecento e Quattrocento, come testimoniato dal castello, ottimamente conservato. Città natale del futurista Filippo Tommaso Marinetti, merita una visita per il suo centro storico e le sue chiese. Uscendo dalla città e risalendo la valle si passa per le due località termali di Rivanazzano e Salice Terme. Quest’ultima ha edifici termali di notevole pregio architettonico, costruiti tra fine Ottocento e inizio Novecento. 
 
Varzi e la Val Tidone
Proseguendo verso Varzi si può fare una deviazione per l’eremo di Sant’Alberto di Butrio, del IX secolo, che si può raggiungere con una breve deviazione verso la Val di Nizza. Varzi, cittadina ricca di monumenti, fu per secoli il centro di smistamento dei traffici di sale, ed è famosa per il suo salame DOP. Vale una visita per i suoi portici medievali, il castello dei Malaspina e le torri del centro storico. Da qui si può prendere la deviazione per la Val Tidone e raggiungere Zavattarello, che fa parte della rete “I Borghi più belli d’Italia”. La strada è molto panoramica; dopo circa dieci chilometri appare l’inconfondibile profilo massiccio del castello Dal Verme. È una rocca inespugnabile, che costituì il centro principale di un sistema difensivo dell’omonima casata, che dominò a lungo questi territori. Il castello, di proprietà del comune, è visitabile.
 
Il Monte Penice e le quattro province
La strada da Varzi prosegue verso il Monte Penice, sul confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna, una delle vette più alte di questo tratto di Appennino. La vista sui monti e sulle valli intorno è magnifica: sull’altro versante si vedono Bobbio e la Val Trebbia. È la zona chiamata “territorio delle quattro province”, quelle di Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova. Un crocevia, oggi amministrativo, che per secoli è stato punto d’incontro e passaggio di eserciti, mercanti, pellegrini, briganti, lingue e dialetti.
Senza dimenticare la buona tavola …
Un ultimo riferimento, d’obbligo, a cibi e vini. L’Oltrepò offre una ricchissima varietà di ortaggi, frutti, salumi, formaggi, vini. Percorrendo la valle troverete ovunque agriturismi, aziende agricole, cantine. I sapori, come le bellezze di questo territorio, vi verranno incontro.
 
Informazioni pratiche
Voghera è raggiungibile da Milano con l’Autostrada Milano-Genova, uscita Casei Gerola. Da Voghera si prende la SP461 seguendo le indicazioni per Varzi.
Mappa dell’itinerario:
 

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