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Laura D’Amico. Al lavoro ciascuno è un talento: ecco cosa cerchiamo

Lifestyle / -

ManpowerGroup Italia è Official HR Premium Partner dell’Esposizione Universale: la HR Director illustra quali sono le competenze che sono state valutate nei candidati per lavorare in questo grande evento mondiale e ci offre una panoramica sulle richieste nel mondo del lavoro. Con qualche consiglio.

ManpowerGroup è Official HR Premium Partner dell’Esposizione Universale: nella selezione del personale che è stata fatta e in generale quali sono le competenze che vengono valutate e in quale misura?
Come in ogni processo di selezione del personale ci sono delle competenze cosiddette “hard”, di sbarramento, che rappresentano i prerequisiti socio-anagrafici, le caratteristiche formative, le competenze di base, su cui poi si innesca l’intero processo di selezione e di valutazione delle competenze trasversali, di tipo “soft”.  A parità di competenze “hard” sono poi le competenze “soft” che fanno la differenza. Nello specifico caso di Expo Milano 2015, è stato avviato un processo  di selezione articolato in cui dopo aver analizzato i curricula dei candidati, dove venivano indicati i prerequisiti in termini di titoli di studio, età, o di conoscenza delle lingue straniere, sono state effettuate alcune prove online per testare alcune caratteristiche di base, quali ad esempio la disponibilità per l’intero periodo dell’Esposizione, e poi, in fase di assessment, sono state valutate le competenze trasversali considerate significative per ricoprire le posizioni richieste - ad esempio l’orientamento al cliente, la capacità di gestire la relazione con il pubblico, di organizzazione, di lavorare in squadra, la flessibilità, il problem solving. Inoltre i candidati convocati alle giornate di Assessment sono stati sottoposti anche ad una serie di prove specifiche, in relazione alle competenze specifiche relative a ciascun ruolo, e quindi, ad esempio, nel momento in cui sono stati selezionati i team leader siamo andati anche ad analizzare la capacità di guidare e di orientare una squadra. Per l’operatore grandi eventi invece abbiamo anche valutato  la capacità di curare il dettaglio che diventa un elemento distintivo per garantire la qualità del servizio e determina il ricordo e l’esperienza che il visitatore deve portare con sé.

A Expo Milano 2015 si parla di cibo, di alimentazione e nutrizione: ci spiega che cosa si intende esattamente con “food jobs” e quali sono le figure professionali più richieste in questo settore?
È difficile definire i food jobs in un’unica categoria: senza dubbio ci sono ruoli che si concentrano più sulla parte di produzione alimentare, più legati all’agroalimentare, ma ci sono anche i ruoli rivolti più alla ricerca e allo sviluppo. Adesso si parla sempre di più di alimentazione vegana, vegetariana e quindi ci dev’essere una conoscenza di quello che è l’agricoltura biologica e di tutto ciò che è connesso a questo ambito. Ci sono mestieri nel mondo dell’alimentare legati alla filiera e quindi alla commercializzazione nonché professionalità sempre più spinte anche all’e-commerce.

Qual è una figura richiesta nel mondo dei food jobs?
Se penso all’ambito della commercializzazione sicuramente c’è la necessità per tutte le aziende che operano in questo ambito di lavorare sul fronte digital. Fra le figure più richieste c’è proprio l’e-commerce manager, il responsabile del canale di vendita online, che si occupa di assicurare gli obiettivi di fatturato attraverso il canale online e quindi, questo ruolo senza dubbio, oltre ad essere caratterizzato dalla conoscenza del mercato specifico di riferimento, prevede  competenze digitali, forti doti di negoziazione, precisione ed attitudine al problem solving.

