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Fosca Nomis. Ecco come abbiamo reso un evento di 1,1 milione di metri quadri accessibile. E piacevole

Lifestyle / -

Fosca Nomis
Andrea Mariani © Expo 2015

Un evento che si svolge in un'area lunga un chilometro e mezzo, come il Decumano, larga 400 metri come il Cardo e con oltre 150 Padiglioni come è stato Expo Milano 2015 ha dato modo a tutti di misurarsi su mille sfide relative all’accessibilità e alla fruibilità. Quanti disabili hanno visitato l’Esposizione Universale? Quali sono stati i problemi prima dell'evento e durante? Come sono stati affrontati? Lo spiega Fosca Nomis, Disability Manager e Civil Society Coordinator di Expo 2015 SpA.

Qual è il primo passo che Expo 2015 ha compiuto, nell’ottica dell’accessibilità?
Innanzitutto, abbiamo detto a tutti i partecipanti di studiare e tener conto della normativa italiana sull’accessibilità che già fa molta attenzione all’accessibilità motoria. Ma noi abbiamo cominciato a pensare in maniera più ampia, affinché la visita fosse un’esperienza da vivere in maniera autonoma anche per chi ha una disabilità motoria, sensoriale e intellettiva, facendo attenzione alle varie condizioni di ognuno, e addirittura piacevole. Perché fin da subito l’idea è stata quella di trasmettere l’idea di un luogo piacevole, dove trascorrere tempo in modo sereno. Elemento caratterizzante di questa Esposizione Universale è il Tema, che deve poter arrivare a tutti. Tutti avrebbero dovuto beneficiare del messaggio.
 
In rapida successione, quali tappe avete percorso per raggiungere i traguardi che vi eravate imposti?
Primo, capire come arrivare a Expo Milano 2015: parcheggi, ingressi. Poi, cosa accade dentro. Poi, come fare in modo che i Padiglioni fossero anch’essi accessibili per tutti. Giuseppe Sala mandò innanzitutto a ogni partecipante una lettera chiedendo di tenere in forte considerazione il tema del diversity management, con la massima attenzione alle diverse esigenze delle persone nel momento della visita. Tutt'intorno, ci siamo sincerati che - a partire dalla stazione metropolitana e quella ferroviaria di Rho Fiera, parcheggi, ingressi, biglietterie, percorsi, padiglioni, aree di servizio e di ristoro, servizi igienici - fossero tutti resi accessibili alle persone con disabilità o a mobilità ridotta.
 
Uno dei traguardi raggiunti più visibili e più concreti è stata l’istituzione di un Mobility Center. Come ha funzionato?
Data la grandezza dell’area (1,1 milioni di metri quadri) nei primi giorni molte persone a ridotta mobilità si sono trovate in difficoltà. A fronte di un impulso proveniente anche da Fondazione Triulza abbiamo creato un Mobility Center, che ha avuto un notevole impatto: dal momento della sua entrata in funzione sono stati 15.000 le carrozzine e gli scooter elettrici noleggiati, che hanno dato a chi ha difficoltà motorie la possibilità di una visita completa. Non solo a persone con disabilità, ma anche ad anziani, infortunati, donne incinte. Il modello ha avuto così tanto successo che – è ufficiale - ne aprirà uno analogo, adesso, all’aeroporto di Malpensa.
 
Prima ha accennato ad altre disabilità. Quali?
Per le persone con disabilità sensoriale, abbiamo lavorato per i ciechi con i percorsi pedotattili e le mappe tattili su tutto il Sito, e per i sordi abbiamo previsto negli Infopoint e biglietterie una videochat con cui collegarsi con un’interprete con la lingua dei segni italiana, apparecchi a induzione magnetica per le persone ipoudenti e l’induzione magnetica, con la collaborazione di soggetti privati, anche nell’Auditorium Orogel: una grande sala conferenze in cui anche le persone con apparecchio acustico potessero ascoltare bene.
 
