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Roberto Brazzale. Vi spiego perché l’Italian Sounding può aiutare il Made in Italy

Economia / -

imm rif Roberto Brazzale

Roberto Brazzale è un italiano fuori dagli schemi e un agricoltore globale. Discendente di un’antica famiglia di allevatori veneti e imprenditore agricolo all’estero, produce formaggi DOP in Italia, ma allo stesso tempo grana in Repubblica Ceca e carne di manzo in Brasile. Secondo la sua visione, il cosiddetto Italian Sounding non danneggia il Made in Italy, ma anzi è un grande volano per l’agroalimentare italiano.

Dottor Brazzale, ci parli di lei: chi è Roberto Brazzale e cosa fa?
Appartengo alla settima generazione di famiglia. Dal settecento almeno, produciamo burro e formaggi, oggi con i marchi Burro delle Alpi, Gran Moravia, Alpilatte, Zogi e molti altri. Siamo originari dell’altopiano di Asiago da dove, oltre un secolo fa, i nostri antenati si sono trasferiti a Zanè, presso Thiene, per realizzare il primo impianto industriale. Oggi l’azienda ha impianti in Italia, Republica Ceca, Brasile. Abbiamo aperto un caseificio anche in Cina per produrre i formaggi freschi per quel mercato. Continuiamo a fare i prodotti della nostra tradizione, evolvendoli sia nelle ricette sia nella loro allocazione nelle regioni più vocate del mondo, specie attraverso filiere produttive all’avanguardia negli standard ecologici, fuori ed oltre i sistemi delle DOP. Abbiamo sviluppato una nostra catena al dettaglio in Repubblica Ceca e Cina, che conta diciotto negozi, in aumento costante, per oltre un milione e mezzo di clienti all’anno, dove vendiamo la stragrande maggioranza di prodotti realizzati in Italia. Il nostro principio è quello di fare le cose dove riescono meglio, per dare al consumatore prodotti più buoni e più convenienti.

C’è chi la accusa di Italian Sounding, lei come risponde?
Il concetto di Italian Sounding è l’ultima, disperata spiaggia dei richiedenti protezione. Viene presentato come fosse un illecito quando quel concetto sta semplicemente ad indicare l’uso della lingua italiana per prodotti che hanno già la loro denominazione universale nella lingua italiana o ad essa si ispirano, o l’uso di richiami all’Italia ed alla sua tradizione. Il cosiddetto Italian Sounding non viola né norme di tutela della DOP né fattispecie penali ingannevoli, altrimenti si attiverebbero gli appropriati e doverosi sistemi di repressione. È un normale fenomeno commerciale che interessa tutto il mondo, da sempre: si pensi all’uso universale di termini come hamburger o würstel, è forse german sounding? O chewing gum o hot dog, è american sounding? O vodka, russian sounding? E questi sono solo i primi che mi vengono in mente. Nessuno si è mai sognato di vietarne l’uso nel mondo. Quando non sconfina nell’illecito, l’Italian Sounding è una prassi obbligata e validissima per spiegare al consumatore che prodotto ha davanti, a quale tradizione appartiene, pur non provenendo necessariamente da una certa nazione. Un würstel non è altrimenti definibile con efficacia di fronte al consumatore, anche se prodotto a Varese. L’ostilità verso l’Italian Sounding è ridicola se pensiamo come l’uso di nomi e richiami italiani nel mondo aiuti a mantenere vivo l’interesse per la nostra nazione ed i suoi prodotti originali, a farla conoscere, evitandone l’oblio o l’irrilevanza. In realtà l’Italian Sounding è un grande volano che traina il commercio di tutti i nostri prodotti originali. Il problema nasce quando questi non possiedono qualità distintive rispetto a quelli stranieri, pregi ulteriori che ne giustificano il maggior prezzo. E’ qui che casca l’asino e le corporazioni dei produttori che non riescono a stare sul mercato senza il supporto ed i favori dello stato e della politica, chiedono di essere protette per legge dalla concorrenza, non dagli illeciti, a danno della varietà dell’offerta e contro il consumatore. Nel caso del nostro Gran Moravia [il formaggio grana prodotto da Brazzale SpA in Repubblica Ceca ndr] usiamo l’italiano e ci mancherebbe! Usiamo l’italiano in quanto nostra lingua madre, assieme al veneto, e lingua del maggior numero dei nostri consumatori.  Non mi risulta ancora che il Devoto Oli e la lingua di Manzoni siano stati regalati in via esclusiva a qualche Consorzio di Tutela. Dovrei usare il ceco? E come capirebbero gli italiani che il nostro grana è fatto in Moravia se non lo dico loro in italiano?
 
