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Diabete, tutti i numeri in Italia e nel mondo

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Il diabete è una patologia che compromette la produzione di insulina. Essa va pertanto iniettata ogni giorno
© Adrianna Williams-Corbis

Nel 2035, le diagnosi complessive dei diversi tipi di diabete potrebbero arrivare a 595 milioni di casi. Una cifra impressionante, dovuta alla trasformazione degli stili di vita e di alimentazione. Anche in Italia, nel 2030 ci potrebbero essere 5 milioni di diabetici.

Quale popolazione conta 382 milioni di individui? Qualunque continente abbiate pensato, è sbagliato. Non si tratta infatti di un’area geografica, ma della popolazione mondiale di persone diabetiche nel 2013, secondo l’International Diabetes Federation. Numeri allarmanti (siamo vicini a quelli dell’intera Europa), ma che potrebbero addirittura salire vertiginosamente per arrivare, nel 2035, a 595 milioni di persone. 
Restringendo il campo al diabete di tipo 2 (ovvero quello su cui si può agire attraverso la prevenzione dei fattori di rischio), nel 2010 questa malattia affliggeva già 285 milioni di persone, e potrebbero essere 438 milioni nel 2030, con una progressione di 21mila nuovi casi al giorno.
Questi dati fanno capire l’urgenza delle campagne di sensibilizzazione, soprattutto in Paesi come gli Stati Uniti, dove si calcola che oggi il 10% della popolazione fra i 20 e i 79 anni abbia il diabete di tipo 2. Ma anche in altre aree del mondo, dove la percentuale di diabetici era trascurabile fino al 2000, i trend di diffusione sono molto preoccupanti, a causa della trasformazione rapida degli stili di vita. Si pensi che nel 2010 in Asia la quota di diabetici di tipo 2 era già il 7,6% della popolazione e salirà al 9,1% nel 2030, sempre secondo le stime della International Diabetes Federation.
 
La diffusione per aree geografiche
Volendo disegnare una mappa di questa malattia, il numero più alto di persone diabetiche in termini assoluti si trova in Cina, con 98,4 milioni di diagnosi. Seguono l’India (65,1 milioni), gli Stati Uniti (24,4 milioni) e il Brasile (11,9 milioni). 
In pratica, il numero di persone con diabete è in veloce crescita sia nei Paesi avanzati sia nei Paesi che hanno da poco iniziato il loro sviluppo economico. Quest’impennata nel numero di casi diagnosticati è dovuta soprattutto alle modifiche quantitative e qualitative nell'alimentazione (si mangia di più e peggio) e al minor dispendio energetico (vita più sedentaria). 
La percentuale di decessi sotto i 60 anni dovuti al diabete è molto alta: si arriva al 76% in Africa meridionale, al 55% nell’area del subcontinente indiano, al 50% in Nord Africa e Medio Oriente. Scende al 44% in tutto il Sud America e anche nell’area di Cina, Mongolia, Sud Est asiatico e Oceania. Infine il diabete è la causa del 38% dei decessi sotto i 60 anni negli Stati Uniti e del 28% in Europa (Russia compresa).
 
Una malattia che ha alti costi sociali
Se a spaventare sono i numeri della malattia, anche le spese sanitarie connesse al diabete per la popolazione tra i 20 e i 79 anni sono impressionanti. Si va dai 263 miliardi di dollari spesi in tutto il Nord America ai 147 miliardi dell’Europa (Russia compresa). Segue l’area di Cina, Mongolia, Sud Est asiatico e Oceania con complessivi 88 miliardi di euro.
 
In Italia, 3 milioni di diagnosi
E nel nostro Paese? Secondo Diabete Italia, la rete delle Comunità Scientifiche e delle Associazioni tra persone con diabete, 3 milioni di italiani hanno il diabete e sono diagnosticati e seguiti: si tratta del 4,9% della popolazione. Si stima anche che 1 milione di persone (1,6% della popolazione) abbia il diabete, ma non sia stato diagnosticato. Ci sono poi 2,6 milioni di persone che hanno difficoltà a mantenere le glicemie nella norma, una condizione che nella maggior parte dei casi prelude allo sviluppo del diabete di tipo 2. Parliamo del 4,3% della popolazione. Nel 2030 si prevede che in Italia le persone diagnosticate con diabete saranno 5 milioni. 
In circa un decimo dei casi il diabete è di tipo 1, con 84 diagnosi ogni milione di persone in Italia (poco meno di 5 mila casi). Il numero di persone con questo tipo di malattia rara cresce anche perché ormai è possibile garantire a chi segue le cure un’attesa di vita simile a quella della popolazione generale.
 
