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Marcello Gelormini e Sérgio Adriano Maló. Lo street food è il nuovo modo di mangiare a Maputo, la capitale del Mozambico

Gusto / -

Street food in Mozambico
© Annalisa Cavaleri

Le bhajia, frittelle a base di fagioli e mais che si mangiano con il pane bianco, il maheu, bevanda a base di farina di mais che viene dolcificata con lo zucchero e il panino con hamburger e uovo fritto. Un viaggio tra gli street food più amati del Mozambico.

L’urbanizzazione incide fortemente sugli stili alimentari delle persone. In Mozambico si contano circa 25 milioni di persone, di cui più di 1 milione e 200 mila vivono a Maputo. Inoltre la capitale è la meta di coloro che abitano nelle vicinanze e si recano in città per lavoro. E per molti di loro, a causa del basso reddito, lo street food non è solo un modo rapido ed economico per mangiare, ma anche l’unica possibilità. Marcello Gelormini, esperto  di salute pubblica e Sérgio Adriano Maló, docente di Geografia all’Università Eduardo Mondlane, hanno svolto una prima analisi della situazione alimentare a Maputo per vedere quanto stanno cambiando gli stili alimentari a seguito dell’urbanizzazione. La ricerca è stata attivata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in partnership con l’Università di Porto.
 
Perché avete deciso di svolgere questa ricerca?
Vogliamo come l’urbanizzazione cambia la dieta. Le nostre scelte sono fortemente determinate dall’ambiente che ci circonda e dal gruppo di persone che frequentiamo: scegliamo le stesse cose di chi ci sta vicino, anche se ciò accade a livello inconscio.
 
Cosa è emerso dal vostro studio?
In Mozambico vivono più di 25 milioni di persone e più di un milione e 200 mila si concentrano nella capitale, quindi circa il 4% della popolazione totale. Inoltre Maputo è la principale meta dei lavoratori che vengono dalle zone vicine. Si tratta di persone a basso reddito e per la maggior parte di loro lo  street food è l’unico modo di alimentarsi.
 
Com'è lo street food a Maputo?
È cibo a basso prezzo, saporito e dal forte potere saziante, sempre disponibile e a portata di mano. Viene venduto dagli ambulanti e da donne sedute ai bordi delle strade. Sì, per lo più si tratta di cibi fritti, ricchi di zuccheri, prepararti con farine raffinate. In prima linea sui banchi ci sono biscotti, gelati, caramelle, pane e dolci industriali e iperprocessati.
 
Altre criticità?
Le bevande gassate dolci e le bibite energetiche. Inoltre quasi tutti gli street food sono venduti in buste di plastica poco sostenibili, che creano un forte inquinamento ambientale.
 
Quali sono i tre street food più venduti a Maputo?
Prima di tutto le bhajia, frittelle a base di fagioli e mais che si mangiano con il pane bianco. Tra le bevande c’è il maheu, una bevanda a base di farina di mais che viene dolcificata con lo zucchero e che, se viene lasciata fermentare, raggiunge una leggera gradazione alcolica. Tra gli street food più venduti c’è anche il panino con l’hamburger di carne e l’uovo fritto.
 
C’è qualche fenomeno legato allo street food che sta diventando sempre più comune a a Maputo?
La vendita di cibo che viene effettuata direttamente dal bagagliaio delle auto: per gli abitanti della città è modo veloce per fare business e iniziare una piccola attività imprenditoriale. Il cibo viene preparato in casa e poi consegnato direttamente a domicilio, oppure venduto ai bordi delle strade, semplicemente aprendo il bagagliaio.
 
Come fare a combattere il fenomeno del junk food e collegare lo street food ad un modo sano di alimentarsi?
La soluzione per una migliore alimentazione e una maggiore sicurezza alimentare è fare in modo che le scelte salutari diventino più facili per le persone, innescando così una forma di emulazione. Come dicevamo all’inizio, l’uomo tende a riproporre i comportamenti dei suoi simili, quindi quante più persone si ciberanno in modo sano e avranno facilmente a disposizione cibo sano, quanto più questo stile di vita potrà diffondersi.
 