Quanto pesa al momento della selezione il tipo di formazione di una persona? Mi spiego, una formazione umanistica e non tecnica può essere un limite nella carriera?
Se penso a Expo Milano 2015 direi proprio di no, nel senso che per alcune caratteristiche e per alcune figure professionali, la formazione umanistica consente un’apertura elevata e quindi la possibilità di avere più ambiti di eventuale collocazione.  È normale che ci siano comunque delle competenze tecniche/hard, per riprendere la distinzione di cui parlavamo prima, imprescindibili: proprio in Expo la competenza tecnica imprescindibile è stata rappresentata dalla conoscenza di almeno una lingua straniera. Alcuni aspetti della formazione incidono sicuramente in una prima fase di aggancio e di avvio della selezione, ma nel momento in cui si entra nel processo di selezione non conta più esclusivamente l’aspetto tecnico, ed una formazione più ampia che consente di essere interessanti ed efficaci anche in contesti fra loro molto differenti.

Quali sono gli aspetti della formazione che incidono maggiormente nella selezione? Master? Formazione permanente? Corsi di aggiornamento? Conoscenza delle lingue?
Nella selezione ciò che conta è sicuramente la conoscenza delle lingue straniere. Ad oggi nell’80 per cento dei casi un master non fa veramente la differenza in fase iniziale di selezione e/o di ingresso nel mercato del lavoro. È probabilmente qualcosa che fa la differenza nella progressione della carriera, perché rappresenta un momento di approfondimento e di ampliamento della propria conoscenza, oltre che un elemento di conferma rispetto alla volontà di aggiornamento, di autoformazione della persona. Le aziende investono sulla formazione, ma chiedono ed apprezzano anche un individuo che decide di investire su se stesso per guadagnare nuove skills e che si  mette alla prova per sperimentarsi in nuovi contesti dimostrando il suo “saper essere”.

Che consiglio darebbe a chi sta cercando lavoro?
Il consiglio che mi sento di dare in generale è innanzitutto quello di chiarire le proprie aspirazioni e i propri obiettivi e di identificare i settori in cui si vorrebbe andare a lavorare.  Quindi di analizzare le posizioni su cui le aziende di quel settore concentrano le ricerche, così da comprendere se la propria formazione tecnica è in linea con quel tipo di richiesta. Suggerisco anche di  provare ad identificare le competenze trasversali richieste per poter realizzare ogni esperienza formativa in linea con le competenze soft ricercate. Le aziende tendono a rendere esplicite le competenze comportamentali, c.d. soft anche nei propri siti quando si soffermano ad illustrare le  proprie mission ed a descrivere le caratteristiche vincenti per le proprie organizzazioni. Ciascuno è un talento: occorre lavorare con costanza per aumentare le proprie conoscenze ed arricchire il proprio bagaglio di competenze sia soft che hard sia attraverso la formazione che l’esperienza consapevoli che il vero talento evolve!
 

In Paraguay il paradiso si scopre rispettando la terra

Sostenibilità / -

paraguay
@Vincenzo Gianì

Dopo decenni di dittatura e di sfruttamento indiscriminato del suolo, in una provincia del Paraguay l’agricoltura prova a imboccare un’altra strada e grazie a un progetto di cooperazione si scopre rispettosa dei diritti contadini e della salute dei consumatori.

“La terra senza male”, è il titolo di un documentario girato da Anna Recalde Miranda che racconta la più lunga e meno nota tra le dittature che hanno insanguinato il Sudamerica nella seconda metà del ’900: quella del generale Alfredo Stroessner, al potere in Paraguay per oltre trent’anni.
 
Tierra sin mal è anche un concetto fondamentale della cultura degli indios guarany, un’idea simile a quella di “paradiso”. Ed è il nome di un progetto di cooperazione che è partito dall’Europa, e da Milano in particolare, per portare speranza e sviluppo nel distretto di Itapúa, che del Paraguay è una delle province più “difficili”.
 
Un territorio al confine orientale con l’Argentina, grande come il Lazio ma popolato da meno di mezzo milione di persone. Che costituiscono un incredibile melting pot di culture, un caleidoscopio di etnie nato dall’immigrazione di tedeschi, italiani, polacchi, giapponesi, ucraini. Qui la povertà nasce dalla storia, ma anche dalla terra.
 
