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Come difendersi dalle zanzare… naturalmente

Lifestyle / -

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Ogni primavera immancabilmente il sole vince la sua battaglia contro le nuvole e il cielo diventa finalmente azzurro. Ma se da una parte una guerra è finita, dall’altra ne riprende subito un’altra combattuta spesso e volentieri a suon di insetticidi: quella contro le zanzare.

La guerra che si consuma ogni estate in giardino e in casa è, normalmente, vinta da questi piccoli vampiri a sei zampe la cui supremazia è testimoniata dai segni che ci ritroviamo sul corpo. Ma se gli esseri umani non riescono a vincere la guerra, possono aggiudicarsi qualche battaglia anche grazie ad armi biologiche rispettose per l’ambiente.
 
Ai piani bassi… via i sottovasi
Per riuscire a sferrare qualche colpo al “nemico” dobbiamo conoscere i suoi usi e costumi. Le femmine adulte si nutrono di sangue, mentre i maschi preferiscono il nettare dei fiori. Dato che volano, la lotta adulticida è difficile da perseguire. Meglio concentrarsi sulle larve – soprattutto quelle della famigerata zanzara tigre- che risiedono in piccole pozze di acqua. Il metodo più efficace è quello di “affamare” il nemico. In buona sostanza si tratta di eliminare tutti i luoghi dove le larve possono vivere. Quindi è consigliabile eliminare tutti i sottovasi, svuotare innaffiatoi, le bacinelle, pulire le grondaie ed eliminare ogni residuo di acqua stagnante. Questo metodo non sempre è possibile: prendiamo ad esempio le persone che vivono ai piani alti. Senza sottovasi, l’innaffiatura serale si trasforma in una pioggia indesiderata sui balconi dei vicini. Ma se i sottovasi non si possono eliminare si possono in qualche modo difendere dall’orda delle zanzare.

Ai piani alti vince Zanzibar
Il metodo più efficace e più naturale prende il nome di “Zanzibar” e consiste in uno speciale enzima che reagisce con il calcare normalmente presente nell’acqua dei sottovasi. Questa reazione produce delle micro bolle di anidride carbonica che si dirigono verso l’alto cercando il cielo. Tra il cielo e l’acqua si frappone la tensione superficiale del liquido, troppo spessa per le microscopiche bollicine di anidride carbonica che permangono al di sotto del pelo dell’acqua formando una barriera (la zanzibarriera). Le larve delle zanzare sono animali acquaioli, vivono nell’acqua pur respirando l’aria atmosferica e lo fanno grazie alla trombetta, un organo respiratorio del tutto simile al boccaglio che usiamo al mare. Ebbene, questo apparato respiratorio non è in grado di sfondare la barriera e le larve non riescono a respirare. La battaglia viene vinta dal genere umano usando un metodo fisico e non chimico e quindi non aggiungendo sostanze inquinanti al nostro ambiente.
 
Negli orti le zanzare spariscono con i crostacei
Prendiamo un altro luogo facilmente colonizzabile dalle larve e nel quale l’acqua deve necessariamente permanere: il bidone dell’ortista. La moda dell’orto in città ha creato una proliferazione di bidoni pieni di acqua per l’irrigazione degli ortaggi a chilometro zero. La strategia di difesa di questo luogo arriva da una sperimentazione dell’università di Bologna. I ricercatori del gruppo di lotta biologica hanno scoperto che un piccolo crostaceo di acqua dolce (un copepode) è ghiotto delle larve della zanzara tigre. Basta mettere nel bidone dell’ortista una legione di piccoli copepodi per azzerare la popolazione larvale. È come liberare un branco di lupi in un recinto pieno di pecore. Ma i vantaggi non finiscono qui: quando le larve delle zanzare finiscono, i copepodi cambiano preda e iniziano a nutrirsi di microorganismi normalmente presenti nelle acqua irrigue. E non solo: i copepodi rimangono ai bordi e sul fondo del bidone permettendo all’agricoltore urbano di prelevare l’acqua dalla zona centrale non depauperando così la popolazione del nuovo amico dell’uomo.
 
Expo Milano 2015 è un'occasione per conoscere l'importanza della biodiversità sul nostro Pianeta. In particolare l'Area Tematica Biodiversity Park vuole valorizzare le eccellenze italiane ambientali, agricole e agroalimentari attraverso un percorso che racconta l’evoluzione e la salvaguardia della biodiversità agraria, anche grazie a un palinsesto di eventi, incontri, e esperienze multimediali.
 

