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Movimento freegan. La svolta anti spreco arriva dagli Stati Uniti

Lifestyle / -

Essere freegan
© Alex Masi/Corbis_ Sima, 27, member of the Freegan community in New York, is looking at part of the food recovered during a Freegan trash tour to dump sites alond 3rd Avenue in Manhattan, New York.

Il movimento freegan si propone di sensibilizzare le coscienze al problema degli sprechi alimentari. I freegan non comprano, ma riciclano e riutilizzano. In pratica, vivono degli scarti altrui.

Cifre da brividi
Nel mondo, secondo fonti Eurispes, un terzo degli alimenti si perde o viene buttato lungo l’intera filiera alimentare. Dalla produzione alla trasformazione, dal supermercato alla pattumiera di casa. L'Olanda è il paese in cui vengono cestinati più alimenti pro capite all’anno (579 kg), mentre il paese più virtuoso in fatto di spreco alimentare è la Grecia (con 44 kg pro capite all’anno).

Capitalismo: sistema imperfetto
Il problema degli scarti riguarda praticamente tutti i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. I freegan, un movimento di protesta nato a New York negli anni novanta del secolo scorso, reagiscono ad un sistema economico che produce più di quanto riesca a smaltire, non acquistando più nulla (o quasi).

Cassonetto con sorpresa
I freegan non fanno la spesa dentro il supermercato, ma fuori. Aprono i cassonetti dei rifiuti e portano a casa tutto ciò di cui le aziende si disfano. Contrariamente a quanto si possa pensare, i supermercati non buttano cibi andati a male, ammuffiti o alimenti in evidente stato di decomposizione, ma soprattutto confezioni appena scadute di biscotti, pasta, pane o verdura e frutta perfettamente commestibili.
 
Cibo, mobili e vestiti
La filosofia freegan è anticonsumista a trecentosessanta gradi. Non contempla solo l’alimentazione a costo zero con quello che trova fuori dai supermercati, mercati o ristoranti, ma privilegia anche lo shopping a impatto ambientale inesistente. I freegan si vestono prevalentemente attraverso il baratto e arredano le proprie abitazioni con mobili regalati, scambiati o trovati ai mercatini dell'usato.
 
Associazioni con animo freegan
In Italia, dal 2003 l’Associazione Last Minute Market recupera i generi alimentari in scadenza e le merci invendute dei supermercati. A Londra, la stessa iniziativa viene portata avanti dall’Associazione Fareshare. A San Francisco dei cittadini hanno dato vita ad un progetto chiamato Compact. Sforzandosi di non comprare più nulla a parte quei prodotti evidentemente indispensabili come la carta igienica o il liquido dei freni, questo gruppo cerca di danneggiare il meno possibile l’ecosistema. 
 
Tutti coloro che sono interessati al tema degli sprechi alimentari e della sostenibilità ambientale, potranno visitare il Laboratorio Future Food District di Expo Milano 2015, un microcosmo che si propone di esplorare modi nuovi di interazione tra il cibo e le persone, dove riflettere sui processi con cui il cibo è e sarà prodotto, distribuito, preparato e consumato. Attraverso network di informazioni si potrà interagire maggiormente con i prodotti e con i produttori, al fine di sviluppare una maggiore consapevolezza su ciò che consumiamo.
 

Pier Sandro Cocconcelli. Mangiare sicuro? In Europa si può

Innovazione / -

Pier Sandro Cocconcelli, direttore del Laboratorio ExpoLab dell’Università Cattolica di Milano e esperto scientifico per l’Efsa (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare)

Secondo l'esperto in food safety dell’Università Cattolica, il sistema europeo è tra i più garantiti al mondo. Ma non è così facile esportarlo.

Gli alimenti che prendiamo dallo scaffale sono davvero sicuri? Cosa possiamo sapere dall’etichetta di un prodotto? Se spingendo il carrello in un supermercato della Vecchia Europa vi hanno assalito questi dubbi, potete stare ragionevolmente tranquilli. A quanto pare, si tratta del Continente con gli alimenti più sicuri al mondo. Parola di Pier Sandro Cocconcelli, direttore del Laboratorio ExpoLab dell’Università Cattolica di Milano ed esperto per l’Efsa (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare) dal 2003.
 
