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Ertharin Cousin. Perché abbiamo bisogno di persone come Bono

Sostenibilità / -

ertharin cousin

La direttrice del World Food Programme, Ertharin Cousin, è stata la protagonista dell’evento organizzato il 6 settembre a Expo Milano 2015 da Italia e Irlanda per raccogliere fondi indispensabili a portare aiuti laddove ce n’è bisogno. Perché anche la più grande organizzazione umanitaria del mondo ha bisogno di sostegno per continuare a svolgere il proprio lavoro. Con dignità.

Italia e Irlanda hanno deciso di organizzare l’evento “It begins with me. How the world can end hunger in our lifetime” per sostenere il World Food Programme (WFP). Ospite d’onore è stato Bono, cantante e leader del gruppo musicale U2. Qual è l’impatto che i personaggi celebri, come Bono o il calciatore Zlatan Ibrahimovic che ha collaborato con il WFP Francia, hanno sul miglioramento delle attività dell’agenzia, sia in termini di popolarità che di risultati?
In due modi. Anzitutto va detto che possiamo eliminare la fame nel mondo nel corso di una vita, la nostra. Serve la volontà di tutti per farlo. Non possiamo arrivare al pubblico se prima non ne catturiamo l’attenzione. Perciò, Bono, Ibrahimovich e altre celebrità riescono a dar voce a questi problemi per aiutarci a costruire la volontà pubblica che serve. Ci aiutano a raccogliere fondi, perché non può essere tutto nelle mani di pochi grandi donatori. Questo è il vero problema. I donatori ci danno molti soldi, lo hanno sempre fatto, ma oggi i focolai sono molti e abbiamo bisogno di contributi maggiori rispetto a quelli che riceviamo. E se non otteniamo più attenzione su questi problemi, non potremo raccogliere i fondi necessari. Le celebrità ci aiutano a fare tutto questo.
 
Oggi la questione dei siriani che cercano una via d’uscita dalla guerra gode, per fortuna, della massima attenzione. Cosa fa il WFP per aiutare i milioni di rifugiati fuggiti dalla Siria e quali sono gli ostacoli e le difficoltà maggiori?
Il WFP aiuta circa 4 milioni di persone dentro e fuori i confini siriani. Molte si sono spostate anche 5 o 6 volte in Siria e si definiscono rifugiati interni. Noi forniamo assistenza anche a queste persone garantendo loro il cibo di cui hanno bisogno oppure dando loro il denaro per comprarlo. Il punto è che non abbiamo abbastanza soldi per continuare a fornire questo tipo di sostengo perché la guerra civile in Siria va avanti ormai da 5 anni. Per questo chiediamo al mondo di non dimenticare i siriani e di darci l’assistenza necessaria. Ricordiamoci che ogni singolo essere umano ha un volto. Domani potremmo essere noi ad aver bisogno, specie se non garantiremo a tutti, vicini e lontani, il sostegno adeguato affinché le persone non compiano azioni disperate pur di dar da mangiare ai loro figli.
 
Oltre alla Siria, quali sono gli altri “hotspot” dove il WFP lavora in giro per il mondo?
Lavoriamo in Yemen, dove forniamo cibo a oltre un milione di persone al mese. Il nostro obiettivo è arrivare a quattro milioni al mese quanto prima. Il problema è che con le guerre, la violenza, non possiamo arrivare dappertutto. Chiediamo quindi a tutte le parti coinvolte di darci lo spazio per poter raggiungere tutti coloro che hanno bisogno.
 
Lavoriamo in Sudan del Sud, dove la crisi è in atto da ormai troppo tempo. Governo e ribelli hanno firmato un trattato di pace che non regge e non riusciamo a raggiungere luoghi come il governatorato di Unità. Qui non abbiamo accesso a donne e bambini da quasi sei mesi.
 
Lavoriamo in Iraq dove diamo sostegno agli sfollati interni a causa dei continui bombardamenti e agli attacchi dell’ISIS.
 
Lavoriamo nella Repubblica Centrafricana. Ora stiamo tenendo sotto controllo El Niño e l’Etiopia dove ci sono 4,5 milioni di persone che non hanno accesso a cibo sicuro. Ci sono quindi molti, troppi punti caldi al mondo che ci impongono di non fermarci. Dobbiamo assicurare al WFP le risorse economiche necessarie per fornire l’assistenza alimentare richiesta.
 
