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Elogio della canapa: per vestirci, farsi belli, mangiare, riscaldarci e viaggiare in auto

Sostenibilità / -

Cannabis sativa

Nel secolo scorso si è assistito a un progressivo abbandono della canapa. Oggi c’è un rinnovato interesse nei confronti di questa coltura per usi industriali, tessili, come alternativa ecologica al cotone, perfino per le bioplastiche del futuro. Ha pure interessanti proprietà cosmetiche e nutrizionali quest’ingrediente antico che dunque sta per essere riscoperto anche dall’alta cucina.

La coltivazione e gli usi alimentari (e non solo) della canapa sativa stanno tornando in auge in tutta Europa, Italia compresa, dopo 50 anni di oblio. Coltivata sin dall’antichità soprattutto per ricavarne fibre e tessuti oggi se ne scoprono i valori nutrizionali anche sotto forma di olio e farina.
 
I prodotti della canapa
Con prodotti della canapa intendiamo manufatti eterogenei ottenuti dai semi o dalla fibra, non psicoattivi, come funi, carta, tessuti, farina, olio, shampoo, saponi e persino materiali da costruzione, usati in bioedilizia. Il bassissimo contenuto di THC (tetraidrocannabidiolo, inferiore o uguale allo 0,2%) rende questa varietà di canapa legale e già coltivata in Italia da una ventina d’anni con crescente interesse.
 
Un po’ di storia
L’uso della canapa (Cannabis sativa) a livello mondiale è antico e comincia sin dalla Preistoria. In Italia fu soprattutto nel Medioevo, a partire dal Duecento e Trecento che con lo sviluppo delle navigazioni e dei commerci marittimi la canapa prodotta in alcune regioni come Piemonte, Marche, Emilia Romagna, Sicilia, serviva per la fabbricazione di cordami, sartiame, telerie varie. Tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento l’Italia fu la seconda produttrice mondiale di canapa, dopo la Russia.
 
In Italia la canapa era chiamata “oro verde” per le sue numerose applicazioni, e per le alte rese; poi la coltivazione decadde per via dell’introduzione di fibre meno costose e sintetiche, soprattutto quelle derivate dal petrolio. La proibizione della canapa ricca di THC e la confusione con quest’ultima rese questa coltura in generale malvista dall’opinione pubblica sino a non molti anni fa.
 
Gli sviluppi attuali e futuribili
La canapicoltura al giorno d’oggi è una realtà poliedrica e interessante. Se ne ricava un olio alimentare, molto apprezzato per le sue proprietà nutrizionali; si ottiene anche una farina che, mescolata ad altre, è utile nella panificazione e pastificazione; inoltre si possono ricavare fibre tessili più sostenibili ed ecologiche rispetto al cotone ad esempio, e infine la canapa è impiegata nella bioedilizia come isolante, per fabbricare mattoni e altre applicazioni.
Risalgono addirittura alla prima metà del Novecento le prime prove di biocarburante a cura di Henry Ford, magnate della Ford, che nel 1941 alimentò con successo un’auto con canapa distillata. Il progetto fu abbandonato ma al giorno d’oggi i biocarburanti stanno tornando in auge e forse nel prossimo futuro vedremo la caratteristica foglia, uno dei simboli degli hippie e della controcultura giovanile, emblema di qualche avveniristica casa automobilistica.
 

Stefano Marras. Lo street food del futuro sarà di qualità, biologico e a chilometro zero

Lifestyle / -

CF intervista Roberto Marras

Lo afferma Stefano Marras, assegnista di ricerca del Dipartimento di Economia e Sociologia dell’Università Milano Bicocca, che nel 2010 è stato incaricato dal suo Ateneo e da Expo Milano 2015 di condurre una ricerca sul cibo di strada per garantire all’Esposizione Universale dei contenuti di spessore su questa particolare tendenza.

Nel 2011, Stefano Marras ha iniziato la sua ricerca in accordo con un team di Expo Milano 2015. Per tre mesi e mezzo ha girato tutte le principali Capitali del sud America, fermandosi circa due settimane in ognuna, accompagnato dagli esperti delle Università locali o, a volte, da solo.
 
Compiendo la sua ricerca in giro per l’America del sud e l’Italia, ha parlato con molti venditori di cibo di strada che sono i protagonisti del documentario Esta es mi comida. È stato difficile entrare in contatto con queste persone?
Sono entrato in contatto con questi venditori da solo o tramite i contatti dell’Università. Mi soffermavo a parlare con loro, chiedevo loro se erano disponibili a essere seguiti per tutto il giorno con la telecamera, addirittura alcuni di loro mi hanno invitato a casa loro dalla mattina, li filmavo mentre cucinavano, preparavano il carretto e lo portavano nel luogo preposto alla vendita. Nessuno di loro è stato restio, anzi. Da un lato perché vedevano la mia presenza come una pubblicità oltreoceano in vista di Expo Milano 2015, dall’altro lato il loro era un semplice approccio cortese.
 