È sicuro quello che mangiamo?
Direi che corriamo rischi minimi. Dopo lo scandalo di mucca pazza, che aveva demolito la fiducia dei cittadini nel sistema alimentare, l’Unione europea ha rivisto la legislazione in materia, ha creato un’agenzia apposita e ha improntato tutta la politica di sicurezza al principio di massima trasparenza. Il numero di malattie alimentari nei 28 Stati membri è tra i più bassi al mondo, grazie a leggi molto restrittive e a un sistema di allerte rigoroso, che vale anche per i prodotti extra Ue che passano i confini. In altre aree del mondo la situazione è sostanzialmente differente. Basti pensare che, su 400 milioni di abitanti, contiamo dalle 20 alle 40 morti l’anno per infezioni o intossicazione, mentre, secondo i dati Oms, nell’Africa subsahariana 300mila persone muoiono ogni anno solo per diarrea dovuta a cibi insalubri.
 
Quante informazioni conosciamo sul cibo che mettiamo nel piatto?
Grazie alle leggi sulla tracciabilità, conosciamo l’esatto percorso di ogni lotto (cioè l’unità minima di produzione, che varia da azienda ad azienda) e , anche nel caso di alimenti composti da più ingredienti  le aziende devono mantenere le informazioni  sulla loro origine. Nel caso di un rischio alimentare, diventa quindi possibile risalire alla fonte primaria di contaminazione. Le allerte  e gli avvisi relativi a rischi alimentari sono gestiti dalle autorità competenti e pubblicati online sul sito del RASFF, il sistema rapido di allerta per gli alimenti e i mangimi dell’Unione Europea.e. 
 
Se il sistema è così sicuro, come possono accadere scandali come quello della carne di cavallo, avvenuto pochi mesi fa in Regno Unito?
Purtroppo questi sono casi di frodi commerciali, non di rischio alimentare. In altre parole, non c’è stata una contaminazione accidentale, ma la volontà di sostituire un ingrediente con prodotti a più basso costo senza dichiararlo in etichetta. I rischi in questo caso nascono dal fatto che la carne di cavallo introdotta disonestamente non è tracciata, quindi potrebbe provenire da animali non allevati per il consumo umano, che hanno assunto medicinali non consentiti dalle leggi. Il lato positivo della vicenda è che la frode è stata individuata rapidamente e si è potuto risalire all’origine e sequestrare i prodotti potenzialmente rischiosi, per cui il sistema ha dimostrato la sua tenuta.
 
Perché le leggi europee sulla sicurezza alimentare non vengono esportate a livello globale, chiedendo ad altri Paesi di adeguarsi alle best practice?
Il rovescio della medaglia di un sistema sicuro come quello europeo è che è anche molto costoso, e i Paesi terzi lo vivono come una barriera non tariffaria alle proprie esportazioni. Esiste comunque un programma dell’Unione Europea per migliorare gli standard qualitativi extra comunitari, diminuendo l’impatto ambientale delle filiere e aumentando l’appeal dei prodotti sui mercati europei. In Europa, infatti, c’è un forte fabbisogno di materie prime sicure. Anche la Scuola di alta Formazione sulla Sicurezza degli Alimenti, che abbiamo istituito con l’Università Statale sotto il patrocinio di Expo 2015 e dei Ministeri della Salute e dell’università, darà spazio a studenti extracomunitari che vogliono fare training sul sistema di sicurezza europea. 
 
Qual è il valore aggiunto di questo Master rispetto agli istituti di formazione post universitaria già attivi in Europa?
Innanzi tutto ci tengo a sottolineare che questa scuola farà parte dei lasciti di Expo Milano 2015. Il tema della sicurezza alimentare sarà affrontato con un approccio spiccatamente multidisciplinare, anche dal punto di vista della qualità, rispetto alla quale l’agroalimentare italiano è ancora un modello. Un’altra caratteristica della Scuola è che, rivolgendosi a un’utenza molto varia e con livelli di competenza diversi, permetterà di modulare la frequenza in base ai propri interessi secondo una formula flessibile, tra il dottorato, la formazione continua, i cicli di workshop. 
 

Marta Dassù. Ecco come anche una telefonata può aiutare la sicurezza alimentare

Cultura / -

Marta Dassù è il Presidente Esecutivo di WE-Women for Expo. In questo video, illustra alcuni momenti salienti delle Women’s Week e sottolinea l’importanza della tecnologia per aumentare la capacità delle donne di produrre. Purtroppo, permangono delle barriere culturali e sociali che a volte impediscono alla donne di adottare alcune tecnologie, che sarebbero fondamentali. Per esempio, in alcuni Paesi dove ci sono gravi problemi di malnutrizione, alcune donne anche analfabete fotografano con il loro smartphone i mercati più propizi e trasmettono le informazioni ad altre donne, che possono raggiungerle e vendere i loro prodotti. A volte le donne sono salvate da una telefonata… È importante quindi non perdere di vista l’impatto della scienza.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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