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Come si mangia nello spazio. I cibi sì e i cibi no

Innovazione / -

Samantha Cristoforetti, Ambassador Expo Milano 2015
Nasa

Se per gli astronauti nutrirsi è prima di tutto una necessità, non significa che non possa essere anche un piacere. I primi menù spaziali erano insipidi, inodori e mancavano di consistenza, ma i tempi sono cambiati e una dieta sana, equilibrata e saporita è essenziale per rendere sopportabili e privi di effetti negativi sull’organismo i lunghi periodi che gli astronauti trascorrono sulla Stazione spaziale internazionale.

Era il 20 febbraio 1962 quando a bordo della navicella Friendship 7 l’astronauta americano John Glenn consumò il primo pasto spaziale: salsa di mele in tubetto, qualche zolletta di zucchero e un po’ d’acqua. Uno spuntino, più che un pranzo. Ma la ragione di tanta frugalità non stava nella brevità del volo orbitale, meno di 5 ore, quanto nel timore che, in assenza di gravità, il cibo potesse fermarsi in gola. Glenn per fortuna non soffocò, dimostrando che si poteva mangiare tranquillamente anche nello spazio.
 
Pur coprendosi di gloria con le loro imprese, per i pasti gli astronauti dovettero a lungo accontentarsi. Durante tutto il corso delle missioni Mercury, Gemini e le prime Apollo, la principale voce in menù era costituita da una purea di cibo in tubetto: qualcosa di non molto diverso dagli omogeneizzati per bambini. E se la salsa di mele e carote non soddisfaceva, si poteva sempre scegliere tra brodo di pollo, prosciutto, manzo o tonno. Ugualmente poco appetibile era il cibo in cubetti. Cerali, biscotti e cracker venivano pressati in cubetti di 2 centimetri di lato rivestiti di amido, da infilare interi in bocca.
 
Oggi sulla Stazione spaziale internazionale si mangia decisamente meglio. Certo non si può pretendere che sia come cenare al Ritz, ma nessuno si lamenta: la vista sulla Terra che si gode dalla sala orbitante compensa più che adeguatamente il pasto meno prelibato.
 
SPAZIO: GLI 8 CIBI SÌ
 
Frutta e vegetali freschi sono una rarità nello spazio, così gli astronauti devono arrangiarsi con una varietà di cibi in scatola e disidratati. Ma anche loro hanno delle preferenze o beneficiano di qualche concessione per lo occasioni speciali.
 
La piadina (la tortilla)
Si conserva a lungo e fa poche briciole. Per questo la tortilla (la versione americana della piadina) è il pane ufficiale del programma spaziale. La farcitura più richiesta? Burro d’arachidi e marmellata (d’altronde la maggior parte degli astronauti è statunitense...).
 
Lo yogurt
Durante le lunghe missioni in assenza di gravità la perdita di massa ossea può arrivare al 20 per cento. Così un cibo ricco di calcio come lo yogurt è particolarmente apprezzato. Gli astronauti possono scegliere tra i gusti mirtillo, lampone, pesca e fragola.
 
La salsa piccante
Una spruzzata di salsa piccante può fare meraviglie per risvegliare le papille gustative. Infatti in orbita il senso del gusto risulta ridotto a causa della redistribuzione dei fluidi corporei, che non più attratti verso il basso premono sulle mucose nasali affievolendo l’olfatto. Tante le soluzioni a disposizione: salsa barbecue, pasta all’aglio, salsa thai, tabasco...
 
Le M&M’s
Nel linguaggio neutro della Nasa sono “noccioline ricoperte di cioccolato”, ma tutti le conoscono col nome commerciale. Non è chiaro se agli astronauti piaccia di più mangiarle o divertirsi a farle volare lentamente verso la propria bocca, approfittando dell’assenza di gravità.
 
I gamberetti
Questi crostacei, disidratati e ricoperti con una salsa speziata, sono il cibo confezionato più richiesto. Il veterano dello spazio Story Musgrave li mangiava a ogni pasto, colazione compresa.
 
Il cibo giapponese
L’aggiunta, qualche anno fa, del modulo spaziale giapponese, non ha solo arricchito la stazione di un nuovo laboratorio scientifico, ma anche la cambusa di nuovi cibi: dal negima (un arrosto di manzo e scalogno) all’okonomiyaki, dal tofu all’udon (pasta di frumento).
 
La zuppa di legumi Slow Food
Insieme al caffè in capsule, l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti ha portato in orbita la zuppa realizzata con i legumi dei presidi Slow Food dalla Argotec, società torinese responsabile del cibo spaziale degli astronauti europei. Una zuppa pronta all’uso che coniuga il gusto con i principi nutritivi necessari a contrastare i cambiamenti fisiologici dovuti alla lunga permanenza nello spazio.
 
