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Orange Fiber. In Sicilia, l’arancio va di moda

Innovazione / -

Orange Fiber startup intervista

Utilizzano i sottoprodotti dell’industria agrumicola italiana e creano tessuti sostenibili che stanno cambiando il mondo della moda. Adriana ed Enrica puntano a creare un mercato all’insegna della sostenibilità grazie al loro contributo. E sono i molti a essersi accorti delle loro capacità.

Dalla vittoria dei bandi di Trentino Sviluppo e di Smart&Start fino a Expo Milano 2015, Adriana Santanocito, specializzata in Fashion & Textile design, ed Enrica Arena, esperta di comunicazione e cooperazione internazionale, hanno fatto un percorso per innovare il mondo della moda. Pensando anche a come combinare lo stile estetico con l’attenzione per la sostenibilità ambientale. E la Sicilia è diventata la loro base di lavoro per il recupero degli scarti degli agrumi.
 
Quali sono gli elementi innovativi della vostra tecnologia?
L'idea di Orange Fiber è nata alla voglia di innovare la tradizione tessile italiana e di fare qualcosa che portasse valore alla propria terra: utilizzare i sottoprodotti dell’industria agrumicola - il cui smaltimento rappresenta un grosso problema per la filiera - per creare tessuti sostenibili e vitaminici per la moda. Il risultato è il primo tessuto creato a partire dal sottoprodotto dell’industria agrumicola, un’innovazione di prodotto ma anche di processo, in quanto recuperiamo un materiale esausto, non concorrente al consumo alimentare, e lo trasformiamo - attraverso processi semi-industriali sostenibili - in un nuovo materiale per il comparto manifatturiero.
 
Come avete sviluppato la vostra startup?
Con il Politecnico di Milano abbiamo condotto lo studio di fattibilità dal quale si sviluppa il nostro brevetto, poi abbiamo partecipato e vinto Changemakers for Expo e la menzione speciale di Tim #WCAP. Questo ci ha permesso di riavvicinarsi alla nostra terra di origine, e d’incontrare alcuni trasformatori siciliani di agrumi con i quali abbiamo instaurato una collaborazione attiva. Grazie all’ingresso in società di alcuni imprenditori e l’incubazione di Trentino Sviluppo, siamo arrivate al prototipo, presentato in anteprima lo scorso settembre all'Expo Gate di Milano. Orange Fiber srl nasce ufficialmente il 5 febbraio 2014. A oggi abbiamo una sede legale a Catania, nostra città d’origine, e una sede operativa a Rovereto, presso la struttura “Progetto Manifattura” di Trentino Sviluppo.
 
Avete ottenuto dei riconoscimenti ufficiali?
A pochi mesi dal lancio del progetto, la situazione ci è esplosa tra le mani: da Working Capital ad Alimenta2Talent, passando per il Premio Gaetano Marzotto e quello del New York Stock Exchange. Inoltre siamo stati premiati da Changemakers for Expo, l'incubatore milanese Make a cube, dal Parco Tecnologico Padano e abbiamo ricevuto i finanziamenti di Trentino Sviluppo. Il nostro percorso è stato tutto un crescendo, culminato nella vittoria all’Ideas4Change delle Nazioni Unite lo scorso aprile.
 
Chi sono i vostri competitor? Quali punti di forza avete nello scenario competitivo?
Il mercato dei tessili sostenibili è oggi in forte espansione. Sono molte le aziende a produrre fibre sostenibili, ma a nostro vantaggio abbiamo la caratteristica del tessuto che lo rende simile alla seta, e quindi competitiva a questa nelle possibilità d’impiego. Le proprietà cosmetiche dei nostri tessuti - conferite grazie all’impiego delle nanotecnologie più avanzate - sono un ulteriore valore aggiunto dei prodotti. Crediamo che il binomio innovazione-sostenibilità sia la chiave vincente per scalare il mercato dei nuovi materiali e che i nostri tessuti riescano a soddisfare pienamente le esigenze di rinnovamento in chiave green dell’industria della moda.
 