 

Un diabetico informato, è già curato. Lo afferma chi è malato da tempo

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immagine intervista diabetici 2

Basta sottoporsi agli esami di routine, assumere correttamente i farmaci, seguire una dieta equilibrata e fare regolare attività fisica. Lo sostengono Germana Ghislandi, vicepresidente di FAND (Associazione Diabetici - sede di Milano), malata di diabete 1 da 27 anni e Ottavio D'Incecco, pensionato, malato di diabete di tipo 2 da dodici anni.

Come avete scoperto di essere affetti da diabete?
Germana: sono diabetica di tipo 1 da 27 anni. L' ho scoperto poco prima di sposarmi, a 23 anni, facendo degli esami di routine. È stato un fulmine a ciel sereno. Ho dovuto imparare tutto, ma da subito ho capito che dovevo informarmi e che potevo convivere con questa patologia. Io e la mia famiglia abbiamo cercato un'associazione che ci desse una mano. Sono entrata a far parte della sede FAND di Milano, diventandone volontaria perché volevo aiutare tutti coloro che si fossero trovati nella mia situazione.
Ottavio: l’ho scoperto a circa sessant’anni. Lavoravo per una società come quadro e ogni anno l’azienda mi inviava presso un centro di analisi per essere sottoposto ad una serie di esami di controllo. Durante l’ultimo check up, ho scoperto di avere sia il diabete di tipo 2 che la pressione alta. Ho iniziato subito a correggere l’alimentazione.
 
Come è cambiata la vostra vita quotidiana?
Germana: io ero già adulta, stavo per andare ad abitare con quello che allora era mio marito. All'inizio non sapevo come gestire i pasti, soprattutto fuori casa. Poi sono stata in America e lì ho dovuto imparare tutto. Da quel momento, i viaggi non mi hanno più spaventata. Ho seguito per sei anni l’International Diabetes Federation, partecipando agli incontri europei e ho sempre mangiato cibi del luogo. Se non c'era la possibilità di ordinare la pasta, mangiavo le patate o il pane.
In generale, sono sempre stata una diabetica molto accorta, mi sottopongo sempre ai controlli e ritengo sia molto utile anche parlare con persone che hanno lo stesso problema. Ci fa sentire tutti meno soli.
Ottavio: la mia vita non è cambiata particolarmente, ma sono molto meno sedentario di prima. Il medico curante mi mandò da uno specialista che regolarizzò i miei pasti e la mia attività fisica, anche con l’aiuto di alcuni armaci che ora sono diventati obsoleti.
 
A quali tipi ti cure e trattamenti dovete sottoporvi e con quale frequenza?
Germana: da subito, sono stata messa sotto insulina perché il mio pancreas non ne produceva più. Faccio quattro iniezioni di insulina al giorno: tre di insulina rapida prima dei pasti e una di insulina lantus, che dura circa 24 ore, prima di cena. Spesso chi è malato è spaventato quando deve passare dalla terapia orale all'insulina, ma deve capire che bisogna sottoporsi alle cure che fanno stare meglio. Capisco che si debba cambiare la propria vita, ma se si è affetti da diabete di tipo 1 non sia ha scelta. La tecnologia ci viene incontro. Gli aghi sono diventati più sottili e i tempi di misurazione della glicemia si sono accorciati. I diabetici di adesso possono ritenersi fortunati. Inoltre, io dico sempre che un diabetico informato, è già curato.
Ottavio: sono in cura da uno specialista di Milano e attualmente posso dire di prendere meno farmaci di un tempo, uno al mattino e uno alla sera. Faccio molta attività fisica, quasi due ore al giorno di passeggiate, per fare in modo che i valori siano sempre nella norma.
 
