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Dieta vegana. Quando il vegetariano tutela gli insetti

Lifestyle / -

veganesimo
© Jill Giardino/Blend Images/Corbis

Il veganesimo è un regime alimentare in cui oltre ad eliminare la carne e il pesce, come i vegetariani, si escludono anche il latte, i formaggi, la pelle, la lana, la seta e i cosmetici. Per rispettare i diritti di tutti gli animali, anche degli insetti.

Il veganesimo è una dieta a base vegetale che evita tutti i cibi di origine animale come carne, latticini, e uova. Essere vegan vuol dire abbracciare uno stile di vita che esclude per quanto è possibile tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali, ma anche verso gli insetti. I vegani, per questa ragione, non mangiano miele e non acquistano prodotti in pelle, lana, seta, cosmetici e medicinali testati in via sperimentale sugli animali da laboratorio.
 
Quanti sono nel mondo
Secondo il Rapporto Meat Atlas 2014, negli Stati Uniti i vegani sono il 2 per cento della popolazione, mentre in Gran Bretagna, per la Vegan Society di Londra, i vegani sarebbero 150 mila. In Italia, secondo il Rapporto Eurispes del 2014 sui comportamenti alimentari, solo il 0,6 per cento della popolazione è vegano, percentuale che però parrebbe in aumento rispetto alla rilevazione del 2013. Tra i vegani famosi, si contano l’ex Presidente americano Bill Clinton, i musicisti Prince, Moby e l’attivista Julia "Butterfly" Hill.
 
I motivi all’origine della scelta
Chi sceglie di diventare vegano, lo fa con il desiderio di rispettare gli animali, tutelarne i diritti e manifestare il proprio dissenso contro l’allevamento industriale e la sperimentazione sugli esseri viventi. I vegani condividono questa sensibilità con i vegetariani, ma i primi estendono la loro area di intervento e protezione anche agli animali produttori di uova, latte, pelle, pellicce, lana e agli insetti grazie a cui otteniamo miele e seta, ridotti secondo loro a strumenti per la soddisfazione delle necessità umane.
 
Cenni storici
All’inizio del XX secolo le prime nozioni di veganismo (o veganesimo) iniziarono a circolare in Europa grazie a medici come William Lambe e a poeti e letterati che furono tra i primi a criticare per motivi etici l’assunzione di uova e latticini. La Vegan Society, prima associazione vegana del mondo, è stata fondata a Birmingham nel novembre del 1944 da Donald Watson e Elsie Shrigley con lo scopo di confrontarsi sull’alimentazione vegetariana non-casearia e stili di vita compatibili con essa.
 
Cosa mangia un vegano
La dieta vegana comprende tutti i tipi di frutta, verdura, noci, cereali, semi e germogli. Al posto di carne e latticini di origine animale, i vegani utilizzano alimenti sostitutivi come i legumi, il tofu, il seian, il tempeh e latte vegetale (ad esempio di riso, avena, soia). Come nel caso dei vegetariani, anche i vegani devono compensare i possibili squilibri nutrizionali, mangiando proteine ad alto valore biologico, come i legumi e i germogli.
 
Tutti coloro che sono interessati all’alimentazione vegana, potranno visitare i Cluster dedicati ai frutti della terra di Expo Milano 2015, come il Cluster del riso e il Cluster delle spezie. Nel primo, grazie a un gioco scenografico di specchi d’acqua sembrerà di entrare in un paesaggio agricolo, ci si troverà immediatamente immersi in una risaia “in miniatura”, una mostra a carattere botanico di aree coltivate con diverse tipologie di riso. Nel secondo Cluster al visitatore si dischiuderà un vero e proprio universo sensoriale.Le spezie richiamano alla mente i colori, i profumi, il fascino di terre esotiche, ma anche l’immagine di quelle antiche e intriganti mappe piene di segni che collegano zone del mondo lontane tra loro. L’esperienza di visita si trasformerà in un vero e proprio viaggio: secondo alcuni storici, fu proprio il redditizio commercio delle spezie a favorire le principali innovazioni nella navigazione, le esplorazioni e la scoperta di alcune nuove aree geografiche della Terra.
 
