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Zero Waste App. Combattere lo spreco in 11 lingue

Innovazione / -

Un’App disponibile online e su Facebook dà suggerimenti su come impiegare gli avanzi di 50 alimenti di uso comune. L'ha realizzata Intesa Sanpaolo in collaborazione con Slow Food.

Nel linguaggio finanziario, quando si parla di ‘avanzi’ di solito ci si riferisce alle entrate. Per Expo Milano 2015, Intesa Sanpaolo ha pensato invece di parlare ai suoi risparmiatori di avanzi alimentari. E lo ha fatto con un’applicazione Facebook e web – lanciata lo scorso aprile – che ha riscontrato ampi consensi e successo a livello internazionale: la Zero Waste App. L’applicazione è stata tradotta in 11 lingue (l’inglese, e quelle dei dieci Paesi in cui Intesa Sanpaolo è presente, ovvero Egitto, Slovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Serbia, Albania, Slovenia). L’app è stata resa disponibile inizialmente al milione circa di fan delle pagine Facebook Live Inspire e in seguito agli utenti dei siti expo.intesasanpaolo.com/en e su liveinspire.com.
“L’App offre consigli, spunti e idee per utilizzare in modo alternativo e senza sprechi più di 50 alimenti comuni – assicura Danilo Guenza, Head of Coordination of International Communication – non solo attraverso ricette, ma anche con usi atipici, fuori dalla cucina. Basta selezionare un alimento e l’App spiegherà nel dettaglio come utilizzarlo al meglio. Gli utenti possono anche trovare ricette che fanno della sostenibilità e del gusto il loro punto di forza”. Al momento, si parla di 125.000 utenti unici e 285 mila pagine viste, con una permanenza media di 1 minuto e 45 secondi.
 
A cura di Slow Food anche la sezione "Good Habits"
 
Un elemento distintivo dell’applicazione è la partnership con l’associazione Slow Food – che espone a Expo Milano 2015 e con la quale Intesa Sanpaolo ha collaborazioni aperte su diversi fronti -  per la redazione dei contenuti.
A cura di Slow Food sono anche le “Good Habits”: cinque consigli per un approccio consapevole al cibo disponibili direttamente in Home Page, grazie ai quali gli utenti possono trarre spunto su come fare una spesa sostenibile o come cucinare al meglio ogni alimento, per uno stile di vita più sano e che rispetti anche l’ambiente.
“L’operazione ci sembra pienamente coerente con la sponsorizzazione di Expo Milano 2015 – assicura Guenza – perché riguarda i temi di sostenibilità, ambiente, ma coinvolge anche la cucina dei Paesi, perché abbiamo proposto anche le ricette più rappresentative delle varie nazioni. Il nostro obiettivo è creare awareness sul nome della nostra banca nei Paesi esteri, aumentare la reputazione positiva della banca e il senso di appartenenza da parte dei correntisti”.
 

Breading App, niente più pane avanzato

Innovazione / -

Breading è la onlus che ha ideato una app per la condivisione del pane invenduto
© Beau Lark-Corbis

Da un gruppo di giovani lombardi nasce una start up che permette di devolvere l’invenduto delle panetterie ad associazioni benefiche, grazie a una piattaforma web.

Ogni giorno, in tutta Italia, ben 46 mila kg di panini finiscono nei cassonetti, per un valore di 120 mila euro:  a fine anno, sono 43 milioni di euro buttati via. Dall’invenduto quotidiano di dieci panettieri si possono infatti ottenere 80-100 kg di pane, che potrebbero soddisfare le necessità di 600 persone. Solo a Roma e Milano, si parla di 1.300 tonnellate di pane al giorno (sommando in questo caso gli avanzi dei negozi con quelli della ristorazione e delle case private).
Questi calcoli hanno mosso l’iniziativa di un drappello di giovani lombardi, che ha ideato Breading App, la piattaforma online (disponibile per Ios, Android e web) per la redistribuzione del pane avanzato da panetterie e negozi. L’applicazione, che ha debuttato lo scorso 20 ottobre all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel corso di un convegno contro lo spreco, permette ai panettieri, a fine giornata, di segnalare con un sms o con un messaggio online la quantità di pane avanzato.
 
