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Obiettivi di Sviluppo del Millennio e fame: il nuovo rapporto Onu fa ben sperare

Economia / -

Obiettivi di Sviluppo del Millennio: il nuovo rapporto Onu fa ben sperare per la lotta alla fame nel mondo
© Ton Koene/Visuals Unlimited/Corbis.

Prima di pensare al raggiungimento di obiettivi sociali e culturali, bisogna pesare a riempire lo stomaco. Ecco perché il primo Obiettivo di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite è sconfiggere la fame nel mondo.

Con l’arrivo del nuovo Millennio, i Paesi in via di sviluppo e i Paesi industrializzati decisero di fare il punto sui principali problemi e sulle sfide che le popolazioni, i governi e le organizzazioni di tutto il mondo avevano di fronte. Dalla discussione ne uscì un patto, un documento condiviso: la Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite approvata all’unanimità dai 191 delegati dell’Assemblea Generale il 20 settembre del 2000.
 
Gli obiettivi di sviluppo del Millennio
All'interno di questa dichiarazione sono presenti anche otto punti, otto promesse: gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals, MDGs) da raggiungere nel giro di 15 anni, entro il 2015. Tra questi c’è la volontà di assicurare la sostenibilità ambientale, raggiungere l'istruzione elementare universale e, forse l’obiettivo più importante per il tema scelto dall’Expo Milano 2015 “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”, l’eliminazione della povertà estrema e della fame. 
 
Il primo obiettivo è diviso in tre parti: dimezzare, fra il 1990 e il 2015, la percentuale di persone il cui reddito è inferiore a un dollaro al giorno; raggiungere un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti, inclusi donne e giovani; dimezzare, fra il 1990 e il 2015, la percentuale di persone che soffre la fame.
 
Il primo obiettivo è affrontare fame e povertà globali
La lotta alla fame è un obiettivo che si sta raggiungendo con successo, secondo il rapporto aggiornato al 2014 sullo stato di avanzamento degli MDGs. Se nel 1990 le persone che vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno era pari al 50 per cento della popolazione nei Paesi in via di sviluppo, nel 2010 questa percentuale è scesa fino al 22, e in questi cinque anni la situazione potrebbe essere ulteriormente migliorata. Nel contempo, il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema è calato da 1,9 miliardi nel 1990 a 1,2 miliardi nel 2010. Solamente nell'Africa subsahariana questo target potrebbe non essere raggiunto in tempo, secondo le previsioni della Banca Mondiale.
 
La riduzione della povertà e i risultati in prospettiva
La riduzione della povertà ha inciso positivamente anche sul calo delle persone che soffrono la fame. Nel biennio 2011-2013 è stato calcolato che le persone che soffrivano di fame cronica erano una su otto, per un totale di 842 milioni. Quasi tutte (827 milioni) vivono nei Paesi in via di sviluppo. Tra i problemi principali causati dalla scarsità di cibo c’è la malnutrizione, cioè quelle persone che non riescono ad assumere pasti regolari necessari a condurre una vita sana, e il sottosviluppo tra i bambini, cioè quelli che non crescono come dovrebbero perché non assumono pasti sufficientemente ricchi dal punto di vista nutrizionale. Nel 2012 erano un bambino su quattro a soffrire di sottosviluppo, nel 1990 erano il 40 per cento. L’unica regione in controtendenza è di nuovo l’Africa subsahariana dove i bambini malnutriti sono passati da 44 milioni nel 1990 a 58 milioni nel 2012.
 
Expo Milano 2015, un'occasione per l'Onu
Di questo passo, è possibile raggiungere risultati ancora più soddisfacenti. Expo Milano 2015 - di cui l'Onu è partner ufficiale - sarà un'occasione importantissima per fare il punto su questi obiettivi e sugli sforzi compiuti da tutti i Paesi. Il rapporto è del 2014, ma molti aggiornamenti fanno riferimento a dati raccolti da governi e istituzioni in anni precedenti per la loro complessità di elaborazione. I risultati positivi sulla lotta alla fame nel mondo fanno ben sperare perché solo con lo stomaco pieno è possibile pensare ad altro. Non è un caso se eliminare la fame è stato messo al primo posto.
 

20 febbraio, Giornata mondiale Onu della giustizia sociale

Economia / -

20 febbraio, Giornata mondiale Onu della giustizia sociale
© Andrew Holbrooke/Corbis

Si celebra oggi la Giornata mondiale Onu della Giustizia sociale ma nel mondo restano ancora forti le disegualianze e la negazione dei diritti. Primo fra tutti quello all'accesso al cibo: più di un cittadino su sei nel nostro pianeta soffre ancora la fame, una situazione resa ancora più precaria da carestie e guerre causate dalla crisi climatica.