C’è una storia di vita che l’ha colpita particolarmente?
Ce ne sono diverse. Nel documentario, tutti hanno una storia da raccontare. Tutte erano profonde, a volte commoventi. Vendendo il pane una donna si è comprata la cucina a gas nuova, un venditore che faceva pasta italiana e sughi fatti la lui, aveva vissuto in strada. Ora è famoso, va in televisione. Spesso i venditori sono contrastati dalle autorità locali, ma quando diventano celebri, vengono lasciati stare. Un altro venditore che veniva chiamato Pelado vendeva un panino buonissimo con la carne, l’ho conosciuto perché gli ho fatto una foto al suo chioschetto trasandato e lui mi ha tenuto tre giorni a parlare della storia dell’Argentina. Tenga conto che quello dello street food in America latina è un fenomeno importante dal punto di vista culturale ed economico, ma anche politico. Pensi che una decina di anni fa, la giunta comunale di Bogotà è cambiata, passando da una giunta di cento destra a una di centro sinistra e quelli di centrosinistra hanno vinto proprio grazie all’appoggio dei venditori ambulanti che laggiù hanno un grosso peso politico.
 
Molte persone evitano questo tipo di prodotti per paura che siano sporchi, che non siano controllati. È un timore legittimo?
A mio avviso, c’è da distinguere tra la qualità dei prodotti e la sicurezza igienico sanitaria degli alimenti. Se parliamo della qualità, sta alla coscienza dei singoli venditori vendere alimenti freschi, comprati al mercato, magari biologici. Dal punto di vista igienico sanitario, invece, nei Paesi in via di sviluppo la preoccupazione può essere fondata. La maggior parte dei venditori ambulanti prepara i cibi a casa propria, proviene da classi sociali poveri o molto povere, vivono nelle baraccopoli dove magari non c’è acqua potabile e questo naturalmente può essere un fattore di rischio. Sono stati fatti precedenti studi su campioni di cibo di strada in sud America, Asia e Africa con dei tassi di contaminazione microbiologica elevati, ma non ci sono studi che dimostrino che questi tassi di contaminazione elevati provochino la malattia. C’è da dire però che nella vendita ambulante tutto è a vista e che tantissimi piatti sono fritti. Sappiamo tutti che la frittura uccide qualsiasi batterio. Poi è vero che sono persone povere, ma non ho mai visto tanta cura nel vendere, tanta cura nel pulire il loro piano di lavoro. Per loro, quella è l’unica fonte di sostentamento quindi hanno tutto l’interesse a fare in modo che i loro clienti siano contenti.

Lei afferma che questi prodotti siano sostenibili. Ce ne può spiegare le ragioni?
Sono tre i fattori da tenere in considerazione: il commercio avviene su piccola scala, tutti i venditori si specializzano su pochi piatti e la flessibilità spazio-temporale del furgoncino che si può muovere dove c’è mercato. Quindi i venditori possono calcolare in maniera molto più precisa, minuziosa, la quantità di alimenti che devono avere ogni giorno senza sprechi o scarti. È vantaggioso anche dal punto di vista dell’igiene, perché i cibi devono essere necessariamente freschi.
 
Nei Paesi in via di sviluppo, i venditori di strada sono in genere “gli esclusi” dal mercato formale, mentre in Occidente la crisi ha prodotto dei nuovi imprenditori dello street food tra cui professionisti di lunga data o giovani che si sono inventati un lavoro investendo in un truck. Perché oggi questo settore è così allettante? Può darci qualche dato?
Questo nuovo movimento dei food trucks nato negli Stati Uniti ha delle caratteristiche ben precise. Prima di tutto propongono dei piatti gourmet, fusion, fatti con alimenti biologici, locali, poi utilizzano dei social media per farsi pubblicità, il logo, la personalizzazione dei truck. Negli Stati Uniti questo fenomeno è scaturito dalla grande crisi del 2008-2009 e ha dato subito dei risultati importanti a molti venditori. Nella infografica animata che ho fatto vedere durante l’incontro di domenica a Slow Food c’è la storia originale di Koghi bbq che ha guadagnato 2 milioni di dollari il primo anno, ha 137 mila follower su Twitter oggi, è stato il eletto tra i dieci migliori chef della città di Los Angeles. Una storia di successo che sicuramente ha ispirato gli altri venditori, ma anche un film, il recente “Chef. La ricetta perfetta” che racconta letteralmente di quel caso: uno chef famoso perde il lavoro perché insulta un critico gastronomico, apre un furgoncino e diventa famoso grazie a Twitter. In Italia, mangiare per strada è meno comune, diciamo però che i Festival che sono stati fatti hanno richiamato tra i 500 e i 750 mila clienti in un anno e mezzo, con una spesa di 15 euro a visitatore. Questi Festival muovono un giro di soldi e di guadagni importante. Oggi in Italia sono 8500 le licenze per cibo e bevande rllasciate, con una crescita annua media del 7% dal 2009. Quindi è una crescita importante, inoltre c’è una crescita esponenziale negli articoli di giornale che parlano di street food. La dinamica secondo me è stata questa: a un certo punto si è diffusa la moda dei Food Gourmet che hanno attirato l’attenzione dei giornalisti, da lì è nato il boom. Tenga conto che sugli 8500 licenze in Italia, non più di 100 sono Food Gourmet.
 
