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Kristian Ghedina. Lo sport è una scuola di vita

Lifestyle / -

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©Cinzia Figus Expo 2015 S.P.A.

“Insegna la disciplina e non fa impigrire”. Lo afferma il più grande discesista italiano nella storia della Coppa del Mondo di sci alpino intervistato sulle relazioni tra alimentazione e prestazioni sportive.

Il celebre atleta olimpionico ha partecipato all’incontro organizzato a Expo Milano 2015 dal Salumificio Fratelli Beretta dove ha raccontato al pubblico diversi episodi della sua folgorante carriera e alcune delle sue passioni alimentari, per esempio la Nutella a colazione, ma nell'intervista confessa: “Da giovane ho sempre mangiato molto senza pensare troppo a quello che mi dicevano i dietisti”.
 
Cosa ne pensa di Expo Milano 2015? Ha già visitato qualche Padiglione?
Ho appena visto Padiglione Zero. Io sono già venuto una volta, ma non sono riuscito a vedere niente anche se c’era meno coda di adesso. Il Padiglione Zero è molto bello, forse la cosa ideale sarebbe visitarlo con una guida così diventa tutto più chiaro.
 
Lei è qui per parlare di alimentazione e di sport. Quanto ha contato la dieta nella sua carriera agonistica? È vero che un’alimentazione corretta porta grandi risultati dal punto di vista delle prestazioni sportive?
Diciamo che nello sport si sta dando sempre più importanza all’alimentazione, alla preparazione atletica e al materiale tecnico. Io mi sono ritirato da dieci anni ma sono stato sempre uno sportivo un po’ anomalo, c’erano dei corsi organizzati dagli alimentaristi, dai dietologi che ci spiegavano l’importanza degli alimenti, ma alla fine tutta la squadra dava poca importanza a queste cose. Io ho iniziato ad andare forte a vent’anni, se tu dai la benzina giusta alla tua macchina quella va’ meglio. È innegabile. Me ne sto redendo conto ora e se tornassi indietro curerei maggiormente la mia alimentazione. Quando ero atleta avevo sempre fame!
 
Che tipo di colazione faceva quando si allenava tra una gara e un’altra?
Qui sarà contento lo sponsor Ferrero! Io mangiavo una tazza di caffelatte con pane e Nutella. Chiaramente quando ero in giro per il mondo mi dovevo adattare. Noi sciatori non siamo come i calciatori che girano con i dietologi e il cuoco, mi sono adeguato. Facevo colazione con cibi dolci, ma anche salati. Mi piacevano i corn flakes e la frutta che ho sempre adorato.
 
Lei ha partecipato ad alcuni incontri di sicurezza stradale nelle scuole. Qual è il suo approccio con i ragazzi rispetto al consumo di alcool? Come reagiscono alle sue parole?
È stato difficile. La società è cambiata ed è faticoso far capire ai ragazzi che l’alcool fa male e rovina la salute. Io sono fortunato, non sono mai stato un grande bevitore, non mi è mai piaciuto bere il vino o la birra. Io preferisco bere l’acqua o lo sciroppo di lamponi che faccio io. È sempre bene controllarsi con il vino e l’alcool, anche per una questione molto pratica: ti levano i punti della patente.
 
È stato un campione di sci, ma anche un pilota e un calciatore per la Nazionale Piloti. C’è uno sport a cui è più legato?
Quello che pratico di più è in assoluto il calcio, mi piace. In bici ci vado poco. Ho sciato una vita e ora scio ogni tanto. Lo sport è una scuola di vita, ti insegna la disciplina, il rispetto delle regole, gli orari e ti consente di fare una vita sana. Educa i ragazzi, evita che diventino obesi o dei pesci lessi che stanno a casa a non fare nulla.

 
 

Mettete dei lamponi nei vostri cannoni. In Bosnia-Erzegovina ci stanno provando

Economia / -

Mettete dei lamponi nei vostri cannoni. In Bosnia-Erzegovina imm
@ Naturfoto Conal/Corbis

Nel cantone di Bihać, dove la guerra ha lasciato ferite profonde, l’economia prova a ripartire da un parco nazionale e dall’agricoltura. Anche grazie al contributo della cooperazione italiana, che ha fatto rinascere la tradizione della coltivazione dei frutti di bosco.