Basta una notifica
Grazie alla geolocalizzazione, un alert raggiunge le associazioni di volontariato più vicine (se registrate al servizio), che possono prenotare il ritiro e recarsi al negozio.
“Abbiamo scelto il pane perché è il cibo per eccellenza, un prodotto ricco di significati simbolici e, purtroppo, in tempi di crisi è un ‘pasto pronto’ per moltissime persone indigenti. Per noi era molto importante anche valorizzare la dimensione di prossimità – afferma Ornella Pesenti, project manager di Breading App – facendo incontrare ‘di persona’ le associazioni di volontariato con gli esercenti e consentendo alle onlus il ritiro ‘a piedi’ sia per abbattere le spese, sia nel caso non dispongano di furgoncini o altri veicoli”.
Una tecnologia dal volto umano, insomma, ma non per questo meno sofisticata: per evitare sovrapposizioni è previsto un sistema di codici QR che consente un’unica prenotazione.
 
Iscriversi è gratis
Ora Breading App ha iniziato a raccogliere iscrizioni alla piattaforma, ma sono già attive collaborazioni con le più importanti associazioni locali per la redistribuzione di eccedenze e per l’assistenza ai bisognosi.
La registrazione al sistema è gratuita per tutte le organizzazioni, previa verifica dello status giuridico di onlus.
Al momento, chiusa la fase sperimentale in zona Milano Lambrate, Breading App sarà attiva a Milano, Bergamo e Roma, per poi eventualmente ampliare il raggio d’azione.
E se il pane non venisse ritirato? “Abbiamo previsto un meccanismo – spiega Pesenti -che permetterà di utilizzare il prodotto non assegnato entro la giornata per il nutrimento animale in aziende agricole e canili, in base a un sistema che minimizza lo spreco”.
Un sistema a ciclo completo, quindi, che è riuscito addirittura ad attirare l’attenzione del Vice Ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali Andrea Olivero (presente al convegno di lancio), che pare stia cercando di promuovere Breading App come modello virtuoso per Expo Milano 2015, in quanto perfettamente in linea con l’obiettivo di nutrire il Pianeta.
 

Dan Glickman. Serve un approccio multidisciplinare per garantire la sicurezza alimentare

Sostenibilità / -

Dan glickman intervista 17 lug img rif
©Aspen Institute

Abbiamo parlato con Dan Glickman, Presidente Onorario del programma, ex Ministro dell'Agricoltura degli Stati Uniti (1995-2001) ed ex membro del Congresso (1977-2001), a proposito degli ostacoli più difficili per nutrire, in maniera sostenibile, la popolazione di un mondo in continua crescita demografica e per ridurre il problema dello spreco alimentare.

Per capire veramente le sfide complesse che il mondo deve affrontare, a lungo termine, in termini di sicurezza alimentare, serve un approccio multidisciplinare. Ed è esattamente ciò che fa il Food Security Strategy Group (FSSG) dell’Aspen Institute. Abbiamo parlato con Dan Glickman, Presidente Onorario del programma, ex Ministro dell'Agricoltura degli Stati Uniti (1995-2001) ed ex membro del Congresso (1977-2001), a proposito degli ostacoli più difficili per nutrire, in maniera sostenibile, la popolazione di un mondo in continua crescita demografica e per ridurre il problema dello spreco alimentare.
 
L'Aspen Institute sta lavorando molto duramente nel Food Security Strategy Group. Di fatto, i membri del gruppo hanno partecipato all'Aspen Forum ad Expo a inizio luglio 2015, organizzato dall’Aspen Institute Italia. Sappiamo che il gruppo si sta concentrando sulle sfide a lungo termine legate alla sicurezza alimentare affrontate dai leader globali. Può parlarci dell'approccio di questo gruppo?
Al giorno d’oggi, il tema della sicurezza alimentare coinvolge molte persone a causa del picco dei prezzi del cibo e della carenza di cibo durante la seconda metà del secolo scorso. Ci sono così tanti conflitti nel mondo, come in Siria e nel sud del Sudan, e abbiamo un clima che potrebbe avere un impatto importante sull'abilità di nutrire, in maniera sostenibile, un pianeta davvero affamato. Aspen è riuscito a coinvolgere persone provenienti da diverse estrazioni sociali, diversi contesti, mentre la maggior parte delle associazioni unisce tutti gli agricoltori o tutte le imprese agricole o tutti i governi. Ma Aspen ha la fama di coinvolgere persone da diversi settori lavorativi - settore privato, ONG, fondazioni, governi, mondo accademico - per discutere dei problemi legati al cibo, alla sicurezza alimentare, alla fame, all'alimentazione, cercando di farlo in maniera molto ampia, in modo da guardare in faccia tutti questi problemi e capire come risolverli a lungo termine. E questo è ciò che manca alle altre associazioni. Abbiamo politici che hanno la mia stessa età, abbiamo giovani imprenditori e abbiamo molti manager di grandi aziende multinazionali. Dunque è questo è il valore aggiunto offerto da Aspen.