Un piatto a sorpresa
Nel giugno del 2008 la videocamera dell’ingegnere di volo Garrett Reisman inquadrò i compagni della stazione spaziale che stavano per mettersi a tavola col nuovo equipaggio appena giunto da Terra: tra i piatti offerti, campeggiava un barattolo con la scritta: “Stuzzichini appetitosi”. Anche il mistero aggiunge sapore alla vita!
 
SPAZIO: GLI 8 CIBI NO
 
Ora che abbiamo visto quali sono i cibi ideali da consumare in orbita, quali sono quelli che invece dovrebbero restare in fondo alla dispensa spaziale o essere proprio lasciati a casa?
 
I cracker
Gusto e consistenza si conservano anche in condizioni di microgravità, ma le briciole dei cracker possono essere disastrose. Malgrado i filtri per il riciclo dell’aria, le briciole rimangono lo stesso in sospensione e finiscono per andare negli occhi o essere respirate.
 
Le bibite gassate
Lattine di Coca-Cola volarono nello spazio nel 1985, ma gli astronauti dovettero ben presto fare i conti con i rutti “umidi”. Senza la gravità a tenere giù cibo e bevande, basta una piccola quantità di gas nello stomaco per trasformarlo in una potenziale... pistola ad acqua!
 
Il gelato disidratato
Venduto nei negozi di souvenir di tutti i musei spaziali americani come “gelato spaziale” o “gelato dell’astronauta”, questa delizia che si scioglie in bocca può sembrare un piacere irrinunciabile in orbita. Ma non fatevi ingannare! Quella del 1968, a bordo dell’Apollo 7, è stata la prima e ultima volta che il gelato disidratato ha lasciato la Terra. Perché? Anche se i bambini lo adorano, non ha niente a che vedere con il vero gelato. Assomiglia a una matassa di zucchero filato, ma molto dura ed estremamente friabile.
 
La pizza
È impossibile riprodurne nello spazio la croccantezza: rimarrebbe sempre molle e gommosa. Per questo la Nasa non ha mai spedito in orbita la pizza. Solo i russi della vecchia stazione spaziale Mir ci hanno provato. E da allora più nessuno l’ha richiesta...
 
Le patatine fritte
Pochi astronauti resistono alla tentazione di infilare qualche pacchetto di patatine nel loro bagaglio personale. Ma se ne pentono sempre: come per il gelato spaziale e i cracker, le patatine sono troppo friabili per essere mangiate senza inquinare l’aria a bordo.
 
Il pesce
Prima degli ultimi ritrovati in fatto di conservazione, cucinare il pesce nello spazio era qualcosa di assai puzzolente. Durante una delle prime spedizioni alla stazione spaziale, nel 2002, per rispondere agli astronauti che si lamentavano del cattivo odore emanato dal pesce, fu realizzata una nuova formulazione. Ma saltò fuori che la salsa di pomodoro usata per mascherare l’odore di pesce, in realtà lo amplificava!
 
Il sandwich di manzo sotto sale
La missione Gemini III del 23 marzo 1965 sarà ricordata per sempre come la prima che contrabbandò del cibo al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il pilota John Young pensò bene di nascondere, ben avvolto nella sua tuta, un sandwich con del manzo sotto sale, ben più saporito dei soliti cibi in tubetto o in gelatina. Quando alla Nasa se ne accorsero, scoppiò il finimondo. Young se la cavò con una semplice reprimenda. Ma venne emanato un nuovo regolamento perché episodi simili non potessero mai più ripetersi.
 
I cavoletti di Bruxelles
I bambini che aspirano a volare nello spazio possono ben sperare: se c’è un cibo che difficilmente andrà in orbita, è un piatto di cavoletti di Bruxelles! Anche tra gli astronauti, infatti, sono in assoluto i vegetali meno richiesti.
 

Come si mangia nello spazio

Cultura / -

 
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© NASA/Roger Ressmeyer/Corbis
NASA
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L'alimentazione degli astronauti è cambiata molto, di anno in anno, di decennio in decennio. Dagli orribili pacchettini ermetici contenenti pillole e panetti proteici, oggi gli scienziati nello spazio hanno a disposizione una varietà molto più ampia di cibo. Perfino piatti di Slow Food.

Come si mangia nello spazio. 10 scene cult di cibo e astronauti

Cultura / -

Come si mangia nello spazio. Le 10 scene più belle sul cibo degli astronauti

Viaggiatori dello spazio, esploratori del futuro, il pranzo è servito. Perlomeno, come lo immaginano gli autori e i produttori di Hollywood.