Lei afferma che il Made in Italy agroalimentare non può espandersi oltre perché, anche volendo, il territorio agricolo italiano oggettivamente non riuscirebbe a produrre abbastanza da soddisfare le richieste del mercato globale, ci può spiegare meglio questo concetto?
Il territorio coltivabile in Italia è metà di quello spagnolo o francese; solo 2,9 ettari per abitante contro i 4,7 della media europea. La nostra agricoltura, in termini di quantità, non può più crescere, a fronte di una domanda mondiale prevista in aumento per decenni e a un deficit interno generalizzato che nel latte supera il 30%. L’unico modo per farlo è importare dall’estero materie prime dei processi zootecnici, come cereali, oleaginose o foraggi, oppure andare a gestire all’estero processi produttivi, dove ci sono terra e risorse ideali. Noi lo abbiamo fatto in Brasile per il bestiame da carne e in Repubblica Ceca per il latte. Il prodotto lì realizzato dai nostri tecnici è fantastico e gli standard ambientali e di sostenibilità all’avanguardia mondiale.
 
Parlando della sua attività di imprenditore agricolo all’estero, lei sostiene che sono più italiani i suoi prodotti rispetto a tanti altri realizzati in Italia, cosa intende esattamente?
Cosa significa Made in Italy? Significa fatto sul territorio italiano? Sì, ma che cosa? Il prodotto finale, ad esempio il latte, o le materie prime di partenza? E se le materie prime provengono in gran parte dall’estero come soia, mais e foraggi, come la mettiamo? E se il lavoro è prestato in maggioranza da stranieri? Noi sosteniamo che il cosiddetto Made in Italy non esiste, o almeno non nel senso che gli si attribuisce normalmente, perché andrebbe valutato ogni singolo caso separatamente. Ogni processo produttivo agricolo ed agroindustriale è il risultato di una somma di fattori dall’origine più disparata. Piuttosto, quello che andrebbe valutato è quanta “italianità” c’è in un prodotto. Italianità intesa come combinazione di territorio, fattore umano, cultura. Quando questi fattori ricorrono in modo ragionevolmente significativo, il prodotto deve essere definito “italiano”, perché apporta una quota significativa di valore aggiunto agli italiani e all’Italia, anche se alcune fasi della sua catena produttiva sono realizzate all’estero o con prodotti nati all’estero. In questo senso, il Gran Moravia si può definire “italiano” perché è un formaggio grana della nostra tradizione, fatto in un caseificio totalmente italiano come tecnologia e proprietà, pur sito in Moravia, con processi governati da personale italiano, usando un latte prodotto in Moravia secondo disciplinari studiati e verificati da tecnici italiani. Successivamente, le fasi di stagionatura, confezionamento e commercializzazione sia interna che nel mondo sono completamenti realizzate in Italia da personale italiano. E il prodotto stesso è destinato a consumatori di cucina italiana. Per questo noi pensiamo che il concetto di Made in Italy dovrebbe essere superato o abbinato a quello di “prodotto italiano”, in questo senso. Preso alla lettera, come si usa fare, il concetto corrente di Made in Italy è spesso ingannevole, perché allude a caratteristiche che frequentemente non ricorrono o ricorrono in misura non significativa. Oggi si definisce senza esitazione Made in Italy un formaggio DOP fatto a Brescia con latte proveniente da vacche che a suo tempo furono acquistate come manze gravide in Baviera, nutrite con soia brasiliana, mais americano ed erba medica disidratata spagnola, inseminate artificialmente con tori canadesi, controllate da un podometro israeliano, in una sala di mungitura tedesca, un latte munto da ottimi bergamini pakistani o albanesi, trasportato da un autista bosniaco, cagliato da un casaro moldavo che ha per scottone un ghanese ed usa un caglio danese, formaggio conservato in magazzino da un bangladese. Il tutto sopra un podere concimato con potassio canadese e concimi tedeschi, arato con trattori americani e seminato con ibridi francesi. Mi dica lei, perché un formaggio così dovrebbe essere più italiano del Gran Moravia?

