Questo sito web utilizza cookie tecnici per assicurare una migliore esperienza di navigazione; oltre ai cookie di natura tecnica sono utilizzati anche cookie di terze parti. Per saperne di più e conoscere i cookie utilizzati accedi alla pagina Cookie.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Continua

I supercibi indigeni che farebbero bene al mondo (e alla nostra salute)

Lifestyle / -

Parkia biglandulosa
CC Marco Schmidt - Eigenes Werk

Una selezione di piatti esotici, nutrienti ed ecosostenibili, promette ora di migliorare la nostra alimentazione e farci stare meglio. Ecco perché presto mangeremo insalate di còrcoro, timballi di amaranto, zuppe di moringa, passate di kutjera e caponate di gboma.

Negli ultimi trent’anni lo stile alimentare occidentale ha conquistato il mondo. Gli effetti sulla salute di questa dieta ad alto contenuto di grassi e zuccheri e ricca di cereali raffinati e carne sono sotto gli occhi di tutti. Le malattie legate all’alimentazione, come diabete, ipertensione e patologie cardiache, sono cresciute. Allo stesso tempo, le moderne pratiche agricole hanno reso gran parte della nostra frutta e verdura più povera di vitamine e minerali. Uno studio basato sui dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha scoperto, per esempio, che in 50 anni il contenuto di calcio nei broccoli è più che dimezzato. Che sta succedendo? I prodotti chimici usati per ottenere ortaggi più grandi e più velocemente potrebbero aver compromesso la capacità delle piante di assorbire i nutrienti dal suolo o di sintetizzarli?
 
Quale che sia la ragione, oggi gli scienziati guardano con sempre maggior interesse alle piante esotiche come a una fonte di nutrimento più salutare.
 
Mentre in Occidente i dietologi promuovono gli stili di alimentazione tradizionali, tra le popolazioni indigene prende sempre più piede il malsano junk food. Non solo. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’espansione dell’agricoltura convenzionale è responsabile dell’80% della deforestazione nel mondo. E quando un ambiente viene distrutto o contaminato, va perso anche quel tesoro di conoscenze alimentari e pratiche sostenibili accumulato in secoli d’esperienza dalle comunità locali. Rovinare un ecosistema, insomma, significa impoverire l’intera umanità.
 
Ma accanto a pomodori e cavoli ci sono infatti centinaia di altri vegetali, quasi sconosciuti in Occidente, che potrebbero arricchire di vitamine, minerali e proteine la nostra dieta. Ecco allora un elenco di supercibi esotici che farebbero bene non solo all’ambiente ma anche alla nostra salute.
 
Amaranto
Questa versatile pianta nativa del Centro America si è adattata benissimo alle pianure umide dell’Africa Equatoriale. Se ne consumano i chicchi, al pari di orzo e frumento, ma l’Amaranthus non è una graminacea. Rispetto ai cereali contiene il doppio di lisina, un amminoacido essenziale. Inoltre è un’eccellente fonte di proteine, vitamine e minerali come calcio, ferro, magnesio, potassio e zinco.
 
Carcadè
Dai fiori essiccati di Hibiscus sabdariffa, pianta originaria dell’Africa Tropicale, si ottiene un infuso di colore rosso rubino, acidulo (contiene 5 volte più acido citrico delle arance) usato come bevanda tonica e dissetante. Con i boccioli si fanno marmellate, gelatine e sciroppi. Nel Sud-Est Asiatico le foglie sono consumate al vapore, fritte o in zuppa. Oltre a combattere l’ipertensione, il carcadè possiede altissimi livelli di antiossidanti (inibisce quindi lo sviluppo di tumori).
 
Citronella
Da noi è più conosciuta come repellente per le zanzare, ma la citronella (Cymbopogon citratus) è un’erba commestibile usata in molti Paesi asiatici come ingrediente di salse, zuppe e tisane. Contiene molti minerali e vitamine essenziali, che aiutano a controllare la pressione e a prevenire le malattie cardiache. Gli oli essenziali estratti dalla citronella sono noti per avere proprietà antimicrobiche, antifungine e – secondo uno studio recente – anticancro.
 
