Questo sito web utilizza cookie tecnici per assicurare una migliore esperienza di navigazione; oltre ai cookie di natura tecnica sono utilizzati anche cookie di terze parti. Per saperne di più e conoscere i cookie utilizzati accedi alla pagina Cookie.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Continua

Alessandro Piana. Per essere contadini 2.0 servono zappa e computer

Innovazione / -

Questo giovane imprenditore agricolo ha riportato lo zafferano nel Monferrato adottando il metodo di coltivazione aeroponica. Mostrando di saper coniugare tradizione e innovazione.

Nella vita bisogna saper usare sia la zappa che il computer. Questa la massima che ha sempre accompagnato la vita di Alessandro Piana, giovane imprenditore agricolo. Che ha saputo coniugare, nella sua azienda La Rienca, tradizione (come legame con il territorio e rispetto della sua storia) e innovazione (intesa come applicazione delle più avanzate tecnologie a difesa dell’ambiente e dell’uomo).
 
In che modo coniugate questi due valori?
Ci piace definirci Contadini 2.0. Applicare le nuove tecnologie alle culture tradizionali del territorio cui apparteniamo è il modo migliore per difenderle fino in fondo. Scegliamo i prodotti da coltivare in base alle conoscenze storiche del territorio in cui viviamo e dell’esperienza già fatta dai compaesani. Per esempio, il nostro terreno era coltivato a vigna, ma prima era un campo di camomilla e abbiamo voluto riprendere tale coltura per riportarlo alle sue origini più lontane. La coltivazione della lavanda deriva invece dall’abitudine di vedere custi di lavanda a decorare i giardini delle case del paese o al limitare delle vigne. L’ultima novità, ovvero l’idea di coltivare lo zafferano, è nata dalla ricerca storica sull’attività dell’Alto Monferrato. Abbiamo così scoperto che nel 1400 il Monferrato era una delle più importanti zone di produzione dello zafferano italiano. Allo stesso tempo però eravamo anche determinati a sfruttare le innovazioni tecnologiche dei nostri tempi cercando un modo nuovo di coltivare una spezia già conosciuta, apprezzata e usata per le sue molteplici qualità già ai tempi degli antichi romani. Cercavamo un modo per produrre “tanto ma bene”, nel massimo rispetto della pianta, del terreno, dell'acqua e dell'uomo, risorse preziosissime.
 
Qual è stata la soluzione?
Ci siamo avvicinati al mondo dell’aeroponica e così abbiamo conosciuto un nuovo processo produttivo in serra per coltivare piante in modo ecosostenibile e responsabile.
In una serra aeroponica le piante non sono in terra, né in acqua, né in substrati. Sono inserite in canaline al di sotto delle quali scorre l’impianto di irrigazione che nebulizza acqua ricca delle giuste sostanze nutritive (e solo quelle specifiche per la produzione scelta) direttamente dove serve, ossia sull’apparato radicale delle piante.
L’acqua che cola dalle radici si raccoglie nelle canaline e torna nel circuito chiuso. Qui viene filtrata, nutrita e rimessa in circolo. Ciò permette di eliminare gli sprechi idrici tipici della coltivazione in campo. La mancanza di terra o di substrati, inoltre, unita all’ambiente salubre della serra, abbatte l’insorgenza di malattie legate alla presenza di parassiti, di funghi e batteri evitando, quindi, l'uso di fitofarmaci.
La possibilità di riscaldare solo le canaline di coltivazione limita notevolmente anche le emissioni dovute al riscaldamento.
L'impianto aeroponico garantisce così prodotti al 100% naturali.
Infine, questo metodo di coltivazione consente lo sviluppo in verticale, riducendo l’utilizzo del terreno agricolo. L’ambiente della serra, insieme all’altezza da terra dei piani, migliora le condizioni lavorative dell’operatore, permettendo anche a persone con diversa capacità motoria di essere agricoltori.
 