Un cittadino su sei nel mondo non ha la certezza di avere cibo sufficiente per sfamarsi. La Giornata mondiale indetta dall'Onu sul tema della giustizia sociale è l'occasione per puntare attenzione sul diritto al cibo. La World Bank ha recentemente stimato che un miliardo e 400 milioni di persone si trovano in zone ad alta fragilità ambientale e di queste circa 500 milioni abitano in regioni aride e circa 400 milioni vivono in territori ormai di scarsa qualità la cui produttività tende ad esaurirsi rapidamente. La compromessa abitabilità di certe aree, forzando la popolazione a spostarsi, provoca ulteriore degrado e impoverimento e innesca una competizione per l’accesso alle poche risorse disponibili.
 
Secondo dati forniti dall’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, risulta che dei circa 5 miliardi di ettari utilizzati in agricoltura in aree semi aride o in prossimità di deserti, ben il 70% circa di questi è già degradato e gran parte soggetta a desertificazione. Martin Parry, uno degli scienziati dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha dichiarato che la crisi alimentare dal 2008 a oggi è la conseguenza più rilevante del riscaldamento globale e, come conseguenza, oltre 40 milioni si sono aggiunte, in un solo anno, all’elenco di quelle a rischio fame, per un totale di circa un miliardo, ossia un sesto della popolazione mondiale.
 
Giustizia sociale e diritto al cibo nei Paesi in via di sviluppo
Il 98% del numero complessivo degli affamati del mondo vive nei Paesi in via di sviluppo. Due terzi di questi sono concentrati in sette paesi: Bangladesh, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia e Pakistan. Più del 40% di queste persone si trova in Cina e in India. La parte del mondo con il più alto numero di poveri continua ad essere l’Asia e il Pacifico ma è nell’Africa sub-sahariana che resta la più alta concentrazione di affamati, pari al 30% della popolazione complessiva.
 
In America Latina, solo il Brasile è riuscito ad invertire la marcia: il presidente Lula, con il suo programma “Fame zero” avviato nel 2003, ha risolto, quasi completamente e in soli sei anni, il problema della fame nel suo paese. Oxfam denuncia “l’insufficienza dell’impegno dei governi” e chiede che venga immediatamente disincentivata la produzione di biocarburanti e che venga istituito un fondo per aiutare i Paesi in via di sviluppo a far fronte ai cambiamenti climatici. Se, infatti, il numero di affamati nel mondo si concentra proprio nelle aree più colpite dal global warming per l’effetto delle inondazioni e della siccità, è proprio l’emergenza grano a rendere ancora più gravosa la situazione. La principale ricaduta di questa volatilità dei prezzi del grano rende maggiormente instabili le economie di molti paesi già particolarmente vulnerabili e dove il problema della malnutrizione è più marcato. Soprattutto se le coltivazioni di grano vengono destinate alla produzione di carburanti invece che ad uso alimentare. 
 
Crisi collegate alle scelte in Occidente
I trader specializzati gestiscono gran parte del mercato mondiale delle derrate: dal raccolto al trasporto fino alla vendita, ogni fase del ciclo alimentare è controllata nei mercati finanziari con un giro di affari che ha ormai raggiunto i 600 miliardi di euro l’anno: il 10% del Pil di Ginevra dipende dallo scambio di commodities agricole, in cui sono specializzate 400 aziende con un totale di 8000 impiegati nel settore del trading.
 
Il 50% dei siti di stoccaggio sono di proprietà di banche svizzere. Lo stato di crisi in cui vivono molte zone del Pianeta è quindi direttamente collegato alle scelte che si compiono in Occidente. La malnutrizione però non salva neppure i paesi “sviluppati” dove stiamo assistendo a un progressivo impoverimento della classe media. Oggi, negli Stati Uniti ma anche in molti Paesi europei, i prezzi delle case, la possibilità di un’educazione di buon livello, l’accesso ad alcune professioni, la previdenza sociale e spesso anche le cure sanitarie sono fuori dalla portata dei redditi più bassi.
 
Il divario tra i guadagni e il costo di molte libertà è talmente grande che la parola libertà e i conseguenti diritti restano solo un’aspirazione. La collaborazione tra paesi ricchi e poveri deve essere imperniata su nuovi modelli organizzativi della società e dell’economia e soprattutto su politiche di lungo termine. In altre parole, non bisogna pensare a regolare il domani, ma il lungo periodo, perché i cambiamenti necessari devono poter essere, non solo durevoli, ma anche assimilati culturalmente a partire da ora. 
 
