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Bill Gates beve acqua potabile ricavata da feci e urine umane, per salvare migliaia di bambini

Innovazione / -

Bill Gates
© Gatesnotes

Bill Gates, fondatore di Microsoft, ha dimostrato che ricavare acqua potabile e sicura dai rifiuti umani è possibile. Sul suo blog Gatesnotes lo ha fatto vedere al mondo intero. Bevendola.

Ogni nuova ricerca, ogni nuovo studio dimostra che l’acqua potabile è un bene sempre più richiesto, e quindi sempre più prezioso. Nei Paesi in via di sviluppo come in quelli industrializzati, perché la popolazione è in aumento e la disponibilità idrica è in calo per diverse ragioni, dall’espansione delle zone aride dovuta al riscaldamento globale all’inquinamento dei corsi d’acqua, entrambi fenomeni causati dalle attività umane. Per questo sono molte le realtà che si stanno spendendo per trovare una soluzione, per cercare di dar vita a un’invenzione, a un’innovazione in grado di rendere l’acqua un bene comune e accessibile a tutti.
 
Gates se la beve
Bill Gates, il fondatore di Microsoft e ancora tra gli uomini più ricchi al mondo, ha dato una speranza concreta in questo senso. Il 5 gennaio sul suo blog Gatesnotes ha pubblicato un post dove racconta la sua esperienza presso un impianto “geniale” che riesce a trasformare feci e urine umane in acqua potabile. E non si tratta di semplice promozione o di una forma inutile di esibizionismo. Nel video correlato si vede Gates in carne e ossa che beve quell’acqua, senza vergogna e senza paura.
 
 
“Ho osservato i mucchi di feci salire su un nastro trasportatore e cadere in un grande contenitore. Poi hanno proseguito il percorso attraverso la macchina, per essere bolliti e trattati. Pochi minuti dopo ho assaggiato attentamente il risultato finale: un bicchiere di acqua potabile buonissima”. Un’acqua che non ha nulla da invidiare a quella in bottiglia.
 
Omniprocessor è "geniale"
L’impianto descritto da Gates si chiama Omniprocessor ed è stato realizzato dalla Janicki Bioenergy, un’azienda che ha sede a nord di Seattle, negli Stati Uniti, anche grazie al contributo ricevuto dalla Fondazione Bill & Melinda Gates, motivo per il quale il presidente onorario di Microsoft ha deciso di controllare in prima persona l’efficacia del progetto.
 
Il motivo per cui è necessario trasformare i rifiuti e i detriti fognari in acqua pulita e potabile lo spiega lo stesso Gates: “Un numero impressionante di persone, almeno due miliardi, usano latrine che non sono state depurate correttamente. Altre semplicemente fanno i loro bisogno all’aria aperta. I rifiuti contaminano l’acqua potabile di milioni di persone, con conseguenze orribili: i disagi causati da servizi sanitari scarsi uccidono circa 700mila bambini ogni anno, e impediscono a molti altri di crescere mentalmente e fisicamente in modo adeguato”.
 
Il prototipo verrà testato in Senegal
Il dato delle Nazioni Unite citato da Gates è imbarazzante. Ogni 2,5 minuti un bambino muore per diarrea perché ha bevuto o usato acqua contaminata. Questo è il vero motivo per cui l’efficacia del prototipo realizzato dalla Janicki Bioenergy è fondamentale. Il primo test ufficiale verrà condotto in Senegal dove i detriti fognari vengono ancora spesso scaricati direttamente nel fiume più vicino e nell’oceano. L’impianto è anche in grado di produrre energia durante la sua attività, più di quella che consuma per funzionare. Un processo positivo che non solo serve a riciclare i rifiuti prodotti da 100mila persone, ma è anche in grado di fornire 250 chilowatt di elettricità alla comunità locale. Senza dimenticare gli 86mila litri di acqua potabile trasformata, al giorno.
 