Durante i lunghi viaggi ai confini delle galassie, sceneggiatori e registi hanno spesso utilizzato il momento del pasto sulle astronavi e in ambienti privi di gravità, per far balenare una propria visione del futuro dell’alimentazione. A volte intrigante e affascinante, come i generatori di cibo a comando vocale, a volte assolutamente sconsolante e indesiderabile. Se la fantascienza è stata spesso fonte di idee anticipatrici, c’è da sperare che non sia il caso di proprio tutti questi pranzi, bevande e spuntini spaziali.
 
Il vassoietto circolare pieno di pillole della Conquista dello spazio (1955)
Prodotto dal mago degli effetti speciali George Pal, questo film - in Technicolor! - è ambientato in un 1980 in cui l'umanità, dopo aver superato il traguardo del volo spaziale con equipaggio, ha costruito una grande stazione rotante in orbita a 1.700 km sopra la Terra e si prepara, da lì, allo sbarco su Marte. Emblema della desolante preconizzazione del cibo che secondo i registi dei film degli anni Cinquanta e Sessanta ci attendeva tra le stelle, questo orripilante vassoietto ci comunica tutta la praticità (e la tristezza) di sformati di pollo, patate e torte… tutto in compresse.
 
La barretta di bistecca alla banana di Lost in Space (1998)
All’incontro con la scimmietta aliena Blawp, il maggiore Don West (Matt LeBlanc di Friends) pensa bene di adottare, per fraternizzare, alcuni segnali universali: prima un abbraccio, poi la condivisione di cibo. Solo che, come il personaggio stesso si chiede, qui come unico cibo c’è il solito pacchettino sigillato da cui fuoriesce una barretta bicolore di bistecca alla banana: “Mi chiedo chi si inventi questi abbinamenti”. La scimmietta aliena, però, pare apprezzarla.
 
La pallina d’aranciata di Apollo 13 (1995)
In una scena di questo film, che il comandante Jim Lovell delll’equipaggio originale ha definito fedelissimo alla realtà fin nelle movenze delle sopracciglia di Tom Hanks, prima che si manifestasse il celebre “problema” l’equipaggio si collega con il Johnson Space Center di Houston. Il clima è ancora goliardico, tanto che due astronauti giocano a rincorrere gocce di aranciata spremuta da un sacchetto. Solo che la gocciolona assume una forma sferica. Perché? È un fenomeno fisico reale e realistico, noto come tensione superficiale, risultato delle forze intermolecolari nei liquidi. Ogni parte della superficie vuole stare a più stretto contatto possibile con il resto della superficie e la forma che lo consente meglio è la sfera, perché ha la minima area di superficie rispetto al volume dato. Piccolo colpo di genio del regista Ron Howard, l’inquadratura poco prima del collegamento un impiegato del controllo missione intento a sbocconcellare una pizza calda (cibo vietato nello spazio), quasi a voler rimarcare anche visivamente la lontananza tra i piatti terrestri e le bustine sigillate disponibili sugli Space Shuttle.
 
Le M&M’s di Mission to Mars (2000)
Il siparietto tra il capitano Jim McConnell e il giovane Phil Ohlmyer (Gary Sinise e Jerry O'Connell) in questo thriller di Brian De Palma è denso di umorismo e di citazioni. Buffa l’idea di disporre le noccioline colorate a forma di doppia elica di Dna (“della mia donna ideale”, fantastica il giovane) e altrettanto lo è la birichinata di McConnell che sballa la scultura fluttuante, mangiandosene una manciata e venendo biasimato perché ora avrebbe la forma del Dna di una rana. Il riferimento alla realtà è duplice. Uno, è verissimo che i piccoli dolcetti colorati sono permessi nei viaggi spaziali. Due, pare che gli astronauti amino giocarci: è celebre la foto del comandante Loren J. Shriver, comandante della STS-46, alle prese con una parabola di confettini nella cabina di pilotaggio dell’Atlantis in orbita intorno alla Terra nell’agosto 1992. 
 
Il melone di 2002: la seconda odissea (1971)
C’è un sottotesto ecologista in questo film diretto da Douglas Trumbull (addetto agli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio). In un futuro in cui la Terra è desertificata, le uniche piante rimaste sono stipate in gigantesche capsule orbitanti. In una di queste, il comandante-giardiniere Freeman Lowell litiga con gli altri membri dell’equipaggio, ormai abituati o assuefatti a cibi sintetici, sterili, insapori e inodori, che lo biasimano chiedendo “Quello è cibo vero? Tirato fuori dalla terra sporca?”. E lui replica, con in mano un melone: “Non vedi la differenza? La differenza è che l’ho coltivato, l’ho colto e l’ho tagliato. E ha un gusto particolare, ha un colore, e un profumo!”