 

Tecnologia, risorse e conoscenze per trasformare il sistema alimentare nel Medio Oriente e Nord Africa

Economia / -

 
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© GAIN Global Alliance for Improved Nutrition
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Fornire un’adeguata nutrizione ad una crescente popolazione con diete sostenibili e sane è attualmente una sfida globale. Nella regione del Medio Oriente e Nord Africa (Mena) questa sfida è particolarmente complessa, soprattutto a causa del cosiddetto “doppio carico” della malnutrizione. Tuttavia, abbiamo la tecnologia, le risorse e le conoscenze nella regione Mena per poter trasformare il sistema alimentare. Lavoriamo insieme – governi, società civile e industrie – per far sì che tutti abbiamo accesso a diete sostenibili e ricche di nutrienti.

Oramai quasi ogni Paese del mondo deve fare i conti con qualche forma di malnutrizione e con la produzione del cibo, che è una delle piu importanti cause del cambiamento climatico e di danni ambientali. Nella regione del Medio Oriente e Nord Africa (Mena), al contrario di altre regioni del mondo, il numero delle persone che soffrono di denutrizione è aumentato da 16 milioni nel 1990-92 a 33 milioni ad oggi. Lo sviluppo e la salute di circa un terzo dei bambini sotto i cinque anni è a rischio a causa del mancato accesso a cibi nutritivi. Nello stesso tempo, questa variegata regione è alle prese con un importante aumento di obesità, dando vita al cosiddetto “doppio carico” della malnutrizione.  Infatti, circa il 50% della popolazione adulta nella regione è affetta da sovrappeso e obesità, che sono alla base dell’aumento drammatico di malattie non trasmissibili come diabete e malattie cardiovascolari, e che a loro volta pongono un’enorme pressione sui sistemi di salute pubblica. Questa è la “nuova normalità” della malnutrizione nella regione Mena.

Il sistema alimentare mondiale sta diventando sempre più complesso
La cattiva notizia è che la sfida del sistema alimentare mondiale sta divenendo sempre più complessa. Cambiamento climatico, crescita della popolazione, cambiamenti verso uno stile di vita urbano e l’adozione di diete occidentali comportano dei problemi che si rafforzano reciprocamente. Il Mena ha il più alto tasso di crescita della popolazione al mondo e ha recentemente conosciuto un’esplosione della popolazione urbana: si stima che circa il 66% della popolazione vivrà in aree urbane entro il 2030. Considerati insieme, questi trend sono un pericolo per l’ambiente e le risorse naturali come acqua potabile e terreni. Circa metà della popolazione nella regione Mena vive già in condizioni di carenza d’acqua. Con una crescita della popolazione stimata di 700 milioni nel 2025, la disponibilità di acqua per capite sarà dimezzata.

Ripensare tutto il sistema alimentare, dal produttore e importatore al consumatore finale
Le conseguenze di un sistema alimentare che non funziona vanno ben oltre l’impatto negativo sulla salute pubblica. Da un recente studio condotto dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI) è emerso che l’insicurezza alimentare è uno dei maggiori fattori causa dei conflitti e delle insurrezioni nella regione. Soltanto in Egitto si calcola che la malnutrizione nei bambini causi una riduzione del PIL di quasi il 2%.

Affrontare l'emergente crisi della salute pubblica senza aggravare il cambiamento climatico e degrado ambientale richiede un radicale ripensamento di tutto il sistema alimentare, dal produttore e importatore al consumatore finale. Questo non è un compito facile, ma ci sono alcune priorità che possono aiutarci a cambiare l’attuale paradigma.

Innanzitutto, è essenziale migliorare l’alimentazione e minimizzare l’impatto ambientale del sistema alimentare stimolando la varietà e la produzione cibi più nutritivi. Ciò significa ridurre cereali, prodotti latticini e carne in favore di maggior produzione di frutta, verdure e colture semi-aride che utilizzano meno acqua. I piccoli agricoltori, che spesso sono coloro che soffrono di più la malnutrizione e che non hanno a disposizione la tecnologia e le conoscenze necessarie per essere efficienti e sostenibili, sono una delle parti interessate più importanti nella diversificazione del sistema alimentare.

