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François Xavier de Donnea. Chi può dare un futuro all’Africa sono gli africani ricchi

Economia / -

imm rif François Xavier de Donnea

François Xavier de Donnea è il Presidente del Club del Sahel e dell’Africa Occidentale, organizzazione dell’OCSE dedicata ai Paesi dell’area e in particolare alla loro sicurezza alimentare. Ospite del Padiglione dell'Unione Europea e dell’Austria a Expo Milano 2015 per la Sahel and West Africa Week organizzata dal Club a Milano, ha sottolineato che il futuro del Continente Africano dipende dalla borghesia africana, che deve investire in progetti agricoli e industriali invece che nell’immobiliare e nella finanza.

Presidente, che cos’è il Sahel and West Africa Club?
Il Sahel and West Africa Club è un’organizzazione autonoma dell’OCSE, il cui scopo è la promozione della sicurezza alimentare in Africa Occidentale e il rafforzamento della resilienza della popolazione. Siamo anche un think tank, poiché realizziamo degli studi su temi chiave per l’Africa Occidentale. Uno degli ultimi rapporti che abbiamo realizzato prende in considerazione le relazioni tra i Paesi del Sahel e quelli del Maghreb, mentre in questo momento stiamo studiando la cooperazione transfrontaliera. I membri del Club sono le organizzazioni regionali dell’Africa Occidentale, l’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America, il Belgio, il Lussemburgo, l’Olanda, la Francia, la Svizzera e l’Austria. Una composizione mista che ci premette di occuparci di cooperazione sia nord sud sia sud-sud.
 
Perché avete scelto di tenere il vostro vertice a Expo Milano 2015?
Ogni anno organizziamo un forum sull’Africa Occidentale, dove un giorno è dedicato alla riunione del comitato direttivo, mentre gli altri due giorni prevedono incontri del Network per la Prevenzione delle Crisi Alimentari in Africa Occidentale, una struttura che esiste da trent’anni e che come Club abbiamo sempre sostenuto. Quest’anno abbiamo deciso di organizzare il forum a Expo Milano 2015 invece che in Africa, sia perché molti Paesi africani sono presenti qui con un proprio Padiglione, sia perché l’Unione Europea ha ritenuto che organizzandola qui avremmo potuto stabilire delle relazioni utili, come in effetti è avvenuto.
 
Expo Milano 2015 ha dato molta rilevanza ai Paesi africani, come valuta questa esperienza?
Circa trenta Paesi africani hanno il proprio Padiglione qui in Expo Milano 2015, questo sicuramente ha contribuito a creare dei contatti tra loro. Ciò non sarà sufficiente a risolvere i problemi dell’Africa, ma è sicuramente un buon contributo, soprattutto nel favorire la creazioni di rapporti di cooperazione tra gli stessi Paesi africani.
 
L’Africa è l’area del Pianeta a più forte crescita demografica e al tempo stesso una delle più problematiche. Dei due miliardi in più che saremo nel 2050, uno nascerà in Paesi africani già fragili: come potremo nutrire queste persone?
Per migliorare la sicurezza alimentare della popolazione africana in forte crescita dobbiamo prima di tutto aumentare la produttività dell’agricoltura locale, agendo in particolare sull’irrigazione. Oggi sono utilizzate solo una piccola parte delle risorse idriche rinnovabili africane, per cui c’è spazio per un’espansione dell’area coltivata. Poi è necessario migliorare l’interconnessione dei mercati, costruendo strade e infrastrutture che permettano ai produttori di far arrivare i loro beni verso i mercati di consumo. Fondamentale sarà migliorare l’elettrificazione rurale, per poter sviluppare un’industria di trasformazione agroalimentare sul territorio locale. Sfamare la popolazione africana non è il problema più difficile da risolvere, il vero obiettivo è migliorare la sicurezza alimentare e cioè ottimizzare la distribuzione di cibo alla popolazione africana senza creare disoccupazione. Per ottenere questo risultato, è necessario che l’aumento di disponibilità alimentare avvenga attraverso la produzione diretta in Africa e non attraverso l’importazione, perché più si importano derrate alimentari a basso prezzo dall’estero, più si danneggiano i produttori locali e quindi si aumenta la disoccupazione. In sintesi, bisogna trovare un equilibrio tra la necessità di sfamare rapidamente la popolazione e la necessità di aumentare l’occupazione. Perché oggi il più grave problema dell’Africa Occidentale è la forte disoccupazione giovanile.
 