Lei ha detto che l’Italian Made, ovvero l’imprenditoria agroalimentare italiana all’estero, può dare lavoro a molti giovani italiani e al tempo stesso aiutare lo stesso Made in Italy: in che modo?
Dati i limiti strutturali dell’agricoltura italiana, le imprese di trasformazione, che detengono il vero saper fare che ci distingue nel mondo, possono sviluppare valore aggiunto e occupazione solo se manipolano in Italia materie prime prodotte all’estero da stranieri o realizzate in processi governati dagli stessi italiani, oppure se sviluppano propri stabilimenti all’estero per trasformarvi materia prima locale, come è il nostro caso. Questa opportunità non dovrebbe essere boicottata ma riconosciuta e apprezzata apertamente, anche dalla politica e dalla cittadinanza, perché apre delle prospettive di sviluppo illimitate per il Paese. Gli italiani le cose buone le sanno fare ovunque, non solo nelle zone tipiche, non solo in Italia e non solo con materie prime italiane. Anzi, molto spesso le materie prime realizzate all’estero sono molto più appropriate per produrre prodotti della tradizione italiana, che ne risultano più buoni, più sani, più convenienti. Un incremento complessivo dei volumi delle imprese di trasformazione potrebbe portare beneficio anche agli agricoltori italiani perché le industrie a cui forniscono oggi la loro materia prima diventerebbero più competitive ed efficienti, più forti nell’export che traina i loro prodotti, più concorrenziali anche sul mercato interno dove si contendono le materie prime italiane, alle quali nessuno rinuncerà mai. Non parliamo, poi, dei benefici che avrebbero i disoccupati italiani, il consumatore e l’intero sistema economico. Rinunciarvi significa regalare questo grande mercato agli stranieri e non, invece, proteggere i prodotti Made in Italy, come qualcuno pensa. Oggi manca totalmente il riconoscimento di questi dati di fatto, il riconoscimento cioè che il Made in Italy è anche quello realizzato dall’industria italiana con materia prima prodotta fuori dai confini. Se ciò non avviene è perché l’Italia è condizionata da una cultura retrograda e corporativa che risponde solo ai supposti interessi sindacali di chi possiede la terra. Questa distorsione ci sta costando molto caro e ci sta facendo perdere posizioni che non recupereremo più. E sta costando molto caro agli stessi agricoltori.
 
Secondo lei quali sono i problemi dell’agricoltura italiana? Quali le strategie per affrontarli?
Il problema cruciale è quello della insostenibilità per il settore primario a causa dell’entrata nell’Euro senza aver prima riformato il sistema e ridotte le sue inefficienze, traguardo a mio parere illusorio che rende impossibile nel lungo termine la tenuta della moneta unica. Oltre a questo, l’Italia ha commesso l’errore di chiudersi in un grottesco protezionismo auto celebrativo. Ha costruito nel tempo un sistema inefficiente, corporativo e consociativo, dominato da sindacati, consorzi e politica, che reclama  protezionismo, ottiene la legalizzazione dei cartelli, rifiuta l’evoluzione tecnologica e il confronto concorrenziale, disinforma e spaventa sistematicamente il consumatore denigrando immotivatamente la concorrenza estera; un sistema che sta lentamente portando l’agricoltura ad una insostenibile arretratezza, molto pericolosa, che viene confusa con la tradizione.  Le ricette? Sempre le solite: più concorrenza, meno interferenza della politica, più tecnologia, più apertura al mondo, più coraggio imprenditoriale.
 
 

12 maggio 1803. Liebig, il dado e la legge del minimo

Cultura / -

© Heritage Images_Corbis
© Heritage Images_Corbis

Chimico tedesco, è stato un controverso ma straordinario figlio dell'Ottocento. Considerato uno dei padri dell’agricoltura chimica moderna, vanno sottolineate le sue idee riguardanti l’importanza della materia organica nel terreno, da conservare con l’aggiunta di concimi organici e non solo con gli artificiali.

