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Ecco quanta raccolta differenziata fanno le grandi città d’Europa

Sostenibilità / -

Percentuali di riciclo nelle città europee
ImageBank Sweden

I dati di raccolta differenziata conseguiti a Expo 2015 sono eccellenti, soprattutto a confronto con le percentuali riscontrate nelle grandi città europee.

Senza l’attenzione di tutti, non c’è raccolta differenziata. Senza raccolta differenziata non c’è riciclo, né risparmio e rispetto dell’ambiente. Quindi, non si sarebbe potuta definire sostenibile questa Expo Milano 2015 se tutti non avessero partecipato diligentemente. Il riciclo è quell’insieme delle operazioni che consentono di riutilizzare moltissimi materiali contenuti in ciò che le città e le industrie gettano via. La riduzione a monte, la raccolta differenziata e il riuso sono tutte azioni parte di un’ampia strategia che consente di risparmiare energia, evitare le discariche, ridurre le emissioni inquinanti e di CO2.
 
Gli obiettivi dell'Unione europea
L’Unione europea (con la direttiva 2008/98/CE) si è data l’obiettivo di diventare una “società del riciclo ad alto livello di efficienza”, cercando di limitare la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorse. La raccolta differenziata è parte essenziale di questo obiettivo.
 
Agli Stati membri dell’Unione Europea viene chiesto di impegnarsi affinché i materiali riciclabili non finiscano in discarica, e il riciclo dei rifiuti urbani (limitatamente a metalli, carta, vetro, plastica) deve costantemente crescere, in peso. In Italia dalla raccolta differenziata arrivano da anni segnali positivi, specialmente al confronto con le capitali europee.
 
Berlino
Secondo i dati Atia - Iswa Italia la capitale europea prima in classifica è Berlino, dove si producono 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno (442kg a testa) e si raggiunge il 42% di raccolta differenziata.

Roma
L’Ama serve un bacino di 3 milioni di persone che produce 1.775.000 di tonnellate all'anno (610 kg a testa) di rifiuti e ha una percentuale di raccolta differenziata arrivata al 38% di cui l'11% è composto da rifiuti organici e il 27% si avvia al recupero di materia (vetro, carta e cartone, plastica e metallo). Va segnalato che Milano è al 48,93% (con 1,3 milioni di abitanti).
 
Londra
I dati disponibili riguardano 12 aree amministrative su 33, pari a 3.280.000 abitanti sugli 8.200.000 totali; in questo segmento la produzione annua di rifiuti urbani è di 2.954.000 tonnellate, con una media pro-capite di 970 kg. La capitale inglese raggiunge quota 34% di raccolta differenziata con il 41% che va agli inceneritori con recupero di energia e il 25% in discarica.
 
Vienna
33% di raccolta differenziata; invia al trattamento termico il 75% dei rifiuti indifferenziati prodotti. A Vienna la produzione pro capite annua è di 599 kg.
 
Madrid
Con il 17% di raccolta differenziata, il 39% dei rifiuti che finisce in discarica e poco più del 26% si avvia all'incenerimento; tuttavia la produzione all'anno è più bassa, con un milione di tonnellate (377 kg a testa).
 
Parigi
Ha solo il 13% di raccolta differenziata, di cui il 12,7% è destinato alla discariche il 67% va ad incenerimento; la produzione annua pari a poco più di 2,5 milioni di tonnellate (440 kg pro capite).
 
Nuovo record a Expo Milano 2015, questa volta per la raccolta differenziata
Ad agosto è stato differenziato il 70% dei rifiuti prodotti sul Sito Espositivo, secondo quanto comunicato insieme da Expo 2015, Amsa (Azienda milanese servizi ambientali) e Conai (Consorzio nazionale imballaggi). L'Esposizione Universale di Milano ha quindi raggiunto l'obiettivo che si era posta all'inizio di maggio, grazie anche allo sforzo organizzativo messo in campo, al sistema di controllo e pronto intervento gestito tramite la Centrale di comando e controllo 'EC3' e alle azioni di sensibilizzazione e supporto ai partecipanti e ai visitatori. Il risultato risplende ancora di più se confrontato con la percentuale raggiunta dalle Olimpiadi di Londra 2012, definite "le Olimpiadi più verdi della storia", dove il dato finale è stato del 73% di raccolta differenziata.
 

L’identità italiana in un piatto: la pasta

Cultura / -

Maccheroni, formato simbolo della pasta nel mondo

Nata secondo alcuni in Cina e forse già nota ai Romani, la pasta comunque doveva già esistere nell’Italia del XIV secolo, essendo i “maccheroni” citati da Boccaccio nel Decameron. A lungo rimasta un prodotto casalingo e per qualche tempo elitario, iniziò a essere fabbricata industrialmente intorno al 1800 a Napoli con i primi macchinari, arrivando a essere un piatto celebre ovunque. Oggi è un simbolo dell’italianità nel mondo.

La pasta sta entrando sempre più nelle abitudini alimentari di altri Paesi ed è ormai diffusa in tutto il mondo, sia per il dilagare della dieta mediterranea, sia grazie all’interesse che le specialità italiane suscitano dappertutto.
 