Quali difficoltà avete incontrato?
Non avremmo mai potuto iniziare questa nuova avventura se le nostre famiglie non ci avessero sostenuto e non avessero creduto in noi quando abbiamo deciso di lasciare il certo per l’incerto e se non ci avessero aiutato economicamente perché, purtroppo, ancora oggi nel nostro Paese si ha difficoltà a trovare sostegno dallo Stato.
Inoltre tengo a specificare che, seppur in parte aiutato da un metodo di coltivazione all’avanguardia, il protagonista dell’agricoltura rimane sempre l’uomo, perché per la raccolta nulla può sostituire le sue mani.
 
 

Angelo Trocchia. Abbiamo uno standard per l’agricoltura sostenibile. Ed è a disposizione di tutti

Economia / -

Angelo Trocchia, Presidente e Amministratore Delegato di Unilever Italia

Raddoppiare il giro d’affari dimezzando l’impatto sull’ambiente. Non è una chimera, ma l’ambizioso piano di sostenibilità messo in atto da Unilever. L’ultimo tassello è l’Unilever Sustainable Agricultural Code, una piattaforma condivisa per l’agricoltura sostenibile.

Sembrava una provocazione: raddoppiare il giro d’affari dimezzando l’impatto sull’ambiente. E invece. L’Unilever Sustainable Living Plan che Paul Polman, Ceo di Unilever, aveva annunciato nel 2010, procede secondo i programmi, tanto che l’azienda può dichiarare che il 55 per cento delle materie prime agricole usate nei suoi prodotti è certificato sostenibile. L’olio di palma è in cima a questa classifica, avendo già raggiunto la certificazione per il 100 per cento. L’obiettivo è arrivare al 2020 con il 100 per cento delle materie prime certificate.
E quest’impegno pare abbia anche una ricaduta positiva in termini di business, visto che i brand che già rispondono ai requisiti di sostenibilità previsti dal piano contribuiscono alla crescita del gruppo a un ritmo doppio rispetto agli altri. Segno che i consumatori apprezzano questo orientamento. Ne abbiamo parlato con il numero uno della filiale italiana, Angelo Trocchia, Presidente e Amministratore Delegato di Unilever Italia.
 
Che ricadute ha avuto il programma di sostenibilità inaugurato da Paul Polman, in Italia?
Il piano di sostenibilità è ormai intrinseco alla nostra mission e ha compenetrato completamente la strategia di Unilever in Italia: le nostre quattro fabbriche in Italia non mandano rifiuti in discarica, hanno impianti di cogenerazione, hanno un piano dettagliato di riduzione dell’acqua. Ogni marchio, inoltre, deve fare della sostenibilità un elemento integrante della propria identità.
 
In Expo Milano 2015 avete puntato sul brand Algida. Perché avete fatto questa scelta?
Abbiamo ritenuto che Algida, che peraltro compie 70 anni, fosse il marchio ideale per rappresentare l’italianità, in quanto è ‘il’ gelato con cui sono cresciute intere generazioni. Anche questo è un marchio che ha la sostenibilità nel dna: si pensi che il cioccolato usato per Magnum è 100% certificato Rainforest Alliance, così come il legno dei bastoncini. Anche la vaniglia che usiamo per Carte D’Or è 100% certificata da Symrise, mentre tutti gli ingredienti dei gelati Ben&Jerry’s (che negli Stati Uniti è addirittura registrata come B-Corp, ovvero un’impresa sociale) sono certificati equosolidali.
 
Le scelte di approvvigionamento di una multinazionale, per le sue dimensioni, hanno ricadute molto significative sull'economia dei Paesi fornitori: quali sono i criteri a cui vi attenete per garantire le diverse componenti della sostenibilità? 
Ci siamo ispirati a un criterio molto semplice: laddove esistono schemi globali autorevoli, come Rainforest Alliance, iniziamo il percorso di certificazione, altrimenti stiliamo dei codici di autoregolamentazione che rendiamo pubblici. L’esempio più recente è l’Unilever Sustainable Agricultural Code: un codice di autoregolamentazione per un’agricoltura sostenibile che riteniamo possa diventare uno standard condiviso al quale possono far riferimento anche altre aziende agroalimentari.
 
