Questo sito web utilizza cookie tecnici per assicurare una migliore esperienza di navigazione; oltre ai cookie di natura tecnica sono utilizzati anche cookie di terze parti. Per saperne di più e conoscere i cookie utilizzati accedi alla pagina Cookie.
Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.

Continua

Paolo De Castro. Il futuro del cibo

Economia / -

de castro

Trattati multilaterali. Ritorsioni commerciali. Battaglie per il cibo, la terra e il clima. Uno dei maggiori esperti di politiche agricole in Italia e in Europa, Paolo De Castro, già ministro dell'Agricoltura e ora Relatore del Parlamento europeo per Expo 2015, fa il punto sulle scelte che influenzeranno il nostro stile di vita negli anni a venire.

Parlare di ‘made in Italy’ è facile: agricoltura di qualità, bio, no Ogm, piatti tipici (di cui l’Italia ha il primato in Europa) e tradizionali. Possiamo trovare comun denominatori altrettanto forti per il cibo ‘made in Europe’?
L’Italia può vantare, più di altri Paesi europei, una tradizione e prodotti agroalimentari di grande qualità riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Per quanto riguarda il ‘made in Europe’, possiamo ragionare in maniera più ampia, facendo affidamento alla qualità di ciò che mangiamo garantita dai stringenti controlli comunitari lungo tutta la filiera produttiva e da una trasparente informazione ai consumatori. Ma attenzione, la questione va valutata attentamente anche nel contesto dei trattati multilaterali di commercio sottoscritti dall'Ue. In questo ambito la questione dell'etichettatura di origine si è rivelata sempre piuttosto delicata. Con l’obiettivo di valorizzare ulteriormente queste caratteristiche, partirà nel 2015 la nuova campagna di promozione per i prodotti agricoli Ue “Enjoy, it’s from Europe”, un marchio di garanzia qualitativa che vuole contribuire a incrementare il valore dell’export, creando nuove opportunità di crescita per le imprese e nuovi posti di lavoro.
 
A settembre lei ha messo tutti in guardia dal sottovalutare gli effetti dell’embargo russo sull’Europa. A conti fatti, quali sono le ripercussioni sull’agricoltura italiana, su quella europea, delle ritorsioni commerciali imposte dalla Russia quest’estate?
Il ping-pong tra sanzioni e misure restrittive tra Ue e Federazione Russa sta danneggiando gravemente il settore agroalimentare europeo. Un settore che ha bisogno di sostegno e che invece sta pagando pesantemente i danni di una crisi diplomatica che non ha neanche in parte concorso a generare. Le ripercussioni sono gravi, soprattutto in prospettiva: il blocco delle esportazioni imposto a numerosi prodotti agricoli e alimentari vede di fatto la sparizione di un mercato estero importantissimo per l’Italia e l’Europa, mercato che negli ultimi anni si è confermato in costante crescita. Il rischio è che la lista dei prodotti colpiti da embargo venga ulteriormente estesa, rendendo irreversibile il danno generato da una politica che deve tornare a lavorare sul fronte diplomatico, ripristinando i rapporti commerciali preesistenti. Sul versante delle istituzioni europee, il Parlamento e il Consiglio Agricoltura si oppongono alla proposta della Commissione Ue di tagliare il bilancio agricolo di 448,5 milioni di euro per far fronte ai danni subiti proprio a causa dell’embargo russo e di altre emergenze. Sarebbe davvero una beffa intollerabile che l’agricoltura europea pagasse due volte per una colpa non sua.
 
