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10 piante che attirano le farfalle

Sostenibilità / -

Farfalle

Il grande scrittore Maurice Maeterlinck le definiva “le figlie del sole”, molti le chiamano le perle dell’aria mentre per alcuni sono dei gioielli volanti. Sono le farfalle, i più leggiadri e delicati tra gli insetti che però, nonostante la loro fama, non si nutrono di solo spirito ma ingeriscono anche cibo materiale. Cosa mangiano le farfalle? Quali sono gli alimenti adatti alla loro vita?

Prima di tutto bisogno dire che la stragrande maggioranza delle farfalle è vegetariana e se vogliamo approfondire la loro alimentazione dobbiamo ripassare velocemente il ciclo vitale costituito da: uovo, larva o bruco, pupa o crisalide e quindi farfalla adulta. Sia le uova e sia le crisalidi sono degli stati immobili e non si nutrono e quindi non hanno esigenze alimentari.
I bruchi invece ne hanno eccome, passano la maggior parte della loro vita mangiando. Ingurgitando una massa enorme di cibo, crescono tantissimo: un bruco, dal momento della fuoriuscita dall’uovo a quello dell’incrisalidamento, aumenta il suo volume di almeno mille volte.
Il cibo preferito dai bruchi è costituito dalle foglie delle piante.
Le farfalle adulte hanno gusti alimentari diversi: essendo figlie del sole si nutrono del cibo degli dei, il nettare dei fiori. Il significato ecologico di questa differenza di dieta risiede nell’evitare la competizione alimentare: i bruchi consumano le foglie mentre gli adulti il nettare. In questo modo tutte le risorse del prato vengono sfruttate al meglio.
Passiamo ora dalla teoria alla pratica descrivendo le piante che attirano queste perle dell’aria.
 
Piante per i bruchi:
  • La ruta (Ruta spp.), il finocchio selvatico e altre ombrellifere come il prezzemolo sono perfette per i bruchi del macaone, la più bella farfalla italiana.
  • Il cavolo ornamentale (Brassica oleracea, varietà ornamentali), è la pianta nutrice delle cavolaie, le splendide e piuttosto comuni farfalle bianche;
  • Il nasturzio (Tropaeolum majus), anch’essa è una pianta nutrice dei bruchi delle cavolaie.
  • Il prugnolo selvatico e altri tipi di rosacee (prugno da frutto, pesco, albicocco) nutrono invece i bruchi del podalirio, un’altra splendida farfalla molto simile al macaone.

Piante da nettare per le farfalle adulte.
La farfalla adulta è costretta a nutrirsi di nettare molto fluido in quanto il suo apparato boccale assomiglia ad una cannuccia in grado di aspirare solo cibo liquido. Ecco un elenco di piante con fiori colmi di nettare con queste caratteristiche.
  • la verbena (Verbena pulchella e Verbena bonariensís);
  • la lantana cascante (Lantana sellowíana);
  • l'alisso giallo (Alyssum saxatile);
  • la zinnia (Zinnia elegans)
  • la facelia (Phacelia tanacetifolia)
  • la verga d'oro (Solidago virga-aurea);
Il cespuglio delle farfalle (Buddleja davidii) ha fiori molto attrattivi nei confronti delle farfalle. I botanici però sconsigliano la sua coltivazione soprattutto in aree rurali dato che questa pianta tende a essere infestante ed invasiva. Meglio optare per piante meno attrattive ma più sicure.
 
Expo Milano 2015 è un'occasione per conoscere l'importanza della biodiversità sul nostro Pianeta. In particolare l'Area Tematica Biodiversity Park vuole valorizzare le eccellenze italiane ambientali, agricole e agroalimentari attraverso un percorso che racconta l’evoluzione e la salvaguardia della biodiversità agraria, anche grazie a un palinsesto di eventi, incontri ed esperienze multimediali.
 

Perché siamo sospettosi verso ciò che mangiamo: Roland Poms e il cibo buono

Innovazione / -

© Charles GullungCorbis
© Charles GullungCorbis

L'ebook Il cibo buono di Roland Poms, Segretario Generale dell'ICC – International Association for Cereal Science and Technology, affronta i nodi della sicurezza alimentare. È pubblicato da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e disponibile online gratuitamente.

C’è stato un tempo in cui il cibo era buono. Che servisse a deliziare il palato o a riempire la pancia, rimaneva una cosa di cui fidarsi. Da qualche tempo invece siamo sospettosi verso ciò che mangiamo, perché sappiamo che può contenere tossine, residui velenosi, allergeni, muffe, batteri. A farci perdere l’innocenza alimentare non è stato tanto un avvelenamento di massa, ma il miglioramento delle tecniche di analisi. L’aumento delle conoscenze ha prodotto a sua volta specifiche normative in campo alimentare, sia internazionali che nazionali. L’ebook Il cibo buono di Roland Poms, edito da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli sintetizza la storia dell’idea di sicurezza alimentare e lo proietta nel futuro, alla luce delle nuove problematiche legate ai cambiamenti climatici e all’aumento dei consumi.
 
L’autore
Roland Poms è Segretario Generale della ICC – International Association for Cereal Science and Technology, organizzazione internazionale dedicata allo studio della filiera produttiva dei cereali e dei loro derivati e cioè farine, pane, pasta. Grazie al suo staff scientifico composto da esperti internazionali, uno dei compiti della ICC è l’elaborazione di metodi e standard di produzione che assicurano qualità e sicurezza dei derivati dai cereali.
 