In secondo luogo, dobbiamo agire per ridurre il crescente fenomeno dell’obesità e delle malattie non trasmissibili nella regione. Cambiare l’ambiente obesogenico dev’essere una delle priorità, assicurando l’accesso a cibi sani e nutritivi per tutti. Perciò abbiamo bisogno di nuove politiche di governo che proteggono i consumatori, in particolare i bambini, da diete non salutari con molte calorie, sale, zuccheri, grassi saturi, e pochi micronutrienti. Dobbiamo inoltre sviluppare degli incentivi che favoriscano l’accesso ad una varietà di cibi sani e prodotti in modo sostenibile.

Dobbiamo investire ulteriormente in interventi efficaci volti a migliorare la salute pubblica e la nutrizione. La fortificazione di cibi e condimenti con nutrienti (ossia l’aggiunta di nutrienti a cibi e condimenti), per esempio, è un intervento sia efficace sia economico – circa 5 centesimi a persona, per anno. Abbiamo riscontrato notevoli progressi nella regione da quando l’Arabia Saudita ha reso obbligatoria la fortificazione della farina nel 1978. Afghanistan, Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Marocco, Oman e Yemen stanno tutti utilizzando la fortificazione del cibo per ridurre carenze di micronutrienti tra la popolazione che ne ha più bisogno. Molto però deve essere fatto al fine di espandere la fortificazione in tutta la regione Mena.

Infine, dobbiamo coinvolgere il settore privato per sviluppare delle soluzioni per un sistema alimentare sostenibile. L’industria del cibo ha un ruolo chiave e rappresenta un importante catalizzatore per il cambiamento, per questo è necessario che venga inclusa nel dialogo con tutte le parti interessate. In questo modo, i politici saranno in grado di creare un quadro normativo che incoraggi il settore privato a promuovere la sfida della nutrizione ed a sviluppare dei modelli di business più sostenibili.

Queste sono sfide complesse, ma abbiamo la tecnologia, le risorse e le conoscenze nella regione Mena per poter trasformare il sistema alimentare. Lavoriamo insieme – governi, società civile  e industrie – per far sì che tutti abbiamo accesso a diete sostenibili e ricche di nutrienti.

Questo articolo è basato su una serie di presentazioni tenute durante l’evento EATx MENA, nel quadro del Global Forum for Innovation in Agriculture 2015, Abu Dhabi. I coautori sono: Dr. Gunhild A Stordalen, MD/PhD, Founder and Director, EAT, and Mr. Mohamed Saleh Bashanfr, Managing Partner, SECOSALT and Head of Food Specialties Committee at the Egyptian Food Chamber, Ministry of Trade and Industry. 
 

Il cibo nell’era dei biocarburanti

Innovazione / -

GDS Food articolo 21 lug img rif

Negli ultimi anni, i biocarburanti sono diventati oggetto di contesa: per taluni una fonte di energia rinnovabile prodotta da materia organica, rappresenta una bacchetta magica nella lotta contro i cambiamenti climatici. Altri vedono i biocarburanti come una minaccia esistenziale, perché le piante utilizzate per generarli richiedono lo sfruttamento di terreni agricoli e acqua che altrimenti verrebbero impiegati per coltivare generi alimentari.

 
Si tratta tuttavia di una falsa dicotomia perché la scelta non può essere tra cibo e carburante, possiamo usarli entrambi. Nelle giuste condizioni, i biocarburanti possono diventare un efficace mezzo per aumentare la sicurezza alimentare fornendo agli agricoltori più poveri una fonte di energia sostenibile ed economica.
 
In alcuni paesi africani senza sbocchi sul mare, la benzina costa tre volte in più rispetto alla media globale e ciò rende i prezzi dei carburanti una delle maggiori barriere alla crescita agricola. L’estensione dell’uso di biocarburanti in queste regioni potrebbe incrementare la produttività e creare nuove opportunità d’impiego, in particolare nelle aree rurali. L’effetto potrebbe essere ulteriormente rafforzato se la domanda aggiuntiva di materia prima creata dai biocarburanti fosse soddisfatta da aziende agricole familiari e piccoli produttori.
 