Se le cose in Senegal dovessero andare come sperato, la Fondazione Bill & Melinda Gates inizierà a cercare partner anche nei Paesi industrializzati. Una delle speranze di Gates è riuscire a portare l’invenzione in India quanto prima, dove sono molti gli imprenditori che possono sostenere i costi così come le aziende in grado di fare i conti con l’alto contenuto tecnologico dell’invenzione. Forse ci vorranno anni prima che le persone berranno, ma soprattutto accetteranno di bere quest’acqua. Ma Gates ha mostrato che una soluzione c’è, ora basta adottarla e migliorarla per il bene di tutti.
 

Ciro Troiano. Quando sparisce una mucca, il cibo diventa una questione di sicurezza pubblica

Economia / -

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La cupola del bestiame, i controlli da intensificare, i nuovi e vecchi allarmi. Una carrellata sull’illegalità alimentare nel nostro Paese in un’intervista al criminologo Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia Lav.

Contaminazioni, adulterazioni, sofisticazioni alimentari. Quali sono le dimensioni del fenomeno in Italia e in Europa?
Secondo la relazione annuale sui rischi notificati dal Sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi (Rasff) in Italia nel 2013 sono stati registrati 3.136 casi di allerta sanitari legati all’alimentazione. In lieve diminuzione, dell’8,7%, rispetto all’anno prima. Solo pochi, però, sono finiti sui giornali quest’anno, come il virus dell’epatite A in frutti di bosco e la carne di cavallo in ravioli e ragù.
L’Italia è il primo Paese membro per numero di segnalazioni inviate alla Commissione europea, con 534 notifiche (pari al 17%), seguita da Regno Unito, Germania e Paesi Bassi. Per quanto riguarda l’origine, invece, l’Italia è il quarto Paese Comunitario per numero di notifiche ricevute (spesso per mancata dichiarazione in etichetta degli allergeni) ma l’ottavo se si considerano anche i Paesi Terzi, come la Cina, che, in assoluto, ha ricevuto il maggior numero di notifiche. 
 
Le illegalità alimentari, sia quelle rischiose per la salute pubblica sia le infrazioni solo commerciali, sono dovute a singoli comportamenti individuali di negozianti, ristoratori, venditori disonesti, o c’è dietro qualcosa di più grande?
C'è il pescivendolo che spruzza il Cafodos sul pesce, un composto chimico che lo fa apparire come se fosse appena pescato, anche se è marcio. La sostanza è al centro di un’indagine aperta dalla procura di Torino nel 2013 dal pm Raffaele Guariniello, che con una rogatoria ne ha scoperto due aziende produttrici in Spagna. Poi c’è il responsabile di un magazzino dell’Italia centrale di un’azienda di formaggi che viene beccato, stranamente, a rietichettare tutti i prodotti scaduti in giacenza, e che stranamente dichiara di farlo di sua iniziativa, all’insaputa della sua azienda. Ma a me è rimasto impresso un fatto più grave, che cito sempre, una società che anni fa aveva in appalto la distribuzione di pasti presso mense scolastiche, ospedali, asili, caserme, e che smerciava e utilizzava prodotti scaduti e potenzialmente pericolosi per la salute pubblica. Non è un fatto isolato. L’anno scorso dopo sei mesi d’indagine i Carabinieri del Nas di Udine hanno sequestrato 1.063 forme di formaggio prodotto con latte contaminato: 26 indagati di cui 17 allevatori, 5 persone agli arresti domiciliari tra cui le due socie di un laboratorio di analisi; e la “mente” sarebbe proprio il presidente di quel consorzio arrestato per associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, al commercio di sostanze alimentari nocive e adulterazione di sostanze alimentari. Per quanto riguarda la carne, poi, sono state condotte tante inchieste sul territorio nazionale che hanno messo in evidenza l’esistenza di vere e proprie organizzazioni criminali. Tant’è che, per queste, sono anni che uso la locuzione “cupola del bestiame”.
 