Còrcoro
Dal suo fusto si ricava una fibra tessile molto nota, la iuta. Ma pochi sanno che le foglie del Corchorus olitorius sono diffuse nella cucina nordafricana e mediorientale quanto da noi gli spinaci. In Egitto la molokheyyah, una zuppa di còrcoro e carne servita col riso, è uno dei piatti nazionali, la cui origine si fa risalire addirittura ai faraoni. Le foglie del còrcoro sono piuttosto amare e, quando bollite, producono un brodo denso e mucillaginoso. In compenso sono ricche di minerali e vitamine: un etto di corcoro contiene tanta vitamina A quanto mezzo chilo di cavoli. Ha inoltre doti antiossidanti, antinfiammatorie e, secondo alcune ricerche, antiobesità.
 
Fagiolo mungo
In Italia i suoi germogli sono erroneamente conosciuti come “germogli di soia”, ma il fagiolo mungo (Vigna radiata) non condivide con la soia nemmeno il genere botanico. Coltivato in passato anche in Europa, e poi dimenticato insieme al “fagiolo dell’occhio” africano all’arrivo dall’America del fagiolo comune, oggi il mungo è largamente impiegato nelle cucine asiatiche. Il suo pregio sta nell’associare un basso tenore calorico a un’elevata presenza di proteine facilmente digeribili. L’alto contenuto di ferro difende inoltre donne e bambini dal rischio di anemie.
 
Gboma
Nota anche come “melanzana africana”, della gboma (Solanum macrocarpon) si consumano i frutti e le giovani foglie. Ha un’alta resa, resiste alla siccità, si conserva bene e può essere coltivata in terreni poveri. Benché abbia un sapore piuttosto amaro, è molto più nutriente della melanzana nostrana.
 
Kutjera
Detta anche “uva del deserto australiano”, è stata usata per millenni dagli aborigeni come fonte di cibo. Oggi la kutjera (Solanum centrale) potrebbe entrare a far parte anche della nostra dieta. I frutti, simili ad acini ma di colore giallo, sono ricchi di vitamina C. Il loro intenso sapore di pomodoro dolce li rende adatti come condimento e nella preparazione di salse.
 
Moringa
In termini alimentari la Moringa oleifera è una delle piante più preziose del pianeta. Originaria del Sud-Est Asiatico, ma molto diffusa anche in Africa Orientale, è una sorta di supermercato in forma di albero. Praticamente tutta la pianta è commestibile: foglie, fiori, baccelli, semi e radici. Le foglie hanno un sapore leggermente piccante e si possono mangiare anche crude, in insalata. A parità di peso contengono il doppio di proteine del latte, il quadruplo di vitamina A delle carote, quasi otto volte la vitamina C delle arance, il triplo del potassio delle banane. I baccelli, bolliti, hanno il gusto di asparago. I semi ricordano invece i ceci. Dai semi si estrae anche un olio dolce e saporito, ricco di acido oleico (lo stesso dell’olio d’oliva). Le radici, dall’intenso sapore di rafano, vengono usate soprattutto per aromatizzare. Dai fiori, grazie alle api, si ottiene un ottimo miele. E se tutto ciò non bastasse, la farina di semi di moringa funziona egregiamente anche per depurare l’acqua.
 
Néré
Quest’albero (Parkia biglobosa), lontano parente dei legumi, produce frutti dall’aspetto di lunghi baccelli. All’interno contengono una polpa dolce, che può essere mangiata cruda, trasformata in bevanda o ridotta in polvere per insaporire zuppe e stufati. Ma più preziosi ancora sono i semi, che costituiscono una buona fonte di proteine, carboidrati, vitamine e minerali. Dai semi si ricava anche un estratto grasso, conosciuto come dawadawa o soumbala, che commercializzato sotto forma di palline nere e appiccicose, dal pungente odore di formaggio, è molto usato come condimento in tutta l’Africa Occidentale.
 
