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Cos’è il land grabbing, la corsa mondiale all’accaparramento della terra

Economia / -

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© Paulo Fridman/Corbis

La crisi finanziaria, energetica e alimentare degli ultimi anni ha acceso l’interesse di grandi investitori su una delle risorse più preziose del nostro pianeta: la terra. Ma questa corsa all’accaparramento è una minaccia per l’ambiente e per il sistema socio-economico dei Paesi coinvolti.

A partire dal 2008, l’interesse dei Paesi ricchi si è rivolto alla tutela dei propri approvvigionamenti alimentare ed energetici, spingendo governi, grandi aziende e fondi d’investimento a indirizzare ingenti capitali per acquisire la proprietà di vaste aree nel Sud del mondo e nei Paesi in via di sviluppo, dove i prezzi della terra sono più bassi. 
 
Il land grabbing è un fenomeno in crescita
Stando all’ultimo report Land Matrix (il sistema di monitoraggio proposto da International Land Coalition) il land grabbing è un fenomeno crescente. Nonostante l’incompletezza dei dati e la scarsa trasparenza delle operazioni, il 62 per cento delle 953 acquisizioni concluse occupano una superficie agricola  di 37,4 milioni di ettari (ottobre 2014), più del 10 per cento in più rispetto ai dati rilevati nel giugno 2013.  
 
La crescita continua del prezzo delle commodities (i prodotti come lo zucchero e il caffè il cui prezzo è determinato dal mercato) è una delle cause della diffusione del land grabbing come la forma più vantaggiosa di profitto per le industrie agroalimentari, i governi e le multinazionali. Questi investitori, infatti, per reagire agli stimoli del mercato o come forma di tutela della sicurezza alimentare, acquisiscono a basso costo territori arabili considerati sotto utilizzati, sostituendo il modello di produzione intensiva industriale alla pratica dell’agricoltura di sussistenza.
 
I Paesi più esposti al land grabbing
In testa alla top 10 dei Paesi più esposti all’accaparramento di terra ci sono i paesi asiatici (Papua Nuova Guinea e Indonesia), seguiti da quelli africani (Sudan, Congo e Mozambico) e del Sud America (Brasile). In questi Stati, i paesi ricchi investono per 7,5 milioni di ettari nella produzione agricola finalizzata al fabbisogno energetico, come nel caso delle coltivazioni di jatropha in Etiopia e Senegal della Delta Petroil o alle piantagioni di palma da olio cinesi in Congo e Mali.
 
Investimenti secondi solo a quelli dei Paesi del Golfo, la Corea e il Giappone che hanno acquisito 9,6 milioni di ettari di terre per l’approvvigionamento di prodotti alimentari (soprattutto cereali). Gli Stati grandi produttori di petrolio sono dipendenti dell’estero soprattutto per quanto riguarda l’acqua e il grano. Non è un caso che gli investimenti, ad esempio dell’Arabia Saudita, si concentrino su superfici agricole del Sudan, Etiopia e Mali lungo i bacini idrici del fiume Nilo e del Niger. 
 
Le conseguenze del land grabbing
I problemi derivanti da queste vaste acquisizioni e dai progetti speculativi sono soprattutto di natura socio-economica. I terreni ceduti dai governi, spesso con indennizzi irrisori o addirittura senza, vengono recintati in attesa dell’attivazione del processo produttivo, comportando l’esclusione delle comunità locali dal lavoro della terra e dall’accesso alle risorse come l’acqua. Le prospettive di sicurezza alimentare e occupazionale sono appannaggio dei paesi ricchi, incrementando la disoccupazione nei paesi in via di sviluppo. Per non parlare del danno ambientale inflitto dalla produzione agricola in monocolture e dal consumo di suolo agricolo destinato alle nuove infrastrutture e impianti di distribuzione. 
 
Un barlume di speranza inizia a intravedersi. Il blocco dell’acquisizione per 99 anni di 1,3 milioni di ettari in cambio della costruzione di un porto commerciale in Madagascar da parte della Daewoo Logistics e le politiche difensive di contenimento dell’accaparramento di terra in Brasile e dell’Argentina sono forse la prima vera presa di posizione dei governi a favore dei Paesi nel mirino degli investitori. 
 

@uxilia, così aiutiamo le donne per difendere la società

Cultura / -

L’obiettivo è quello di promuovere il ruolo della donna. Gli strumenti sono la cooperazione e la formazione sul campo. L’attività di @uxilia Onlus a sostegno delle famiglie nei territori più colpiti dalla guerra civile e dalle calamità naturali ha dimostrato che attraverso l’imprenditoria femminile si può combattere l’emarginazione e la fame in tutti i Paesi del mondo.

Lo Sri Lanka è un Paese che solo recentemente ha trovato il proprio equilibrio sociale e come tale presenta ancora alcune difficoltà dovute agli anni di forte instabilità politica. A sostegno della popolazione, soprattutto delle donne tamil e degli ex bambini soldato, @uxilia promuove un programma di interventi a favore della pace e dello sviluppo, impegnandosi attivamente in una serie di iniziative mirate all’empowerment femminile. Attraverso i progetti di micro imprenditoria femminile, avviati in Sri Lanka nel distretto di Batticaloa, e ai corsi di formazione professionale all’interno del Centro Polivalente di Educazione ed Orientamento l’organizzazione ha fornito una soluzione concreta per combattere le condizioni di emarginazione sociale e di povertà. Uno di questi è il confezionamento delle “sciarpe dell’amore” da parte di 35 donne, tra vedove ed ex bambine soldato, le quali tessendo le sciarpe con strumenti semplici come le matite, riprendono l’intreccio dei tappeti usati dalla popolazione tamil durante la soluzione dei contenziosi.
 
