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Il pili pili dello Zambia: la salsa piccante che accende il palato

Gusto / -

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Per chi ama i gusti decisi, ecco una salsa a base di peperoncini tritati, buccia di limone, cipolla, aglio, pepe, sale, succo di limone, paprika, pimento, origano, basilico e alloro. Si usa per insaporire le zuppe e le minestre di verdure, oppure il pesce e le carni.

Lo Zambia è un Paese che basa il consumo interno sulla produzione di mais, sorgo, riso, miglio e manioca, mentre la canna da zucchero, le arachidi e il caffè sono dedicate all’esportazione. La cucina unisce pesce, carne (principalmente di pollo) e le verdure. Tra i piatti principali c’è il porridge, chiamato nshima, preparato con sorgo o granturco. Il pasto è un importante momento di socializzazione: si mangia da un piatto comune, prendendo il cibo con la mano destra.
 
Dalle zuppe alla carne: il gusto piccante è servito
Il peperoncino pili pili che è il frutto della pianta Capsicum frutescens. È un peperoncino particolare, molto piccante, che diventa il protagonista di una salsa con lo stesso nome che unisce peperoncini tritati, buccia di limone, cipolla, aglio, pepe, sale, succo di limone, paprika, pimento, origano, basilico e alloro. Viene usata per profumare gli oli vegetali, da mettere sulle patate o su tuberi vari, oppure per insaporire le carni o il pesce arrosto. È ottima anche per dare un gusto deciso alle minestre e alle zuppe di verdure. Tra i piatti più gustosi c’è il pollo piri piri, una ricetta veloce e molto saporita, che unisce la delicatezza delle carni bianche con l’aroma particolare delle spezie.
 
Chikanda: una torta sostanziosa
Richiede una lunga preparazione, ma ne vale la pena: la chikanda, è un piatto sostanzioso e saporito, una sorta di torta composta da arachidi tritate, acqua, sale e chikanda, una radice africana tipica dell’Africa, simile a una patata.
 
 
Si possono scoprire le specialità dello Zambia nel Cluster Frutta e Legumi a Expo Milano 2015
 

Lester Brown. La sicurezza alimentare è in mano ai ministri dell’energia

Sostenibilità / -

Lester Brown
© Wally McNamee_CORBIS

In occasione della presentazione del suo ultimo libro abbiamo incontrato Lester Brown. Dopo una vita passata a fare i check-up sulla salute del pianeta con i rapporti annuali State of the World del World Watch Institute il grande studioso americano, ora a capo dell'Earth Policy Institute, sposta la sua attenzione su quello che definisce l'anello debole della nostra società: il cibo.

Mentre il Pianeta si riempie di persone, i piatti si svuotano. Lo dice il titolo del suo ultimo libro: “Full Planet, Empty Plates”. Sembra anche colpa dei cambiamenti climatici, che pensavamo fossero lontani da noi, che vedevamo come un insieme di grafici, numeri, termini astrusi, i cui effetti ci stanno arrivando a tavola. Come siamo arrivati a questa situazione?
Sapevamo da tempo che i livelli di CO2 nell'atmosfera avrebbero causato il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Negli Stati Uniti nel 2013 abbiamo avuto la peggiore siccità della storia. Il risultato è che il raccolto di grano è molto più scarso della norma e i prezzi sono aumentati, come quelli del mais e della soia. In questa situazione le riserve di cibo nel mondo si riducono e il cambiamento climatico gioca un ruolo importante. E la siccità della scorsa estate sta continuando, non è finita. Il grano piantato tra settembre e ottobre non crebbe bene perché non c'era abbastanza umidità nel suolo per la germinazione. I raccolti statunitensi potranno essere ancora scarsi e questo si ripercuote in tutto il mondo.

“Il cibo è importante come il petrolio" in questo periodo storico. Lo scrive nel suo libro. Cosa intende?
Il petrolio era una risorsa chiave. Chi controllava il petrolio controllava il suo costo. Adesso nel mondo il cibo sembra essere diventato il nuovo petrolio, ed è la geopolitica del cibo che controlla la terra e le provviste di cibo. Come l'Arabia Saudita era l'attore dominante per quanto riguardava il petrolio, gli Stati Uniti lo sono per il mais. Gli Usa sono i principali produttori ed esportatori di questo cereale, controllano una larga porzione delle esportazioni, ma ora le riserve si stanno riducendo e i prezzi si stanno alzando.
 