I 10 cibi più preziosi che ci donano le foreste del mondo

Gusto / -

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© Owen Franken

Cibi sconosciuti e misteriosi, che crescono in aree dove l’intervento della mano dell’uomo è inesistente o ridotto al minimo. Il 21 marzo è la Giornata Internazionale delle Foreste, miniere selvagge di cibi preziosi che aprono la mente su tradizioni e leggende antiche.

Nelle aree del Kenya occidentale, storicamente escluse dalle principali rotte del sale marino, le comunità locali hanno sviluppato un particolare metodo di estrazione del sale da una pianta acquatica, l'erba muchua - una sorta di canna sottile - che cresce nelle acque del fiume Nzoia nella stagione secca, da settembre a marzo. La pianta raggiunge un'altezza di circa due metri ed è pronta per la raccolta quando i fiori appassiscono e le foglie più alte sono quasi secche. Viene lasciata essiccare e poi bruciata a fuoco lentissimo, anche due o tre giorni, e la cenere ottenuta è mescolata con acqua calda. Si ottiene così una purea salata che viene confezionata nelle foglie di banano e essiccata sotto la cenere per una notte. A volte si aggiunge del pepe, dando al sale un aroma speziato. Oggi la comunità Bukusu, nel villaggio di Nabuyole del distretto di Webuye, è l'unica che continua a produrre il sale di canna secondo questa antica e laboriosa tecnica.
 
Caffè selvatico della foresta di Harenna (Etiopia)
L'Etiopia è il paese di origine del caffè e l’unico al mondo in cui si trovano piante allo stato selvatico. Nella foresta di Harenna, intorno ai 1800 metri di altitudine, cresce spontaneamente all'ombra di alberi ad alto fusto, un caffè arabica molto aromatico e di qualità. I chicchi vengono raccolti e semplicemente essiccati al sole su reti sospese, senza essere spolpati né lavati. In Etiopia il caffè è un rito antico e solenne: ogni famiglia tosta le sue ciliegie, le pesta nel mortaio e offre il proprio caffè agli ospiti, che vengono accolti da una donna e da un tappeto di fiori ed erba appena tagliata. I chicchi di caffè sono sgusciati, lavati, tostati e macinati al momento e la polvere versata nella jabana, la caffettiera tradizionale, piena di acqua bollente. Il primo caffè si serve alla persona più anziana e poi se ne preparano altri 2 aggiungendo acqua nella caffettiera. I tre caffè sono serviti accompagnati da mais, grano o orzo tostato.
 
Miele Ogiek (Kenya)
Il Miele Ogiek è un prodotto tipico della foresta di Mau, la più vasta area forestale del Kenya. Qui l'apicoltura è una delle principali attività socio-economiche della comunità indigena Ogiek del Mariashoni, che si cibano principalmente di verdure selvatiche, selvaggina e miele.
Uno degli alberi più utilizzati per la fabbricazione di arnie è  il cedro rosso poiché dura a lungo nel tempo e resiste ai parassiti, come le termiti. Il nettare preferito dalle api Ogiek è quello del fiore di Dobeya, che regala al miele un sapore inconfondibile e un colore grigio-bianco. L’Araucaria angustifolia è un albero secolare che cresce nella zona della foresta di Santa Caterina e che vive 200-300 anni, anche se ci sono esemplari che arrivano a 500. Da questa pianta si ricava il pinolo di araucaria, un seme di colore avorio lungo circa quattro centimetri, raccolto in pigne di grosse dimensioni. Tradizionalmente si fa bollire e poi si utilizza per due ricette tipiche: la paçoca de pinhão, pinoli bolliti e macinati, mescolati con carne essiccata e l’entrevero, diversi tipi di carne bollita con verdure e pinoli. Anticamente era tra gli alimenti più importanti degli indigeni Kaingang e Xokleng, che coprivano i pinoli con le foglie dell’araucaria, incendiavano il tutto e li mangiavano abrustoliti direttamente nella foresta.

Ortiche essiccate della foresta di Mau (Kenya)
Le comunità indigene della foresta di Mau, nella Rift Valley, raccolgono nelle foreste locali, erbe e verdure a foglia, tra cui l’ortica, importante perché reperibile anche nei periodi più secchi. Le ortiche si raccolgono e sono messe subito in acqua per ammorbidire la peluria fine e urticante. Vengono essiccate all'ombra, altrimenti il sole comprometterebbe il bel colore verde chiaro, e poi macinate.
Un tempo erano usate in molte ricette tradizionali come il mukimo, un piatto tipico dei giorni di festa composto da patate schiacciate, mais, fagioli e ortica. Inoltre l’ortica viene consumata come verdura fresca, mischiata alla farina di miglio nel porridge e messa in infusione per ottenere una bevanda calda. Inoltre, è consigliata come integratore alimentare per le donne che allattano. La polvere secca spesso viene diluita in acqua e spruzzata sulla terra per migliorare la fertilità del suolo.
 
