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Il cibo che verrà: l’innovazione a Expo Milano 2015

Innovazione / -

Droni, satelliti, robot: sono meno lontani dalle nostre tavole di quanto pensiamo. Ed Expo Milano 2015 ce ne ha dato la prova. Mettendo a confronto centinaia di innovatori che hanno trovato la loro ricetta per un’alimentazione più sana, dopo averla cercata a distanze siderali o dentro il nostro cervello.

A Expo Milano 2015 si è parlato di cibo del futuro: quali tecnologie ci garantiranno che nel 2050 ce ne sarà abbastanza per tutti? E che cosa, esattamente, mangeremo? Le risposte sono varie e diverse, e l’Esposizione Universale ha offerto una rassegna delle numerose sperimentazioni in campo.
In Expo Milano 2015 sono passate circa 250 startup, che hanno potuto presentare, in occasioni diverse, la loro idea di futuro: su ExpoNet le abbiamo mappate, riconoscendo i filoni più interessanti e ricorrenti, con l’aiuto di alcuni opinion leader.
Per avere una visione globale dell’innovazione, il magazine ha ospitato come contributor David Orban, Advisor della prestigiosa Singularity University.
In base ai suoi articoli, e come confermato da un gruppo selezionato di opinion leader e ricercatori, un filone particolarmente disruptive riguarda il modo di produrre: i principali osservatori riconoscono che, grazie all’agricoltura di precisione, siamo alla vigilia di una terza rivoluzione industriale. Droni, sensori, satelliti modificheranno profondamente le tecniche di produzione, non solo per i grandi, ma anche per i piccoli agricoltori.
L’altro grande luogo di innovazione si trova al capo opposto della filiera: il consumatore vuole sapere di più sul cibo che consuma, e gli smartphone permetteranno di accedere a una grande quantità di informazioni, grazie alle quali operare scelte più sostenibili. Ma anche minimizzare gli sprechi, attraverso la sharing economy.
 
Future Food District: il futuro a portata di carrello
La possibilità, attraverso i big data, di conoscere più nel dettaglio il cibo che mangiamo e quindi di fare scelte d’acquisto più consapevoli è stato il principio alla base del Future Food District, ideato da Carlo Ratti con il supporto di Coop Italia. Qui ha trovato spazio anche YuMi, il robot che fa la spesa, realizzato da ABB. Che assicura: la robotica del futuro sarà collaborativa e non toglierà spazio all’uomo.
 
Best Practices: più cibo per tutti
Ma accanto alle proposte tecnologiche che nel mondo occidentale ci consentiranno di diventare #Ciboconsapevoli, innovazione vuol dire anche sicurezza alimentare per i Paesi in via di sviluppo: come dimostrano le Best Sustainable Development Practices, che il magazine ha documentato e approfondito. Il progetto Feeding Knowledge ha premiato 18 tra le oltre 700 pratiche di sicurezza alimentare che si sono candidate. Le prime cinque classificate sono state premiate con un filmato che è stato esposto per tutta la durata dell’Esposizione Universale al Padiglione Zero, mentre per le altre 13 è stata realizzata una photo story.
 
La ricetta di domani è nelle stelle…
E se davvero di futuro vogliamo parlare, quale luogo è più fantascientifico dello spazio astrale? Nelle ultime missioni in orbita, sono state sperimentate molte soluzioni che potrebbero trovare la via delle nostre tavole. Ne abbiamo parlato con Argotech e con lo chef Stefano Polato, che insieme hanno preparato il menu ‘stellare’ di Samantha Cristoforetti.
 
…o nel dna?
E la partita dell’innovazione si gioca anche in laboratorio. A Expo Milano 2015 hanno portato la loro testimonianza moltissimi ricercatori, medici, esperti di nutrizione, scienziati che hanno trasmesso le conoscenze più avanzate della scienza legata all’alimentazione e al dna. Senza dimenticare un’interessante apertura del mondo agricolo al dibattito sugli ogm.
 
 
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Cicli naturali e tolleranza al glutine: variare i cereali per il benessere

Lifestyle / -

sensibilita al glutine intolleranza cereali img rif

Negli ultimi decenni molti cicli naturali di coltivazione sono stati modificati. Variare l’uso dei cereali, bilanciando quelli che contengono glutine e quelli che ne sono privi, è invece un potente strumento che stimola la tolleranza e consente di mantenere il benessere.

Per molti anni l’unica reazione conosciuta al glutine è stata la celiachia, una particolare condizione autoimmune in cui una delle proteine più importanti contenute nel frumento stimola reazioni infiammatorie dell’intestino, impedendo l’assorbimento di molte sostanze e provocando a cascata una serie di possibili effetti negativi. L’unica terapia conosciuta per questo disturbo (che riguarda lo 0,8% della popolazione mondiale) era la completa esclusione dalla dieta del glutine. Si tratta di una proteina “multi tasking” perché consente al pane di lievitare, a una torta di stare facilmente insieme e ai vegetariani di mangiare concentrati proteici vegetali come il seitan.
 