Le "cupole del bestiame". Cosa sono, chi c’è dietro, come operano?
Chiamandole "cupole" non intendo desumere una regia da parte di Cosa Nostra o della camorra nei circuiti della macellazione, bensì l’esistenza di strutture dalle capacità organizzative molto forti, capaci di intessere rapporti collusivi  con apparati della pubblica amministrazione. Capaci per esempio di smerciare animali affetti da patologie e avviarli nel circuito alimentare. Un caso clamoroso è del 2013, di un’azienda che riforniva tra Napoli e Caserta ben 70 punti vendita. Attraverso la connivenza di veterinari compiacenti, quando gli addetti sapevano che ci sarebbe stato un controllo contro la brucellosi, secondo l'accusa, vaccinavano gli animali proprio prima del controllo così da coprire col farmaco la presenza dei batteri. Il Corpo Forestale ha sequestrato 180 degli 800 animali negli allevamenti coinvolti. In altre inchieste, risalenti ad alcuni anni fa,  ci sono intercettazioni telefoniche in cui un allevatore chiede “Questo animale è pieno di pus, come faccio a venderlo” e gli si risponde “non ti preoccupare, togli il grosso, macinala e vendila come carne macinata”. Con i clienti che poi si lamentano che la carne è “sporca”… Tecniche anti-scoperta attuabili solo da un’organizzazione criminale.
Un altro esempio è quello di grandi aziende produttrici di prosciutti che li falsificano. Un imbroglio non rischioso per la salute, ma dal punto di vista penale e della frode in commercio sì. Se si vende un prosciutto Dop che in realtà è importato dall’Ungheria, dalla Spagna o dall’Est europeo, ci si guadagna il doppio. Ci sono stati omicidi legati a questi traffici.
 
Oltre a questi casi di associazioni a delinquere nate intorno al cibo, la vera e propria criminalità organizzata italiana ha un suo ruolo?
Anche. Quando anni fa ci fu la prima emergenza mucca pazza, fu individuato il morbo in una mandria di bovini in Sicilia, che stranamente sparì. Ne fu denunciato il furto. Questa mandria apparteneva a un mafioso. Ovviamente non si può escludere un “riciclo” illegale degli animali ammalati nel circuito alimentare.
Però bisogna dire anche un’altra cosa. Nel nostro Paese vi sono competenze altissime e specialità sviluppate nei controlli dal Corpo Forestale dello Stato, da Carabinieri, Nas, Nac. Non ultimo il Corpo delle Capitanerie di Porto che rappresenta un preziosissimo baluardo di legalità in settori che ci interessano come la sicurezza alimentare e ambientale, e nessuno ne parla mai. Ho incontrato persone professionali e bravissime. A Napoli, attraverso un’indagine sull’inquinamento delle acque costiere, sono riusciti a risalire ad allevamenti abusivi di bufale e a sequestrarli scoprendo anche il vero e proprio martirio dei cuccioli maschi delle bufale che vengono lasciati morire di inedia o uccisi perché non utili alla produzione. Il problema sono i controlli di base, quelli routinari. Occorre intensificare e potenziare la rete di vigilanza vista la diffusione delle illegalità e adeguare le sanzioni attualmente previste alla portata offensiva delle violazioni. I controlli, a mio avviso, vanno rafforzati e incrementati e occorre mettere gli organi addetti alla vigilanza nelle condizioni di operare di più e meglio. Non ultimo, laddove ci sono negligenze, pressappochismo, incompetenze o, peggio, collusioni nei controlli, occorre intervenire severamente…
 
Cioè, c'erano allevamenti abusivi?
E non solo allevamenti. Ci sono macelli clandestini, li scoprono. Il fatto che operino ancora significa che c’è qualcosa che non va. E questa carne va a finire nei piatti. Secondo la Coldiretti scompaiono 100mila animali all’anno. L’abigeato non è un reato passato di moda.
 