 
 

Matteo Gatto. Con lo stupore, gli spazi trasmettono messaggi

Cultura / -

Matteo Gatto
Andrea Proietti © Expo 2015

Una delle più grandi sorprese, negli incontri preparatori verso Expo Milano 2015, è stato l’emergere di discussioni su tematiche urgenti e controverse come il land grabbing, al confine tra emergenze, problemi e opportunità. Lì si è capito che questa Esposizione Universale aveva il compito – e doveva avere il coraggio - di veicolare messaggi importanti e complicati. Lo si è fatto, come spiega Matteo Gatto, Direttore Visitor Experience & Exhibition Design di Expo Milano 2015, attraverso un lungo periodo di studio e con un abile impiego degli strumenti propri degli architetti.

Il Tema di Expo Milano 2015 è impegnativo: "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita". Ha una sua potenza, un'urgenza scientifica e culturale, e richiama l'impegno collettivo e il concetto di responsabilità. La presenza di un Tema centrale così complesso ha sicuramente influenzato le direttive con cui è stato costruito il Sito Espositivo.
 
È stato sorprendente che già dai primi convegni preparatori verso Expo Milano 2015, siano emerse tematiche - dall'agricoltura sostenibile al land grabbing, dalla fame nel mondo alla responsabilità sociale - capaci di suscitare dibattiti anche accesi?
In questi sette anni, come architetto, posso dire di aver avuto l’opportunità di imparare tantissimo. Pensavo che il tema della precedente esposizione a Shanghai del 2010, “Better city, better life”, fosse insuperabile in fatto di interesse per chi fa il mio mestiere. Questo dubbio è durato poco. Dal primo momento, incontrando le persone, i rappresentanti dei Paesi, i visitatori delle precedenti esposizioni, abbiamo capito che il Tema di Expo Milano 2015 era davvero universale. Nell’amicizia con Carlin Petrini, con Jacques Herzog, nel lavoro fatto con Carlo Cracco, con Davide Oldani e con tantissimi Ambassador abbiamo trovato spunti per imparare, per appassionarci, e anche per cambiare addirittura il nostro stile di vita personale. Posso dire che non si è trattato solo di raccontare agli altri cosa va fatto e cosa no, ma di cambiare le abitudini di ognuno, iniziare a comportarsi diversamente rispetto alla propria dieta, informarsi su ciò che si mangia, da dove viene, che strada ha fatto.
 
La sua responsabilità è stata anche quella di organizzare gli spazi in modo tale che…
…Che passassero i contenuti.
 
Infatti. E come si traduce questa necessità di veicolare valori e messaggi con un sostrato culturale anche profondissimo attraverso forme fisiche reali, spazi?
Su questo devo molto a Davide Rampello che mi ha insegnato una cosa importantissima. A conoscere, è solo lo stupore. L’unica possibilità di interagire veramente con il visitatore è quella di stupirlo, di metterlo in condizione di ricevere i contenuti emozionandosi, portandolo al di fuori di sé (l’etimologia di emozionare proviene dal muovere) e commuovendolo, mettendolo in moto insieme con noi. Lo stupore è la categoria che abbiamo voluto utilizzare dall’architettura al design degli spazi, dagli arredi alle singole mostre, dal Padiglione Zero alle scenografie di Dante Ferretti. È la dimensione dello stupore quella su cui abbiamo lavorato affinché il visitatore apra il suo cuore, facendolo divertire ed entusiasmare per quello che vede.
 
L’utilizzo di materiali sostenibili e di tecniche costruttive che facilitano lo smontaggio e il riuso incorporano già in sé un messaggio di rispetto dell’ambiente, parte del Tema di questa Expo Milano 2015. È stato complicato invitare anche gli altri partecipanti a uniformarsi a questa direttiva?
Io credo che questo sia diventato ormai, per chi progetta e costruisce, un must; quindi non credo che sia stato strano richiederlo a chi partecipa a un’Esposizione Universale improntata alla sostenibilità in agricoltura, nella produzione del cibo, nei consumi. Nel 2015, nel nostro Paese, si scopre e si conferma che - forse perché è cambiato il livello delle informazioni a disposizione dei professionisti - la sostenibilità non è più un “di più” ma è la prassi in cui dobbiamo muoverci. Farlo in Expo Milano 2015 è stato fruttuoso perché è venuto bene, non è stato neanche troppo faticoso. Cito anche l’altra sfida, quella dell’accessibilità e dell’assenza di barriere architettoniche: requisiti a cui possiamo dire di aver perfettamente adempiuto.
 
Qual è lo scorcio, l’area, l’angolo, il riquadro, la prospettiva di cui è particolarmente orgoglioso?
Oggi siamo qui a festeggiare i Cluster e io ne sono veramente orgoglioso. È stata un’esperienza bellissima anche dal punto di vista umano. Per i Cluster hanno lavorato quasi mille persone con competenze diverse: fotografi, grafici, ricercatori universitari che hanno curato i contenuti, architetti, designer, direttori lavori. Un’esperienza stravolgente, unica nella storia e spero che diventi un modello per le future esposizioni universali.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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