 
 

Catia Bastioli. La sinergia tra bioeconomia e cibo

Sostenibilità / -

Catia Bastioli
Catia Bastioli

Catia Bastioli è tra le personalità più importanti d’Italia e d’Europa nel campo della sostenibilità. Amministratore delegato di Novamont, l’azienda che ha inventato il Mater-Bi, Bastioli racconta quale sarà il futuro delle bioplastiche legate all’agricoltura e al cibo.

Il settore della bioeconomia in Europa vale duemila miliardi di euro e dà lavoro a oltre 22 milioni di persone. In più, ogni mille tonnellate di bioplastiche, si possono creare 60 posti di lavoro: con quali dinamiche, quali ambiti e professionalità?
La filiera delle bioplastiche è molto complessa. Le bioplastiche sono fatte da molti componenti. Noi abbiamo cercato di scomporre i prodotti e creare nuove tecnologie per tutti i diversi componenti. A differenza del petrolio da cui si può ottenere un numero definito di idrocarburi, per le bioplastiche ci sono tanti tipi di componenti intermedi che hanno bisogno di tecnologie differenti. Per creare le bioplastiche si possono utilizzare materie prime di vario tipo, come zuccheri di prima e seconda generazione che possono essere estratti dalle piante più varie. Per fare ciò si deve incrementare e approfondire lo studio sul nostro patrimonio naturale perché le nostre conoscenze sono limitate a pochissime colture di grandi dimensioni.
 
Lei ha detto che “il futuro è nel collegamento tra le imprese e i territori, tra l'industria e l'agricoltura”, cosa significa?
Il settore della bioeconomia è collegato al territorio quotidianamente. C’è bisogno di analizzare la sostenibilità della regione per creare una strategia. Ad esempio, è importante sapere quanto spazio offre il territorio in cui si vuole costruire un impianto. Esattamente come abbiamo fatto per il caso studio di Matrìca, in Sardegna, dove abbiamo analizzato gli errori che sono stati fatti in passato, le difficoltà che avremmo incontrato in un territorio dilaniato per anni, dove sono stati commessi sbagli che si sono stratificati, per questo c’era bisogno di più energia e di un supporto maggiore per poter ripartire. Perché l’eredità conta.
 
Ripartiamo da Matrìca, un esempio di uso di colture locali (il cardo) non in competizione con l'alimentazione…
Non solo la coltura del cardo in Sardegna non è in competizione con l’alimentazione, ma Matrìca dà nuova vita a un terreno degradato, pieno di sassi, un terreno che non verrebbe coltivato perché economicamente insostenibile.
 
Questa è una strada davvero interessante e vincente: ci può illustrare lo stato dell'arte e la posizione di Novamont sul dilemma tra colture energetiche e alimentari?
Il presupposto imprescindibile della bioeconomia è che suolo, acqua e aria non devono essere danneggiati perché rappresentano il patrimonio naturale su cui si fonda. Distruggere queste risorse significa distruggere l’economia stessa. Per questo bisogna puntare su filiere che rispettino la sostenibilità del territorio. Solo così le biomasse sono sostenibili. La bioeconomia come rigenerazione territoriale, come uso efficiente delle risorse. Non si può applicare la filiera del petrolio alla produzione di biomasse altrimenti si rischiano aberrazioni come l’espropriazione di terreni ai piccoli coltivatori in Africa. La bioeconomia non può essere questo. Non ci può essere competizione con il cibo, ma sinergia.

Quali altre materie prime state esplorando per le bioplastiche del futuro?
Stiamo valutando anche gli scarti alimentari. Esistono prodotti o materiali che ora non sono sfruttati perché non conviene, ma che grazie a tecnologie innovative, ricerca, etica insieme a trasparenza, legalità e altri concetti fondamentali per la bioeconomia, possono diventare sostenibili anche dal punto di vista economico.
 
