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Sei mesi di #expopeople. I più begli scatti delle persone a Expo Milano 2015

Lifestyle / -

 
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#expopeople Expo Milano 2015
Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
#expopeople Expo Milano 2015
Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
#expopeople Expo Milano 2015
Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
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Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015
#expopeople Expo Milano 2015
Amedeo Novelli / Canon © Expo 2015

Sei mesi di Esposizione Universale, milioni di visitatori in più rispetto alle attese, 150 Paesi e Padiglioni plasmati dai migliori architetti del mondo, cibo ovunque, mostre ovunque, eventi ovunque. La rubrica #expopeople ha raccolto, in questo quadro irripetibile, un sorriso al giorno. Ecco i più belli.

Detto e mangiato: sardonico

Cultura / -

sardonico

L’origine della parola sardonico deriva da un vegetale che in realtà sarebbe meglio non mangiare: l’erba sardonia.

Particolarità dell’erba sardonia è che se ingerita porta i muscoli facciali ad assumere una sorta di ghigno sprezzante, come di risata amara. Poi di solito si muore  e in effetti non c’è tanto da stare allegri.
Presso le popolazioni sarde del periodo nuragico era usanza sacrificare gli anziani al dio Kronos prima facendoli ridere con una pozione a base d’erba sardonica e poi spingendoli giù dal dirupo.
L’idea era che le vittime andassero incontro al loro destino con il sorriso sulle labbra... una beffa piuttosto lugubre.
Da qui l’uso della parola sardonico (dal greco sardánios) per indicare un riso tutt’altro che spensierato, ma piuttosto sarcastico e beffardo, con un vago sentore malevolo.
Il primo uso della parola lo fece Omero nell’Odissea, quando Clesippo, uno dei proci che attentavano alla virtù di Penelope, scagliò contro Ulisse una zampa di bue. Ulisse piegò un poco la testa da un lato, la schivò e sapendo che la vendetta è un piatto che va servito freddo
“rise in segreto di un suo riso sardonico”...
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 

Microbirrifici, i numeri di un fenomeno

Economia / -

©Hero Images Inc.-Corbis
La birra artigianale è una tendenza in crescita in tutt'Italia

Altis e Unionbirrai propongono il primo censimento di un settore in espansione: quello delle birre artigianali. Che anche nei prossimi anni sembra destinato a essere ben presente sul mercato.

“Una birra non pastorizzata, integra e senza aggiunta di conservanti, prodotta da artigiani in quantità sempre molto limitate”. Questa – in sintesi - la definizione di ‘birra artigianale’ proposta da Unionbirrai. Che include un settore abbastanza variegato, composto da piccole e medie unità produttive che tendono a operare in un ambito locale. 
Un mondo che, dal 1995 a oggi, sta riscuotendo grandissimo successo specialmente nel Nord Italia. E che nel 2015 avrà addirittura la propria rassegna, dal 2 all’8 marzo. 
La birra artigianale può essere realizzata secondo due modelli produttivi: i “microbirrifici” sono vere e proprie aziende birrarie. I “brewpub” sono, invece, locali che ospitano piccole unità di produzione; alla somministrazione della birra si affianca spesso, in questo secondo caso, l’attività di ristorazione. Il quadro si completa con la "beer firm", un’azienda che, priva di impianti di produzione, si appoggia a quelli di altri per realizzare birra con un proprio marchio e una propria ricetta, e il “contoterzista”, un birraio che dispone di un birrificio di proprietà e lo utilizza per creare, oltre alle proprie, anche le birre di altri.
Negli ultimi anni si è assistito al moltiplicarsi di queste micro-unità produttive e delle etichette distribuite sul mercato. Di pari passo è cresciuto l’interesse di consumatori e media, decretando un vero e proprio boom del fenomeno, che ha portato anche le aziende industriali a includere varianti premium nella loro gamma per rispondere a un rinnovato interesse per le birre ‘speciali’. 
 
Il settore sotto la lente
A indagare per prima lo stato dell’arte è stata l’associazione Unionbirrai, grazie alla collaborazione con ALTIS (Alta Scuola Impresa e Società) dell’Università Cattolica di Milano, attraverso un questionario somministrato a tutti i microbirrifici e brewpub attivi in Italia nell’aprile 2011. Delle 335 aziende contattate, hanno risposto in 94 (il 28% dell’universo di riferimento). 
Il report 2012 stima in 137.680 ettolitri la produzione di birra artigianale. Rapportato ai 12.810.000 ettolitri dell’intero settore birrario (dati Assobirra), si tratta dell’1% della produzione complessiva.
Le regioni con il maggior numero di microbirrifici e brewpub sono Lombardia e Piemonte (rispettivamente con 53 e 46 unità), che rendono il Nord l’area principale del fenomeno.
Il campione si colloca per il 93% nella categoria delle microimprese: più di metà del campione dichiara un fatturato inferiore a 100mila euro e il 24,14% non raggiunge i 20mila euro. 
Con riferimento al numero di birre in listino, i microbirrifici offrono una scelta più ampia rispetto ai brewpub (il 54,29% dei primi offre almeno sei tipologie di birra, mentre il 58,33% dei brewpub ha una gamma compresa tra una e cinque). I brewpub sembrano, tuttavia, proporre birre più complesse, quelle cosiddette “da meditazione”. È possibile che l’interazione diretta con il cliente permetta una maggiore diffusione della cultura birraria e aiuti ad affinare le formulazioni con costanti miglioramenti del prodotto.
 
Fino a sei birre nel listino, in genere in bottiglia
I listini sono per la maggior parte caratterizzati da birre disponibili tutto l’anno, ma c’è chi, per scelta strategica di posizionamento, si orienta in prevalenza su prodotti stagionali (disponibili, dunque, solo in alcuni periodi dell’anno) per più del 75% dell’intera produzione. 
Come packaging, i microbirrifici tendono a proporre la bottiglia per quasi tutti i prodotti (71,43% del campione, contro il 33,33% dei brewpub).
La scelta di non infustare, però, implica che più di uno su cinque birrifici italiani non compaia tra le spine dei pub. 
 
Niente luppolo entro i confini
Per l’approvvigionamento delle materie prime, si tende a privilegiare l’acquisto di prodotti esteri mediante importatori italiani: l’85,71% dei microbirrifici sfrutta questa modalità per ottenere il malto, l’84,29% per il luppolo e l’82,86% per il lievito. L’assenza, in Italia, di fornitori specializzati nella coltivazione del luppolo spiega la bassa percentuale di birrifici e brewpub (rispettivamente il 1,43% e 4,17%) che si rivolgono a produzioni italiane.
L’ultimo capitolo è dedicato agli investimenti. Nelle previsioni future, si riducono sensibilmente gli investimenti nella sala cottura (14,57% per i birrifici e 10,90% per i brewpub), a favore soprattutto di cantina (rispettivamente 29,21% e 30%) e confezionamento (26,72% e 28,63%). Crescono – in prospettiva – anche le risorse destinate a comunicazione e marketing (15,48% per i birrifici e 12,81% per i brewpub) e a logistica e distribuzione (11,9% e 9,9%). Si apre, insomma, una fase di crescita nei volumi produttivi e di apertura ai mercati.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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