Waranà (Brasile)
Il guaranà, waranà in lingua indigena, significa “l’inizio di ogni conoscenza” ed è coltivato da secoli nell’Amazzonia brasiliana dagli indios Mawé. Questo popolo onora le liane selvatiche, alte fino a 12 metri, che sono le “madri” del waranà: raccolgono le piantine nate dai semi caduti ai loro piedi, trapiantandole in radure e crescendole a forma di cespuglio. I semi, cotti lentamente in forni di terracotta, vengono pestati e modellati in pani di waranà, poi messi su stuoie e affumicati con legni aromatici. I panetti vengono grattuggiati per ottenere una polvere che si mischia all’acqua, per creare una bevanda che combatte la fatica e stimola le funzioni cognitive e la memoria, perché ricca di fosforo, magnesio, potassio, vitamine e tannino. Il waranà per la cultura religiosa dei Mawé è molto importante e ricopre lo stesso significato del vino nella liturgia cristiana.
 
Cola di Kenema (Sierra Leone)
La cola appartiene alla stessa famiglia del cacao. Ogni frutto contiene circa 8-10 noci che vengono bagnate e lasciate al sole per far marcire, e quindi eliminare più facilemente, la buccia esterna. Nella cultura tradizionale la cola ha proprietà benefiche: un pezzetto masticato dopo i pasti aiuta la digestione e la caffeina contenuta nel frutto migliora la concentrazione e si usa per ridurre la sensazione di fame. Inoltre la cola ha un valore simbolico e rituale: si offre per dare il benvenuto agli invitati, come simbolo di amicizia, per siglare un'intesa o la pace tra due persone. In occasione del ramadan si prepara una sorta di ginger con acqua, zenzero, cola, peperoncino e zucchero.
 
Vaniglia della Chinantla (Messico)
La Chinantla, regione poco distante dal Golfo del Messico, è l'unica regione del mondo in cui si possa trovare la vaniglia in forma selvatica. È l’area della sua maggiore diversità genetica, visto che ne sono state individuate almeno cinque o sei varietà diverse e, dunque, con ogni probabilità, potrebbe essere il suo luogo di origine. Localmente chiamata colibrì, è un’orchidea rampicante che cresce nel folto della foresta, appoggiandosi ad altri alberi, come agrumi e banani.
Una volta raccolte, le bacche di vaniglia sono chiuse in sacchetti sigillati e esposte al sole per cinque ore al giorno per 15 giorni soleggiati: devono raggiungere una temperatura di circa 75°C. Per ottenere bacche morbide, flessibili e profumate, di un bel colore caffè bisogna aspettare circa 2 mesi. Nell’antichità la bacca non veniva utilizzata in cucina, ma come tributo all’imperatore azteco Montezuma. Inoltre i semi della vaniglia venivano mescolati dalle donne all’olio di semi di mamey per lucidare e profumare i capelli.
 
Nel nord della Bielorussia, non lontano dai confini con Russia e Lettonia, si trova un'area di foreste, boschi e paludi e il villaggio Kliastizy: un centinaio di case di legno dagli stipiti bianchi. Una delle tradizioni più antiche dei suoi abitanti è la raccolta di bacche ed erbe spontanee: circa 12.000 persone che si dedicano alla raccolta di mirtilli neri e rossi, molto grandi e succosi, di funghi, di rosa canina, di erbe selvatiche, di ribes nero, di fragoline di bosco, di lampone, di epilobio, di iperico, di timo, di spirea olmaria. Le erbe e le bacche vengono essiccate per produrre infusi per il consumo familliare e ogni ricetta combina diverse tipologie e quantità di ingredienti, secondo l'aroma, il gusto, il colore e gli effetti benefici che si vogliono ottenere. Solitamente le bevande sono accompagnate con il miele oppure con una confettura color caramello, ottenuta facendo bollire i petali gialli del dente di leone nello sciroppo di zucchero.
 
Il pepe nero è forse la spezia più conosciuta e usata al mondo: rappresenta un quarto del commercio mondiale del settore e risulta quindi la spezia con il maggior peso economico. Originario del Sudest asiatico, il Piper nigrum si diffuse in Malesia oltre 2000 anni fa nella fertile zona del Sarawak. Nella zona del fiume Rimbàs, nel villaggio di Babu Sedebau, composto da 12 famiglie che vivono tutte sotto lo stesso tetto, si coltivano piccoli campi di pepe (la grandezza media è di circa un ettaro, con 200-300 piante). La pianta ha la forma di un cespuglio e cresce intorno a un palo di ironwood (belian), il legno più duro e resistente in natura. I grani di pepe sono raccolti quando dal verde iniziano a tendere al giallo paglierino, sono lavati in acqua e poi lasciati ad asciugare al sole.
 