Da anni l’Italia si batte a Bruxelles per rafforzare la tutela dei propri prodotti tipici. Ultimamente abbiamo conseguito molti successi, uno tra questi riguarda i produttori di Parma che prima dell’accordo Ue-Canada non potevano esportare i propri prosciutti nel paese nord-americano perché il marchio ‘Parma Ham’ era registrato da produttori canadesi. Quali leve abbiamo per crescere in questa direzione?
È vero. Anche grazie all’impegno dell’Italia in Europa, le battaglie per la tutela delle produzioni tipiche di qualità hanno portato risultati importanti. Se pensiamo proprio all’accordo di libero scambio Ue-Canada, si è compiuto un importante passo in avanti che apre nuove opportunità di crescita per le imprese agroalimentari europee e in particolare per le produzioni di qualità italiane. Per il nostro Paese è storico il riconoscimento da parte di Ottawa della tutela per parte delle produzioni di qualità DOP e IGP, con la possibilità di estendere l'elenco dei prodotti ammessi nei prossimi anni. Emblematico il caso del prosciutto di Parma che, dopo vent’anni, può finalmente essere commercializzato nel paese nordamericano e importanti novità riguardano anche il settore lattiero-caseario che vedrà incrementare il proprio volume di esportazioni. Sicuramente l’azione del Parlamento europeo e della sua Commissione Agricoltura, che vede un’alta rappresentanza di paesi mediterranei, ha avuto e continuerà ad avere un ruolo decisivo nel portare all’attenzione di Commissione e Consiglio le priorità del settore, mettendo in campo tutti gli strumenti necessari per la sua crescita. Crescita che oggi vede proprio nei mercati esteri uno sbocco necessario e nei negoziati con i paesi Terzi attualmente in atto - in primis quello con gli Usa (Ttip) - una fondamentale opportunità da cogliere.
 
Ci pare che, a partire perlomeno dal 1998, non ci sia stato in Italia nemmeno un ministro dell’Agricoltura favorevole all’introduzione delle coltivazioni Ogm in Italia. Di qualunque partito, di qualunque schieramento. Ogni ministro, naturalmente, si è trovato in un contesto socio-economico diverso, eppure la contrarietà ci pare sia stato un punto fermo di tutti. Lei è stato ministro dell’Agricoltura: quali motivazioni ricorda ci fossero alla base di questa linea?
Come noto, da ministro dell'agricoltura io ho preso posizione a favore della libertà di ricerca pubblica sugli Ogm. Si può certamente discutere dell’opportunità di un loro utilizzo su vasta scala in Europa in riferimento alla necessità di preservare un certo tipo di patrimonio agricolo. È quello che l'Ue sta riconoscendo con le nuove norme che sono allo studio, che prevedono la possibilità per i 28 Stati membri di limitare o bandire la coltivazione di Ogm sul proprio territorio anche se autorizzata a livello Ue.  Ma la ricerca pubblica deve continuare. Negli anni, nel nostro Paese, si è andato via via consolidando un fronte contrario all’impiego di organismi geneticamente modificati in agricoltura. Sicuramente alla base di questo indirizzo c’è stata e c’è ancora la tutela di pratiche produttive sostenibili anche se, nel tempo, lo stesso concetto di sostenibilità ha assunto nuovi significati e declinazioni. Bisogna sempre tenere a mente che, in un futuro segnato dalla scarsità di risorse naturali in cui bisognerà garantire cibo e acqua a un numero sempre maggiore di persone, sarà necessario tornare e, per chi lo fa già, continuare e a investire risorse pubbliche in innovazione e ricerca in campo agricolo, incluse le tecniche di ingegneria genetica.
 