10 stratagemmi dei supermarket per farci comprare qualcosa in più

Lifestyle / -

10 stratagemmi dei supermarket per farci comprare qualcosa in più

Non c'è nulla di male nell'invogliare il cliente a comprare, facendolo sentire a proprio agio. È una legge naturale del commercio. L'importante è esserne consci.

Dalla scienza del layout alle musichette, dai profumi irrorati ad arte a quelle patatine collocate in posizione strategica che non avevi intenzione di comprare, ma vedendole lì, magari… L'antica arte commerciale della suggestione e della gentilezza è diventata scienza, psicologia, neurofisiologia applicata nei moderni supermarket.
I centri commerciali conglobano e concentrano in un unico posto quelle che una volta erano le tante botteghe e i negozi locali. È una tendenza riscontrabile in tutto il mondo, da decenni. In Italia si va al supermercato per soddisfare il 70 per cento delle esigenze alimentari familiari, ed è così in molti Paesi. Una volta lì, il 60 per cento degli acquisti non è pianificato ed è quindi d'impulso. 
È naturale che le grandi catene di distribuzione abbiano affinato le tecniche per migliorare l'esperienza dei clienti. Sveliamo alcuni dei loro stratagemmi, a partire da quelli che Jeremy Smith elenca nell'articolo 21 tricks of the supermarket trade su The Ecologist. Non c'è nulla di male a essere indotti nella tentazione di comprare un po' di più, ma esserne consapevoli è un modo per scegliere se resistere o se cedere.
 
Cestini profondi e carrelli capienti
Sembrerà naturale, ma in effetti offrire ai clienti carrelli e cestini è il modo principale per farli sentire comodi. Il 75 per cento di chi ha in mano il cestino per fare la spesa compra sempre qualcosa, in confronto ad appena il 34 per cento di chi non lo tiene in mano. In alcuni Paesi all'entrata del supermercato c'è un incaricato sorridente che porge il cestino ai clienti. I cestini in plastica con rotelle stanno assumendo profondità degne di un pozzo dei desideri. In venti anni in Usa la cubatura dei carrelli è raddoppiata.
 
Le carte fedeltà
Facciamo la nostra spesa e ci ricompensano con sconti o premi. Cosa ci guadagnano i supermercati? Innanzitutto, conducono sofisticatissime ricerche di mercato. Sono in fase di studio protocolli capaci di collegare gli annunci da noi visualizzati su Facebook con i comportamenti reali d'acquisto nel punto vendita. Poi, una volta che si possiede una tessera, si tendono a preferire i negozi della catena che la eroga. Infine, pare che il 42 per cento di noi, nel momento in cui ne diviene titolare, spende più soldi, forse per quella logica che ci fa pensare che più compriamo, più sconti otterremo e perciò spenderemo meno. C'è da notare che i premi, in genere, sono prodotti che normalmente non acquisteremmo.
 
La musichetta tra le corsie
La musica influisce sullo stato d'animo delle persone a livello profondo. Ci sono diverse possibilità di interazione. Una musica allegra, capace di far canticchiare, predispone al buon umore e all'attitudine all'acquisto. Ma anche una canzone più lenta ci può far comprare di più. Camminiamo compiendo approssimativamente 90 passi al minuto. Una musica al di sotto dei 90 battiti al minuto ci fa rallentare inconsciamente, e ci trattiene più a lungo tra gli scaffali.
 
I beni di prima necessità in fondo, o nascosti
La scienza dei layout arriva a raffinatezza impensate, nella disposizione degli scaffali. Ogni catena ha le sue aree ben codificate, dalle zone d'ingresso alla panetteria ai surgelati. Ma una regola generale che pare seguano tutte è quella di disporre i beni di prima necessità come farina, zucchero, sale e soprattutto latte Uht in scaffali poco segnalati, distanti sia dall'ingresso che dall'uscita, in modo da prolungare le peregrinazioni tra le corsie e aumentare gli stimoli ad acquistare cose non volute.
 