Guerre, instabilità politica, ma anche cambiamenti climatici. Una delle minacce più gravi alla sicurezza alimentare è rappresentata dal riscaldamento globale e dalle sue conseguenze, quali desertificazione e innalzamento del livello dei mari. Cosa fa in questo caso il WFP per aiutare paesi e popolazioni a mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici?
Noi stiamo lavorando con i piccoli agricoltori di tutto il mondo per dar loro la possibilità di coltivare i campi con le sementi giuste, in grado di resistere alla siccità. Per un’agricoltura sostenibile che non causi danni alla biodiversità, ma, allo stesso tempo, fornisca il sostegno alimentare necessario. E il WFP non lavora da solo, ma insieme ad altre organizzazioni come la FAO e al settore privato, oltre ai governi e alle stesse comunità locali. Il tutto per attuare programmi utili che provvedano allo sviluppo agricolo, aumentando i rendimenti e garantendo l’accesso al cibo per tutti.
 

Dal salame pepperoni al combozola: quanti italiani finti ci sono al mondo

Economia / -

Dal salame pepperoni al combozola: quanti italiani finti ci sono al mondo

Può sembrare spassoso elencare il salame pepperoni, il pamesello e il reggianito, i casi di cibi prodotti all'estero ma spacciati come italiani. Spassoso per tutti, tranne per chi, gli originali, li produce. È il fenomeno dell'Italian sounding, con un giro d'affari di 60 miliardi.

Un turista italiano non può che sorridere quando gli capitano sott'occhio le più ridicole imitazioni delle specialità nostrane. Oltre alle mille storpiature possibili della farcitura della pizza e agli assurdi condimenti degli spaghetti, all'estero è possibile imbattersi in migliaia di imitazioni dei prodotti alimentari italiani. C'è invece ben poco di italiano nel salame pepperoni, che contiene stuzzicanti brandelli di peperoni sottaceto, o in tutto un paniere di prelibatezze quali il “Daniele Prosciutto” del Rhode Island e il “Salam Napoli” rumeno, i formaggi “Parmesao” portoghese, “Parmesan”, “Fontiago”, “Bovizola” e “Combozola triple cream cheese”, la “Pomarola”, l'olio “Toscano” extracomunitario colorato con clorofilla, il tutto innaffiato di Chianti rosé e un bicchierino di Amaretto di Venezia cinese.
 
Il giro d’affari dell’"Italian sounding"
S’aggira intorno ai 60 miliardi di euro annui il giro d'affari delle contraffazioni nel settore agroalimentare. A danno, diretto e indiretto, dell’Italia. Secondo le stime più ufficiali a disposizione, la relazione sulla contraffazione nel campo agroalimentare della Commissione Bicamerale Anticontraffazione del 2010, 5-6 miliardi derivano dalla falsificazione vera e  propria e 54-55 miliardi dal cosiddetto 'Italian sounding'. L’Ufficio governativo italiano Brevetti e Marchi precisa che si tratta di “147 milioni di euro al giorno, comunque oltre il doppio dell’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari. Quindi, almeno due prodotti su tre commercializzati all’estero si riconducono solo apparentemente al nostro Paese”. Una stima prudente, perché nel maggio 2009 l’allora ministro delle Politiche agricole Luca Zaia descriveva così il “grande problema dell'agropirateria”: “Il nostro export agroalimentare vale circa 24 miliardi di euro, ma sappiamo che su 10 prodotti dichiarati made in Italy, solo uno arriva davvero dalle nostre aziende agricole, e si tratta di un fenomeno odioso”.
Per contraffazione qui si intende l’imitazione perfetta di un marchio o di un prodotto con un marchio o un rodotto simile ma dal quale differisce in sostanza e in valore, oppure la falsa indicazione dell’Italia come Paese d’origine. Un alimento simula la sua italianità con un insieme di caratteristiche contraffatte collegate, un mix di nomi italiani, loghi, immagini e slogan chiaramente riconducibili all’Italia o a una regione. 
 