Ad agosto il Daily Telegraph ha scoperto che la  "bush meat" africana, la carne di scimmie, roditori, pipistrelli - secondo molti esperti all'origine dell'epidemia di ebola in Liberia, Sierra Leone e Guinea - viene venduta sotto banco nei mercati dell'est di Londra e nei ristoranti etnici della capitale inglese. È così anche in Italia?
Non ho notizie di traffico di bush meat, finora, se non relativo a casi isolati o a carne di uccelli protetti abbattuti all’estero e importata clandestinamente. Certo, i flussi migratori innescano nuove dinamiche. L’accoglienza ha aspetti che ci arricchiscono, portando cultura e diversità, ma anche aspetti critici, come usi e costumi alimentari che spesso cozzano con la nostra normativa, importazioni di animali protetti o parti di essi, la farmacopea con sostanze illegali, e spesso si riscontrano diversità culturali sul concetto di igiene. Vi sono casi di ristoranti etnici in cui sono stati sequestrati animali di specie non classificata come “sostanze alimentari” o sottoprodotti non commestibili. Mi capitò dieci anni fa a Napoli di imbattermi in un negozio etnico che vendeva carne di coccodrillo!
 
È illegale la carne di coccodrillo?
In quel caso lo era e i gestori furono denunciati e processati per infrazione alle normative Cites. Ma le illegalità più frequenti in questi contesti riguardano igiene e salubrità.
 
Come si affrontano e come si risolvono casi del genere?
Con l’etica e con misure atte a salvaguardare la sicurezza. La questione alimentare è una questione etica: attraverso le proprie scelte si può salvare la vita di altri esseri viventi e contribuire al rispetto dell’ambiente, alla salvaguardia dei delicatissimi equilibri naturali e alla difesa di un’economia solidale. Nella mia prospettiva, la questione alimentare diventa un problema di sicurezza. Utilizzo il termine non a caso, sicurezza pubblica. In questa prospettiva etica e sicurezza si incrociano e diventano valori imprescindibili tanto che “la legalità inizia dal piatto” non è solo uno slogan. Ogni sofisticazione alimentare di prodotti di origine animale è innanzitutto una violazione biologica della vita degli animali e un’offesa al loro benessere. Chi opera in palese violazione delle leggi che vietano la sofferenza di animali – come di recente un’associazione tedesca ha documentato in un allevamento di bufale – si innesta nello stesso modo d’operare di chi mette in commercio prodotti adulterati. Se mettono in giro piatti avvelenati, si preoccuperanno mai del benessere degli animali?  Ecco perché, da criminologo e da attivista, me ne  occupo. Perché finché qualcuno sarà in grado di far sparire una mucca, il cibo sarà anche un problema di sicurezza pubblica e di salute.
 

Leonardo Becchetti. Cos'è la felicità? Va chiesto a tutti

Economia / -

Leonardo Becchetti insegna Economia all'Università di Roma Tor Vergata

Secondo l’accademico dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, il benessere non si può ricondurre a un numero, ma nasce da un insieme di fattori, che varia da cultura a cultura. Per questo, un indice attendibile deve basarsi su criteri condivisi con la società civile.

Il percorso intrapreso per trovare un indice alternativo al PIL dura ormai da 40 anni. Quali sono le principali difficoltà alla sua formulazione?
Il benessere non può essere condensato in un’unica cifra, ma è l’espressione di un set di indicatori. E quando si vuole sintetizzare in un unico valore questo cruscotto, si apre il dibattito su che peso attribuire alle diverse voci.
 