Aggiungo un elemento di base: i biglietti a costo ridotto e l'entrata gratis per gli accompagnatori.
Giusto. Il costo dei biglietti per persone con disabilità è ridotto, e abbiamo adottato un approccio inclusivo, con la possibilità di un accompagnatore che entrava gratuitamente.
 
Inizialmente, non si vedevano su Cardo e Decumano molte persone su sedia a rotelle. Poi, ultimamente, ne ho viste a iosa. Perché? Forse per una sorta di diffidenza iniziale di chi è su carrozzina, che attende come si trovano gli altri prima di decidere?
Penso che abbia funzionato una sorta di tam-tam positivo, proveniente non solo dalle persone che per prime hanno visitato Expo Milano 2015 ma anche dalle associazioni: da quando abbiamo creato il programma speciale per la disabilità abbiamo coinvolto le due federazioni a livello nazionale, Fish e Fand, coinvolgendole su tutte le attività fin dalla fase iniziale, testando tutto con loro, dalle policy del ticketing alla posa dei percorsi pedotattili. Abbiamo lavorato con tutti. È stato importante anche il ruolo della comunicazione. Abbiamo curato puntigliosamente la diffusione di informazioni nel sito expo2015.org nella sezione “Informazioni per i visitatori" in cui sono presenti diverse pagine in tre lingue con informazioni dedicate ai visitatori con disabilità organizzate per temi (biglietti, parcheggi, accessibilità sito espositivo, Mobility Center), nella App ufficiale, sui totem nel Sito Espositivo, con i depliant distribuiti negli Info point e, a riprova della necessità di aprirsi dall'esterno, nell'Info Point Disabilità Expofacile di Regione Lombardia e Comune di Milano situato in Cascina Triulza.
Expo Milano 2015 è stato anche un acceleratore di un lavoro che già stavano conducendo Comune di Milano e Regione Lombardia, attraverso il progetto Expofacile e il relativo portale www.expofacile.it. E posso annunciare che per questo il Comune di Milano sta per ricevere un premio prestigiosissimo come riconoscimento degli sforzi compiuti per migliorare l’accessibilità della città.
 
Insomma, quante persone con disabilità sono venute a Expo Milano 2015?
Siamo certi che sono stati acquistati oltre 40.000 biglietti da persone che hanno esibito tutta la documentazione e 30.000 sono entrati come accompagnatori. In più, dobbiamo aggiungere tutti coloro che sono entrati con biglietti acquistati con altre agevolazioni, oppure su invito a diverse manifestazioni. A ottobre sono venute 900 persone dell’Unitalsi, di cui la metà in carrozzina. La cifra dunque è molto più alta, non abbiamo potuto censirli con esattezza tutti. Basandoci su altri parametri, potrebbero essere in una forbice tra 100mila e 200mila persone.
 
Nel corso dell’evento presumo siano via via state necessarie variazioni, adattamenti, misure aggiuntive. Quali?
Alcune cose sono state messe in opera dopo l’apertura del 1° maggio, il Mobility Center è entrato in funzione pochi giorni dopo, poi le videochat alle biglietterie, poi l’aumento progressivo del numero dei posti auto riservati ai portatori di handicap dotati di pass… Alcune delle mosse attuate da me e Gabriele Favagrossa in cooperazione con le varie divisioni e i Partecipanti sono state necessarie per via dell’aumento del flusso dei visitatori. Ma in realtà il cambiamento maggiore è stato nella mentalità. Siamo partiti dal ‘dover fare’, cioè dagli obblighi di legge, per poi andare oltre, far di più, di anticipare problemi ed esigenze con iniziative che coinvolgessero tutti. È una legacy immateriale preziosa, questa: anziché pensare al ‘nostro’ progetto, abbiamo lavorato affinché fosse una costante trasversale. A ogni divisione – ticketing, mobilità, organizzazione – è stato chiesto di preoccuparsi dell’accessibilità per quanto di loro competenza.
 