I biocarburanti sono diventati oggi un fatto reale e il loro uso è atteso in ulteriore, costante crescita. Nel 2013, i biocarburanti rappresentavano il 3 per cento del carburante totale per il trasporto utilizzato nel mondo secondo un rapporto congiunto di FAO e OCSE. Se da un lato questa percentuale dovrebbe rimanere stabile, noi possiamo attenderci che la produzione di biocarburanti cresca in termini assoluti con l’espansione del mercato globale dei carburanti per il trasporto.
 
Certo, si stima che la produzione globale di biocarburanti raddoppierà entro il 2023 rispetto al 2007: se tale previsione fosse confermata, i biocarburanti consumeranno il 12 per cento dei cereali secondari del mondo, il 28 per cento della canna da zucchero, e il 14 per cento dell’olio vegetale. Con la crescita della produzione di tali carburanti, ci serviranno politiche, programmi, e capacità che ne garantiscano l’uso in maniera sostenibile, senza distorsioni dei mercati alimentari o la compromissione della sicurezza alimentare, che sarà sempre la priorità numero uno.
 
I pionieri dei biocarburanti saranno probabilmente sorpresi scoprendo il loro scarso contributo alla fornitura mondiale totale di carburanti oggi. Il primo motore di Rudolf Diesel, progettato alla fine dell’Ottocento, impiegava carburante derivato da olio di arachidi. Henry Ford, una volta, girò la Florida in lungo e in largo nella speranza di acquistare appezzamenti di terreno per coltivare canna da zucchero, convinto che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato l’inquinamento da combustione di carburanti fossili o la dipendenza implicita nell'importazione di petrolio per produrre benzina.
 
Solo nei decenni più recenti i biocarburanti hanno riconquistato il loro fascino originale grazie agli sforzi atti a garantire energia economica, generare reddito, e mitigare la dipendenza che Ford tanto temeva. Più recentemente, le preoccupazioni in merito all'inquinamento, al cambiamento climatico e alla natura finita dei carburanti fossili ha orientato un picco nella domanda che ora dobbiamo gestire.
 
La flessibilità costituisce la chiave degli sforzi volti a far leva sul crescente affidamento mondiale sui biocarburanti per rilanciare la produttività agricola, accelerare lo sviluppo rurale, e aumentare la sicurezza alimentare. Per esempio, i politici devono disinnescare le pressioni competitive tra cibo e carburanti elaborando schemi per bilanciare la volatilità dei prezzi nei generi alimentari di base. Le autorità potrebbero imporre che la percentuale di biocarburanti miscelata al carburante tradizionale aumenti quando i prezzi degli alimenti scendono e diminuisca quando essi salgono: ciò fungerebbe da stabilizzatore automatico, in quanto gli agricoltori poveri continuerebbero a godere di una forte domanda per i loro prodotti anche in presenza di prezzi in discesa e i consumatori sarebbero tutelati da rapide o eccessive impennate di prezzo.
 
Gli obiettivi nazionali potrebbero parimenti essere resi più flessibili. Se gli obblighi di impiego dei biocarburanti si applicassero nell'arco di più anni, invece che di uno solo, i politici potrebbero influenzare la domanda per minimizzare la pressione sui prezzi degli alimenti.
 
Infine, a livello individuale, la maggiore flessibilità potrebbe essere instaurata alla pompa, tramite la promozione di veicoli flex-fuel del tipo già in uso in Brasile: se le auto avessero motori in grado di funzionare con carburanti fossili convenzionali o miscele con elevate percentuali di biocarburanti, i consumatori potrebbero adeguarsi alle variazioni di prezzo passando alternativamente dall'uno all'altro tipo.
 
Trovare il giusto equilibrio non sarà facile, ma se sfrutteremo la nostra conoscenza collettiva, includendo i piccoli agricoltori dei paesi in via di sviluppo in questo sforzo, e manterremo la nostra attenzione sulla riduzione della povertà e la tutela dei più vulnerabili, potremo avere più carburante, più cibo e maggiore prosperità per tutti.
 
 
© Project-syndicate.org

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