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Cibo: basta sprechi e aiuti alle donne che lo producono. Le iniziative di Women for Expo per la lotta alla fame

Economia / -

Emma Bonino e Marta Dassù

La battaglia per i diritti delle donne coincide con la battaglia contro la fame e contro lo spreco di cibo. Il mondo ha bisogno (anche) delle donne per vincere la sfida della fame. Questi sono i contenuti delle due settimane di Women for Expo a Expo Milano 2015.

Ridurre la fame non è solo un imperativo etico, in un mondo in cui continuano a soffrire di malnutrizione quasi 800 milioni di persone in buona parte bambini (di denutrizione muoiono sei bambini al minuto sotto i cinque anni). Ridurre la fame è possibile. Dal 1990 ad oggi - essenzialmente come risultato della crescita economica di Cina e India - le persone che soffrono di fame sono diminuite di 200 milioni. È indispensabile compiere progressi ulteriori. Come? L'alleanza delle donne nata nell'ambito di Expo Milano 2015 propone due linee di azione.
 
La battaglia per i diritti delle donne coincide con la battaglia contro la fame
Primo: abbattere quelle barriere che ancora impediscono alle donne - che sono oltre il 40% della forza lavoro agricola nel mondo - di produrre di più e meglio. Secondo stime internazionali, se le donne avessero accesso sufficiente al credito agricolo, se potessero avere un'istruzione adeguata, se fossero in grado di possedere le terre che coltivano, la produzione agricola aumenterebbe sensibilmente portando fuori dalla fame altrl 150 milioni di persone.
Questo primo messaggio - lanciato da Women for Expo a Milano - è molto semplice: la battaglia per i diritti delle donne che lavorano in agricoltura coincide con la battaglia contro la fame. Assai più difficile è metterlo in atto perché è evidente che le barriere esistenti sono culturali e sociali, ancora prima che politiche. L'alleanza nata a Milano è anche, forse anzitutto, un tentativo condiviso di aumentare la consapevolezza dei costi dell'esclusione delle donne. Quando la giovane Commissioner inglese ha sottolineato questo punto assieme alla sua giovane collega afghana, l'Alleanza di Milano ha cominciato a funzionare.
 
Ridurre lo spreco di cibo
Seconda linea di azione: ridurre lo spreco di cibo. Ancora oggi, circa un terzo del cibo prodotto (più di un miliardo di tonnellate all'anno) viene sprecato nella fase del consumo o perso nella lavorazione industriale. Come scriviamo nel testo della "Women's Alliance" nei paesi avanzati vengono sprecate ogni anno circa 220 milioni di tonnellate di cibo. È una cifra più o meno equivalente alla produzione agricola dell'Africa Sub-sahariana dove continua a concentrarsi, insieme a regioni dell'Asia occidentale, il problema fame. Questo secondo messaggio è chiaro ed i rimedi sono possibili, a patto che ciascuno si assuma la sua quota di responsabilità: proponiamo uno sforzo congiunto dei governi, del settore privato e dei singoli cittadini.
La questione dello spreco alimentare è tanto più grave se si tiene conto di un dato ulteriore: fino ad oggi, il mondo produce cibo sufficiente per soddisfare - in teoria - la domanda di una popolazione globale che assomma a 7 miliardi di persone. La fame deriva dalla povertà, non dalla mancanza di risorse alimentari o idriche. Questo scenario - dicono tuttavia le tesi pessimistiche - si modificherà: tendenze demografiche (9 miliardi di persone nel 2050), cambiamento del clima, nuove abitudini alimentari in paesi come Cina, Brasile e India, riduzione delle superfici agricole, faranno entrare il mondo nella fase della scarsità. La scarsità assoluta di cibo e acqua. Come il petrolio nei decenni scorsi, le terre saranno oggetto - lo sono già, in effetti - di contese geopolitiche. Per cibo e acqua si combatteranno le guerre, in un ritorno postmoderno dell'antichità.
 
Due settimane di Women for Expo a Expo Milano 2015, i contenuti
Noi crediamo, in realtà, che non ci sia nulla di ineluttabile nei trend globali: produrre di più, con meno spreco di risorse è necessario e possibile. Possibile se l'approccio al problema della produzione agricola troverà il giusto equilibrio fra difesa della tradizione e innovazione tecnologica. Per questo, nelle due settimane di Women for Expo che si terranno dal 29 giugno al 10 luglio verrà dato un peso molto rilevante anche al cibo del futuro, alla discussione sugli Ogm, al rapporto fra energia e agricoltura, al problema dell'agrobusiness nei negoziati commerciali. Piccola produzione locale e nuove tecnologie, da una parte; accesso all'istruzione e diritti di proprietà, dall'altra. La battaglia per gli strumenti e per i diritti delle donne in agricoltura, è la battaglia per l'agricoltura tout court. Il mondo ha bisogno (anche) delle donne per vincere la sfida della fame. L'Alleanza di Women for Expo, lanciata da Milano, non finirà a Milano.
 