L’inviato speciale dell’Onu sulla Disabilità e Accessibilità, Lenin Moreno, il 25 ottobre ha fatto visita a Expo Milano 2015. Tra l’altro, lui stesso è in carrozzina. Come si è trovato, qui?
Gli abbiamo consegnato un’ampia relazione sul lavoro svolto, è stato sicuramente contento. La sua visita è stata positiva, per diversi aspetti. Ci ha fatto i complimenti sul metodo di lavoro, sul ‘fare sistema’ coinvolgendo associazioni ed enti. Ci ha detto di aver apprezzato molto il nostro approccio: affermare che l’accessibilità è un valore trasversale e necessario a partire dal progetto, in tutte le fasi dell’organizzazione del lavoro. Al punto che ci ha detto che illustrerà il lavoro svolto qui in Expo Milano 2015 in occasione delle celebrazioni del decennale della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità! Questo sistema potrebbe diventare una delle ‘best practices’ per i grandi eventi.
 
A proposito di legacy immateriale. Quali lezioni, quali spunti, quali indicazioni valevoli per il futuro ci può dare un’esperienza organizzativa complessa come quella di Expo Milano 2015, sul versante dell’accessibilità?
Molti. Il modello organizzativo. Il fare sistema. Il lavorare da subito, perché questo riduce anche i costi. Ci viene da dire che ci vorrebbe un modulo di formazione sul ‘design for all’ obbligatorio per tutti coloro che partecipano alla progettazione di un evento di questa portata, che consentirebbe di evitare poi d'inventare soluzioni abborracciate, di ridurre i costi, di migliorare l’efficienza, di rendere la visita più piacevole a chiunque. Se io avvio qualunque iniziativa già pensando di renderla accessibile per tutti, sarà bella per tutti. Bisogna riuscire a tenere conto delle disabilità. I Padiglioni hanno lavorato benissimo sulla disabilità motoria, forse potevano fare ancora di più su altre disabilità, per esempio su quella visiva: veicolare messaggi ed emozioni a persone che non vedono è una sfida importantissima. Noi abbiamo iniziato.
 

Tristram Stuart, lo storico di Cambridge che si nutre di avanzi. Per scelta politica

Sostenibilità / -

tristram stuart
© Colin McPherson / Corbis

Si definisce “freegan” un giovane accademico che ha studiato il tema degli sprechi alimentari, mettendo in pratica le sue teorie con un metodo coraggioso e inusuale. Di persona.