Lo scenario è idilliaco. L’acqua purissima del fiume Una gioca a mimetizzarsi nelle foreste, tra riflessi verdazzurri, inattesi campi di lamponi e improvvisi salti nel vuoto. Siamo nel primo parco nazionale istituito dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, nel cantone di Bihać, per tutelare l’ambiente, ma soprattutto per richiamare appassionati di trekking, kayak, rafting, pesca. O tranquilli villeggianti in cerca di relax a contatto con la natura, magari presso le numerose fonti termali, dove il racconto di antiche leggende accompagna i trattamenti curativi.
 
Dal parco e dal turismo dipendono i destini di molte famiglie, perché qui, dopo la guerra, l’economia non è mai decollata. Niente industria o quasi, pochi investimenti pubblici, pochi capitali privati. È entrata in crisi anche l’agricoltura e le campagne sono sempre più spopolate: a coltivarle, schivando incubi e campi minati, sono rimaste le donne, i ragazzi, gli anziani.
 
Pochi gli uomini adulti: i più sono stati travolti dalla storia o sono fuggiti in cerca di fortuna. Eppure proprio l’agricoltura potrebbe essere il punto di partenza dello sviluppo. Un’agricoltura rispettosa dell’ambiente, che cresca in armonia con il parco, con il suo paesaggio e il suo spirito. Che produca cibo sano, di qualità, con un buon valore aggiunto al momento della vendita.
 
Per questo due Ong italiane, le milanesi ICEI e IPSIA, hanno sviluppato un progetto di cooperazione incentrato sia sulla promozione del turismo sia sulla coltivazione biologica dei lamponi, cercando di rivitalizzare la tradizione locale dei frutti di bosco. Infatti la coltivazione di questi arbusti, che qui trovano condizioni ideali per crescere e maturare, non richiede l’utilizzo di macchine costose né esige grandi sforzi fisici, e dunque si presta a essere praticata anche da donne e anziani.
 
In più è adatta ai piccoli appezzamenti di proprietà familiare, garantendo alte rese per ettaro.
A circa 130 famiglie è stato concesso un credito in materiali – decine di migliaia di pianticelle di lamponi, zappe, concime naturale e così via – che è stato ripagato non in denaro ma attraverso la cessione di una piccola quota dei primi raccolti. Ed esperti dell’Università di Bihać e dell’Istituto Agrario hanno formato gratuitamente i contadini. Una scelta vincente, che ha permesso l’emancipazione anche di chi non disponeva di denaro. E così sulle verdi colline disegnate dal fiume Una si è accesa una benaugurante costellazione di puntini rossi. 
 

Tra i manicaretti di Babette e gli amori di Soul Kitchen. Quando il cibo ispira il cinema

Cultura / -

cibo e cinema imm
© John Springer Collection/CORBIS_Kirk Douglas and Faye Dunaway in The Arrangement.

Cucine colorate piene di pentole e posate che accolgono amici, un pasto davanti a cui ci si racconta, un piatto che evoca ricordi. I suoni di pentole e forchette che diventano parte essenziale dei dialoghi. Sono molti i film che mettono al centro delle loro storie cibo.

In effetti il cibo è un grande generatore di narrazioni cinematografiche: ha ispirato storie d'amore, d'amicizia, ha legato tra loro persone di diverse parti del mondo evocando emozioni, ricordi. Sa raccontare molto del personaggio e spesso è un elemento importante per costruire l'atmosfera e il quadro storico della storia.
 
Nel cinema l'appetito per il cibo spesso si lega all'appetito per la vita, al desiderio, alla passione, alla voglia di stabilire un legame forte col passato. Così il gusto del cibo diventa il gusto di storie che nutrono l'anima dello spettatore, lasciando un sapore unico.
 
Il pranzo di Babette: la gioia dei manicaretti in un braccio di mare lungo e stretto
(Gabriel Axel,1987)
Tratto dal bellissimo racconto di Karen Blixen: Babette è una cuoca francese rifugiata in Danimarca che presta servizio presso due sorelle nubili. Dopo anni di lavoro, prima di andarsene organizza un pranzo memorabile per il compleanno del padre defunto delle sorelle. Tutti i commensali  sono prevenuti e si promettono di non cedere alla gioia del cibo, ma i manicaretti di Babette sciolgono ogni resistenza.
 
Pomodori verdi fritti alla fermata del treno: il cibo per unire generazioni di donne
(Jon Avnet, Usa 1991)
Evelyn incontra in una casa di riposo l’anziana Ninny che le racconta la storia dell’amicizia tra Idgy e Ruth e la loro avventura nella gestione del Whistle Stop Café, che si trovava a una fermata di un treno che non c’è più dove si poteva gustare la specialità locale: i pomodori verdi fritti. Una storia che unisce generazioni di donne e avvicina i caratteri più distanti attraverso il ricordo del cibo.
 