O meglio, nasce dal male, dalle sofferenze che alla terra sono state inflitte in decenni di deforestazione e sfruttamento indiscriminato del suolo, che spesso ha perso fertilità. Sfruttamento del quale sono stati vittime pure i contadini, costretti per mancanza di alternative a produrre quasi solo canna da zucchero, cotone e soia per l’esportazione, nelle tenute e nell’interesse di una minoranza di latifondisti. 

Per invertire la rotta servivano nuove idee e nuove energie. A metterle in campo è stata l’Ong milanese ICEI, con il sostegno dell’Unione Europea e del Cectec, Centro de Educación, Capacitación y Tecnología Campesina: un’organizzazione paraguayana senza fini di lucro che punta a favorire lo sviluppo rurale. Rispetto è stata la parola chiave, verso la terra e verso gli agricoltori e la loro salute.
 
Il progetto La tierra sin mal si è basato sulla promozione dell’agricoltura biologica praticata a livello familiare, preservando il suolo e la biodiversità, e coltivando non solo commodities per il mercato estero ma anche specialità ortofrutticole, cibo da consumare e commercializzare nella provincia.
Al lavoro con i contadini, formati alle tecniche di coltivazione organica e sostenuti concretamente nella fase iniziale dell’attività, si sono aggiunte campagne educative e informative sui vantaggi di un’alimentazione basata sulla frutta e sulla verdura coltivate senza pesticidi.
 
Ed è stata creata una rete per la distribuzione dei prodotti, regolarmente controllati e certificati “bio”. Il progetto ha avuto successo e oggi circa 400 famiglie, almeno 3000 persone, possono raccontare al resto del Paraguay che è possibile creare sviluppo senza ferire né la terra né chi la coltiva. E che quello dei guarany non è un paradiso perduto.

 
 

Valentina Carraro. Ecco perché dobbiamo tenere le galline in cortile

Lifestyle / -

valentina carraro imm

Amante di questi animali da una vita, dopo un passato da pubblicitaria, ha deciso di investire in un settore alternativo, quello dello progettazione e della vendita di pollai innovativi con cui si sente di contribuire alla sostenibilità globale del Pianeta.

Lei osserva questi animali da tanti anni. Ce li descrive?
Le galline ti vengono incontro, si fanno prendere in braccio. Le galline mi divertono molto. Ci somigliano incredibilmente. Possiedono i nostri stessi meccanismi. Hanno una gerarchia ferrea, per esempio la gallina alfa è sempre la prima che, al tramonto, torna al pollaio, al luogo sicuro. Oppure c’è quella bisbetica che dà sempre fastidio alle altre, ma tutte, quando fanno le uova, cantano con una tale soddisfazione. Io li considero quasi come degli animali di compagnia. 
 
Come passano la giornata?
Di giorno la gallina razzola, va in giro, becchetta e questo gli consente di avere una alimentazione completa, integrata anche da insetti e dalla frutta caduta naturalmente dagli alberi. Al tramonto questi animali sono incredibili, non si sa come facciano a capirlo, ma appena inizia la discesa del sole, loro rientrano al pollaio e dormono tutte ammucchiate una sopra l’altra. Al mattino, ai primi raggi del sole, escono. 
 
Perché tenerle è sostenibile? 
La gallina è un maiale con le penne. Mangia tutto. Le galline mangiano gli scarti di cucina e producono uova o carne. Io sono vegetariana però una gallina allevata in questo modo, ovviamente, è molto più buona di quelle che vivono nelle gabbie. Lo sa che ci sono dei Comuni, soprattutto in Francia, che per abbattere i costi di smaltimento dei rifiuti umidi regalano alla popolazione due galline a famiglia per smaltire i rifiuti organici?
 