Uno degli effetti dell’insicurezza alimentare sono le migrazioni, come vede il futuro di questo fenomeno?
Oggi le migrazioni interne all’area del Sahel sono molto più grandi di quelle dall’Africa all’Europa. Le persone fuggono da situazioni di insicurezza e conflitto e dalla mancanza di lavoro nei loro luoghi d’origine. Per rallentare i flussi, sia interni che verso i Paesi ricchi, bisogna prima di tutto ristabilire pace e sicurezza e poi creare posti di lavoro per i giovani. Ma penso che sarà impossibile fermare del tutto le migrazioni, sicuramente non è possibile farlo nel breve periodo e la causa di questa impossibilità sono i nuovi mezzi di comunicazione. Attraverso la tv e internet oggi milioni di persone nei Paesi in Via di Sviluppo vedono l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia e questo li fa sognare. Purtroppo spesso si tratta di sogni falsi, perché molti migranti in Europa, negli Stati Uniti o altre aree si ritrovano a vivere situazioni infernali. Milioni di persone sognano una vita migliore e si creano illusioni sulla qualità della vita come immigrati clandestini. Il potere dei media è tale per cui se anche l’Africa si sviluppasse rapidamente, le migrazioni non si fermeranno, al massimo rallenteranno. Nel frattempo, ciò che possiamo fare è sostenere lo sviluppo dei Paesi africani, per creare opportunità di lavoro per i giovani. Solo così le migrazioni rallenteranno, sia quelle interne che quelle verso l’estero. Ma non si fermeranno, almeno non nel breve periodo.
 
Pensa che le rimesse dei migranti abbiano un ruolo positivo per lo sviluppo dell’Africa?
Certamente i migranti inviano parte dei loro redditi nei loro Paesi, ma penso che il miglior modo per aiutare la crescita economica in Africa Occidentale sia quello di promuovere lo sviluppo e la produzione in quell’area. Sicuramente la grande quantità di rimesse inviate dai migranti è molto importante, soprattutto se comparata agli aiuti pubblici.  Ma penso che il futuro per queste popolazioni sia di rimanere in Africa e lavorare per lo sviluppo del Continente. Ciò che vedono su internet gli dà una falsa immagine della vita in Europa o Stati uniti come immigrati illegali, senza un buon lavoro. Certamente alcuni migranti arrivano legalmente e in questo modo hanno maggior successo di chi arriva illegalmente.
 
Una delle parole chiave dello sviluppo è resilienza, cosa si intende esattamente?
Resilienza significa rendere le persone resistenti agli shock esterni, intendendo con questo fattori naturali, come siccità, inondazioni o cattivi raccolti, ma anche fattori politici e cioè cattive politiche pubbliche, corruzione o conflitti. Resilienza significa che puoi resistere a uno shock esterno e avere ancora la capacità di nutrire te stesso.
 
L’Africa ha molti problemi, ma anche molte risorse e opportunità. Che ruolo possono avere gli investimenti, il commercio e in generale gli affari nello sviluppo dei Paesi africani?
Gli investimenti esteri sono naturalmente molto importanti, ma ciò che è davvero fondamentale è che gli africani ricchi comincino ad investire in Africa. Conosco diversi Paesi africani in cui i ricchi investono solo in immobili o mettono i loro soldi in depositi bancari, nei loro Paesi o magari all’estero. Per quanto riguarda gli investimenti esteri, possono arrivare solo dove c’è sicurezza e non c’è corruzione, dove cioè l’investitore non rischia di perdere tutto dall’oggi al domani e non è sottoposto a una continua richiesta di denaro da persone che non producono niente. Per cui le priorità per attrarre investimenti esteri sono restaurare la sicurezza dove è venuta meno, combattere la corruzione ed avere un sistema legale che protegga gli investimenti. Ma la più importante risorsa dell’Africa sono gli africani ricchi e ci sono molti africani ricchi. Bene, è necessario che queste persone comincino ad investire in Africa invece che in altri luoghi, che investano in progetti industriali o agricoli invece che nell’immobiliare.
 