Salta all’occhio, tra le diverse pubblicazioni scientifiche del giovane storico di Cambridge Tristram Stuart, il saggio The Bloodless Revolution: Radical Vegetarians and the Discovery of India (La rivoluzione senza sangue) uscito nelle librerie degli Stati Uniti per i tipi di W.W. Norton & Company nel 2007, il racconto della genesi di un’abitudine alimentare che ha percorso molti diversi solchi della storia dell’Occidente.
Ma la carriera di Stuart ha preso una nuova piega quando ha cominciato a interessarsi scientificamente del tema dello spreco del cibo.
Lo spreco di cibo e la pratica freegan
Con la sensibilità di un’ambientalista, la preparazione di un accademico e la passione di un esploratore che da vent’anni coltiva un suo pallino, ha studiato il tema, scritto articoli su The Guardian e organizzato una manifestazione nel 2009 a Trafalgar Square, a Londra. Non limitandosi però a trattarne da dietro la sua scrivania di Trinity Lane con lezioni e articoli, ma applicando quotidianamente un’idea all’apparenza coraggiosa: nutrirsi di avanzi. Letteralmente.
Nel libro del 2009 Waste: Uncovering the Global Food Scandal (tradotto anche in Italia da Bruno Mondadori col titolo Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare) ha centrato la sua attenzione sul problema degli sprechi alimentari. Per attuare concretamente le sue tesi “freegan” – un neologismo coniato dalla fusione tra alimentazione, libertà e gratuità - ha cominciato a documentare il fatto che da anni, ogni settimana, lui va a fare la spesa nei supermercati inglesi. Sì, però nel retro. Metodicamente. E senza spendere nulla.
Fare la spesa nel retro dei supermercati
Nei cassonetti di un supermercato Waitrose vicino a Brighton ha raccolto una spesa di 80 sterline: “Tre confezioni di formaggio cheddar bio grattugiato - ha raccontato a Leonardo Maisano del Sole 24 Ore - un ananas, fette di tacchino bio, una confezione di panna, quattro pizze, due sandwich con hummus, un pacco di pan carrè, due chili di carote, due di zucchine, uno di cavolfiori, mezzo chilo di salsicce, verdure tagliate e confezionate, un pollo satay, mezzo chilo di carne trita, un salamino italiano e due mazzi di gladioli non ancora fioriti”. Tutto perfettamente confezionato, scaduto da 24 ore oppure in scadenza quel giorno stesso o nei mesi a venire. Tutto commestibile. Una spesa da lui definita “mediocre” nonostante il dolcissimo ananas, perché in un altro Waitrose aveva trovato 28 pasti pronti - da chicken tikka a lasagne - 83 yogurt, 16 paste, sei meloni, 223 frutti vari, 23 brioche, una torta al cioccolato, sei pacchi di patate, 18 forme di pane. Agli Old Spitalfields Market di Londra è tornato a casa con 25 cassette di deliziosi mango. Ha studiato anche a Firenze, e anche lì batteva i supermercati con lo stesso successo di Londra.
Le cifre dello spreco
Migliaia di tonnellate di prodotti commestibili vengono destinati per legge al macero perché anche in Inghilterra, come in Italia, vigono norme sanitarie che vietano ai supermercati di ridistribuire in circuiti alternativi eccedenze, cibi vicini alla data di scadenza, pane. Qualcuno ha nel frattempo avviato progetti per il loro recupero: la charity Fareshare ha raddoppiato la raccolta di prodotti  invenduti da 2.000 a 4.000 tonnellate all’anno, la Sainsbury's ha portato a 6.600 le tonnellate di cibo che riesce a dirottare ai più bisognosi ogni anno e lo stesso Stuart ha fondato l’associazione di volontari Gleaning Network e ha ricevuto nel 2011 il Sophie Prize di Jostein Gaarder. Ma né lì né in Italia esistono quadri legislativi concilianti. Nel novembre del 2013 Stuart ha appoggiato la manifestazione a Trafalgar Square The Pig Idea chiedendo che almeno fosse legalizzato l'impiego degli scarti alimentarti per l'alimentazione degli animali, calcolando che questo potrebbe liberare risorse agricole per 3 miliardi di persone nel mondo.
E non si tratta di rubare il cibo ai senzatetto. Una volta uno di loro, un certo Spider, gli ha detto, nel retro di un supermercato: “Ehi, compagno, non preoccuparti. Se anche tutti i senzatetto d’Inghilterra venissero qui a sfamarsi, ci sarebbe ancora molto cibo per te”.
 

Maurizia Cacciatori. Essere Ambassador di Expo Milano 2015 è come indossare una seconda volta la maglia della Nazionale

Cultura / -

Maurizia Cacciatori, ex pallavolista italiana e Ambassador di Expo Milano 2015, è da sempre impegnata a favore dell’educazione alimentare e nella battaglia per garantire una vita sana alle nuove generazioni. Durante le Women’s Weeks a Expo Milano 2015, la campionessa di pallavolo è stata chiamata a dare la sua testimonianza sull’importanza di un’alleanza tra donne per sconfiggere i problemi globali legati alla malnutrizione e alle disuguaglianze. Per Maurizia Cacciatori lo sport e il coinvolgimento di tutte le donne sono il vero motore del cambiamento.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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