Lei è stato tra i primi a lanciare l’allarme sul fenomeno del land grabbing con il suo libro Corsa alla terra: in Italia il dibattito è ancora all’inizio, ma quali effetti negativi potrebbe portare questo fenomeno anche sulla nostra economia agroalimentare?
Il cibo è la grande sfida del futuro. La crescita dei consumi alimentari, accompagnata da una variabilità climatica straordinaria, sta generando fenomeni tipici delle cosiddette situazioni di scarsità delle risorse naturali. La volatilità dei prezzi, la competizione nell’uso dei suoli – da cui la ribalta del cosiddetto ‘land grabbing’, l’accaparramento di terre in paesi in via di sviluppo da parte di compagnie transnazionali, governi stranieri e soggetti privati -, gli allarmi sulle speculazioni finanziarie, la rivisitazione dei comportamenti commerciali di grandi player mondiali, sono tutti fenomeni urgenti e che riguardano da vicino ognuno di noi. Ma si tratta di questioni globali, che come tali vanno affrontate. La nostra economia agroalimentare è chiaramente parte di questo sistema che deve organizzarsi per reagire e governare i cambiamenti in atto. Per questa ragione, è necessario aprire un confronto ampio, di portata internazionale, in cui si possano analizzare scenario, nuove esigenze e nuovi obiettivi. Ed Expo 2015 è l’occasione per farlo.
 
Uno dei filoni d’indagine che ci interessa di più in Expo 2015 è la comprensione di quali materie prime alimentari, oggi diffusissime, potrebbero essere a rischio in futuro, per cause come i cambiamenti climatici, l’esplosione demografica, l’arricchimento di India, Brasile e Cina. È anche appena uscita su The Guardian un’inchiesta secondo cui caffè, grano, ma anche lo sciroppo d’acero, sono a rischio per i riscaldamento climatico: Eight foods you're about to lose due to climate change
Si, conosco l'articolo. L'impatto potenziale dei cambiamenti climatici sull'agricoltura è stato documentato anche dall'Intergovernmental Panel on Climate Change con simulazioni che fanno spavento, soprattutto per quanto riguarda l'area mediterranea. Il problema non sono solo le temperature in rialzo ma anche la frequenza di fenomeni climatici estremi. In particolare in Italia, dove l'emergenza idrogeologica è sotto gli occhi di tutti. A fronte di questo scenario, l'agricoltura può agire sia cercando di minimizzare le pratiche colturali che sono più impattanti dal punto di vista delle emissioni, sia favorendo innovazioni varietali ed agronomiche in grado di aumentare la resilienza delle colture e mitigare lo stress climatico. Sono già allo studio varietà di mais in grado di resistere alla siccità. Anche se caratteristiche del genere sono molto difficili da ottenere. Il riso che resiste sott'acqua più tempo di quello convenzionale è stato già inventato nel sud-est asiatico grazie alle biotecnologie e lo chiamano Scuba Rice. La ricerca è sempre la chiave, la tecnologia ha sempre trovato risposte che hanno allontanato l'incubo della fame. Per ribaltare la sua domanda: e se domani alcuni ricercatori in Brasile, dove la ricerca agricola pubblica è finanziata in modo massiccio, inventassero una varietà di caffè capace di resistere più di quello attuale agli stress climatici?
 
È recente la sua nomina a relatore permanente della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo per Expo 2015. Quale sarà il contributo delle istituzioni europee all’Esposizione Universale e quali i temi che porteranno al centro del dibattito?
Le istituzioni europee saranno fisicamente presenti in Expo 2015 all’interno del Padiglione Italia e daranno un importante contributo al dibattito puntando l’attenzione sul ruolo cruciale che cibo e alimentazione avranno nel prossimo futuro per noi tutti. Temi come food security, lotta alla fame e allo spreco alimentare, scarsità di risorse naturali, volatilità dei prezzi alimentari saranno solo alcuni dei focus sui quali si concentrerà l’intervento dell’Europa a Milano. In quell’occasione sarà importante cogliere tutte le opportunità che offerte, mettendo in relazione le diverse realtà e i soggetti presenti. Fare di Expo 2015 un momento di riflessione, anche di svolta del dibattito sul futuro del food, è l’obiettivo che il Parlamento europeo ha perseguito con forza. La nostra proposta, come eurodeputati, di centrare il contributo dell'Ue alla manifestazione su un apporto di tipo scientifico è stata accolta e sviluppata dalla Commissione europea con il comitato strategico (steering committee) creato per lo scopo. L'organismo è presieduto da Franz Fischler e raggruppa studiosi di primo piano provenienti da diverse aree disciplinari (economia, ecologia, nutrizione e food safety, ingegneria) e da istituzioni di tutto il mondo. L'obiettivo è fare dell’Esposizione Universale un momento chiave per il futuro dibattito globale sull'approvvigionamento alimentare. Ma stiamo lavorando affinché il Parlamento europeo faccia ancora di più in questo senso, in termini di valorizzazione del "pensatoio" costituito da Expo 2015 dal punto di vista delle istituzioni europee.
 