 

Pier Sandro Cocconcelli. Mangiare sicuro? In Europa si può

Innovazione / -

Pier Sandro Cocconcelli, direttore del Laboratorio ExpoLab dell’Università Cattolica di Milano e esperto scientifico per l’Efsa (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare)

Secondo l'esperto in food safety dell’Università Cattolica, il sistema europeo è tra i più garantiti al mondo. Ma non è così facile esportarlo.

Gli alimenti che prendiamo dallo scaffale sono davvero sicuri? Cosa possiamo sapere dall’etichetta di un prodotto? Se spingendo il carrello in un supermercato della Vecchia Europa vi hanno assalito questi dubbi, potete stare ragionevolmente tranquilli. A quanto pare, si tratta del Continente con gli alimenti più sicuri al mondo. Parola di Pier Sandro Cocconcelli, direttore del Laboratorio ExpoLab dell’Università Cattolica di Milano ed esperto per l’Efsa (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare) dal 2003.
 
È sicuro quello che mangiamo?
Direi che corriamo rischi minimi. Dopo lo scandalo di mucca pazza, che aveva demolito la fiducia dei cittadini nel sistema alimentare, l’Unione europea ha rivisto la legislazione in materia, ha creato un’agenzia apposita e ha improntato tutta la politica di sicurezza al principio di massima trasparenza. Il numero di malattie alimentari nei 28 Stati membri è tra i più bassi al mondo, grazie a leggi molto restrittive e a un sistema di allerte rigoroso, che vale anche per i prodotti extra Ue che passano i confini. In altre aree del mondo la situazione è sostanzialmente differente. Basti pensare che, su 400 milioni di abitanti, contiamo dalle 20 alle 40 morti l’anno per infezioni o intossicazione, mentre, secondo i dati Oms, nell’Africa subsahariana 300mila persone muoiono ogni anno solo per diarrea dovuta a cibi insalubri.
 
Quante informazioni conosciamo sul cibo che mettiamo nel piatto?
Grazie alle leggi sulla tracciabilità, conosciamo l’esatto percorso di ogni lotto (cioè l’unità minima di produzione, che varia da azienda ad azienda) e , anche nel caso di alimenti composti da più ingredienti  le aziende devono mantenere le informazioni  sulla loro origine. Nel caso di un rischio alimentare, diventa quindi possibile risalire alla fonte primaria di contaminazione. Le allerte  e gli avvisi relativi a rischi alimentari sono gestiti dalle autorità competenti e pubblicati online sul sito del RASFF, il sistema rapido di allerta per gli alimenti e i mangimi dell’Unione Europea.e. 
 
Se il sistema è così sicuro, come possono accadere scandali come quello della carne di cavallo, avvenuto pochi mesi fa in Regno Unito?
Purtroppo questi sono casi di frodi commerciali, non di rischio alimentare. In altre parole, non c’è stata una contaminazione accidentale, ma la volontà di sostituire un ingrediente con prodotti a più basso costo senza dichiararlo in etichetta. I rischi in questo caso nascono dal fatto che la carne di cavallo introdotta disonestamente non è tracciata, quindi potrebbe provenire da animali non allevati per il consumo umano, che hanno assunto medicinali non consentiti dalle leggi. Il lato positivo della vicenda è che la frode è stata individuata rapidamente e si è potuto risalire all’origine e sequestrare i prodotti potenzialmente rischiosi, per cui il sistema ha dimostrato la sua tenuta.
 
Perché le leggi europee sulla sicurezza alimentare non vengono esportate a livello globale, chiedendo ad altri Paesi di adeguarsi alle best practice?
Il rovescio della medaglia di un sistema sicuro come quello europeo è che è anche molto costoso, e i Paesi terzi lo vivono come una barriera non tariffaria alle proprie esportazioni. Esiste comunque un programma dell’Unione Europea per migliorare gli standard qualitativi extra comunitari, diminuendo l’impatto ambientale delle filiere e aumentando l’appeal dei prodotti sui mercati europei. In Europa, infatti, c’è un forte fabbisogno di materie prime sicure. Anche la Scuola di alta Formazione sulla Sicurezza degli Alimenti, che abbiamo istituito con l’Università Statale sotto il patrocinio di Expo 2015 e dei Ministeri della Salute e dell’università, darà spazio a studenti extracomunitari che vogliono fare training sul sistema di sicurezza europea. 
 