Figlio di un droghiere, Justus von Liebig (1803-1873) a ventidue anni è già professore ordinario di chimica nell'Università di Giessen. A lui e alle sue molteplici scoperte si deve lo straordinario sviluppo della chimica  in Germania durante il XIX secolo. E’ uno dei primi chimici organici del mondo e indaga le basi chimiche dei fenomeni vitali. Elabora il metodo di dosaggio del carbonio e dell’idrogeno nelle sostanze organiche. Concepisce la teoria dei cicli del carbonio e dell’azoto in natura. Nel 1840 si occupa di chimica agraria e chiarisce il meccanismo d’azione dei concimi nel terreno. Nel 1865 fonda la compagnia Liebig per produrre l'estratto di carne di sua invenzione, come alternativa economica e nutriente alla carne, e adotta come sistema per promuoverlo le famose figurine Liebig, emesse per la prima volta nel 1872, che renderanno il suo nome popolare nel mondo.
 
La legge del minimo
La legge di Liebig (o legge del minimo) è un principio di agronomia. Afferma che la crescita di una pianta è controllata non dall'ammontare totale delle sostanze nutrienti disponibili, bensì dalla disponibilità di quella più scarsa. Nella formulazione originale la legge di Liebig diceva: “La crescita dei vegetali è determinata dall’elemento che è presente in quantità minore rispetto ai fabbisogni”. Successivamente la legge è stata ampliata estendendola alle modalità di crescita di qualsiasi popolazione vivente in un ecosistema: “La crescita di un individuo (o di una popolazione) in un ecosistema è determinata dal fattore ecologico che è presente in quantità minore rispetto alle necessità”. Tale fattore è detto “fattore limitante” perché di fatto determina il limite massimo di crescita delle popolazioni.

Questo concetto, applicato alla coltivazione delle piante o dei raccolti, spiega che l'aumento delle sostanze nutrienti già abbondantemente disponibili non migliora la crescita. Solo l'aumento di somministrazione della sostanza nutriente più carente causa un miglioramento nel fattore di crescita delle piante o dei raccolti. Per esempio: se la crescita di una pianta è stentata perché è l’acqua ad essere scarsa, è inutile aumentare il concime.
 
Nessun anello mancante in natura
"Confesso volentieri che l’impiego dei concimi chimici era fondato su supposizioni che non esistono nella realtà. Questi concimi dovevano condurre a una rivoluzione totale dell’agricoltura. Il concime di stalla doveva essere completamente abbandonato, e tutte le sostanze minerali asportate dalle coltivazioni dovevano venire rimpiazzate con concimi minerali. Il concime avrebbe permesso di coltivare sullo stesso campo, con continuità e in modo inesauribile, sempre la stessa pianta, il trifoglio, il grano ecc., secondo il piacere e le necessità dell’agricoltore. Avevo peccato contro la saggezza del Creatore e ho ricevuto la giusta punizione. Ho voluto portare un miglioramento alla sua opera e nella mia cecità ho creduto che nel meraviglioso concatenamento delle leggi che uniscono la vita alla superficie della terra, rinnovandola continuamente, un anello fosse stato dimenticato, che io povero verme impotente dovevo fornire. La mia ricerca sul suolo mi conduce ora a dichiarare che sulla superficie esterna della terra, la vita biologica si svilupperà sotto l’influenza del sole. Il grande Maestro e Costruttore ha dato ai frammenti della terra la capacità di attrarsi e di contenere in se tutti gli elementi necessari per nutrire piante e animali, così come un magnete trattiene le particelle di ferro, senza perderne neppure una. (…)
Dopo che ho imparato il motivo per cui i miei fertilizzanti non erano efficaci nel modo giusto, mi sono sentito come una persona che ha ricevuto una nuova vita. Finalmente tutti i processi di coltivazione si possono spiegare sulla base delle leggi naturali che li governano. Ora che il principio è noto e chiaro agli occhi di tutti, rimane solo lo stupore per non averlo scoperto molto tempo fa"
da “Die Grundsatze der Agrikulturchemie mit Rucksicht auf die in England angestellten Untersuchungen”, Braunschweig, 1855.
 
