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Antonio Moschetta. L’alimentazione corretta non solo previene, ma aiuta a guarire

Innovazione / -

Andrea Moschetta, ricercatore Airc

L’ultimo fronte della ricerca contro il cancro è lo studio del metabolismo tumorale, ovvero dei fattori di rischio che favoriscono la diffusione della malattia. Tra questi, l’obesità è il più grave: diminuirebbe addirittura le percentuali di successo delle cure.

Il 5 maggio al Padiglione Italia, come ospite della prima giornata CIA in Expo Milano 2015, terrà una lecture scientifica sulla correlazione tra alimentazione e cancro, per evidenziare lo stretto legame tra qualità degli alimenti e prevenzione delle malattie. Stiamo parlando di Antonio Moschetta, il ricercatore Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), che nel 2014 ha ricevuto il Weitzman Award dalla Endocrine Society a Chicago per gli importanti risultati ottenuti nello studio di questi temi. In particolare, si sta occupando del legame tra stato dismetabolico e tumore e di ‘metabolismo tumorale’, un nuovo filone di ricerca che vuole individuare quali fattori ‘alimentano’ la crescita della malattia.
 
Che legame c’è tra alimentazione e salute?
Secondo il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (World Cancer Research Fund), un terzo dei tumori nasce a tavola, quindi per lo meno in un terzo dei casi l’alimentazione ha un ruolo fondamentale di prevenzione. I fattori di iniziazione del tumore sono principalmente l’ambiente (come nel caso del mesiotelioma da amianto), l’alimentazione e le infezioni (pensiamo all’epatite B nel tumore al fegato o al papilloma virus per la cervice uterina).
 
Quali sono le nuove frontiere della ricerca sul legame tra cibo e tumori?
Finora si parlava di questo tema solo sulla base dei dati epidemiologici. Si tratta di un metodo a posteriori, che consiste nel registrare le abitudini delle persone malate per vedere in quanti casi ricorre un nesso statisticamente significativo. La novità sono gli studi di nutrigenomica, che si occupano di come i nutrienti sono in grado di accendere o spegnere alcuni tratti genetici.
 
Quali sono le prime scoperte di questo nuovo ambito?
A novembre gli oncologi clinici hanno pubblicato sul Journal of clinical oncology, la rivista di punta della società americana di oncologia (Asco), un position paper che per la prima volta ha indagato fino a 200.000 casi. Lo studio conferma che l’incidenza dei tumori aumenta con la cosiddetta obesità viscerale, cioè con l’aumento della circonferenza addome.
Queste meta-analisi dicono per esempio che, se alla prima diagnosi di tumore della mammella nelle donne in pre-menopausa c’è obesità viscerale, la percentuale di successo delle cure a cinque anni diminuisce fino al 75 per cento.
Quindi l’alimentazione non solo può garantire lo stato di salute dell’organismo, ma far sì che le terapie funzionino meglio.
 
In che modo l’alimentazione errata può fare da benzina per il tumore?
Alcuni gruppi di ricerca studiano il microambiente tumorale, ovvero le cellule che stanno attorno al tumore. Se il soggetto è obeso, è in atto un’infiammazione cronica: le cellule hanno un corredo pro-tumorale che a contatto con il tumore fa raddoppiare la sua crescita.
Il soggetto obeso con circonferenza-addome elevata, inoltre, ha iper-insulinemia e l’insulina è un fattore di crescita delle cellule tumorali.
Infine, il tessuto adiposo addominale è in grado di produrre enzimi come l’aromatasi, fondamentale nella sintesi degli estrogeni, che stimolano la crescita dei tumori alla mammella. Tanto che una della terapie per le donne malate è l’inibitore degli estrogeni o dell’aromatasi.
 
Quali sono i fattori da tenere sotto controllo?
Avere una circonferenza addome al di sopra di 88 cm nella donna e di 94 cm nell’uomo è un significativo fattore di rischio.
Ma il concetto fondamentale che lo studio voleva trasmettere è che lo stato di salute dell’organismo è alla base della capacità di prevenire e curare meglio i tumori. L’alimentazione corretta deve far sì che quel tumore trovi difficoltà a crescere in quell’organismo.
 
Per conoscere le linee guida per un'alimentazione sana e adeguata alla propria fascia d'età, Airc-Associazione italiana per la ricerca sul cancro, da metà aprile ha lanciato la campagna "Il benessere vien mangiando".

La prima colazione nel mondo: tanti buoni esempi per dare il segnale giusto

Lifestyle / -

La prima colazione nel mondo: tanti buoni esempi per dare il segnale giusto

Gli esempi di prime colazioni da tutto il mondo possono darci spunti, suggerimenti e idee per dare, al momento del risveglio, il giusto stimolo energetico, il giusto segnale.