A Expo Milano 2015 si possono gustare diversi gelati: alcuni puntano su ingredienti di stagione o locali, oppure sulla naturalità: quale può essere la risposta del gelato industriale a questo trend, che muove da una richiesta dei consumatori?
È un ulteriore stimolo ad alzare costantemente la qualità degli ingredienti, come dicevo prima. Anche se penso che la qualità di un brand sia anche la capacità di generare emozione, e in questo, con prodotti come Cornetto o Magnum, ritengo di avere qualcosa che ci distingue.
 
In che cosa ha cambiato il suo stile manageriale questo focus sulla sostenibilità?
La sostenibilità pone un tema di autenticità: oggi un manager dev’essere una persona trasparente. Solo se sei vero, puoi chiedere ai tuoi dipendenti di integrare la sostenibilità nel business.
 
Che cosa pensa di Expo Milano 2015?
Personalmente sono tra i sostenitori dell’Esposizione Universale, mi piace molto. Sono stato qui per la cerimonia di apertura, è stata bellissima. Ho visto qualche Padiglione e respirato un’atmosfera piacevole: conto di tornarci più avanti per proseguire la mia esperienza.
 

Frutta e verdura meritano di essere amate per come sono e non per come appaiono, parola di Ben Simon, fondatore del Food Recovery Network

Sostenibilità / -

Ben Simon Food Recovery Network
photocredits © Daniele Mascolo

Il 20% della frutta e verdura degli Stati Uniti d’America non lascia la fattoria, semplicemente perché considerata troppo brutta. Ben Simon, fondatore e direttore del Food Recovery Network ha un piano per salvarla e redistribuirla a chi ha fame.

Se quella sera Ben Simon avesse deciso di cenare presto, forse quest’avventura non sarebbe mai cominciata. Invece arrivò tardi alla mensa dell’Università del Maryland, dove studiava, tanto che fece appena in tempo a comprare un trancio dalla grande pizza che stava sul tagliere. Stava per salire a mangiarla nella sua stanza allo studentato, quando si rese conto che il personale stava già gettando il resto nella spazzatura. Ebbe così l’idea di fondare un’associazione che recuperasse il cibo scartato dalla mensa e lo redistribuisse ai servizi sociali. Coinvolse subito i suoi compagni di corso. E poi gli amici negli altri college dello stato e poi ancora quelli più lontani, sparsi su tutto il territorio federale. La cosa prese piede e le grandi fondazioni filantropiche decisero di finanziare quella che ormai si chiamava Food Recovery Network e coinvolgeva oltre 140 college. Dalla fondazione nel 2011 ad oggi, il FRN ha recuperato e redistribuito oltre 800.000 libre di cibo perfettamente sano. Circa 360 tonnellate: l’equivalente di una colonna di 60 grossi camion americani.
 
Salvare il cibo per salvare chi ha fame
Ben Simon parla chiaro: “Gli Stati Uniti d’America sono il paese più ricco al mondo, ma oggi un americano su sei soffre la fame”. Non sprecare il cibo è allora più che una questione morale, è una soluzione: “Se riuscissimo a redistribuire anche solo il 15% del cibo che sprechiamo negli USA potremmo ridurre del 50% il numero di americani malnutriti – aggiunge Ben Simon – E oggi negli Stati Uniti viene sprecato il 40% del cibo prodotto”
 
Meno forma e più sostanza
Non solo in America, uno dei problemi è che siamo diventati talmente ossessionati dall’aspetto fisico, da giudicare in base al look persino il cibo: “Negli Usa, il 20% della frutta e verdura non lascia la fattoria solo perché giudicata troppo brutta -  spiega Ben Simon – pur avendo le stesse qualità di quella esteticamente perfetta”. Il FRN ha quindi lanciato un nuovo progetto Imperfect: Redefining Beauty in Produce, finanziato in crowdfunding. Missione: salvare la frutta e verdura “imperfetta” e redistribuirla a prezzi ridotti. Perché anche una mela merita di essere amata per com’è dentro, invece che per come appare. E ogni persona merita di essere sfamata.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

Leggi il manifesto e partecipa