 

Feeding Knowledge: alla ricerca delle migliori idee sul cibo

Innovazione / -

Feeding Knowledge

Per i giovani imprenditori che hanno una buona idea, per una start-up, per chi vuole realizzarla e condividerla con tutto il mondo, Expo Milano 2015 ha lanciato il programma dedicato alla raccolta delle migliori proposte riguardanti il cibo.

Condividere è un modo di crescere. In generale lo scambio e il confronto sono i metodi migliori per mettersi in discussione, trovare nuovi spunti e idee buone, dare un senso e una posizione a quella che magari era nata in noi solo come una suggestione. Spesso è proprio parlando degli stessi temi con prospettive e sensibilità diverse che si riesce ad ottenere la migliore conoscenza.

È proprio l’idea della condivisione che sta alla base di Feeding Knowledge, il programma di Expo Milano 2015 per la cooperazione nella ricerca e l’innovazione sulla sicurezza alimentare sviluppato in collaborazione con l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari (Iamb/Ciheam) e il Politecnico di Milano.

Sono due le direttrici su cui si articolano tutte le tematiche di confronto, scambio e collaborazione sui temi interessati: il network scientifico Rete Scientifica Internazionale sulla Sicurezza Alimentare e le Best Practices - Best Sustainable Development Practices.

Far crescere una rete fatta di ricerca e conoscenza
Feeding Knowledge vuole creare una rete in cui esperti, scienziati, ricercatori e tecnici possono dibattere, condividere e trasferire conoscenza a livello internazionale, sulla sicurezza alimentare e contribuire all’identificazione di politiche e piani programmatici per uno sviluppo sostenibile. Parlare e trovare soluzioni sarà più facile ed efficace grazie al sostegno della piattaforma tecnologica (uno strumento di e-collaboration), il forum e l’interazione fra ricercatori ed esperti del mondo accademico e della politica.

Le best practice: i punti di riferimento per un sistema alimentare sostenibile
Il Bando delle Best Sustainable Development Practices lanciato da Expo Milano 2015 vuole raccogliere e far conoscere progetti, servizi, prodotti, soluzioni scientifiche che abbiano ottenuto effetti migliorativi rispetto a condizioni precedenti. Diventeranno standard di riferimento e modello di sviluppo sostenibile per tutti i Paesi del mondo, a livello ambientale, sociale, produttivo, tecnico e scientifico. Le iniziative virtuose selezionate saranno rappresentate nel Padiglione Zero e diventeranno materie vive dell’Esposizione Universale, un'eredità di contenuti e riflessioni che nutriranno la conoscenza sul cibo e la sicurezza alimentare.

I temi e le modalità
Nel progetto Feeding Knowledge i temi si articolano in cinque priorità tematiche di ricerca e innovazione per la sicurezza alimentare: la gestione sostenibile delle risorse naturali, il miglioramento della qualità e quantità della produzione agricola, le dinamiche socio-economiche e mercati globali, lo sviluppo sostenibile delle piccole comunità rurali in aree marginali e i modelli di consumo alimentare come dieta, ambiente, società, economia e salute.

Periodicamente saranno pubblicati dei dei documenti ufficiali incentrati sulle cinque priorità di ricerca: si concretizzerà in questo modo la condivisione con la comunità scientifica internazionale e con le organizzazioni internazionali competenti. Al contempo verrà elaborata una "Shared Vision on Food Security", un messaggio che sarà indirizzato alle istituzioni nazionali e internazionali e costituirà parte dell’eredità di Expo Milano 2015.

Senegal e Piemonte. Una cooperazione nel segno del riso

Sostenibilità / -

ICEI Senegal

La valle del fiume Senegal, con i suoi campi di verdure e le sue risaie, è fondamentale per la sicurezza alimentare del Paese. L’ONG torinese CISV ha appena avviato un progetto per contrastare la povertà dei villaggi e il land grabbing, che ne stanno mettendo a rischio il futuro.