A proposito di scarti, un esempio che vi riguarda da vicino è quello di Milano che è riuscita a raggiungere in poco tempo i 90 chilogrammi di raccolta di rifiuti organici per abitante grazie ai sacchetti biodegradabili di vostra produzione
Il rifiuto organico è un’opera d’arte. I tecnici che hanno realizzato la raccolta differenziata a San Francisco, una delle città più all’avanguardia sul tema, sono rimasti sbalorditi dai risultati e dagli impianti. Milano è un modello europeo e mondiale di cui dobbiamo andare fieri e un importante biglietto da visita per Expo Milano 2015. Il sacchetto biodegradabile prodotto da Novamont è un simbolo. Quel sacchetto rappresenta la liberazione dal problema dell’inquinamento causato dai vecchi sacchetti di plastica e permette all’Italia di eliminare i rifiuti organici dalle discariche.
 
È noto l'uso in Italia delle bioplastiche per gli "shopper", ma sarebbe interessante sapere quali usi state proponendo per la filiera agroalimentare.
Abbiamo cercato di sviluppare applicazioni che fossero comunque legate al rifiuto organico, eliminando eventuali problemi. C’è una parte dedicata al catering. Siamo riusciti a creare materiali per stampaggio a iniezione, quindi materiali rigidi per le posate, ad esempio, ma che possono servire anche per stampare la confezione di uno smartphone. Sono materiali che hanno una resistenza meccanica e alla temperatura maggiore del polistirolo, ma in grado di biodegradarsi in un ciclo di compostaggio semplice. Per il packaging nel settore alimentare, siamo in grado di offrire un’ampia scelta di pellicole biodegradabili, trasparenti, che possono avere differenti destinazioni d’uso: dal confezionamento degli alimenti ai teli per la pacciamatura. Purtroppo, per quanto questi nuovi prodotti siano una realtà importante, è difficile raggiungere il mercato per via degli intermediari che ne rendono difficile la distribuzione.
 
Il 2015 è un anno fondamentale per la sostenibilità. Partiamo da Expo Milano 2015
Expo deve essere la spinta per diventare l’Italia che vogliamo essere. Vorrei che venisse rappresentato un nuovo modello di sviluppo. Dobbiamo mettere insieme il meglio del nostro Paese perché non ha senso mantenere lo status quo. L’Italia deve mettere al centro la sostenibilità e l’efficienza, il cibo come elemento chiave, la legalità e la trasparenza. Da Expo devono uscire nuovi standard di qualità da seguire.
 
Lei è anche presidente di Terna e del Kyoto Club. Cosa si aspetta dalla conferenza sul clima delle Nazioni Unite di Parigi?
La necessità è aumentare gli obiettivi sulla riduzione della CO2 perché ora abbiamo bisogno di correre, abbiamo bisogno di aziende ispirate a modelli nuovi che creino posti di lavoro. Io spero che, anche attraverso il Kyoto Club, sia possibile dare nuova vita al territorio per ridurre il nostro impatto sul clima.
 

Monique Barbut. Per fermare la desertificazione diamo la terra ai contadini

Sostenibilità / -

Monique Barbut

Monique Barbut è la Segretaria Esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione (UNCCD). Il 17 giugno è stata all’Expo per la Giornata Mondiale dedicata a una delle minacce più gravi per il nostro Pianeta. La buona notizia? Ogni ettaro può tornare rigoglioso.

Per capire cosa significa desertificazione (da non confondere con i deserti), ci può spiegare quali sono i suoi effetti sulla terra?
I deserti fanno parte della biodiversità. La desertificazione è un processo che fa perdere fertilità al terreno, è un fenomeno di degrado. Se proteggere e tutelare i deserti è fondamentale, altrettanto lo è contrastare la desertificazione per proteggere l’agricoltura e la produzione alimentare. La cosa bella, che ci fa sperare, è che la desertificazione è un processo reversibile e il più delle volte è possibile porvi riparo. Alcuni fenomeni di degrado sono più gravi di altri, ma stimiamo che su due miliardi di ettari di terra degradata, 500 milioni di ettari siano facilmente recuperabili.
 