Come sarà lo street food del futuro? Come se lo immagina?
Sicuramente questo nuovo modo di proporre il cibo di strada in versione gourmet trainerà verso l’alto la qualità dello street food. Sarà biologico, di qualità e a chilometro zero. Pian piano, il palato delle persone si raffinerà e anche chi vende la salamella davanti alle discoteche pian piano dovrà adeguarsi ai nuovi gusti raffinati dei clienti. Così come successe al gusto pistacchio del gelato che negli anni ottanta era insapore, innaturale e verde fluorescente. Ora, se una gelateria si azzardasse a venderci un gelato simile, chiuderebbe dopo un mese.
 
In quale Paese ha trovato l’esempio di street food più stravagante?
In Sudamerica mi sembrava tutto molto stravagante, soprattutto in Bolivia dove sono rimasto affascinato dalla storia degli anticuchos, degli spiedini con cuore di manzo e patata, una patata piccola, andina, cotta con delle griglie che fanno delle fiamme altissime e venduto da queste donne tipiche, con il cappello e gli scialli colorati. La storia di questo cibo rimanda alla storia degli Inca che cucinavano lo stesso piatto, ma anche all’epoca della tratta degli schiavi dove il cuore di manzo fu sostituito da parti più pregiate per gli europei, mentre gli schiavi continuavano a cucinarlo nel modo tradizionale. In italia, è stato interessante assaggiare per la prima volta il lampredotto fiorentino, il pane con la milza che fanno a Palermo o l’intestino arrotolato su uno spiedino e cotto sulla griglia.
 
E quello più buono?
L'acarajè a Salvador Bahia in Brasile, una specie di felafel molto grosso, fatto di fagioli occhio nero tritati, fritti nell’olio di palma e con dentro dei gamberetti e una salsina a base vegetale di consistenza gelatinosa.
 
Quello più ecologico?
Tutti gli street food che ho assaggiato erano fatti con ingredienti locali.
 
A Expo Milano 2015 ha assaggiato un esempio di street food particolarmente degno di nota?
Ho assaggiato degli ottimi panini al formaggio nel Padiglione dei Paesi Bassi.
 
 

Mario Guidi. Puntiamo sull'efficienza per raggiungere la sostenibilità in agricoltura

Sostenibilità / -

Mario Guidi, presidente di Confagricoltura
Il presidente di Confagricoltura, Mario Guidi

Il presidente di Confagricoltura, Mario Guidi, su chilometro zero e agricoltura del futuro. Due temi legati dalla mancanza di efficienza, il vero obiettivo su cui puntare per migliorare la sostenibilità alimentare e ambientale.

Chilometro zero. Sul tema ci sono molte opinioni. Lei ritiene che stia diventando un’ideologia?
Il tema dei prodotti a consumo locale o a chilometro zero è affascinante e va sviluppato. Le nostre aziende lo percorrono, ma è una visione riduttiva di fronte a un mercato sempre più internazionale. Il made in Italy è un mercato del mondo, un mercato fatto da svariati milioni di cittadini che nei prossimi anni avranno una capacità di consumo alimentare molto elevata perché crescerà la capacità di spesa. Per questo il chilometro zero è riduttivo per l’agricoltura italiana che ha bisogno di concentrarsi sul mondo.
 
Il chilometro zero viene anche rivestito di aspetti legati all’impatto ambientale. Consumo di prodotti locali, stagionali, il che è corretto. Lo è meno quando il chilometro zero si assimila al risparmio di CO2 e alla sostenibilità. Questo non è affatto detto, il mondo è più vicino di quello che pensiamo normalmente.
 