Costa sempre qualcosa, virgola 99
Un articolo da vendere a 5 lo si prezza 4,99. Il motivo sta nello sforzo necessario per procedere alla memorizzazione. L'arrotondamento verso l'alto implica uno sforzo mentale maggiore rispetto al processo di memorizzazione delle prime cifre. A causa della grande quantità di informazioni che i clienti devono elaborare, il dato del prezzo deve essere introitato in un tempo molto breve. Il modo più conveniente per farlo, in termini di memoria e di attenzione, è quello di ricordare solo la prima cifra. Così ci pare di spendere meno.
 
Paghi due e prendi tre
È una classica offerta, che ha dimostrato d'esser capace di aumentare le vendite fino ad oltre il 150 per cento. A dispetto di quel 30 per cento che effettivamente fa risparmiare, queste operazioni inducono a consumare un prodotto in quantità maggiori rispetto alle abitudini.
 
Prodotti civetta
I prodotti di prima necessità, scatolame, burro, latte, attirano le persone nei supermercati, ma soprattutto tutti sanno a memoria quanto costano in media. Per battere la concorrenza e per diffondere l'idea di un punto vendita all'insegna della convenienza si sparpagliano prodotti civetta con prezzi scontatissimi. I supermercati probabilmente li compensano alzando i prezzi su altri prodotti.
 
Mischia le carte in tavola
Quando facciamo la spesa c'è sempre una decina di prodotti che acquistiamo abitudinariamente. Ecco perché i gestori ogni tanto rimescolano le merci tra corsie e scaffali. In questo modo, andiamo lì per acquistare il solito pacchetto di qualcosa e, toh, al suo posto c'è un'altra cosa a cui non avevamo pensato. Da provare. 
 
All'altezza dello sguardo
I prodotti esposti all'altezza dello sguardo vendono il doppio, per questa ragione spesso gli articoli più costosi vengono collocati lì. In basso si scovano quasi sempre alternative più convenienti.  
 
I prodotti più ammiccanti davanti alle casse
È inevitabile. In attesa, in coda alle casse, si viene tentati da una varietà irresistibile di tutti i più colorati e ammiccanti ammennicoli alimentari. Questa tentazione, a cui è difficile opporsi da adulti, diviene addirittura irresistibile per i piccoli annoiati dalla spesa, messi lì al livello dei loro occhi e a portata delle loro manine prensili.
 
L'esposizione universale Expo Milano 2015 è anche un'occasione per dare a tutti i giusti strumenti di conoscenza per acquisti consapevoli.

Due miliardi di persone soffrono di fame nascosta, cos’è e quali sono gli effetti

Sostenibilità / -

Myanmar, fame nascosta, Cesvi
© Fulvio Zubiani

L'Indice Globale della Fame 2014 ha come tema centrale il problema della fame nascosta dovuta alla carenza di micronutrienti. Un problema che affligge due miliardi di persone in tutto il mondo.

Le persone che soffrono di fame sono in calo nel mondo. Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) sono 805 milioni coloro che ogni giorno assumono una quantità di cibo insufficiente. Il 39 per cento in meno rispetto al 1990. Nonostante questo, la situazione rimane grave in molte aree del mondo dove l’accesso al cibo nutriente rimane difficile.
 
Cos'è il GHI
L’Indice Globale della Fame 2014 (GHI 2014) è stato presentato in tutto il mondo lunedì 13 ottobre. L’edizione italiana è stata curata dal Cesvi, un’organizzazione umanitaria che opera in 27 Paesi, con il patrocinio di Expo Milano 2015. Secondo il nuovo rapporto, le regioni dove ancora si registrano situazioni allarmanti di fame cronica sono l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale. Ma sono queste stesse regioni ad aver migliorato di più la loro condizione.
 