Ogni anno un’area di 12 milioni di ettari, pari alla Bulgaria, è soggetta a desertificazione. Cosa si può fare per arrestare questo fenomeno?
Ci sono molte cose che si possono fare. Come, ad esempio, stabilire chi può usare la terra perché se nessuno ne ha diritto, nessuno sarà interessato a curarla e proteggerla. L’80 per cento della produzione alimentare del mondo dipende da 500 milioni di piccole fattorie, agricoltori che posseggono in media quattro ettari di terra. 500 milioni di fattorie che nutrono due miliardi di persone. Ecco perché è importante distribuirla e fare in modo che le persone possano coltivarla.
 
Ci può fare un esempio?
La Siria. Tra il 2006 e il 2010 questo Paese ha vissuto i peggiori anni di siccità della sua storia lasciando senza lavoro un milione di piccoli agricoltori a cui si è aggiunto circa un milione di profughi. Due milioni di persone che hanno abbandonato la terra e non hanno più nulla.
 
Ha parlato della Siria, un Paese in via di sviluppo. Ma anche in California si può dire che c’è un problema di desertificazione?
Sì, certo! Lì il problema è che hanno sfruttato il terreno oltremisura, hanno venduto troppa terra per costruire edifici. La California è lo stato più popoloso degli Stati Uniti con un ecosistema fragilissimo. Ci sono troppe persone che vivono con uno stile di vita insostenibile. Se il periodo di siccità dovesse prolungarsi, la crescita economica ne risentirà in modo drammatico. Inoltre è aumentato il rischio inondazioni perché la terra sta diventando arida e se un giorno dovesse piovere copiosamente, questa non sarebbe più in grado di trattenere tutta l’acqua.
 
Che responsabilità ha l’agricoltura, specie quella intensiva, in tutto ciò?
In questo caso non è la mancanza di proprietà il problema. In questo caso il problema è aver concepito la terra come un asset, un valore economico. Questo significa distruggerla perché quando non rende più a sufficienza si abbandona e si va da un’altra parte. È un sistema terribile, però oggi ci sono tecniche attraverso le quali si può avere un alto livello di produzione proteggendo la terra. È l’agroecologia.
 
Ci può fare un esempio di agroecologia?
Con il progetto sull’Altopiano del Loess, il governo cinese sta recuperando quattro milioni di ettari di terra con sistemi agroforestali. Si può fare anche su larga scala. Le autorità di Pechino hanno fatto sapere che grazie a questo programma 6,7 milioni di persone stanno uscendo dalla povertà.
 
Combattere la desertificazione, dunque, significa proteggere il suolo e nutrire il Pianeta. Cosa pensa si potrà ottenere da Expo Milano 2015 in questo campo?
Expo può aumentare la consapevolezza nei visitatori perché la maggior parte delle persone che vengono qui non è fatta di esperti, è un evento per tutti. Spesso quando si parla di ambiente la gente pensa si tratti di una questione troppo grande e si chiedono a cosa possa servire il contributo di un singolo individuo. Expo, invece, fa capire che ogni azione, anche la più piccola, può cambiare le cose. Proprio così. Possiamo cominciare dall’orto di casa.
 
Quali sono i successi raggiunti finora del decennio delle Nazioni Unite (2010-2020) per combattere la desertificazione?
Il successo più grande è che siamo riusciti a far capire perché è importante proteggere la terra e il suolo dal degrado. La comunità scientifica sta collaborando con noi per aiutarci a sviluppare molti progetti in questo senso. Lo stesso vale per Expo che sta ospitando le giornate delle Nazioni Unite creando momenti di riflessione comuni a tutti i Paesi. Occasioni per mettere a fuoco gli argomenti e capire cosa può fare ognuno di noi, nel suo piccolo. Ora l’obiettivo è riuscire a inserire il problema della desertificazione nell’agenda di sviluppo delle Nazioni Unite dopo il 2015.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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