La battaglia europea per gli alimenti tipici
È da anni che in Italia ci si batte per ottenere un riconoscimento alla propria tipicità, e da anni si discute anche di una tutela internazionale contro l'agropirateria, le imitazioni e le contraffazioni di prodotti tipici. L'Europa ha proposto al Wto una lista di specialità alimentari da difendere. Su 41 prodotti, un terzo (ben 14) sono italiani. In effetti l'Italia e le sue tradizioni sono tra le più bersagliate. L'elenco sulle indicazioni geografiche è stato reso noto il 2 settembre 2004 a Bruxelles e riguarda “prodotti europei di comprovata qualità delle cui denominazioni è stato fatto abuso, come il formaggio Roquefort, il prosciutto di Parma o i vini della regione spagnola Rioja”. L'approvazione dei 41 prodotti europei è stata raggiunta dopo settimane di trattative all'interno del 'comitato 133', l'organismo composto dai rappresentanti per i temi commerciali degli Stati europei. Come disse l’allora Commissario Ue all’agricoltura Franz Fischler, “È inaccettabile che l'Italia non possa vendere il genuino prosciutto di Parma italiano in Canada perché il marchio ‘Parma Ham’ è riservato a un prosciutto prodotto in Canada”. Ovvero, l’iniziativa europea per i prodotti di qualità non ha niente a che vedere con il protezionismo, bensì col dare a Cesare quel che è di Cesare.
 

Stefano Liberti. Il land grabbing è in crescita, ma cresce anche la consapevolezza

Sostenibilità / -

Un cittadino protesta contro la politica agricola della Banca Mondiale
© Afandria Afandi/Demotix/Corbis

Dopo aver vinto nel 2010 il premio Indro Montanelli con 'A sud di Lampedusa', il giornalista Stefano Liberti ha scritto il primo reportage sul fenomeno del land grabbing. A tre anni dalla sua pubblicazione facciamo il punto su cosa sta cambiando, i protagonisti, le colpe dimenticate, il ruolo dell'opinione pubblica.

Sono passati tre anni dalla pubblicazione del libro Land grabbing. Il fenomeno in questo periodo è cresciuto?
Il land grabbing ha mantenuto un trend di crescita omogeneo rispetto al passato. Ma è anche aumentato il senso di consapevolezza. Questo significa che il tema è più coperto dai mezzi d’informazione nei Paesi dove la libertà di stampa lo consente ed è entrato a far parte del dibattito pubblico. Grazie a questo interessamento, i governi agiscono con più cautela. Alcuni accordi sono anche saltati grazie alla pressione dell’opinione pubblica. È il caso, ad esempio, dell’accordo tra la ditta italo-senegalese Senethanol e il governo di Dakar. C’è una società civile che si occupa e preoccupa del fenomeno sia nei Paesi del Sud del mondo, sia in quelli occidentali. In questi anni quindi gli investimenti continuano, però senza un’accelerazione di rilievo rispetto al 2008, quando tutto ebbe inizio.
 
Fino al 2011, lei scrive, erano stati accaparrati da governi e multinazionali circa 45 milioni di ettari di terreni in giro per il mondo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Una superficie di poco inferiore alla Spagna. Se dovesse fare un paragone con le dimensioni di uno Stato oggi, quale sceglierebbe?
Oggi la superficie concessa è più o meno il doppio della Spagna. La maggior parte dei terreni non è venduta, ma data in affitto (leasing) per periodi molto lunghi. Di solito 25, 50 o 99 anni, anche se l’orizzonte di investimento è in realtà più ridotto perché chi vuole trarre profitto ha interesse a che questo si verifichi entro i primi cinque anni e poi solitamente abbandona quelle stesse terre. Per questo motivo, a fronte di accordi poco chiari, si possono fare solo delle stime che vanno da 60 a 300 milioni di ettari. Questo significa una dimensione che va dalla Francia fino a tutta l’Europa occidentale. Io credo che la stima reale stia nel mezzo. Il problema più grave però è che quello che si va ad imporre è un modello di produzione agricola diverso rispetto a quello familiare che esiste da secoli in quei luoghi. È un modello di produzione più impattante e basato sulla monocoltura.
 