In Asia meridionale, in particolare, è avvenuto il calo più consistente degli ultimi dieci anni del numero di persone che soffrono la fame grazie agli ottimi risultati dell’India. In totale sono 26 i Paesi che hanno dimezzato il problema, tra questi Vietnam, Thailandia e Ghana. Fanno eccezione lo Swaziland che ha registrato un aumento definito “drammatico” tra il 1990 e il 2014 e l’Iraq, alle prese con una guerra senza fine.
 
 
La fame nascosta, e ignorata
Risultati accettabili che hanno consentito al GHI 2014 di spostare l’attenzione su una tipologia di fame spesso ignorata o messa in secondo piano. Quella dovuta alla carenza di micronutrienti, vitamine e minerali, e che colpisce due miliardi di persone in tutto il mondo, inclusi i Paesi industrializzati. Una fame definita nascosta che ha conseguenze sociali ed economiche importanti perché riduce il rendimento, la produttività e quindi il benessere e lo sviluppo.
 
Iodio, ferro, vitamina A e zinco. Sono questi i micronutrienti principali analizzati dal GHI 2014 la cui mancanza può produrre effetti negativi gravi nel lungo termine, a prescindere dalla quantità di grassi e carboidrati assunta. Tanto che anche questo tipo di fame può riguardare anche persone obese o in sovrappeso.
 
La definizione di fame nascosta per la Fao
“La carenza di ferro produce apatia, le carenze di zinco e vitamina A aumentano il rischio di malattie, la carenza di iodio diminuisce il rendimento scolastico. Quando queste carenze sono gravi o prolungate, se ne vedono gli effetti nell’aspetto della persona. Così si forma un gozzo in caso di carenza in iodio, mentre poca vitamina A danneggia visibilmente e gravemente gli occhi” afferma Catherine Leclercq, nutrizionista della Fao. “La carenza in ferro, invece, è la forma di fame nascosta responsabile del numero più elevato di malattie e morti. Queste carenze si possono prevenire con strategie incentrate sugli alimenti mediante la diversificazione della dieta e in alcuni casi l’uso di alimenti arricchiti”.
 
“La vera risposta al problema della fame nascosta passa attraverso un approccio integrato in grado di scardinare il circolo vizioso della povertà, della mancanza di condizioni igieniche adeguate, del rallentamento della produttività e del conseguente arresto della crescita economica” ha detto Giangi Milesi, presidente del Cesvi.
 
I Paesi che soffrono di fame nascosta, infatti, hanno anche grosse difficoltà a realizzare a pieno il loro potenziale economico. La carenza di micronutrienti incide sul Prodotto interno lordo (Pil) di uno Stato tanto che secondo le stime dell’Unicef, i Paesi in via di sviluppo soffrano perdite comprese tra lo 0,7 e il 2 per cento.
 
Una dieta varia
Tra le soluzioni, c’è l’aumento della diversità della dieta. “Una dieta a base di cereali, legumi, frutta, verdura e alimenti di origine animale – si legge nel rapporto – costituisce un’alimentazione adeguata per la maggior parte delle persone, anche se certi gruppi specifici, come le donne incinte, potrebbero avere bisogno di integratori”.
 
L’unico micronutriente a fare eccezione è lo iodio: “La concentrazione di iodio negli alimenti dipende dal terreno in cui sono stati coltivati. La soluzione al problema – secondo Leclercq – è quella consigliata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e cioè l’uso di sale iodato che, però, è più diffuso nelle zone povere del mondo che in Europa dove la sensibilizzazione al problema non è sufficiente. In ogni caso il sale va utilizzato in piccole quantità per evitare l’aumento della pressione arteriosa”.
 
Soluzioni che, oltre ad azioni specifiche da parte di governi e organizzazioni internazionali, hanno bisogno di essere comunicate per aumentare conoscenza e consapevolezza nella società civile. Due fattori rimarcati dallo stesso Milesi durante la presentazione del GHI 2014, avvenuta presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) di Milano, secondo il quale c’è bisogno di cambiare i comportamenti e gli stili di vita al fine di migliorare la salute di uomini e donne. Per le donne cambiare significa anche aumentare, a tutti i livelli, il loro grado di emancipazione.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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