La vodka di Pianeta rosso (2000)
Un bell’intermezzo ludico in un thriller un po’ asfissiante di Antony Hoffman. Nei sei mesi necessari all’astronave comandata dalla splendida Kate Bowman (Carrie Ann Moss) per giungere su Marte, l’equipaggio si confronta con una routine alquanto tranquilla. La godibile scenetta vede i due membri - Robby Gallagher e Quinn Burchenal (Val Kilmer e Tom Sizemore) - impegnati a distillare vodka in una cabina con un macchinario alquanto scientifico, colti sul fatto dalla comandante insospettita da un aumento di 10°C nella cabina. Che prima li bacchetta, ricordando loro che si rischia di diventare ciechi, con le distillazioni casalinghe. Poi chiede, tra il sorriso sardonico di Burchenal e quello furbetto di Gallagher: “In questo locale si servono anche le signore?”. E giù il bicchierino. Emancipazione, polso, cameratismo condensati in una scena sola. Anzi, distillati.

Le zucchine trifolate di Alien (1979)
Questa scena è entrata nella memoria collettiva. Dopo essersi svegliato da un coma causato da un polipo alieno avvinghiato al volto, l’ufficiale secondo in comando Kane (John Hurt) viene festeggiato con un pranzo ricco di portate sulla tavola apparecchiata della sala da pranzo del cargo Nostromo, tra alti contenitori parallelepipeidali di plexiglass ricolmi di granelli verdi e ampie baslotte di qualcosa che potrebbe sembrare zucchine trifolate. Il comandante beve una lattina di birra, e il cibo impiattato appare comunque appetitoso e colorato, finché il mostriciattolo alieno non sbucherà fuori dalla pancia del disgraziato. Memorabile, all’inizio delle convulsioni, anche il commento di Parker (Yaphet Kotto): “Che ti prende, bello? Il cibo non è poi così malvagio!”. Il pranzo è stato parodiato nel 1987 in Spaceballs di Mel Brooks, con il cane-uomo Barf (John Candy) e l’eroico Lone Starr (Bill Pullman) che assistono alla medesima scena col medesimo attore e, al bancone del bar extraterrestre, restituiscono il piatto.

I cubetti colorati di Star Trek (1966)
Nella serie originale i pasti sull’astronave Uss Enterprise (Ncc-1701) vengono prodotti da un mobiletto-sintetizzatore attivato dall’introduzione di schedine rettangolari in una fessura: in un episodio si vede che a diversi colori corrispondono diversi cibi in uscita. Risultato, piatti ricolmi di cubetti colorati, offerti sia in sala mensa, sia durante i rinfreschi diplomatici con i rappresentanti delle razze aliene; in un episodio scaturiscono altri piatti però, drink e persino coppette di gelato. Nelle serie successive si vedono invece all’opera nuovi e più moderni replicatori, che creano su comando vocale pietanze molto simili a quelle cucinate tradizionalmente ma anche tè e bevande, sia terrestri che aliene (la più celebre delle quali è la birra romulana, che è blu). L’idea è molto piaciuta ai moderni sviluppatori di stampanti 3D che prendono come spunto queste scene per illustrare l’idea di provare a stampare in 3D il cibo.

I tablet di 2001: Odissea nello spazio (1968)
Nel visionario film di Stanley Kubrick viene mostrata la preparazione di un pasto schiacciando grossi tasti quadrati su una tastiera, poi portato verso le aree del pranzo da hostess. È celebre la scena in cui una di costoro cammina su un set cilindrico in movimento con il vassoio in mano, per mimare l’assenza di gravità. Ma lo scatto più interessante è proprio quello del pasto dell’equipaggio: il piatto a scomparti rettangolari ospita quattro vaschette di variopinte puree. In questa scena, per giunta, i commensali pranzano con accanto uno schermo piatto in cui si visualizzano testi e immagini di notiziari, una sorta di premonizione dell’iPad, talmente realistica che è stata citata nella lite giudiziaria tra Apple e Samsung sul primato dell’invenzione del tablet.

Le patatine di Homer nello spazio (1994)
Ma la più memorabile sequenza, ridanciana e al contempo portatrice di un messaggio autentico, è l’apertura di un sacchetto di patatine da parte di Homer Simpson nella serie I Simpson, in Deep Space Homer, 15esimo episodio della quinta stagione. Homer è selezionato per partecipare a una missione spaziale e ciò assicura problemi a ripetizione, fin quando distrugge il sistema di navigazione dello Space Shuttle. Buzz Aldrin e James Taylor partecipano come guest star dell’episodio. La scena culminante è proprio quando Homer pensa bene di aprire un pacchetto di patatine in assenza di gravità, che si spargono in tutta la capsula. Le movenze del grassone che fluttua nell’abitacolo inseguendole per mangiarle una a una, con lo sgranocchìo al ritmo di valzer del Bel Danubio Blu di Johann Strauss jr, è esilarante, e ha pure un fondo di realtà: le patatine croccanti, come tutto ciò che genera briciole, sono pericolose e proibite all’interno dei voli spaziali.
 

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