C'è un momento particolarmente difficile che dovete affrontare nella giornata?
Germana: io sono molto rigida e regolare di carattere. Non ho problemi a farmi iniezioni in pubblico. Quello che mi ha sempre pesato un pò sono gli orari perchè io mangio qualsiasi cosa e ovunque, ma devo mantenere i miei orari. Devo pranzare entro le 13 e cenare entro le 20.
Devo dire che questi sacrifici ripagano perché in 27 anni di diabete non ho avuto nessuna complicanza e ho avuto anche un riconoscimento dal Joslin Diabetes Center di Boston, uno dei più importanti centri di ricerca sul diabete, per i miei 25 anni di diabete.
Ottavio: no. mi sveglio tranquillo al mattino, prendo una pastiglia e verso le 11 vado a fare una bella passeggiata. L’unica cosa da tenere sotto controllo è l’alimentazione.
 
Cosa non deve mai mancare nella vostra dieta? Ci sono degli alimenti che vi mancano particolarmente?
Germana: io mangio di tutto e provo di tutto, basta saper compensare i pasti con la giusta quantità di insulina. Avere il diabete è come andare in bicicletta. Una volta cadi, dopo un po' stai in equilibrio e alla fine sai pedalare. Non bisogna avere paura di andate al ristorante. Non è vero che si devono eliminare i dolci, basta che siano sempre conteggiati all'interno di un regime alimentare personalizzato. Non ho mai dovuto fare grosse rinunce perché ho sempre amato di più il salato. È chiaro che non devi sgarrare, altrimenti può sopraggiungere qualche complicanza. Poi bisogna fare attenzione e leggere sempre gli ingredienti sulle confezioni dei prodotti.
Ottavio: rispetto a prima, la mia alimentazione è certamente cambiata. Mangio di meno. Prima mangiavo primo, secondo, contorno, frutta e dolce. Ora mangio un primo o un secondo. A pranzo, bevo anche un bicchiere di vino rosso e questo tipo di dieta non mi costa nessun sacrificio, anzi sono contento perchè con l’età è meglio mangiare meno, ma più spesso. A merenda, di pomeriggio, ogni tanto mangio un frutto e la sera mangio la carne oppure, una volta alla settimana, mi concedo una mozzarella, la mia passione.
 
Cosa mangiate al mattino?
Germana: io faccio una colazione nordica da sempre, da quando andavo a scuola: pane e prosciutto, caffè d'orzo oppure tè. Quando vado in Scandinavia, mangio pane e salmone. Ho provato anche a mangiar pane e marmellata senza zucchero, ma a metà mattina ho fame. Ho notato che funziono meglio con il salato.
Ottavio: mangio delle fette biscottate con la marmellata senza zucchero e un cappuccio con caffè e latte.
 
Avete paura?
Germana: oggi vivo sola e quindi il pensiero del futuro è presente. Devo dire anche che io riesco a gestirmi al meglio finché va tutto bene. Per esempio, qualche anno fa ho subito un piccolo intervento ginecologico. Mi hanno trattata con una paziente standard e quindi, anche se l'intervento è andato bene, hanno scombussolato tutti i miei valori. Spero non ricapiti.
Ottavio: no, sono tranquillo. Ogni tre mesi circa faccio gli esami, i risultati sono soddisfacenti e mi rincuorano nel proseguire con questo stile di vita.
 

Quando l’infanzia non è più dolce

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Il diabete di tipo 2 è in forte diffusione anche tra i bambini, a causa dell'obesità
© JGI-Tom Grill-Blend Images-Corbis

Aumenta l’insorgenza della tipologia 2 nei bambini e ragazzi, a causa del dilagare dell’obesità. Ma anche la patologia genetica (tipo 1) è più frequente e precoce.

Diabesità. È questo il neologismo coniato dall'OMS per sottolineare la stretta associazione tra diabete di tipo 2 e obesità. Un problema che riguarda soprattutto bambini e ragazzi, nei quali il sovrappeso grave sta provocando l’insorgere di una malattia, tradizionalmente dell’età avanzata, nel periodo adolescenziale o addirittura infantile. 
“Sono particolarmente a rischio i bambini con circonferenza addominale superiore al normale, nati piccoli per l’età gestazionale e cresciuti molto rapidamente e con acantosis nigricans, una forte pigmentazione della pelle che si concentra su collo e ascelle – assicura Ivana Rabbone, presidente della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia pediatrica -. Bisogna focalizzare l’attenzione su questi soggetti, attraverso la prevenzione, che significa dieta, alimentazione corretta e attività fisica”.
Secondo l’osservatorio Okkio alla salute, l’obesità infantile in Italia sta aumentando vertiginosamente. In regioni come la Campania, il 50% dei bambini risultano in sovrappeso.
“Occorre fare cultura sugli stili di vita salutari, sull’importanza del movimento fisico e sui principi dell’alimentazione corretta” – fa eco Patrizia Pappini, presidente dell’associazione Sostegno70 Insieme ai ragazzi diabetici Onlus, in forze all’Ospedale San Raffaele di Milano.
 