Eredità e attualità della sua opera
Liebig ha descritto il ciclo dell'azoto, l'elemento essenziale per le proteine e per la vita, che i vegetali assorbono dal terreno. Ha spiegato che le colture agricole intensive consentono più elevati raccolti per ettaro, ma impoveriscono il terreno di elementi nutritivi (l'azoto, appunto, ma anche il fosforo e il potassio) e che la fertilità del suolo può essere di nuovo aumentata applicando concimi artificiali.
Ma occorre farlo “con cautela”, scrisse Liebig, proprio come dicono oggi ecologi e ambientalisti, perché un eccesso di concimi artificiali, al di là di un limite, peggiora, anziché aumentare, la produzione agricola: la "legge del minimo" di Liebig ha anticipato il grande movimento dei limiti alla crescita sviluppatosi centoventi anni dopo, negli anni ‘70 del Novecento. Nel terreno, piuttosto, occorre applicare concimi organici naturali, come raccomandano di fare i coltivatori dell'agricoltura biologica. I quali hanno, anche loro, motivo di ispirarsi all'opera di Liebig.
 
Nel Padiglione Zero a Expo Milano 2015 viene raccontata la storia dell’uomo sulla Terra attraverso il suo rapporto con la natura e con il cibo: il visitatore è immerso in un percorso nelle trasformazioni del paesaggio naturale, nella cultura e nei rituali del consumo nella storia.
 

Il Bangladesh, dove il riso ha un cuore sostenibile

Cultura / -

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Il Bangladesh è una terra dalle antichissime origini, nata sotto l’influenza della cultura indiana oggi è una delle massime produttrici di riso al mondo. La musica, la letteratura e soprattutto la cucina rappresentano tutta l’importanza della cultura bengalese nel mondo. A dimostrarlo il Padiglione a Expo Milano 2015.

Esotica e fiabesca la storia del Bangladesh, l’antico Bengala, è costellata di intrighi e di
conflitti che, più o meno romanzati dal tempo, hanno visto affrontarsi nei secoli le
popolazioni che si contendevano questa splendida terra. Il commercio è sempre stato la
principale attività di sussistenza del Paese e, dopo la breve dominazione portoghese, a
dare una netta conformazione portuale alle città sorte lungo il Golfo del Bengala. Stretto
nell’abbraccio delle terre più orientali dell’India, sotto il dominio inglese del
Commonwealth, il Bangladesh ha raggiunto la sua indipendenza nel 1971, mentre le
prime elezioni democratiche si sono tenute solo nel 1991. Nonostante i conflitti che hanno
percorso questo Paese la cultura bengalese non è mai stata abbandonata, il Bangladesh
conserva infatti la tradizione musicale, molto vicina a quella indiana, la cui massima
espressione è rappresentata dalla lirica accompagnata dai tipici strumenti monocorda, gli
ektara. Il patrimonio letterario bengalese è poco conosciuto, ma è ricco di antichissime
opere a carattere religioso che rievocano le storie degli eroi bengalesi.
 
Il riso e la frutta, due alimenti fondamentali per la cucina bengalese
La cucina tipica del Bangladesh è caratterizzata dalla preparazione del riso, spesso
condito con il curry e accompagnato dalla carne di pollo o di pesce. Il cibo bengalese è
spesso speziato ed esclude per motivi religiosi la carne di maiale, i piatti tipici sono infatti il
Biryani, preparato con riso, pollo, uova e verdure, e il Pilao, una sorta di riso fritto con
carne e legumi. In Bangladesh, a tavola si bevono le spremute di frutta, soprattutto mele,
mango e lime e latte di cocco, e naturalmente il tè, di cui il Bangladesh conta una
ricchissima varietà. La frutta è la regina della cucina bengalese e compone anche la
maggior parte dei dolci, solitamente a base di riso, miele e frutta secca.
 
Un Padiglione mirato alla sostenibilità
Il Padiglione del Bangladesh, all’interno del Cluster del Riso, presenta la forte vocazione
agricola e commerciale del Paese, da sempre concentrato nella produzione e nella
lavorazione del riso. All’interno del Padiglione, la visita si concentra sul tema della
sostenibilità e di come il Paese sia riuscito a raggiungere una produzione alimentare
sufficiente per il fabbisogno della popolazione grazie all’impiego di metodi di produzione e
di tecnologie innovative. Inoltre, un’intera parte della mostra è dedicata ai risultati del
Bangladesh Rice Research Institute sull’adattamento delle colture del riso ai cambiamenti
climatici.
 
 
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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