Okra
È un po’ la Cenerentola delle piante commestibili, ma l’okra, o gombo (Abelmoschus esculentus), avrebbe tutti i titoli per entrare nel gotha dei supercibi salutari. Le foglie sono una ricca fonte di vitamine e minerali, i semi forniscono olio e proteine di altissima qualità. Sempre dai semi, tostati e macinati, si ottiene un valido sostituto del caffè privo di caffeina. Inoltre questa pianta è facile da coltivare, ha un’ottima resa, si adatta alle condizioni più difficili e resiste bene alle malattie.
 
Pino delle Bunya
I semi di questa grossa conifera della famiglia delle araucariacee (Araucaria bidwillii) sono stati a lungo un alimento di primaria importanza per gli aborigeni australiani. Le pigne hanno le dimensioni di un pallone da calcio e i suoi pinoli ricordano, per aspetto e sapore, le castagne. Gli aborigeni li mangiano crudi, arrostiti o bolliti. Ne ricavano anche una farina da panificazione che, essendo priva di glutine, è particolarmente adatta ai celiaci.
 
Spirulina
Classificata in passato come un’alga, è in realtà un cianobatterio, quindi non propriamente una pianta. Tuttavia è stata una fonte tradizionale di cibo per molte culture, come gli Aztechi in Centro America e i Kanembu in Ciad, che la raccoglievano dalle acqua salmastre di laghi e stagni per essiccarla. La spirulina è un ottimo integratore alimentare naturale: rafforza le difese immunitarie, riduce le infiammazioni, attenua le reazioni allergiche e fornisce un salutare apporto di proteine.
 
Taro
In numerose isole del Pacifico le grandi foglie di taro (Colocasia esculenta), cucinate in vari modi, costituiscono un’eccellente fonte di vitamine A e C. Ma è soprattutto il tubero della pianta a fare da ingrediente base per molte popolazioni dell’Oceania: bollito, grigliato o fritto nell’olio come una patata. Rispetto alla quale contiene però più amido, calcio e ferro.
 
Yacón
Parente del topinambùr, lo yacón (Smallanthus sonchifolius) è un tubero coltivato sulla Cordigliera delle Ande da più di un millennio. La radice è composta per lo più di acqua e oligofruttani, sostanze zuccherine indigeribili (quindi a basso apporto calorico) che hanno però un effetto prebiotico, cioè favoriscono lo sviluppo dei batteri intestinali benefici.
 
Zucca amara
Questo vegetale originario dell’India è popolare in molti Paesi asiatici, malgrado l’aspetto grinzoso e il gusto amaro. Ma chi non si ferma alle apparenze ne guadagnerà in salute: la Momordica charantia ha proprietà anticancro, aiuta a contrastare il diabete e purifica il corpo dalle tossine.
 
 
Le proprietà delle specie vegetali indigene sono catalogate dall’Avrdc - The World Vegetable Center, un istituto di ricerca internazionale indipendente. Il tema della valorizzazione dei saperi tradizionali è al centro di Expo Milano 2015.
 

Bambini a tavola. Thich Nhat Hanh insegna a rispettare il cibo e il Pianeta

Lifestyle / -

Bambini a tavola
© Mike Kemp/Tetra Images/Corbis

Molti di loro si saziano subito, altri mai. Alcuni, sprecano il cibo giocandoci. La bella notizia è che con la pratica zen il nutrimento acquista un significato profondo. A prova di bambino.

Circa trent'anni fa, il monaco Thich Nhat Hanh fondò in Francia il Plum Village, una comunità composta da monaci e laici che d'estate è aperta anche ai bambini, i quali imparano grazie all’esempio degli adulti a vivere con consapevolezza persino il momento del pasto. Il segreto è aiutarli a comprendere che il cibo che scegliamo ci rivela la nostra connessione con il Pianeta: “ogni boccone” spiega il monaco zen in un suo libro “contiene la vita del sole e della terra. In ogni pezzetto di pane puoi vedere e gustare l’universo intero”.