Nuove sfide per la sicurezza alimentare
“La globalizzazione e le esigenze dei consumatori richiedono dunque nuove strategie di trasformazione e distribuzione del cibo, strategie che portano nuovi rischi e sfide per la sicurezza alimentare e dei mangimi. Il cambiamento climatico e le catastrofi naturali si sono aggiunte a queste sfide per la fornitura di cibo sicuro e sufficiente.”
 
“L'individuazione e la quantificazione dei contaminanti biologici e chimici la più rapida e affidabile possibile è estremamente importante nella gestione della sicurezza degli alimenti e dei mangimi”
 
L'ebook Il cibo buono di Roland Poms è offerto in lettura e download gratuito nell'ambito di Laboratorio Expo, il progetto di Expo Milano 2015 e Fondazione Giangiacomo Feltrinelli curato da Salvatore Veca, che promuove la ricerca scientifica sul Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Su Laboratorio Expo è possibile trovare, oltre a tutti i titoli della collana, anche appuntamenti, convegni, iniziative di alto profilo culturale sui temi della sostenibilità ambientale ed etica, sulla cultura del cibo, lo sviluppo sostenibile e sul rapporto città-cittadini. Un progetto che anima e fa dialogare aspetti culturali, scientifici, antropologici, economici e sociali.
 
 

Le catene del cibo. 3,5 milioni di schiavi per servirci il pasto

Cultura / -

© Gideon Mendel_Corbis

Nella Giornata Internazionale per l’abolizione della schiavitù proclamata dall’Onu, uno sguardo su un fenomeno ancora attuale, che si nasconde anche dietro a ciò che mangiamo. Un invito a riflettere su chi porta il cibo sulle nostre tavole: per mangiare consapevolmente bisogna pensare anche a questo.

La tratta degli schiavi, le traversate oceaniche in nave da un continente all’altro, uomini donne e bambini a cui vengono negate libertà e dignità. Il concetto della schiavitù è collegato al passato, alle rappresentazioni iconografiche, ai racconti, ai romanzi. Eppure non si tratta affatto di un fenomeno trascorso, ma al contrario, ha assunto diverse forme e contorni, non sempre ben identificabili. Pervade quotidianamente il nostro presente affliggendo persone di ogni età, sesso e razza: la proprietà di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento del lavoro per l’estinzione di debiti, la tratta di minori e di donne, la schiavitù domestica e la prostituzione forzata sono solo alcuni degli esempi attraverso cui la schiavitù si manifesta nel mondo contemporaneo. Secondo il nuovo rapporto Global Slavery Index 2014 realizzato dall’organizzazione australiana Walk Free Foundation che prende in considerazione 167 paesi, circa 30 milioni di persone nel mondo vivono in una condizione di schiavitù.

“Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”. Sono le parole contenute nel quarto articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, il documento sui diritti individuali che per la prima volta si rivolse a tutte le persone del mondo, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948, la cui redazione fu promossa dalle Nazioni Unite. Esempi di cronaca dimostrano che queste parole vengono ignorate quotidianamente in tutto il mondo, soprattutto per quel che riguarda il lavoro nei campi agricoli e quello minorile.

Gli schiavi dietro a ciò che mangiamo
Il settore agricolo, forestale e della pesca, secondo il rapporto dell’International Labour Organization Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour del 2014, impiega globalmente circa 1,3 miliardi di lavoratori, ovvero la metà della forza lavoro del mondo. In questo numero di lavoratori è stato stimato che 3,5 milioni di persone lavorano in condizioni di schiavitù: in molti Paesi, infatti, il lavoro agricolo è principalmente non regolato e la protezione legale dei lavoratori è molto debole o del tutto assente. Spesso dietro al cibo che arriva nei nostri piatti ci sono lavoratori stagionali che operano in condizioni fuori da ogni regola, da ogni dignità umana.
 
 
Non solo aree disagiate e Paesi poveri
In Italia esplose pochi anni fa il caso di Rosarno, in Calabria: migranti impiegati nella raccolta degli agrumi vivevano in acre condizioni di sfruttamento, costretti ad abitare in contesti degradanti, senza alcuna tutele igienica. Amnesty International Italia ha stilato una ricerca, Lavoro sfruttato due anni dopo, facendo il punto sulla situazione dei lavoratori migranti impiegati come braccianti e rivelando paghe al di sotto del salario minimo contrattato fra imprese e sindacati, pagamenti ritardati o mancati pagamenti e lunghi orari di lavoro.
 
Questo fenomeno riguarda non solo aree disagiate e Paesi poveri: serva solo da esempio ciò che accade nello stato del Michigan, il più grande produttore di mirtilli degli Stati Uniti. Bambini perlopiù immigrati dal Messico vengono sfruttati nei campi per raccogliere i frutti perché hanno mani piccole, più adatte a raccogliere il delicato frutto.
 
Sempre in Usa ha fatto scalpore il documentario Food Chains, presentato il 20 novembre in Usa, diretto da Sanjay Rawal e narrato da Forest Whitaker. Illustra la situazione dei braccianti agricoli in Florida. I coglitori di pomodori vivono una condizione di moderna schiavitù: devono lavorare su turni di dieci ore per una paga che si aggira intorno ai 40 dollari. I ritmi veloci dei movimenti del film non sono un effetto speciale, bensì il vero modo di lavorare di queste persone che raccolgono 480 chilogrammi di pomodori al giorno e vivono “come animali in baracche anguste”, come dice uno dei lavoratori nel film.
Expo Milano 2015 raccoglie l'invito Onu a puntare l’attenzione sulle diverse forme di sfruttamento delle persone in agricoltura, sulla scarsa remunerazione e sulle situazioni spesso al confine con il lavoro forzato in cui sono costretti a lavorare milioni di esseri umani, per contribuire a far arrivare in tavola il nostro cibo.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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