Il risveglio è legato alla riattivazione di quasi tutti gli ormoni dell’organismo; tutto si rimette in moto, in un momento di potente stimolo energetico. 
Nel corso dell’evoluzione i mammiferi hanno sviluppato dei sistemi di controllo per verificare la possibilità di “accendersi”, per capire cioè se le energie necessarie per iniziare e continuare il percorso attraverso la giornata siano effettivamente disponibili. In assenza del carburante adatto l’organismo evita di consumare energia (e calorie) e riduce tutte le attività, limitando le proprie azioni a quelle indispensabili alla sopravvivenza e a poco altro. Questo spiega la stanchezza di metà mattina di cui tanti soffrono.
 
La stanchezza di metà mattina
Per questo, nella maggior parte delle culture di tutto il mondo, l’assunzione di cibo al mattino ha un significato profondo, per l’azione potente sul metabolismo (tra l’altro, senza prima colazione gli sforzi per dimagrire rischiano di essere del tutto inutili), per la regolazione energetica dell’organismo e per i significati simbolici che può prendere, perché nel mondo attuale la colazione rimane uno dei pochi possibili momenti di aggregazione e di comunicazione familiare. 
Mentre in molte parti del mondo la prima colazione è sempre considerata il momento di partenza della giornata, in Italia, solo una piccola percentuale di persone si nutre adeguatamente nei primi momenti del mattino, moltissimi saltano del tutto quell’importante momento metabolico e una gran parte limita lo stimolo energetico a un caffè con brioche o cornetto preso velocemente al bar. 
 
Una nuova prima colazione con una migliore cultura della nutrizione
Grazie alla diffusione di una migliore cultura della nutrizione, il numero di chi non può più fare a meno della prima colazione sta sempre più crescendo. Negli ultimi anni poi, grazie al progressivo studio dei segnali infiammatori e della sempre maggiore conoscenza sulle “diete di segnale”, il valore della prima colazione (o di un brunch) è diventato sempre più certezza scientifica piuttosto che semplice opinione. 
Ad esempio, la prima colazione del mattino consente di attivare il consumo delle calorie inutili, deve contenere la giusta quantità di proteine vegetali o animali (che devono essere distribuite nei tre pasti della giornata in modo equilibrato e rappresentare circa un terzo del piatto) deve essere consumata entro breve tempo dal risveglio per attivare correttamente il metabolismo.
 
Proteine e frutta a colazione, gli esempi nel mondo
Le colazioni con buona presenza di proteine che si fanno nei paesi slavi e nei paesi nordici ad esempio, consentono di arrivare senza fame al pasto del tardo pomeriggio che chiude la giornata di lavoro. Il mondo anglosassone ha fatto scuola nel proporre al mondo la cultura del “breakfast” ben bilanciato nel consumo di carboidrati e di proteine (anche a basso costo come le uova) sfruttando anche quelle naturalmente presenti nei cereali integrali. Molte culture (Polinesia, Thailandia, Cina) mantengono nella prima colazione lo stesso bilanciamento ed è buona norma (come avviene spesso nei paesi mediterranei) affiancare al mattino anche l’uso della frutta fresca
 
Colazione e brunch per il benessere
Nel libro appena pubblicato Colazione e brunch per il benessere si descrivono con foto e ricette un numero elevatissimo di prime colazioni, con le possibili varianti caratteristiche di molte regioni del mondo e le modifiche che le rendono adatte anche a vegetariani, intolleranti ad alcuni alimenti e così via, nel rispetto dei bisogni e delle scelte individuali.  Con un obiettivo certo: consentire a chi si nutre di usare l’energia del sole, che entra nei cibi, per farla diventare la propria energia e poterla esprimere al meglio con il proprio personale benessere. 
 

Fulco Pratesi. Da cinquant'anni con il Wwf per salvare la natura

Sostenibilità / -

Fulco Pratesi Wwf Italia
© Gabriele Ruffato

Fondatore e Presidente onorario del Wwf Italia, Fulco Pratesi, è stato il primo professionista a parlare di ambientalismo in un’epoca in cui l’Italia era attraversata dal boom edilizio. Architetto e docente di Pianificazione urbana a La Sapienza di Roma, Pratesi si è dedicato alla protezione della natura battendosi per limitare i danni dell’edilizia sull’ambiente e istituendo numerosi parchi, riserve naturali e oasi del Wwf.