Prima ancora della geografia, è l’etimologia a raccontare che il Senegal vive in simbiosi con le sue acque: Sunu-gal, in lingua wolof, significa “le nostre piroghe”. Da secoli le barche dei senegalesi solcano leggere il mare, i laghi e soprattutto gli interminabili fiumi, che ricamano con i colori della vita l’epidermide sempre più scabra e assetata del Sahel. Nelle valli plasmate dai fiumi, infatti, l’azzurro delle correnti si stempera nel verde di vegetazioni rigogliose, soprattutto lungo le sponde del corso d’acqua che battezza l’intero Paese: il Senegal. Fiume che, pur nascendo a meno di 300 km dalla costa, con un capriccio generoso s’incurva e si allunga per oltre 1500 km e, prima di scivolare estenuato fra le onde dell’Atlantico, si disperde in un caleidoscopio di bracci, laghi, stagni e paludi che nella stagione secca restituiscono l’acqua assorbita nei mesi delle piogge.
 
La minaccia del land grabbing sull’agricoltura
Grazie anche alle dighe e ai canali costruiti negli scorsi decenni, la valle del fiume Senegal è la zona più fertile e coltivata del Paese. Il riso, gli ortaggi, i frutti prodotti qui, e il bestiame allevato nei pascoli ingrassati dal fiume, oggi sfamano circa i due terzi della popolazione.
Domani, però, le cose potrebbero cambiare drasticamente. Al problema dell’emigrazione, che sottrae braccia all’agricoltura e alla cronica mancanza di capitali che impedisce l’ammodernamento di strumenti e tecniche di coltivazione, si aggiunge la diminuzione delle terre disponibili. Colpa del land grabbing, che qui ha il volto di aziende europee, in particolare italiane, cui il governo senegalese ha ceduto circa il 20% delle terre arabili.
 
La terra non appartiene più ai contadini
Coltivano soprattutto piante oleaginose, dalle quali ricavano biocarburanti destinati al mercato del Vecchio Continente. Nelle campagne senegalesi la terra tuttavia non appartiene ai contadini ma al demanio, che tradizionalmente lasciava alle comunità rurali il compito di gestirla e coltivarla. Finché la tentazione di monetizzare il suolo fertile è diventata troppo forte.  A poco sono valse le proteste degli agricoltori e delle loro famiglie: troppo deboli, disorganizzati e poco produttivi per contrapporsi alla forza delle multinazionali.
 
Dall'Italia un progetto di sostegno alle comunità rurali
Ma dall’Italia, e più precisamente dal Piemonte, nella valle del Senegal non sono arrivati solo gli accaparratori di terre. Ormai da alcuni anni, qui sono sbarcati anche i cooperanti dell’organizzazione non governativa CISV. Nello scorso mese di gennaio hanno avviato un nuovo progetto di sostegno alla microimprenditoria rurale della zona di Ross-Béthio, coinvolgendo l’associazione contadina locale Asescaw: nei prossimi tre anni favoriranno l’adeguamento delle tecniche di orticoltura e risicoltura e il rinnovamento delle attrezzature, organizzeranno corsi di formazione professionale nei villaggi, agevoleranno l’accesso al credito e le relazioni con le reti di distribuzione. Trasferiranno in Senegal competenze ed esperienze maturate nelle risaie piemontesi per aumentare produttività e qualità dei raccolti, e spiegheranno i vantaggi dei metodi biologici di coltivazione.  Gli interlocutori saranno le famiglie, le piccole e piccolissime aziende − spesso guidate da donne − e le comunità di villaggio, che sono il vero “motore” dell’agricoltura senegalese e dell’economia delle zone rurali.
 
L’obiettivo è proteggere la valle che nutre il Senegal
Rafforzare la produttività delle risaie e delle aziende agricole tradizionali, rinsaldare l’identità e l’orgoglio dei contadini significa dunque garantire benessere a migliaia di persone in difficoltà e salvare un tessuto produttivo socialmente inclusivo. Ma significa anche contribuire in modo tangibile alla sicurezza e alla sovranità alimentare dell’intero Paese, perché questa, nonostante tutto, rimane la valle che nutre il Senegal. E costruire qui un’alternativa economicamente credibile alla svendita delle terre potrebbe avere ricadute positive anche oltre i confini nazionali. 
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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