Un’arancia è un mondo da scoprire
Mangiare un'arancia è un’esperienza unica nel suo genere. Oltre ad immaginare il tempo in cui è stata un fiore, possiamo pensare al suo colore che, in pochi mesi, è virato dal verde scuro all'arancione. Possiamo toccarla con le mani e sentire con le dita la superficie licia o la ruvidezza della buccia. Possiamo annusarne il profumo intenso di agrume. Quando si assaggia, lo spicchio d'arancia si schiude liberando un succo dissetante e gustoso. In questo senso, gustare un’arancia, è come un viaggio alla scoperta dei nostri sensi.

Siamo tutti collegati
Da dove vengono gli alimenti che mangiamo quotidianamente? Oltre ad un dono della terra, della pioggia e del sole, possiamo vederli come un regalo fatto dai contadini che li hanno coltivati, del rivenditore che li ha portati al mercato e di chi quegli alimenti li ha cucinati per noi. Secondo Thich Nath Hanh, dovremmo ringraziare mentalmente tutti gli agenti atmosferici del Pianeta, le persone della filiera produttiva e i familiari che ci consentono quotidianamente di nutrirci. Questo è un gioco mentale comprensibile anche ai bambini e che ci consente di comprendere come siamo, attraverso il cibo, interconnessi in qualche modo l’uno con l’altro e con il Pianeta.

Siamo macchine a cui serve carburante di qualità
Thich Nath Hanh sostiene che “se non mangi in consapevolezza, non sei gentile con il cibo, con chi l'ha coltivato e cucinato”. Non solo. Non siamo gentili neanche con noi stessi. Il nostro corpo è come una macchina che va alimentata con una benzina se vogliamo che ci dia l’energia giusta per le mille attività della giornata. Quando mangiamo troppo o troppo poco, magari masticando velocemente per non perdere tempo, dimostriamo di non avere a cuore la manutenzione della nostra macchina. Per questa ragione, il monaco vietnamita mangia solo ciò che lo fa stare in buona salute e in uno stato di benessere. Senza sprechi.

Siamo seme e siamo pianta
Il monaco zen, durante i suoi ritiri, regala dei chicchi di granoturco ai bambini per farli ragionare sull’evoluzione della vita. Thich Nath Hanh consiglia ai bambini di seminare il chicco, di annaffiarlo regolarmente e di dire alla pianta che sta nascendo: “So che sei una piantina di granoturco, ma sei anche un chicco, un seme di granoturco. So che tu sei la continuazione del seme di granoturco; anche se adesso non ti vedo, so che quel seme è dentro di te”. Parlare al seme dentro il vaso è una meditazione a prova di bambino. Fa comprendere che dentro quel chicco ci sono tutte le generazioni di piante che l’hanno preceduto e anche quelle che cresceranno nel futuro. È un modo di insegnare ai più piccoli a rispettare il cibo che hanno davanti e a non sprecarlo inutilmente.

Tutti coloro che sono interessati al tema dell’educazione alimentare all’infanzia, potranno visitare il Children Park di Expo Milano 2015, un’area di gioco e scoperta dedicata ai bambini. Il progetto prevede un percorso di esperienze, attività e situazioni stimolanti, ma si presenta anche come luogo di relax e sosta. Il concept, intitolato Ring around the planet, Ring around the future, rimanda alla metafora del girotondo come gesto che abbraccia il Pianeta dove esseri umani, piante, animali, ognuno in relazione con l’altro, sono corresponsabili del destino degli altri elementi.
 
 

Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni, l’IFAD sottolinea il legame tra salute e alimentazione tradizionale

Sostenibilità / -

Imm Rif Giornata Popoli Indigeni
© Jacob Maentz/Corbis

Nella Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni, l’IFAD ricorda come le diete tradizionali siano fondamentali per assicurare loro salute e benessere.