Lei è il fondatore del Wwf Italia. Cosa l’ha spinta a far nascere questa organizzazione? Quali sono state le sfide e quali gli obiettivi del Wwf in quasi 50 anni di operato?
Il Wwf Italia è nato nel 1966, quando l’Italia era un paese percorso da tremende catastrofi, l’alluvione di Firenze è stata una di queste. I cacciatori erano due milioni e i parchi nazionali erano solo quattro e maltenuti. La realtà in cui vivevamo è stata la spinta che ha mosso le persone ad agire concretamente denunciando le cause e gli effetti delle azioni dell’uomo. Ancora oggi, è necessario salvare l’ambiente non a parole, concretamente, comprando le aree, affittando territori, compiendo tutte quelle azioni che potessero garantire aree protette per la biodiversità.
 
Qual è il ruolo delle Oasi Wwf?
Oggi abbiamo più di cento Oasi Wwf per 35mila ettari, dalle Alpi fino alla Sicilia, ma negli anni Sessanta, quando sono state istituite le oasi per la protezione degli uccelli migratori, in Italia non ne esisteva nessuna. Questa iniziativa è nata quando abbiamo scoperto che il Cavaliere d’Italia, un uccello migratore, era tornato a nidificare nel nostro Paese dopo cento anni. Così abbiamo iniziato una vera e propria battaglia per salvare un piccolo territorio nella laguna di Orbetello, in Toscana, per permettere a questa prima colonia di uccelli di mantenersi. A questo si sono succedute una serie di interventi, nostri e di altre associazioni, per conservare i territori in pericolo utili per il riposo, la sosta, la nidificazione degli uccelli migratori.
 
“Costruire un mondo in cui l’uomo possa vivere in armonia con la natura” è il motto del Wwf. Secondo lei qual è il nostro ruolo?
Noi non rifiutiamo l’uomo, però deve essere compenetrato e armonico con la natura. 
 
Nei libri “Clandestini in città” e “Natura in città” lei è stato uno dei primi a parlare di ecologia urbana, uomo e ambiente uniti anche nel contesto urbano. Secondo lei è possibile una convivenza tra uomo e animali in città?
L’ambiente urbano offre enormi potenzialità alla vita naturale, ancor più oggi perché le campagne sono cosparse di veleni e percorse dai cacciatori. Le città offrono un habitat con temperature più alte in inverno, più cibo e la mancanza dei grandi predatori.
Inoltre, le specie vengono tutelate da un atteggiamento più sensibile e tollerante che gli italiani hanno acquisito nei confronti delle piante e degli animali che vivono in città.
 
Perché è importante la presenza degli animali dentro le città?
È semplice: perché gli animali sono degli ambasciatori e il collegamento vitale e armonico che stavamo dimenticando con la natura.
 
Il Piano Regolatore Generale di Roma e la carta della Rete Ecologica hanno pianificato i corridoi ecologici che hanno permesso a molte specie animali di tornare a vivere in città. È sufficiente per aiutare a recuperare il rapporto tra città e campagna?
Sono stato per anni un architetto e ho insegnato urbanistica e pianificazione all’Università, per questo, posso dire che il piano è indispensabile per non distruggere il nostro territorio. Oggi la tendenza di molti architetti è quella di non seguire le norme del Piano ma di agire secondo un’urbanistica contrattata, questo è inaccettabile perché il Piano urbanistico è l’unico strumento con cui è possibile una convivenza tra le esigenze dell’uomo e quelle della natura.
 
Il rapporto del Wwf con l’agricoltura. Com’è possibile che la vita rurale all’interno o in prossimità delle aree protette possa favorire la diffusione della rete ecologica?
Il consumo di suolo è un problema reale. Il 70 per cento del territorio italiano è occupato dall’agricoltura, ma ogni giorno si perdono settanta ettari sotto colate di cemento. Dati che fanno capire perché è importante mantenere viva la realtà rurale, l’ecosistema agricolo ha tutte le caratteristiche per tutelare anche la biodiversità. Una campagna lavorata in modo naturale può dare una buona produttività e determinare al contempo la sopravvivenza di tutte quelle specie legate all’agricoltura da diecimila anni.
 
Lei ha lavorato per anni come architetto e poi ha deciso di impegnarsi nella tutela della natura fondando il Wwf Italia. Come si fa a essere un urbanista e allo stesso tempo amare la natura?
Io sono nato naturalista, mi sono laureato in architettura perché disegnavo bene, amavo la materia e mio padre era costruttore. Ho lavorato come architetto per anni, poi ho visto come l’espansione incontrollata, che non rispetta le norme dettate dai Piani Regolatori, possa causare danni gravi e irreparabili alla natura. Per secoli si è mantenuto un atteggiamento antropocentrico, ma l’uomo non è al centro dell’universo è solo una piccola parte di quell’armonia perfetta che si chiama Creato. Il Piano Regolatore è lo strumento che permette la convivenza tra l’ambiente, la natura e l’uomo senza che nessuno prevalga sugli altri.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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