Qual è il valore aggiunto di questo Master rispetto agli istituti di formazione post universitaria già attivi in Europa?
Innanzi tutto ci tengo a sottolineare che questa scuola farà parte dei lasciti di Expo Milano 2015. Il tema della sicurezza alimentare sarà affrontato con un approccio spiccatamente multidisciplinare, anche dal punto di vista della qualità, rispetto alla quale l’agroalimentare italiano è ancora un modello. Un’altra caratteristica della Scuola è che, rivolgendosi a un’utenza molto varia e con livelli di competenza diversi, permetterà di modulare la frequenza in base ai propri interessi secondo una formula flessibile, tra il dottorato, la formazione continua, i cicli di workshop. 
 

SoCrock, lo snack si fa sostenibile

Innovazione / -

Questa barretta a base di sorgo e vinaccioli ha vinto l'edizione 2013 di EcoTrophelia

I Croccanti, un team di studenti della Facoltà di Agraria della Cattolica di Piacenza e Cremona, ha ideato una barretta a base di sorgo 100% ecocompatibile. Che presto potrebbe essere posta in commercio in versione bio.

Per essere originali bisogna ‘tornare alle origini’? Nel food può darsi, visto che un cereale antico, e ormai poco utilizzato come il sorgo (con cui si realizzavano le vecchie scope di saggina) ha dato lo spunto per uno snack eco-innovativo. Stiamo parlando di SoCrock, una barretta rompidigiuno ideata da cinque ragazzi (denominatisi “I Croccanti”) della Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica di Piacenza e Cremona. Il prodotto si caratterizza per l’utilizzo di materie prime povere o di scarto, come granella di sorgo bianco soffiata, sciroppo e fibra di sorgo. SoCrock contiene anche vinaccioli d’uva macinati (provenienti dalle distillerie). Cereali minori e sottoprodotti agricoli, generalmente utilizzati per mangimistica o biogas, trovano dunque nuova vita in questo rompidigiuno, che utilizza anche del miele ed è coperto per metà da puro cioccolato fondente. 
 
Vincente nei test sensoriali
“Rispetto al sorgo rosso, coltivato in Asia e Africa, la variante bianca non contiene tannini, responsabili del sapore aspro, e permette quindi di ottenere un prodotto dolciario buono – spiega Roberta Dordoni, ricercatrice della Facoltà di Agraria di Piacenza e Cremona, Istituto di Enologia e Ingegneria agroalimentare -. Anzi,più buono degli altri, come è risultato dai test sensoriali comparativi svolti su 11 potenziali concorrenti. Peraltro, SoCrock è privo di glutine e ha solo 88 Kcal”. Atout da non sottovalutare per un mercato che può contare su un bacino d’utenza molto ampio: secondo dati Aidepi 2012, il 25% degli adulti consuma snack nel corso della giornata. Le barrette, in particolare, hanno tassi di crescita del 2% in quantità e del 4% a valore.
Va sottolineato che il sorgo, rispetto ai cereali normalmente usati per le barrette snack in commercio, si caratterizza per un’ottima resistenza alle condizioni climatiche avverse e per una richiesta idrica molto inferiore: per produrre 1 kg di sorgo sono necessari 220 litri d’acqua al kg, contro i 600 del riso, i 500 dell’avena e i 300 del mais.
Per chiudere il cerchio, i Croccanti hanno anche utilizzato un packaging di polipropilene 100% riciclabile, corredato da un’etichetta ambientale che dettaglia l’impatto dei singoli ingredienti su aria, acqua e suolo e il costo ambientale globale. Ciliegina sulla torta, i ragazzi hanno individuato possibili fornitori nelle immediate vicinanze, che permetterebbero di realizzare un’autentica filiera corta. Il costo produttivo si attesta così sui 25 centesimi a barretta, consentendo un prezzo al pubblico di 1 euro (10-12 euro al kg). 
 
Una storia di successo
Tutte caratteristiche che hanno permesso a SoCrock di piazzarsi al primo posto di Ecotrophelia 2013, il concorso promosso da Federalimentare nell’ambito del Cibus Global Forum che premia i progetti universitari d’innovazione alimentare con contenuto di sostenibilità, e di arrivare terzi all’edizione europea. Ma non finisce qui.
SoCrock finora è stato realizzato in fase prototipale grazie alla collaborazione dell’azienda dolciaria cremonese Rivoltini, specialista in torrone biologico. Ma presto potrebbe arrivare una vera e propria commessa di fornitura.
“Al momento, un produttore biologico si è detto interessato a introdurre SoCrock nella propria offerta in conto terzi – assicura Dordoni – ed è quindi probabile che avvenga a breve una commercializzazione in canali specializzati”. 
Nutriente, sostenibile, pratico, buono: e se gli alimenti del futuro fossero tutti così?
 

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