 
Partendo dalle donne per trasformare la società
Le attività di micro credito che @uxilia conduce in Sri Lanka da oltre dieci anni, generano lo sviluppo delle micro imprese, la produzione di cibo e l’emancipazione delle donne coinvolte. “@uxialia vuole dare la possibilità alle donne di riuscire a emanciparsi, partendo dalle micro imprese per produrre alimenti destinati all’esportazione nei paesi occidentali.” spiega Massimiliano Fanni Canelles, Presidente di @uxilia Onlus “Nel nostro centro, il Vocational traning center, insegniamo alle donne come sviluppare le loro capacità imprenditoriali per incrementare la vendita di una serie di prodotti locali quali gli anacardi, il cocco o i derivati dal latte di capra. Questo meccanismo porta le madri di famiglia a essere produttrici di reddito, uscendo da uno status per ricoprire un ruolo importanti all’interno del nucleo famigliare stesso, mettendole cioè nelle condizioni di poter investire nell’educazione scolastica e negli interventi sanitari.”
 
La cooperazione internazionale, un gesto solidale per rispondere ai problemi del Pianeta
Le attività di cooperazione internazionale promosse da @uxilia sono un intervento concreto a favore di tutte le comunità svantaggiate. Attraverso la collaborazione e la solidarietà delle società con maggiori risorse e avvalendosi dei finanziamenti stanziati per le attività e i progetti di sviluppo, l’organizzazione è riuscita a entrare all’interno dei tessuti sociali ridefinendo il ruolo della donna in varie e differenti realtà territoriali. L’impegno e la sfida di @uxilia si sviluppano in Paesi come l’Afghanistan, il Brasile, l’India, l’Iraq, il Libano, la Palestina, la Siria, il Nepal oltre in Sri Lanka, dimostrando che la cooperazione internazionale è determinante per la soluzione delle problematiche globali e la promozione dei diritti umani.
 
 
 

Biodiversità equatoriale, il Gabon festeggia il suo National Day a Expo Milano 2015

Cultura / -

© Emilie CHAIX PhotononstopCorbis

Paese sulla costa atlantica dell’Africa Equatoriale, il Gabon è ricoperto di foreste pluviali per quasi il 90% del suo territorio. Presente a Expo Milano 2015 all’interno del Cluster Cacao e Cioccolato, giovedì 30 luglio il Paese festeggia il suo National Day.

I naturalisti lo considerano uno degli ultimi Eden della biodiversità, territorio grande due volte la Francia, il Gabon è popolato da poco più di un milione e mezzo di persone ed è ricoperto per circa l’87% da una fitta foresta pluviale, in buona parte ancora vergine. Esempio di economia dinamica e al tempo stesso buona gestione delle risorse naturali, da anni il Paese ha scelto di fare dell’ecoturismo e della compensazione ambientale un elemento di sviluppo. Presente all’Esposizione Universale all’interno del Cluster Cacao e Cioccolato, il Gabon mira a sviluppare il settore agricolo puntando sulla coltivazione di questo prodotto sempre più richiesto a livello globale.
 
Scommettere su ossigeno e cacao
La principale fonte di reddito del Gabon è ancora l’industria mineraria, in particolare l’estrazione di petrolio. Attività che per decenni ha assicurato al Paese una crescita economica costante, ma che ora vede il progressivo esaurimento dei giacimenti. Da qui l’esigenza di trovare nuovi modelli di sviluppo, più duraturi e stabili. E’ in questo contesto che il Gabon ha deciso di fare della tutela delle proprie foreste uno strumento di sviluppo, attraverso il loro sfruttamento sostenibile, la promozione dell’ecoturismo e gli strumenti della compensazione ambientale. Al tempo stesso il Paese supporta il miglioramento della propria agricoltura, per quanto riguarda sia produzioni alimentari sia generi da esportazione, come appunto il cacao, adatto al suo clima caldo e umido.
 
Pesce al cioccolato indigeno
La cucina gabonese è varia quanto il mosaico delle sue decine di etnie, che comprendono anche i misteriosi e antichi pigmei della foresta. Molto diffusi e amati i prodotti ricavati dalla selva, dai frutti tropicali alla selvaggina. Onnipresente il pesce, sia quello dell’Atlantico che le innumerevoli varietà d’acqua dolce, conservato secco o affumicato. I carboidrati vengono invece soprattutto da banana-platano, manioca e altri tuberi. Per friggere e condire si usa l’olio di palma, nella sua varietà tradizionale non raffinata: saporita, colorata e ricchissima di vitamina A. Una preparazione particolare è l’Odika, conosciuto anche come Cioccolato Indigeno, una conserva vegetale della consistenza appunto delle tavolette di cioccolato, ricavata da noccioli di mango selvatico tritati e pressati. Dal gusto simile al cioccolato, viene grattugiato come condimento alle pietanze, in particolare carni e pesce.
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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