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Agricoltura. La lotta contro i cambiamenti climatici si gioca sul campo

Sostenibilità / -

Amazzonia
© Phil Clarke Hill/In Pictures/Corbis

L’agricoltura è vittima ma anche causa dei cambiamenti climatici. La resa di molte colture è a rischio, ma la popolazione mondiale è in crescita. Da questo settore passa la sfida per il cambiamento, quello buono. Quello improntato verso una forma di sviluppo pienamente sostenibile.

Il rapporto tra agricoltura e cambiamenti climatici è a dir poco conflittuale e mette a rischio la sicurezza alimentare. Se da un lato la popolazione mondiale è in crescita e potrebbe raggiungere gli 8,5 miliardi nel 2030 rispetto agli attuali 7 miliardi, dall’altro il rendimento agricolo, in particolare di mais e grano, potrebbe calare anche del 50 per cento nei prossimi 35 anni per colpa delle mutate condizioni climatiche. Un rischio da evitare soprattutto ora che i dati sulle persone che soffrono la fame sono positivi. Il rapporto State of Food Insecurity in the World 2015 realizzato dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e dal World Food Programme (WFP) ha calcolato che sono 795 milioni le persone che ancora oggi nel mondo non mangiano a sufficienza. Erano un miliardo nel biennio 1990-1992.
 
Il clima che cambia minaccia la resa delle colture
Il Quinto rapporto dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici composto da scienziati provenienti da ogni parte del mondo, ha messo in evidenza come il calo della resa agricola sia già in atto. “Il cambiamento climatico sta agendo da freno. Abbiamo bisogno di un aumento del rendimento per rispondere alla domanda di cibo, ma questo invece sta calando per colpa del riscaldamento globale”, ha detto Michael Oppenheimer, professore dell’università di Princeton e co-autore del rapporto dell’IPCC.
 
L'agricoltura intensiva mette in pericolo il clima
Allo stesso tempo, però, l’agricoltura – in particolare quella destinata a soddisfare il bisogno alimentare degli allevamenti – è uno dei settori che emette più CO2 in atmosfera, paragonabile solo a quello dei trasporti. Soprattutto perché l’agricoltura ha bisogno di sempre più spazio, vista la richiesta crescente di prodotti, a scapito della superficie coperta da foreste e l’utilizzo di fertilizzanti chimici. Una situazione di stallo apparente che mette l’agricoltura in una condizione di vittima, ma anche di responsabile dei cambiamenti climatici.
 
L'agroecologia è la risposta?
La FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, ha le idee chiare e sta già lavorando per promuovere tra gli Stati pratiche agricole sostenibili (come l’agroecologia) e pronte a rispondere agli attacchi dei cambiamenti climatici, come desertificazione e innalzamento del livello dei mari.
 
Biologico e agricoltura familiare, empowerment femminile e consumo consapevole sono solo alcune delle parole, alcuni dei concetti fondamentali da incidere nel solco tracciato dalla lotta ai cambiamenti climatici. Strumenti che porterebbero non solo a vincere la battaglia contro il riscaldamento globale, ma a vincere la sfida per il cambiamento verso un’economia sostenibile e una società più equa.
 

L’equilibrio tra le città e la campagna: la carrying capacity

Sostenibilità / -

carrying capacity equilibrio citta campagna
© 237/Martin Barraud/Ocean/Corbis

In Italia l’urbanizzazione erode 70 ettari di suolo agricolo al giorno. Nel mondo l’incremento demografico, l’importazione di cibo e l’insicurezza alimentare rendono incerto il futuro del pianeta. Ricucire il rapporto tra città e campagna è un importante passo verso la sostenibilità.

Nel 2008, contestualmente alla crisi alimentare mondiale, in Italia sono stati prodotti 43 milioni di tonnellate di cemento. Nella classifica mondiale, il nostro Paese è al quarto posto per il rapporto tra cemento prodotto/superficie e al quinto per rapporto cemento prodotto/abitante. Nell’ultima edizione del Rapporto sul Consumo di Suolo l’Ispra dichiara che il 7,3 per cento del territorio italiano è urbanizzato, di cui il 47  per cento da infrastrutture, il 30 per cento da edifici e il 14 da aree di parcheggio e cantieri. Impermeabilizzare il suolo agricolo produce profitto economico e allo stesso tempo effetti negativi sulla qualità della vita. La pressione antropica e il processo di urbanizzazione si traducono nella frammentazione delle aree rurali e nella perdita progressiva del potenziale produttivo del suolo.
 