Una questione di...sensibilità
Poi, nel corso degli anni si è capito che esiste anche un’altra forma di reazione al glutine, definita a livello internazionale come Non Celiac Gluten Sensitivity (cioè intolleranza al glutine non celiaca), possibile causa di disturbi assai diffusi come la sindrome del colon irritabile, il meteorismo, la colite, l’emicrania e le difficoltà digestive. All’origine di questo disturbo sembra esserci la ripetuta e spesso esclusiva assunzione dei cereali che contengono glutine, come farro, kamut, orzo, segale e frumento.
Le fantastiche proprietà del frumento hanno portato alla diffusione e all’incremento del suo uso anche in paesi e regioni che non ne conoscevano l’uso e le tecniche di coltivazione hanno selezionato negli anni più recenti varietà sempre più ricche di glutine. Questo ha portato a una notevole diffusione anche della reattività al glutine, che è cresciuta in modo proporzionale alla sistematicità di uso che ne è fatta nel mondo.
 
La natura, una buona maestra
Una riflessione sui cicli naturali della natura e sulla varietà delle coltivazioni nelle diverse regioni del pianeta può aiutare a ridare il giusto valore a coltivazioni come quelle di riso, grano saraceno, mais, amaranto e quinoa (cereali o pseudocereali che non contengono glutine), ai grani antichi (che contengono meno glutine) e all’impiego rinnovato di leguminose come fagioli, lenticchie, soia, piselli e ceci (tutti pure senza glutine). Sono alimenti che possono essere usati per alternare o integrare l’uso del frumento, che a livello sociale è diventato quasi dovunque la fonte prevalente di carboidrati. È un percorso che ricalcherebbe gli schemi della natura, favorendo la varietà delle specie anziché la selezione di un solo tipo.
 
La varietà è fonte di benessere
Anche se questo non dovesse avvenire a livello sociale, nelle singole case e in ogni famiglia di qualsiasi regione del mondo, la scelta di variare il tipo di cereali utilizzati per la preparazione dei pasti è un comportamento alimentare benefico. Si può rispettare a volte la stagionalità e a volte la tradizione, evitando l’uso sistematico di un solo cereale, in modo da ridurre i disturbi dovuti all’eccessiva stimolazione del sistema immunitario intestinale ma soprattutto di recuperare valore per tutti i cereali e di restituire anche al frumento e al glutine, oggi fin troppo bistrattati, il loro valore e la loro ricchezza.
 

Che cos’è la clessidra ambientale?

Sostenibilità / -

La clessidra ambientale è l'immagine grafica che mette in relazione l'impatto dei diversi alimenti con le porzioni settimanali consigliate

Le tre associazioni italiane degli industriali delle carni propongono la propria rilettura della piramide alimentare, in uno studio che controbilancia l’impatto ambientale assoluto dei singoli alimenti con gli effettivi consumi consigliati in una dieta equilibrata. Puntando a riabilitare una filiera produttiva che rifiuta l’etichetta di ‘insostenibile’.

Chi non mangia carne, salverà il mondo? Parte da questa provocazione la ricerca che ha portato alla formulazione della ‘clessidra ambientale’, il nuovo modello che mette in relazione i consumi della dieta mediterranea con l’impatto ambientale dei diversi alimenti assunti. Per dimostrare che, nell’ambito di un regime corretto che limita il consumo di carne a 650 g a settimana, la CO2 emessa per ottenere le razioni di proteine animali raccomandate è molto vicina alle quantità emesse per produrre i carboidrati e i vegetali assunti in una settimana.  
 
Ribaltamento di prospettiva
Fino a oggi, infatti, si è valutato il carbon footprint della filiera delle carni in termini assoluti (emissioni di CO2 per kg di carne rapportate a quelle prodotte da un kg di altri ingredienti). Ora, la clessidra ambientale incoraggia un nuovo approccio, che valuta l’impatto di un alimento sulla base delle quantità realmente consumate nell’ambito di una dieta corretta ed equilibrata. 
Questo ribaltamento di prospettiva è il frutto di uno studio di due anni promosso da tre associazioni di industriali delle carni: Assica, Assocarni e Una. Che hanno voluto in questo modo far sentire la loro voce per riabilitare l’immagine della filiera, da più parti ritenuta poco sostenibile. 
 
I conti tornano?
E i risultati dello studio - che ha richiesto la collaborazione di un team di nutrizionisti, esperti ambientali, scienziati e accademici - parlano chiaro: le 14 porzioni consigliate di carne, pesce, legumi e salumi producono 7,5 kg di CO2 equivalente; le 18 porzioni di uova, latte e formaggi contano 3,5 kg: in totale, parliamo di 11 kg di anidride carbonica. Viceversa, le 35 porzioni di frutta e ortaggi previste ogni settimana ‘pesano’ 6,7 kg e le 33 porzioni di pane, pasta, biscotti e patate aggiungono 3,3 kg, per un totale di 10 kg. Un risultato, quindi, non dissimile. E che autorizza a consumare le dosi di carne consigliate senza sentirsi particolarmente responsabili delle conseguenze delle proprie scelte alimentari sul Pianeta. 
Una considerazione che, a detta degli estensori dello studio, vale a maggior ragione nel nostro Paese, dove, dalle ricerche condotte sui consumi reali di carne, è emerso come gli italiani ne mangiano mediamente circa 85 g al giorno - dato in linea con le indicazioni INRAN (oggi CRA-NUT) più recenti e disponibili.
La clessidra ambientale fornisce quindi una rilettura della piramide alimentare, che non viene messa in discussione nelle sue linee fondamentali, ma è riproposta in una forma grafica ritenuta meno penalizzante per la filiera delle carni. 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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