La storia della pasta, simbolo dell’identità culinaria italiana, inizia in epoca romana, e si sviluppa nel Medioevo, grazie all’influenza del mondo arabo sino ad approdare nell’Età moderna, non più piatto elitario ma pietanza popolare, in simbiosi con l’americano pomodoro, reso salsa dal genio italico.
 
Dalle lagana ai fidelini
La storia della pasta in Italia inizia almeno in epoca romana quando le lagana, a base di pasta fresca, sono citate in alcuni ricettari latini: le nostre lasagne probabilmente derivano da quella antica pietanza.
Ma è solo nel Medioevo che, imparata dagli Arabi la tecnologia di essiccare la pasta per conservarla a lungo, le paste alimentari italiane dalla Sicilia si diffondono nelle altre regioni, Sardegna, Campania e Liguria in primis, e si diversificano: lunghe, corte, minute, decorate, rigate, forate, ornate, tipo spaghetti, gnocchi, bucatini e tanti altri.
La pasta essiccata, conservabile a lungo, diventa oggetto di un commercio intenso di cui rimangono tracce nei registri di dogana dei porti italiani, negli atti pubblici, negli atti notarili: troviamo così la citazione “bariscella una plena de macaronis” del 1279, che attesta la popolarità del termine maccheroni per denominarla, mentre gli altri due termini, itrya e fidaws, sopravvivono in alcune locuzioni regionali, come il filindeu sardo e il ligure fidelli, italianizzati in fidelini, dall’arabo medievale fidaws appunto.
Al giorno d’oggi esistono centinaia di tipologie di pasta, dalle più conosciute, la cui produzione è ormai meccanizzata, a quelle meno note, fatte interamente a mano da pochi artigiani che si tramandano il know how; il primato italiano mondiale nella produzione e consumo è indiscutibile.
 
Al dente e con la salsa di pomodoro
La pasta in Italia si consuma “al dente” e solitamente con la salsa di pomodoro, connubio considerato tradizionale dalla notte dei tempi, ma non è così. Prima di mettere a punto la cottura al dente nei ricettari dei secoli passati consigliavano una lunga cottura, e prima della diffusione della salsa di pomodoro nelle cucine regionali, nell’Ottocento, la pasta si condiva con burro, spezie, e specialmente formaggio, di fatti un detto popolare recita “come il cacio sui maccheroni”.
 
La pasta inoltre nacque come cibo elitario, lo dimostra la sua presenza in tanti ricettari di corte, da quello di Maestro Martino da Como a quello di Bartolomeo Scappi. Solo nel Settecento, di pari passo con la crescente industrializzazione del processo produttivo, divenne un prodotto popolare, sino all’apoteosi novecentesca, che la reso la pasta il simbolo stesso dell’italianità, ma in realtà la strada per arrivare sulla tavola di tutti gli italiani è stata lunga.
 

Detto e mangiato: dindo

Cultura / -

Curiosamente la parola dindo ha a che fare sia con i quattrini che con i tacchini.

Pare che “dindo” -più spesso usato nella forma al plurale “dindi”-  sia il primo modo degli esseri umani di chiamare il danaro. L’associazione tra dindo e pecunia è presto spiegata col suono che fanno le monete tintinnando (din-din).
Dindo è infatti voce onomatopeica e giocosa, più spesso usata in fase infantile e poi abbandonata per alternative meno scherzevoli.
La parola dindo indica anche il tacchino e in questo caso deriva dal francese dinde, forma ellittica della locuzione coq d’Inde ‘gallo d’India’.
Il gallinaceo in questione fu infatti importato in Europa dalle Americhe, inizialmente credute le Indie Orientali. E mentre in Francia si è preferito non dar peso all’errore originario, per cui è rimasta in uso la parola dinde, in Italia ebbe col tempo la meglio la voce “tacchino”, probabilmente derivante dal verso “toc, toc” che fa la femmina richiamando i suoi pulcini.
Dindo è comunque voce allegra e piacevole, legata all’idea di abbondanza che sta nel tintinnio della moneta e nella floridezza del tacchino, da sempre simbolo di benessere e prosperità.
Infatti la storia vuole che, nel 1620, i Padri Pellegrini (perseguitati in Inghilterra e dunque sbarcati nel Massachusetts alla ricerca di una vita migliore) riuscirono a sopravvivere al rigido clima invernale grazie all’aiuto dei Nativi Americani, che gli insegnarono a coltivare il mais, a cacciare i bisonti e ad allevare i tacchini.
Come ringraziamento i coloni indissero un suntuoso banchetto (la cui ricorrenza si festeggia nel Thanksgiving day) estendendo l’invito all’intera tribù indigena.
La portata d’onore fu naturalmente il dindo; da qui nasce l’usanza americana di consumarlo durante il “Giorno del ringraziamento” e soprattutto di offrirlo ai vicini meno abbienti, cosa ancor più meritevole se ci si avvale del suo doppio significato (tacchino e quattrino).
Buon appetito.

Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.

 
 

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