Il terreno agricolo è un patrimonio prezioso
“Il suolo è uno dei beni più preziosi dell'umanità. Consente la vita dei vegetali, degli animali, e dell'uomo sulla superficie della terra”, con questa definizione il Consiglio d’Europa (Carta Europea del Suolo, 1972) introduce il tema della tutela del territorio agricolo.
Il concetto di rete ecologica viene elaborato nelle successive disposizione previste dalle Convenzione di Rio del giugno 1992, della Direttiva Habitat del maggio 1992 e della più recente Convenzione Europea sul Paesaggio (2000), di cui si sottolinea l’importanza della salvaguardia delle aree agricole e delle aree naturali urbane. Purtroppo in Italia, in ogni secondo vengono urbanizzati da 6 a 8 metri quadrati di suolo agricolo. L’uso di asfalto e cemento, l'impiego di macchinari agricoli pesanti, la deforestazione, le irrigazioni inadeguate a cui si deve la salinizzazione dei suoli e l'impiego di sostanze chimiche distruggono il substrato fertile del suolo, la terra viene impoverita e resa incapace di produrre cibo (Ispra, 2012).
 
La diffusione del suolo antropizzato in relazione all’incremento demografico
Il futuro del nostro pianeta non sembra sostenibile. Lo dimostrano alcuni studi svolti da Shlomo Angel della New York University sulla diffusione del suolo antropizzato in relazione all’incremento demografico. Contro l’insicurezza alimentare  è necessario intervenire sulla disponibilità delle risorse alimentari locali e sullo sviluppo del rapporto tra città e campagna. L'ambiente offre all'uomo le risorse necessarie per la sopravvivenza di un numero limitato di individui. In un contesto mondiale in continua crescita demografica l’impermeabilizzazione del suolo agricolo deve essere tenuta sotto la soglia della carrying capacity, ovvero della capacità del suolo di produrre risorse. Nelle città l’incremento demografico e l’uso del suolo sono legati da una legge di scala che descrive una struttura sociale dipendente dai sistemi di distribuzione delle risorse, prima fra tutte quella alimentare. Comprendere e prevedere lo sviluppo di un organismo urbano autonomo e sostenibile è possibile solo attraverso una programmazione resiliente del ricollocamento delle attività produttive all’interno delle prime corone urbane.  La produzione di cibo nelle strette vicinanze dei nuclei urbani comporta la tutela della biodiversità e delle caratteristiche chimico fisiche del suolo, quindi una migliore qualità alimentare e un freno concreto all’irrazionale urbanizzazione a scopi speculativi.
 
 

Vittore Beretta. Facciamo dire ‘prosciutto’ persino ai cinesi

Economia / -

Vittore Beretta, patron dell'azienda F.lli Beretta

È giunto all'ottava generazione familiare e oggi propone le specialità italiane in 60 Paesi. Lo Sponsor Ufficiale Salumi di Expo Milano 2015 sembra aver vinto la sfida della globalizzazione. Il patron di F.lli Beretta spiega come affermare l’Italian food nei mercati più lontani, Cina e Australia in testa.

Sull’Italian food non tramonta mai il sole. Grazie al vento favorevole dell’export, il gusto per il made in Italy inizia infatti a diffondersi anche dall’altra parte del globo. Ne è un riprova il fatto che, come nella musica, anche nei salumi l’Italia ha imposto i nomi delle proprie specialità, e persino il termine ‘prosciutto’ si sta gradualmente affiancando all’inglese ‘ham’. Parola di Vittore Beretta, patron di F.lli Beretta, Sponsor Ufficiale Salumi di Expo Milano 2015. Che sta per inaugurare il terzo stabilimento negli Stati Uniti e da pochi mesi ha fatto il suo debutto in Australia. Ma dal 2003 ha anche una sede produttiva in Cina e, nel complesso, esporta in 60 Paesi.