Può parlarci di alcune delle sfide analizzate dal gruppo?
Come coordinare meglio gli interventi filantropici in questo mondo, questa è una vera sfida. Non abbiamo abbastanza soldi o risorse da parte del governo per aiutare la Siria e altri Paesi con un approccio filantropico e quindi dobbiamo capire come creare dei modelli di finanziamento migliori, per aiutare le persone che stiamo ferendo. Come aiutiamo i piccoli proprietari terrieri a crescere e a diventare più produttivi fino a diventare autosufficienti? Come finanziamo la ricerca agricola per aiutare le persone a lottare contro i cambiamenti climatici e altri problemi ad esso legati? Come finanziamo l'agricoltura in modo che le persone nei Paesi in via di sviluppo possano avere le risorse e i soldi per crescere e sostenersi da sole? Queste sono solo alcune delle tantissime sfide che dobbiamo affrontare.

L'Aspen Forum a Expo Milano 2015 si è svolto durante la Women’s Week… è chiaro, infatti, il legame tra sicurezza alimentare e donne. Di fatto, sappiamo che molte delle persone affamate nel mondo sono le donne e le ragazze. In che modo la FSSG sta affrontando questa tematica?
La maggior parte dei piccoli proprietari terrieri dell'Africa Sub-sahariana sono donne. Sono loro che si occupano di coltivazioni e attività agricole. Dunque, le donne sono particolarmente sensibili alla povertà e alla fame nei Paesi in via di sviluppo. L'educazione delle donne è un punto chiave del problema per cercare di costruire un sistema agricolo che le renda più autosufficienti da un punto di vista economico. Le donne, nell'agricoltura, sono al centro del problema della sicurezza alimentare.
Per inciso, un paio di giorni fa, ho richiesto che il prossimo Segretario Generale delle Nazioni Unite fosse una donna, una donna esperta nel campo della sicurezza alimentare. In tutti questi anni, nelle Nazioni Unite, dal 1945, non abbiamo mai avuto una Segretaria Generale, eppure i problemi delle donne sono davvero cruciali lo sviluppo e la lotta alla povertà che stiamo combattendo in tutto il mondo, sia in ambito agricolo che non. E’ come se, nel corso dei decenni precedenti, avessimo implicitamente deciso di concentrarci meno sui problemi delle donne… ecco, ora spero di poter cambiare questa cosa.

Recentemente ho letto un blog scritto da lei per Aspen sullo spreco alimentare. Ha parlato di come 1/3 di tutto il cibo prodotto su scala mondiale sia destinato allo spreco in fase di produzione o di consumo. Com'è possibile?
È una tragedia e ci sono diverse ragioni per cui questo accade. Nel mondo industrializzato, come in Europa e negli Stati Uniti, lo spreco alimentare è il risultato del benessere, o del marketing dei prodotti. Abbiamo le date "da consumarsi entro", in questo modo le persone vedono le date di scadenza e tendono a buttare via il cibo quando, nella maggior parte dei casi, non è necessario. Sprechiamo circa la stessa quantità di cibo nel mondo industrializzato che nei Paesi in via di sviluppo. Solo che lo spreco avviene per motivi diversi. Nei Paesi in via di sviluppo, lo spreco avviene per assenza di refrigerazione, di depositi, di fonti di elettricità costanti dove poter connettere la refrigerazione, vi sono strade scadenti, oppure i sistemi commerciali sono così inadeguati che i venditori non sanno in che modo coltivare per vendere di più. I problemi sono reali, ma anche le soluzioni lo sono. Il governo americano, il settore privato, perfino le agenzie di sviluppo europee, stanno lavorando su problematiche come la corrente in Africa per portare più elettricità ai Paesi in via di sviluppo. L'elettricità e le strade sono in realtà due dei principali elementi che utilizziamo per combattere il problema dello spreco alimentare.