Thierry Benoit. Il punto di forza del metodo SRI è la flessibilità

Innovazione / -

Courtesy of IFAD

Grazie al progetto portato avanti da IFAD e Cornell University in Madagascar, le rese dei raccolti di riso sono aumentate. Eppure il Sistema di Intensificazione divide ancora gli esperti. Ecco le ragioni di chi lo sostiene.

Si chiama Sri, Sistema di Intensificazione del Riso (SRI), e potrebbe rappresentare uno dei più grandi sviluppi agricoli per il futuro. Ma, come tutti i potenziali miracoli, appassiona e divide.
A dare il via allo SRI, negli anni Ottanta, fu Henri de Laulanié, un gesuita francese, che osservando attentamente i contadini del Madagascar, mise a punto un sistema che punta a ottenere più raccolti con meno semi, meno acqua, meno fertilizzanti. Come? Con piantine più giovani, piantate singolarmente a distanza di 25 centimetri, acqua a intermittenza, erbacce rimosse frequentemente e precocemente. La reale portata di questo metodo – che è stato perfezionato da Norman Uphoff, docente della Cornell University – è però ridimensionata da altri scienziati e ricercatori, come quelli dell’International Rice Research Institute (IRRI), che ne contestano i risultati e l’applicabilità su larga scala.
Per questo, a margine della Cerimonia ufficiale di premiazione delle Best Sustainable Development Practice di Feeding Knowledge, abbiamo chiesto a Benoit Thierry, country programme manager Asia and Pacific Division di IFAD (International Fund for Agricultural Development) di illustrare i punti di forza del progetto portato avanti con la Cornell University in Madagascar e vincitore nella priorità tematica 2 (Aumento qualitativo e quantitativo della produttività agricola).
 
Il sistema SRI suscita qualche perplessità relativa all’applicabilità su larga scala e all’effettiva produttività. Qual è la sua risposta ai detrattori dello SRI?
Sicuramente c’è ancora bisogno di molto lavoro e di molto impegno, ma, grazie a questo metodo, il reddito per gli agricoltori malgasci è aumentato di oltre il 75 per cento. In realtà, il grande punto a favore dello SRI è che è un sistema molto flessibile. Perché si può usare con semi moderni o con semi tradizionali, con fertilizzanti chimici e con fertilizzanti naturali. Il principale risultato di questo progetto è proprio l’aver dimostrato che ci sono tanti modi di applicare il metodo. Le critiche che abbiamo ricevuto dall’IRRI, per esempio, riguardano il fatto che non abbiamo usato semi moderni. In realtà volevamo dimostrare che, usando i semi locali, si sarebbe potuto ottenere un raccolto superiore al passato. E infatti i semi tradizionali, che consentivano una produzione di 1 tonnellata per ettaro, coltivati con SRI hanno prodotto 6 o 8 tonnellate. Dunque, il potenziale del seme è buono e gli agricoltori, che hanno usato le stessi sementi per secoli, grazie a questa tecnica possono liberare il potenziale genuino contenuto in ogni seme.
 