Tra gli indici alternativi al Pil sviluppati negli anni a livello globale, quali ritiene i più 'interessanti' e perché? 
Considero tra i più autorevoli l’Hdi (Human development index-indice di sviluppo umano), che è utilizzato dall’Onu nell’ambito del programma Undp (Nazioni Unite per lo Sviluppo) per valutare la qualità della vita nei Paesi membri. 
Il Gpi (Genuine progress indicator-indicatore del vero progresso) spicca per il tentativo di rendere operative le indicazioni del celebre discorso che Robert Kennedy pronunciò alla Kansas University nel 1968. Cerca infatti di eliminare il cosiddetto ‘paradosso del Pil’, ovvero il fatto che la semplice sommatoria dei redditi non tiene conto della loro natura o provenienza, per esempio mette sullo stesso piano medicine e armi da fuoco. 
Non va dimenticato il Swb (Subjective well being-benessere soggettivo), introdotto per la prima volta nel Rapporto Globale sulla Felicità 2013 dalle Nazioni Unite, che è stato inserito nel nuovo quadro relativo alla politica sanitaria in Europa presentato dall’OMS, l’Health2020. 
Del Gnh (Gross National Happiness o Fil-Felicità interna lorda), inventato dal re del Butham negli anni Settanta e utilizzato ufficialmente dal 2010, apprezzo soprattutto l’attenzione al benessere spirituale, espressione della cultura di quell'area geografica.
 
Lei figura tra i tecnici della commissione scientifica del progetto Bes: quali sono i punti di forza di questo progetto?
Sicuramente l’aspetto più interessante è la natura inclusiva del lavoro che è stato fatto. C’è stato un reale coinvolgimento della società civile italiana, con un approccio partecipativo. 
 
Quali tra questi indici tengono in maggior conto gli aspetti ambientali, le risorse naturali, la salute umana e aspetti che possono essere a vario titolo collegati con la possibilità di seguire una sana alimentazione?
Direi tutti. La salute è uno dei pilastri dell’Hdi. Il Gpi, tra gli indicatori ambientali, include: costi dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua e dell’inquinamento acustico, perdita di suolo agricolo, perdita di aree palustri, costo di disboscamento e deforestazione, danni da emissioni di anidride carbonica, costi di danneggiamento dell’ozono, costi di danneggiamento delle risorse non rinnovabili.
Tra i fattori di benessere soggettivo del Swb, rientra l’alimentazione corretta.
La qualità dell'aria e la salute dei cittadini sono indicatori del Gnh o Fil. Due domini (e diversi indicatori) del Bes fanno riferimento all’ambiente e alla salute.
 
Lei è anche nel Comitato Scientifico di Fondazione Symbola, che ha elaborato il Piq-Prodotto Interno Qualità. Quali sono le caratteristiche di questo indicatore? 
Questo lavoro ha un particolare significato in un momento di crisi, quando si tende a far prevalere il disfattismo. È infatti finalizzato a far emergere il buono che c’è nel nostro Paese, focalizzandosi sul portafoglio di produzioni a maggior valore aggiunto. In pratica, è un distillato del Pil che tiene conto delle nostre migliori specialità. È un processo che tutti i Paesi ad alto reddito dovrebbero fare, per far emergere il proprio genius loci. E visto che il comparto alimentare riunisce gran parte delle nostre eccellenze, Expo Milano 2015 potrebbe diventare una rassegna del nostro Piq. 
 
In ambito aziendale, qual è l'eredità della riflessione economica sugli indici complementari? 
Anche la rendicontazione aziendale si deve basare su indicatori socio-ambientali oggettivi, in modo che le imprese non costruiscano report di sostenibilità a proprio uso e consumo. I sistemi di rating etico sono appunto un metodo di valutazione degli aspetti non finanziari, e gli enti terzi se ne servono per certificare i bilanci sociali delle aziende. In presenza di criteri di valutazione condivisi, i consumatori possono fare il famoso ‘voto con il portafoglio’. Possono cioè premiare con l’acquisto i marchi che dimostrano su basi oggettive l’impegno del produttore per il benessere dei lavoratori e per l’ambiente.
 
Da uno a dieci, qual è la misura della sua felicità personale?
Dieci! Nel mondo ci sono problemi e soluzioni: contribuire alle soluzioni è quello che mi rende felice.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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