Nel suo blog ha anche parlato dei rischi ambientali dello spreco alimentare. Ci può parlare di questo?
Prima di tutto, pensi a tutto il cibo che stiamo producendo, che è molto di più di quello che in realtà usiamo; pensi a tutto il carbonio liberato nell'atmosfera per produrre il cibo che poi viene buttato via. Dunque questo contribuisce all’emissione di metano nell'atmosfera e, di conseguenza, al surriscaldamento globale. Allora, una volta generato, la cosa da fare è riciclarlo e utilizzarlo in maniera costruttiva, per produrre energia e non solo. Ma se il cibo viene buttato via, contribuisce all’accumulo di spazzatura e, di conseguenza, alle malattie. Sicuramente questo fa parte delle sfide ambientali che l'agricoltura sta affrontando nel mondo. Non è la sfida primaria. La sfida primaria è, in alcuni casi, l'uso eccessivo di pesticidi e fertilizzanti e in altri casi il sottoutilizzo di pesticidi e fertilizzanti. E il bisogno di formazione tecnica degli agricoltori per abituarli ad utilizzare le migliori tecniche ambientali.

Come ex membro del Congresso e Ministro dell'Agricoltura, lei ha una lunghissima esperienza nell’ambito dello spreco alimentare. Può parlarci delle soluzioni più efficaci che ha trovato?
In realtà sono stato più efficace come membro del Congresso, dove ho affrontato il problema dello spreco alimentare a livello locale, con un progetto realizzato, con l'aiuto di alcune associazioni contro la fame e di alcune autorità sanitarie locali nel Kansas, in una grossa mensa aziendale che ha consentito il recupero di circa 300 pasti al giorno. Nel Dipartimento dell’Agricoltura, avevamo un'unità dedicata al recupero di cibo, che facilitava e finanziava gli sforzi locali a livello agricolo e nel settore della ristorazione, catering e hotel, per evitare che il cibo venisse buttato. Mentre ero Ministro dell’Agricoltura, il Congresso ha anche approvato il Bill Emerson Good Samaritan Act, che ha creato una serie di norme a livello nazionale che dovevano essere rispettate per donare il cibo non utilizzato. Abbiamo anche dato vita a svariati progetti a livello nazionale, con diverse associazioni agricole che si occupavano di “spigolare”, ossia di raccogliere il mais o il frumento rimasto sul campo dopo la mietitura.

Lei ha partecipato all'Aspen Forum ad Expo sull'industria agricola e il commercio, con un focus speciale sul TTIP, il “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”. Quale è stato il messaggio principale che ha voluto trasmettere durante questo evento?
Il mio messaggio centrale sul TTIP era che nonostante le divergenze di opinione, legittime, tra USA ed UE su questioni chiave del commercio, non possiamo dimenticare che molti dei Paesi in via di sviluppo, nell'Africa Sub-sahariana, nel sud-est asiatico, in America Latina, non hanno il lusso di parlare dei punti chiave del TTIP e di altri accordi commerciali, anzi hanno difficoltà a nutrirsi in modo sostenibile. Spesso, le tavole rotonde politiche “da stomaco pieno” del mondo industrializzato, UE e USA, dimenticano come le restrizioni e il protezionismo del commercio possano danneggiare le persone che cercano di crescere e di esportare il proprio cibo. Nel 2050, avremo bisogno di un aumento almeno del doppio nella produzione di cibo, il che vuol dire che i mercati aperti, i liberi scambi e il commercio equo e solidale saranno fondamentali per evitare la malnutrizione e la fame nel mondo. Dunque mentre io cerco di difendere gli obiettivi politici degli Stati Uniti in queste negoziazioni di mercato, credo che la retorica e la narrativa, sia degli USA che dell'UE, ignorino spesso il “vero” cibo e i bisogni agricoli dei Paesi in via di sviluppo.
 
 
 

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