E questo vale per qualunque Paese?
Sì, perché SRI fu inventato in Madagascar, ma è stato già replicato da ricercatori di altri Paesi. Nelle Filippine, per esempio, lo usano 1 milione di agricoltori e lo stesso avviene in India. Lo SRI esiste dappertutto: in America Latina, Asia, America. E le persone lo adattano alle proprie regioni, utilizzandolo anche per raccolti diversi dal riso: mais, grano, ecc. In sostanza, la persona che ha inventato lo SRI ha solo messo a sistema alcune buone pratiche: utilizzo d'acqua, dei semi, della coltivazione. Lo SRI aiuta gli agricoltori, con tecniche molto semplici, a creare un buon prodotto. Ed è importante che, usandolo, risparmiamo molta acqua!
 
A parte la vostra best practice, quale iniziativa l'ha colpita di più tra le 18 che hanno vinto?
Innanzi tutto, è impressionante vedere così tante buone pratiche venire da molti Paesi del mondo, in una varietà così ampia. Sono molto colpito dalle case history provenienti dal Medio Oriente, specialmente da un Paese come la Siria, dove gli agricoltori, nonostante la guerra, cercano comunque di produrre. Questo è davvero straordinario, poiché dimostra il potenziale del loro Paese, del loro popolo e del loro territorio.
 
La photo story del progetto di Intensificazione del Riso in Madagascar è esposta nell’ultima sala del Padiglione Zero a Expo Milano 2015. Guarda le altre photo story.
 

Tomiyo Yamada, “nonna Expo”. Un viaggio nel mondo senza bisogno del passaporto

Lifestyle / -

©  Barbara Francoli
© Barbara Francoli

La chiamano “nonna Expo”, è Tomiyo Yamada, una signora giapponese di 65 anni, grande appassionata e assidua frequentatrice delle Esposizioni Universali. Ha iniziato recandosi con la sua famiglia a quella di Osaka del 1970, ha poi visitato l’Esposizione di Aichi del 2005, quella di Shanghai nel 2010 e quella di Yeosu del 2012. Lo scorso luglio le è stato consegnato il biglietto numero uno di Expo Milano 2015.

Come è nato il suo interesse per le Esposizioni?
La prima Esposizione Universale che ho visitato fu quella di Osaka nel 1970 in Giappone. Era l’anno successivo all’atterraggio sulla Luna da parte dell’uomo e nel Padiglione degli Stati Uniti ho visto una pietra lunare che mi ha emozionata molto. Per questo motivo sono molto interessata alle Expo, perché sanno emozionare. Per me andare all’Expo, sia quelle universali, sia quelle internazionali,  è proprio una passione. Sono passati dieci anni dall’Expo di Aichi, la seconda Esposizione Universale ospitata dal Giappone, il cui tema era “La saggezza della natura”: mi sembra che Expo Milano 2015 con il Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita prosegua nella spiegazione del messaggio importante del rispetto del nostro ecosistema. 

Cosa la spinge a tornare per più volte alle Esposizioni Universali?
Dopo quella di Osaka, ho visitato l’Expo di Aichi del 2005, l’Expo di Shanghai del 2010 e l’Expo di Yeosu del 2012 . In questa occasione sono andata all’Esposizione ogni giorno: l’ultimo giorno il capo del comitato organizzativo mi ha rilasciato un certificato di frequenza e una lettera d’apprezzamento per una così assidua partecipazione.

Una visita all’Expo per me non è sufficiente. Più visito più imparo: in un’area ristretta posso entrare in contatto con persone provenienti da tutti i Paesi e imparare moltissime cose. Non diamo mai abbastanza attenzione a quello che accade nel nostro mondo, per esempio pensiamo al riscaldamento globale e all’intensificarsi della desertificazione: le Expo ci dicono che dobbiamo affrontare questi temi e sono una scuola dove possiamo imparare molte cose.