Trasporti su strada. In Italia il 91 per cento delle merci transitano su gomma, pari a 4,9 milioni di furgoni e Tir, spesso molto inquinanti. In Europa, solo la Spagna ha una percentuale peggiore. Confagricoltura potrebbe farsi promotrice con i suoi iscritti di campagne a favore dell’intermodalità, dei trasporti su rotaia, fluviali, se non addirittura della mobilità elettrica?
Assolutamente sì, il costo medio del trasporto dei prodotti alimentari in Francia è pari a 1,3o euro a tonnellata, in Italia 1,52 euro a tonnellata, quindi costiamo il 20 per cento in più rispetto a un concorrente francese. L’Italia non è un Paese che ha fatto dell’intermodalità un benchmark perché il trasporto su gomma è ancora preminente. L’unica vera dorsale che può contare su un’intermodalità vera è quella che va da Milano a Roma, dove c’è un trasporto veloce e una logistica positiva. Tutta la dorsale adriatica e il Mezzogiorno sono completamente abbandonati. Credo che l’Italia, se vuole proiettarsi in una dinamica di sostenibilità e competitività, debba investire sulla logistica. Strade, ferrovie, trasporti fluviali, ma anche piattaforme in grado di accentrare i prodotti e distribuirli in modo adeguato.
 
La distanza conta. Le ciliegie cilene volano 13mila chilometri per arrivare in Italia, consumano grandi quantità di petrolio per essere vendute a 28 euro al chilogrammo; 12 euro per l’uva del Sudafrica, che viaggia per 8mila chilometri. Se non proprio con il chilometro zero, lei sarebbe d’accordo con un “trasporto aereo zero” per i generi abbondantemente disponibili in Italia?
A me piace il concetto di efficienza e di razionalità. Costa meno importare del grano dagli Stati Uniti via nave che non portare della farina dalla Sicilia all’Emilia Romagna. Poi ci sono consumi di lusso, perché di questo si tratta quando si vuole consumare ciliegie tutto l’anno. Non possiamo privarci nemmeno di questa possibilità. Il tema è farlo in modo efficiente. L’Italia consuma molte più risorse proprio per l’inefficienza, non per la distanza. Noi siamo proiettati in una dimensione di sostenibilità anche nel trasporto e nella logistica senza che questo ci tolga la possibilità di avvicinare altre parti del mondo. Perché vietare di consumare uva del Sudafrica? È come se in Sudafrica vietassero di importare mandarini e arance dall’Italia. Per fare della globalizzazione un elemento positivo dobbiamo attrezzarci in termini di efficienza.
 
Almeno per l’acqua in bottiglia non crede che il chilometro zero sia un parametro interessante e valido? L’acqua, dopotutto, è acqua.
Il nostro mondo è diventato troppo complesso per generalizzare. L’acqua come altri prodotti di base dovrebbero essere consumati il più possibile a chilometro zero perché lo spreco energetico sarebbe eccessivo e non giustificato. La qualità dell’acqua ha un valore intrinseco. Tutti devono avere l’accesso all’acqua e per questo è una risorsa che nasconde anche un problema sociale quando non è possibile consumarla. Le campagne che sono state fatte sull’acqua nascondono un business eccessivo. Oggi è quasi diventato un tema d’élite, esistono addirittura degli assaggiatori. Io credo che tornare all’acqua di rubinetto sia un esempio di civiltà, ma anche in questo caso non so quanto sia una cosa realizzabile su tutto il territorio nazionale perché occorrono reti idriche adeguate a un consumo alimentare, e non sempre l’Italia è attrezzata.
 
Cosa rappresenta Expo Milano 2015 per Confagricoltura?
Expo è molte cose. È impossibile dare una risposta univoca. Expo è una vetrina della qualità italiana come degli altri Paesi. È un’occasione di business, per mostrare il nostro stile di vita e le nostre tecnologie. È un’occasione per comunicare con gli altri. L’altra faccia della medaglia è la centralità dell’agricoltura per il futuro. Nel 2050 dovremo produrre il 70 per cento in più di cibo per sfamare 9 miliardi di persone che tenderanno verso una convergenza alimentare. Questo significa che molte più persone passeranno dal consumo esclusivo di cereali a quello di carne, seppure in misura ridotta. Nel 2050 mia figlia avrà la mia età ora, per questo credo che Expo Milano 2015 sia il luogo in cui discutere del futuro di questo Pianeta a cui ci dedichiamo raramente. È un’occasione irripetibile per dettare le linee guida dei prossimi decenni. E l’agricoltura diventerà sempre più centrale dal punto di vista della sostenibilità alimentare e ambientale.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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