Quali salumi piacciono in Cina?
Semplificando, potremmo dire che l’abitudine a sapori agrodolci fa preferire un prodotto meno salato. Ma hanno successo anche i salumi realizzati con ricettazione italiana: non dimentichiamo che un canale di vendita primario in Estremo Oriente è il catering alberghiero, rivolto ai turisti occidentali. E poi c’è il mondo delle catene Western style, che propongono pizze e hamburger secondo ricette occidentali. Tanto che, solo in Cina, realizziamo tre tipi di salumi ‘pepperoni’ per le pizze all’americana.

Esistono prodotti cinesi simili ai nostri salumi?
C’è un prodotto, il prosciutto di Jinhua, che ricorda molto vagamente le nostre specialità. In generale, la carne di maiale – qui come nella maggior parte dei Paesi del mondo – è consumata cotta, anche per ragioni sanitarie.

La vostra esperienza negli Stati Uniti è iniziata molto prima: come si è evoluta?
La richiesta dei salumi italiani è iniziata molti decenni fa a partire dalla comunità italiana (che sta aprendo il mercato anche in Australia), ma ha subìto una battuta d’arresto negli anni Settanta, quando l’export di carne di maiale è stato bloccato per il diffondersi in Italia della peste suina africana. Allora diverse aziende, tra cui la nostra, hanno iniziato a produrre in loco i salumi secondo ricette italiane. Alla riapertura delle frontiere, abbiamo ripreso a esportare le specialità DOP e IGP, ma continua la produzione in loco di salumi che non è ancora possibile introdurre dall’Italia, come coppe, pancette e altre specialità.

La vostra è quindi la storia di un’azienda familiare che ha retto la sfida dell’internazionalizzazione: quali sono gli assi portanti di questo modello – tipico dell’economia italiana - per competere nel mondo?
Se la famiglia rimane unita, appassionata e dedita al mestiere, ritengo che il capitalismo famigliare sia la miglior formula di conduzione aziendale.
Il momento critico è il passaggio generazionale, che va gestito in maniera chiara e corretta.
Un altro ingrediente indispensabile è aprirsi al mondo: aprire l’azienda, ma soprattutto la testa di chi deve guidarla. L’ultima generazione famigliare ha fatto diversi tirocini all’estero, in America o in Cina, per imparare le abitudini, la lingua, i costumi e i modi di vivere e di lavorare di Paesi lontani.

Quali sono le nuove frontiere di consumo dei salumi?
I consumatori più evoluti - svizzeri, inglesi, scandinavi, ma anche italiani - iniziano a considerare un prerequisito il benessere animale. E vogliono che i salumi provengano da suini felici, non allevati intensivamente. Per questo abbiamo iniziato a investire per produrre 40mila capi secondo un protocollo certificato, che prevede che la scrofa partorisca in una sala parto adeguata, che alla nascita non venga tagliato il codino, che l’allattamento prosegua per un mese (invece degli abituali 15 giorni). Una volta svezzato, il maiale viene nutrito solo con mangimi vegetali, e al momento del pasto viene assicurato uno spazio adeguato a ciascun animale. Abbiamo iniziato questo tipo di allevamenti a febbraio 2014 in collaborazione con clienti europei con la volontà di ampliare il progetto anche per i clienti italiani.
 
Come vi presenterete a Expo Milano 2015?
Saremo in due postazioni: nel Padiglione di Federalimentare con uno spazio pensato per i visitatori professionali. Come sponsor dell’Esposizione, invece, avremo una piazzetta dedicata, dove presenteremo, attraverso brevi filmati, le 18 specialità DOP e IGP che produciamo. Ma soprattutto le faremo assaggiare: in collaborazione con Farine Varvello, Official Sponsor del Cluster Cereali e Tuberi, che panificherà direttamente in Expo Milano 2015, abbiamo selezionato un pane integrale, biologico, realizzato con farina di tipo 2 macinata a pietra, particolarmente adatto a valorizzare il gusto dei salumi nostrani. Proporremo così il classico ‘panino all’italiana’, un modo semplice e simpatico – ma di qualità – per far conoscere le nostre specialità.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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