Quali sono i Padiglioni che vuole vedere per primi a Expo Milano 2015?
Per prima cosa voglio assolutamente incontrare Foody! Sono molto curiosa di visitare Expo Milano 2015, in particolare il Padiglione Italia, che ha una struttura che mi affascina, perché mi sembra un nido. Poi, visto che sono giapponese, visiterò sicuramente il Padiglione del mio Paese: il Tema di questa Expo è legato all’alimentazione e quando ho avuto problemi di salute la cucina giapponese mi ha aiutata molto. Un’altra cosa che mi sembra speciale e che voglio vedere sono i Cluster. Sono una novità, mi incuriosiscono: si potrà vedere come lo stesso alimento viene interpretato in  maniera diversa dai diversi Paesi.

Quale sarà il suo ruolo per Expo Milano 2015?
Proprio da pochi giorni mi hanno chiesto di diventare ambasciatrice del Padiglione giapponese. Rappresenterò la città di Seto, molto famosa in passato per le ceramiche, utilizzate anche per le preparazioni in cucina.

Il suo Paese d’origine, il Giappone, si presenta a Expo Milano 2015 con un concept basato su due parole chiave, “salute” e “edutainment”, che si riallacciano all’educare divertendo: qual è il messaggio che vuole dare a questo proposito alle giovani generazioni?
Un messaggio importante che voglio che sia trasmesso ai giovani nell’ambito dell’educazione alimentare è quello contro lo spreco. È importante che imparino a rispettare quello che c’è sulla tavola, perché dietro ad ogni alimento c’è il lavoro delle persone, c’è la terra, c’è il nostro ambiente. Ad esempio in giapponese la parola “riso” si scrive con l’ideogramma che richiama il numero “88”, ossia i giorni necessari per la sua coltivazione. Questo ricorda che mangiare può essere una cosa molto veloce, e che non dobbiamo dimenticarci del tempo e del lavoro che occorrono per produrre quello che mangiamo.
 
Che cosa si aspetta da Expo Milano 2015?
Quando una persona va all’estero deve avere il passaporto, all’Expo senza questo documento ci si può sentire in tutti i paesi. Il cibo e la cucina sono temi importanti: possiamo vedere l’interpretazione degli ingredienti da parte di ogni paese. La cucina è inoltre la base della storia, della tradizione e della cultura dei popoli. È molto importante spiegare queste cose anche ai bambini e questa Esposizione parlerà anche a loro.

Ha trasmesso il suo amore per la terra e l’agricoltura ai suoi nipoti?
Sì, proprio durante le vacanze di Natale e di Capodanno ho coltivato la terra con i miei due nipoti. Mi piace dedicarmi alla coltivazione e lo faccio a casa mia con loro: abbiamo coltivato le melanzane, loro sono affascinati dal fatto che da un fiore diventi un frutto. Coltivo anche le zucchine e il basilico, che mi piace moltissimo e con cui faccio anche un succo.

C’è un piatto italiano che preferisce?
Più che altro un ingrediente: il basilico. Quello giapponese è un po’ diverso da quello italiano e quando vengo in Italia mi piace mangiare la pasta al pesto. Quando cucino uso un ingrediente tipico della tradizione italiana, l’olio di oliva.

Come è cambiata nella sua vita personale la relazione con il cibo? C’è un alimento, ad esempio, che mangiava da bambina che adesso non trova più?
Sono nata nella Prefettura di Ishikawa, caratterizzata da un clima freddo con abbondanti nevicate in inverno: era molto diffuso il cibo fermentato perché resisteva agli inverni rigidi, oggi si trova meno. Quando ero piccola si mangiavano gli alimenti in base alla loro stagionalità e vorrei che i più giovani capissero oggi l’importanza di questo concetto che ci consente di mangiare in maniera più sana.

Esiste un cibo giapponese che per preparazione, o gusto, o intensità, le ricorda un cibo italiano?
Trovo simili i frutti di mare per esempio  e l’uso dell'aceto, anche se in Italia viene usato per lo più l'aceto di vino mentre da noi si usa quello di riso. In Giappone come in Italia usiamo alimenti semplici, come le verdure. 

 

 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

Leggi il manifesto e partecipa