I pigmei della foresta africana, gli inuit delle distese gelate dell’Artico, i polinesiani degli atolli del Pacifico. E insieme a loro una miriade di altri Popoli Indigeni, ognuno adattato al particolare ambiente naturale in cui vive fin dall’alba della civiltà. Cacciatori, pescatori, raccoglitori di miele e frutti selvatici, orticoltori o pastori, un mosaico di identità complesso e prezioso, in delicato equilibrio tra il radicamento alle tradizioni e una modernità che tutto modifica e tutto intreccia. A loro è dedicata la Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni, celebrata il 9 agosto dalle Nazioni Unite. Il tema di quest’anno è la promozione della salute e del benessere di tutte queste persone. Per l’occasione, l’IFAD - International Fund for Agricultural Development pubblica una speciale webstory, in cui mette in evidenza il legame tra salute e diete tradizionali.
 
Ascoltare la voce dei Popoli Indigeni
Marginalizzati, se non del tutto esclusi dalla società industriale, i soggetti appartenenti a popolazioni indigene soffrono spesso di povertà, malnutrizione e malattie. Per colmare il divario è fondamentale che i soggetti coinvolti nella loro tutela riescano ad assumerne il punto di vista. A questo è servito il secondo Global Meeting sui Popoli Indigeni organizzato dall’IFAD a febbraio 2015, a cui hanno partecipato rappresentanti di comunità da tutto il mondo. “Imparare dai popoli indigeni è per noi fondamentale per meglio tutelare i loro sistemi alimentari tradizionali attraverso i nostri programmi e progetti – spiega Antonella Cordone, esperta dell’IFAD – e le nostre partnership ci consentono di difendere nei luoghi della politica nazionali e internazionali il loro diritto a uno sviluppo guidato da loro stessi”. Un concetto ben sintetizzato anche dalle parole di Kanayo F. Nwanze, IFAD President, riportate nella speciale stele realizzata dalle Nazioni Unite all’interno del Padiglione Zero di Expo Milano 2015: “Possiamo migliorare i nostri sistemi alimentari se ci focalizziamo sulle generazioni di saperi accumulate dalle comunità agricole e dai popoli indigeni. Perché queste persone sono le meglio attrezzate a riconoscere i propri bisogni e capire le condizioni locali”.
 
Il cibo indigeno è più nutriente
Vivendo da millenni in stretta simbiosi con la natura che li circonda, i Popoli Indigeni riescono a ricavarne tutto quello di cui hanno bisogno, dal cibo agli utensili alle medicine. Ma se questo è vero fino a quando una comunità può continuare a condurre il proprio stile di vita tradizionale, smette di esserlo quando entra in contatto con la civiltà industriale. Se da un lato le attività economiche distruggono gli habitat, dall’altro lato si fanno strada nuove abitudini e stili di vita. Uno degli aspetti che ne viene maggiormente sconvolto è proprio l’alimentazione, poiché i cibi tradizionali vengono in gran parte rimpiazzati da altri di produzione industriale, spesso più economici e ricchi di calorie sotto forma di grassi e zuccheri, ma meno nutrienti di quelli indigeni. E così succede che intere popolazioni comincino a soffrire di carenze in micronutrienti e a sviluppare malattie legate all’obesità, come il diabete, ipertensione e cardiopatie. Basata su ingredienti locali freschi e non lavorati, la dieta tradizionale assicurerebbe un’alimentazione sana, equilibrata e sostenibile, ma viene abbandonata perché non più praticabile o paradossalmente troppo costosa. Perché ciò non accada servono politiche a sostegno della produzione alimentare tradizionale, accompagnate da campagne di educazione e soprattutto dal coinvolgimento delle stesse comunità autoctone. Una sfida che coinvolge pienamente l’IFAD e che è sottolineata dalla Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

Leggi il manifesto e partecipa