La sorprendente varietà dei formaggi algerini, dal kemariya al bouhezza fatti con latte di capra o di pecora

Sostenibilità / -

© Kazuyoshi Nomachi_Corbis

Questi due preziosi prodotti caseari realizzati delle mani sapienti degli allevatori, rischiano di scomparire a causa della crescente industrializzazione e della conseguente diffusione di formaggio industriale. Fortunatamente, Slow Food ha avviato due Presidi per garantire al kemariya e al bouhezza la sopravvivenza.

Tra il 1960 e il 1980, il valore delle importazioni di latte e prodotti lattiero-caseari in Africa è passato da 43 a 680 milioni di dollari. Il latte concentrato e quello in polvere si trovano ormai su tutte le tavole degli hotel e dei ristoranti, nelle case di città e nelle campagne. Tuttavia, esiste una grande varietà di processi di trasformazione e di know-how tradizionali, spesso ignorati, nel trattamento dei prodotti lattiero-caseari: latte fresco o cagliato, burro, formaggio, yogurt. Questi prodotti lattieri-caseari sono tradizionalmente assicurati e consumati dagli allevatori nomadi, la cui appartenenza etnica varia a seconda delle regioni.

Il kemariya, a base di latte crudo, si consuma tutto l’anno
In Algeria, ad esempio, il kemariya è un formaggio tradizionale a base di latte caprino che la popolazione berbera del posto chiama anche takkmerit. All’occorrenza si può utilizzare anche latte di dromedario, ma questa variante risulta piuttosto rara. A prepararlo secondo una ricetta ancestrale sono tradizionalmente le donne Wilayate delle regioni di Gherdaia e Naama, nell’Algeria meridionale. Partendo da una base di latte crudo, le donne aggiungono sale e scaldano il composto per dare inizio al processo di coagulazione. Il latte viene rimestato e poi scolato su un arco di tempo che va dai 30 minuti alle 24 ore. Il formaggio assume la sua forma definitiva dopo essere stato premuto in uno stampo di forma tonda e piatta. Il prodotto finito presenta una consistenza molto liscia e un colore bianco. Il kemariya si consuma tutto l’anno, ma è particolarmente apprezzato in occasione di festività religiose come il Mawlid o il Ramadan. Di solito viene offerto agli ospiti di riguardo accompagnato a tè o pane. Un tempo si trovava in vendita soltanto nei mercati tradizionali, ma oggi sta conoscendo una popolarità sempre maggiore in tutta l’Algeria, dando luogo alla moltiplicazione dei produttori e dei punti vendita. Le versioni industriali di questo formaggio, però, sono preparazioni a base di latte vaccino, sostituito al latte di capra senza che la denominazione cambi. Oggi il kemariya tradizionale rischia di scomparire per via della crescente diffusione di varietà industriali o semi-industriali di qualità inferiore.

Il bouhezza, prodotto da una comunità berbera
Sempre in Algeria, spicca un altro formaggio chiamato bouhezza e prodotto dai Chauia, una comunità berbera nota soprattutto per le sue attività di pastorizia sui monti dell’Aurès. Tradizionalmente il formaggio bouhezza si prepara con il latte crudo di capra o di pecora, ma come nel caso del kemariya, oggi si tende sempre più spesso a utilizzare anche il latte di vacca. La preparazione, la salatura, la scolatura e l’invecchiamento del formaggio hanno luogo in un solo e unico recipiente detto chekoua, deputato a questo specifico scopo. La ricetta prevede l’aggiunta di sale e Iben (latte fermentato), poi il formaggio è rifinito con un pizzico di chili rosso in polvere che gli conferisce il suo gusto inconfondibile. Il processo di invecchiamento può richiedere da qualche settimana a vari mesi, secondo il tipo di risultato che si auspica. Secondo gli usi, questo formaggio locale si accompagna con pane ed è offerto agli ospiti della famiglia.

Non solo in Algeria
In altri paesi africani, alcuni Presìdi Slow Food sono stati avviati per tutelare il lavoro degli allevatori e salvaguardare la biodiversità dei latti locali: in Etiopia, il latte di cammella dei pastori Karrayu, in Kenya, lo yogurt dei Pokot con la cenere, in Sudafrica, i formaggi a latte crudo.

Il Padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover. 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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