Quante uova producono mediamente?
Dipende dalla qualità. Ci sono galline che depongono di più e altre di meno. La razza livornese per esempio fa tante uova, più o meno 250 all’anno, anzi fino a 300 all’anno. Dipende anche dal clima, lo sa? Le galline patiscono molto il caldo, quindi d’estate si fermano un po’. Diciamo che una famiglia di quattro persone, se tiene cinque galline, ha tre-quattro uova al giorno. Ogni gallina fa circa un uovo al giorno e il gallo, in tutto questo, non è necessario. Il maschio serve solo per fecondarle, per avere il pulcino..
 
Però! Un uovo al giorno!
L’uovo è una meraviglia. Mi affascina, l’uovo è la cellula primordiale, è la vita. È un alimento strepitoso.
 
Si riconosce facilmente una gallina felice?
Certo che si riconosce! Lo vedi dalla bellezza del suo piumaggio, dalla cresta sana e pulita, dal becco e dalle zampe, ma anche da quante uova ti fa. Una gallina sana e felice fa più uova e di migliore qualità.
 
E quanti anni vive all'incirca?
Dipende dalle razze. Anche sette, otto anni.
 
Come è nata l’idea di allevare galline e soprattutto di produrre pollai?
È nata da un’esigenza personale. Io abito in una bella casa ristrutturata sulle colline e volevo tenere le galline. Mi sono messa a cercare su internet un pollaio che mi potesse piacere esteticamente e dal punto di vista funzionale e non ho trovato nulla. Mi sono resa conto che mancava e quindi mi sono messa a progettarlo. La mia è un’idea anglosassone di pollaio. Le spiego subito cosa intendo. In Italia per pollaio si intende un’area con trenta o quaranta galline appollaiate su quattro assi in fondo al giardino e via. Per gli anglosassoni è diverso. Si tengono poche galline e si tengono quasi come fossero degli animali di compagnia, al pari dei cani e dei gatti.
 
Quali caratteristiche dovrebbe avere il pollaio ideale?
Nel progettarlo la prima volta, mi sono resa conto di quante esigenze avessero le galline e a quanti parametri dovesse rispondere un pollaio perfetto. Deve essere a prova di predatore, deve essere confortevole, deve essere igienico, deve essere facile da pulire. Deve essere posizionato in modo tale che le galline stiano al fresco perché questi animali soffrono molto più il caldo del freddo. Per farlo a prova di predatore, ho pensato a una struttura su due piani. A piano terra c’è una gabbietta. Una scaletta con una botola porta al piano superiore: un abitacolo accogliente, inespugnabile da volpi e faine. Ho progettato dei pollai con sistemi automatizzati dotati di sensori in modo tale che l’allevatore non abbia delle incombenze. Ne ho progettato anche un modello con i pannelli solari. Il pollaio moderno è aiutato dalla tecnologia.
 
Molti di noi vivono in un condominio. Ci dobbiamo scordare l'uovo fresco ogni mattina?
No, affatto. C’è una soluzione per tutto, anche per chi vive in città. Noi viviamo in un’epoca storica stupenda, se sai come cogliere le opportunità che ti offre. Bisogna solo metterci a guardare il mondo a testa in giù e inventarci delle soluzioni nuove, infatti ho anche progettato il pollaio condominiale! Basta avere un pezzettino di verde, anche incolto. Sarebbe bellissimo fare come fanno in Germania, in Francia e in Inghilterra. Le uova si dividono tra i condomini, i bambini giocano con le galline e i rifiuti organici si dimezzano automaticamente.
 
Quali sono i consigli che darebbe a chi vuole iniziare da zero?
Prima di tutto, consiglio di non farsi scoraggiare. Non è vero che non si può tenere un pollaio in un centro abitato. La legge italiana, essendo una legge che varia da Regione a Regione, ma anche dalle singole competenze provinciali, consente di tenere delle galline anche in contesti urbani. Io per esempio abito in una zona residenziale, in una villetta bifamiliare eppure ho le galline. Le galline non danno più lavoro dei cani!
 
 
 
 

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