Lei è noto per la serie di studi legati al denominatore concettuale "Piano B”. C’è un “piano B” per il cibo?
Non abbiamo risolto i problemi della deforestazione, dell'erosione del suolo, il prosciugamento delle falde acquifere, la pesca indiscriminata, l'innalzarsi dei livelli di CO2 nell'atmosfera e se questi trend continueranno, alla fine saremo nei guai anche per quanto riguarda il cibo. Siamo in un'epoca di transizione da un'era dominata dal surplus alimentare - la seconda metà del Ventesimo secolo - a una che credo sarà dominata dalla scarsità alimentare. Proprio per questo io parlo di una nuova geopolitica del cibo.
 
In questi anni sono state lanciate diverse iniziative per diffondere consapevolezza sul costo ambientale di quello che mangiamo, e questo sarà uno dei temi di Expo Milano 2015, sul cui sito ci sarà anche un calcolatore dell’impatto di ogni ricetta. Cosa pensa di questi nuovi strumenti digitali?
Contribuiscono certamente a far crescere la consapevolezza e la comprensione della situazione che riguarda il cibo, perché prima di affrontarla in modo efficace, dobbiamo capire che è necessario fare dei cambiamenti e sostenere i leader politici che vogliono realizzarli. La sicurezza alimentare probabilmente adesso sarà influenzata più dai ministri dell'energia che da quelli dell'agricoltura perché solo i ministri dell'energia possono ridurre le emissioni di CO2: questa è la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare nel mondo. Dobbiamo considerare dove sta andando il mondo e la mia generazione è sicuramente responsabile per dove il mondo è ora. La questione è come possiamo cambiare direzione, come possiamo riforestare la terra, o come possiamo tagliare in tempi brevi le emissioni di CO2, come possiamo accelerare il passaggio da combustibili come carbone e petrolio al sole per esempio. Possiamo fare questa transizione, abbiamo tutte le tecnologie necessarie: per esempio al posto di usare auto a benzina, possiamo usarne di elettriche, con l'elettricità che viene da impianti eolici. Il vento c'è sempre, il carbone no: in più, la quantità di vento che usiamo oggi non incide su quanto ne avremo a disposizione domani. Siamo allo stadio iniziale di quella che sarà una ristrutturazione totale nel mondo dell'energia e dell'economia.
 
In Italia da sempre abbiamo una forte cultura gastronomica, esiste un filone letterario legato al cibo e oggi su quasi ogni canale televisivo c'è un programma di cucina. È una cosa buona?
Probabilmente è una cosa buona, ma è importante non preoccuparsi solo per come preparare il cibo, perché non bisogna dimenticare cosa succede nel mondo ad altre persone. Una delle conseguenze del prezzo raddoppiato del grano negli ultimi anni è che persone dei paesi in via di sviluppo non possono procurarsi il cibo ogni giorno. In Nigeria, Etiopia, India, Perù sempre più famiglie adesso pianificano giorni senza cibo. In Nigeria lo fa il 27% della popolazione: così la domenica sera si siedono e decidono quanto cibo possono procurarsi quella settimana e quanti giorni mangeranno, e forse decideranno che il mercoledì e il sabato non lo faranno. Sta diventando un fenomeno diffusissimo: mi sono occupato di queste questioni a lungo, ho vissuto nei villaggi indiani nel 1956, ma non ho mai visto una situazione come questa prima d'ora. I paesi industrializzati, in particolare gli Stati Uniti, dovrebbero occupare posizioni meno preponderanti nella catena alimentare: consumare troppi grassi è dannoso sia per la salute – l'obesità è diventata un problema negli Stati Uniti – e blocca le risorse per altre persone nel mondo.
 
Ma noi siamo in Italia. Parlando di cibo, c'è un nostro piatto che preferisce?
La cucina italiana mi piace molto perché credo che sia efficiente e sostenibile. In particolare mi piace il Parmigiano. Anche perché l'associazione agricola dei produttori di Parma mi diede un premio ambientale, in qualche modo devo essergli grato.
 
Edizioni Ambiente

Brunei, sicurezza alimentare senza danneggiare la mega-diversità

Cultura / -

 
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© Keren Su/Corbis
© Jacob Maentz/Corbis
© Jacob Maentz/Corbis
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Mari turchesi e foreste lussureggianti sono il biglietto da visita del Brunei, una lingua del Borneo caratterizzata dalla mega-diversità. La primordiale giungla, di 130 milioni di anni e ricca di quasi 15.000 specie di piante, offre rifugio a una straordinaria varietà di animali. Il Governo locale sta sviluppando strategie per garantire un’agricoltura in grado di sfruttare nuove conoscenze e tecnologie per aumentare la produzione alimentare nazionale in modo sostenibile e responsabile, espandendo i terreni agricoli senza sacrificare la terra attualmente disponibile.

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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