Quali sono le motivazioni che spingono i Paesi acquirenti a comprare o a prendere in affitto terre straniere? Ad esempio, che ruolo giocano in tutto questo il cambiamento climatico e l’aumento demografico?
L’unico Paese che ha investito in questo fenomeno per un problema reale di sviluppo è l’Arabia Saudita che ha deciso di esternalizzare la produzione agricola perché il proprio territorio non è in grado di coprire il fabbisogno interno. La maggior parte degli attori implicati, però, è costituita da fondi finanziari, da attori che provengono dal settore finanziario, molto più che da Paesi e multinazionali. Attori che pensano solo al profitto. E questo porta a una “finanziarizzazione" della filiera alimentare, all’arrivo di soggetti che fino ad oggi non erano interessati al settore.
 
Lei e altre personalità e Ong parlate di neocolonialismo. Però questa volta non sono solo i Paesi occidentali a partecipare alla corsa per l’accaparramento. Esistono altri Paesi non occidentali che in realtà stanno partecipando a questa nuova forma d'investimento?
Oltre all’Arabia Saudita, anche il Qatar sta cercando di esternalizzare la sua produzione agricola. Per quanto riguarda l’espressione “neocolonialismo”, la si può usare fino a un certo punto. Dal punto di vista formale, cioè di sottrazione delle risorse da parte di Paesi o soggetti privati come fondi finanziari e multinazionali straniere, questa forma di accaparramento delle terre è molto simile al colonialismo di una volta. Lo è meno se si analizza il modo, che non è coercitivo, forzato.
 
Infatti dal suo libro si evince che il governo etiope avrebbe avuto un ruolo attivo nella vendita delle terre. Qual è la reale responsabilità dei governi dei Paesi in via di sviluppo visto che, a differenza del periodo colonialista, non si tratta di eserciti che vanno alla conquista di territori?
Esiste un consenso da parte dei governi dei Paesi in via di sviluppo che hanno una parte di responsabilità. Scelgono di mettere sul mercato le loro terre, anche su spinta delle organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e la Fao, perché credono in buona fede che queste forme di investimento siano vettore di sviluppo economico. Un altro aspetto da considerare è la corruzione che in alcuni Paesi è un problema molto grave. E poi c’è un complesso d’inferiorità che ha portato i governi a mettere sul mercato a prezzi irrisori e a condizioni poco vantaggiose enormi porzioni di territorio perché spinti dall’idea che solo gli investimenti diretti esteri possano aiutarli a crescere economicamente.
 
Se dovesse disegnare una mappa del land grabbing, quale sarebbe il paese con più territori fuori dalla “madrepatria”?
Stati Uniti, Brasile, gli Stati del Golfo Persico, i Paesi europei e la Corea del Sud. Questi sono molto attivi all’estero. Il Brasile, ad esempio, sta investendo nei Paesi africani di lingua portoghese, come il Mozambico e l’Angola. Però subisce il fenomeno a sua volta, anche se in una chiave diversa perché qui la questione delle terre è molto antica e la consapevolezza dei popoli indigeni e della popolazione brasiliana è molto alta. Motivi che rendono l’accaparramento meno predatorio. Le situazioni peggiori, invece, si registrano in Africa subsahariana, come Tanzania, Etiopia e Sudan, dove il fenomeno è recente, la governance è più bassa e la società civile è meno attiva.
 
Il land grabbing è qualcosa di cui sentiremo parlare sempre di più o si sta già facendo qualcosa per imbrigliare il fenomeno?
Non mi sembra un fenomeno transitorio, piuttosto qualcosa che procede in modo regolare. Se le cose non cambieranno, investire sulla terra rimarrà molto vantaggioso. Però è difficile fare previsioni perché ci sono molti fattori in gioco che possono mutare l’interesse degli investitori. Le linee guida adottate nel 2012 dal Comitato per la sicurezza alimentare della Fao contengono una serie di dichiarazioni non vincolanti ma che sono frutto di negoziati a cui hanno partecipato sia rappresentanti dei governi che hanno ceduto e cedono le terre, sia rappresentanti dei Paesi che le acquisiscono. È un regolamento puramente formale, ma che, se rispettato, potrebbe mitigare il fenomeno del land grabbing.
 
 
 
 

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