Scuola & Giochi, l’educazione viaggia online
Sul tema dell’educazione, l’associazione, grazie al sostegno della Fondazione Vodafone, ha creato la piattaforma digitale Scuola Giochi, che cerca di insegnare le basi della corretta alimentazione ai bambini della seconda, terza e quarta classe della scuola primaria.
“Servirebbero più investimenti nell’educazione preventiva - conclude Pappini –. Purtroppo nelle scuole si trovano spesso distributori automatici con ogni tipo di merendine e bevande zuccherate, i bambini sono bombardati da messaggi pubblicitari invitanti e, per i genitori che lavorano, spesso non è facile proporre frutta o verdura. Ma bisogna pensare che solo con la prevenzione si salva un bambino a rischio di diabete precoce”.
 
Diabete di tipo 1, ci si ammala sempre prima
Diverso il discorso per il diabete di tipo 1, che purtroppo non può essere prevenuto ed è irreversibile. Questa tipologia colpisce una persona ogni dieci diabetici. Il diabete di tipo 1 insorge più spesso nei primi 30 anni di vita, in particolare fa i 5 e i 15 anni (fonte: Diabete Italia). Secondo le stime della International Diabetes Foundation, nel mondo, nel 2010, 480 mila bambini e ragazzi fra gli 0 e i 14 anni avevano il diabete di tipo 1. Di questi 110mila in Europa. “In Italia, i bambini tra 0 e 14 anni con il diabete di tipo 1 sono 20mila – spiega Dario Iafusco, ricercatore del Dipartimento di Pediatria della II Università di Napoli -. Ogni anno, da sei a dieci bambini su 100mila nuovi nati hanno il diabete di tipo 1. Dai dati del RIDI (Registro Italiano Diabete Infantile), risulta che la regione italiana con la maggiore incidenza percentuale è la Sardegna, con 30 casi ogni 100mila, seguita da Sicilia e Calabria”.
Purtroppo, non ci sono buone notizie sul fronte statistico: sembra infatti che l’incidenza di questa tipologia sia in aumento. Non solo. La malattia arriva sempre più precocemente, e comincia a insorgere sotto i tre anni, per cause ancora da identificare.
“L’insorgere di una patologia del genere in un bambino molto piccolo genera molte complessità – commenta Pappini -, perché il bambino non è in grado di comunicare i sintomi, non può fare attività fisica, per i genitori è più difficile somministrargli le cure. Inoltre il cambiamento rapido di tutti i parametri di peso, altezza, ormoni della crescita costringono a rivedere le cure costantemente. Si raggiunge una certa stabilità solo verso i 22-25 anni”.
 
È cruciale sensibilizzare gli insegnanti
Un’altra età critica è quella scolare: i bambini con diabete 1, infatti, devono assumere ogni giorno l’insulina, e non sempre la scuola facilita questo processo. 
“Da anni Siedp ha avviato una campagna nelle scuole – racconta Iafusco – per sensibilizzare insegnanti e presidi ad allestire uno spazio per somministrare l’insulina al bambino che ne ha necessità, ad adeguare le merende in modo che siano adatte a tutti, a installare un frigorifero per la conservazione dei medicinali, ecc. Notiamo che, quando si spiega personalmente il problema, si genera disponibilità”.
Diversa l’esperienza di Sostegno70, che pure propone corsi di formazione nelle scuole con un team di specialisti. “Questo è un problema molto sentito dalle famiglie che hanno figli con diabete – racconta Pappini -: spesso incontriamo difficoltà nell'inserimento del bambino a scuola perché le disposizioni sono solo linee guida e non prevedono l'obbligatorietà da parte degli operatori della scuola - docenti e non - nella somministrazione del farmaco. I genitori possono chiedere solo attenzione e collaborazione. È giusto precisare che in alcune situazioni felici, gli operatori della scuola hanno dato la massima disponibilità”.
 
 

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