Come l’acqua per il cioccolato: cucinare per far innamorare
(Alfonso Arau, 1992)
Il realismo magico del romanzo da cui è tratto emerge in tutto il film:  Laura Esquivel. Siamo in Messico, nei primi anni del Novecento: Pedro e Tita si amano sin da bambini, ma la loro passione è ostacolata dalla famiglia. Tita trascorre la sua vita in cucina dove apprende tutti i segreti della buona tavola: così, con stuzzicanti e provocanti ricette cercherà di far arrivare il suo amore a Pedro, che nel frattempo per poterle stare comunque vicino ha sposato sua sorella Rosaura.
 
Mangiare, bere, uomo, donna: mangiare insieme per comunicare i sentimenti
(Ang Lee, 1994)
A Taipei vivono insieme il signor Chu, vedovo e chef, e le sue tre figlie nubili. Ogni domenica sera il padre prepara una cena raffinata che diventa l’occasione per raccontarsi e per far emergere il lato emotivo di tutti, quello che a parole non riesce a emergere.
 
Chocolat: la sensualità del cioccolato
(Lasse Hallström, 2000)
Vianne giunge con la figlia in un piccolo paesino e apre un negozio di cioccolata. Sa capire le persone e consigliare ad ognuno la  pralina più giusta per lo stato d’animo e per la disposizione. I benpensanti del piccolo paese sono contrari all’iniziativa e cercano di ostacolarla in tutti i modi. Finché un giorno giunge nel villaggio uno zingaro musicista, Roux, che difende la donna e il suo lavoro.
 
Un tocco di zenzero: un viaggio nella memoria tra le spezie
(Tassos Boulmetis, 2005)
La preparazione del pranzo per il nonno e i suoi amici che dopo anni vanno a fargli visita è l’occasione per Fanis di fare un viaggio nella memoria. Torna bambino, quando passava le giornate  nel negozio di spezie del nonno a Costantinopoli, tra cassetti pieni di zenzero, sale, cannella. Un film delicato, pieno di colori, profumi, consistenze.
 
Soul Kitchen: mettere cura in cucina mette cura nell’anima
(Fatih Akı, 2009)
Zinos gestisce un ristorante chiamato Soul Kitchen. È un luogo trascurato, che offre piatti dozzinali ad avventori rozzi: un improvviso malore costringe Zinos a lasciare la cucina e ad assumere un nuovo cuoco, che trasformerà il luogo in un ristorante ricercato. Il ristorante diventa davvero uno spazio per l’anima, per riscoprirsi attraverso la cura al cibo, all’ambiente e ai rapportu umani.
 
Il pranzo di Ferragosto: generazioni a confronto a tavola
(Gianni Di Gregorio, 2008)
Una storia tenera e delicata, che vede raccolti intorno a un tavolo un figlio pieno di vizi, una madre anziana capricciosa e altre donne anziane il giorno di Ferragosto. Il Pranzo diventa il pretesto per raccontarsi, punzecchiarsi, stare insieme, per mettere a confronto un uomo di mezza età con delle signore anziane. È una piccola e tenera storia in cui il cibo riesce a mettere a confronto due generazioni in un’atmosfera scanzonata, ma molto delicata.
 
Emotivi Anonimi: il cioccolato che cura l’insicurezza
(Jean-Pierre Améris, 2010)
Angélique è una maestra cioccolataia che ha paura di tutto e frequenta un gruppo di sostegno chiamato “emotivi anonimi”. Rimasta senza lavoro, conosce Jean-René, un uomo timido, terrorizzato dalle donne, proprietario di una piccola fabbrica di cioccolato. Tra paure, fughe, ansie i due iniziano a conoscersi, a lavorare insieme a fuggirsi e forse ad innamorarsi.
 
La cuoca del presidente: la disciplina della cucina unisce le classi sociali
(Christian Vincent, 2012)
La storia si ispira liberamente alla vita di Danièle Delpeuch, la cuoca che nel 1986 fu assoldata all'Eliseo per cucinare per François Mitterrand. Nel film è Hortense Laborie la protagonista, che  attraverso le regole, la disciplina e la cura per il cibo si avvicina al Presidente della Repubblica francese.
 
 

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