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Detto e mangiato: dindo

Cultura / -

Curiosamente la parola dindo ha a che fare sia con i quattrini che con i tacchini.

Pare che “dindo” -più spesso usato nella forma al plurale “dindi”-  sia il primo modo degli esseri umani di chiamare il danaro. L’associazione tra dindo e pecunia è presto spiegata col suono che fanno le monete tintinnando (din-din).
Dindo è infatti voce onomatopeica e giocosa, più spesso usata in fase infantile e poi abbandonata per alternative meno scherzevoli.
La parola dindo indica anche il tacchino e in questo caso deriva dal francese dinde, forma ellittica della locuzione coq d’Inde ‘gallo d’India’.
Il gallinaceo in questione fu infatti importato in Europa dalle Americhe, inizialmente credute le Indie Orientali. E mentre in Francia si è preferito non dar peso all’errore originario, per cui è rimasta in uso la parola dinde, in Italia ebbe col tempo la meglio la voce “tacchino”, probabilmente derivante dal verso “toc, toc” che fa la femmina richiamando i suoi pulcini.
Dindo è comunque voce allegra e piacevole, legata all’idea di abbondanza che sta nel tintinnio della moneta e nella floridezza del tacchino, da sempre simbolo di benessere e prosperità.
Infatti la storia vuole che, nel 1620, i Padri Pellegrini (perseguitati in Inghilterra e dunque sbarcati nel Massachusetts alla ricerca di una vita migliore) riuscirono a sopravvivere al rigido clima invernale grazie all’aiuto dei Nativi Americani, che gli insegnarono a coltivare il mais, a cacciare i bisonti e ad allevare i tacchini.
Come ringraziamento i coloni indissero un suntuoso banchetto (la cui ricorrenza si festeggia nel Thanksgiving day) estendendo l’invito all’intera tribù indigena.
La portata d’onore fu naturalmente il dindo; da qui nasce l’usanza americana di consumarlo durante il “Giorno del ringraziamento” e soprattutto di offrirlo ai vicini meno abbienti, cosa ancor più meritevole se ci si avvale del suo doppio significato (tacchino e quattrino).
Buon appetito.

Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.

 
 

15 dicembre 1944. Chico Mendes: l'uomo e la foresta

Sostenibilità / -

Chico Mendes
By Miranda Smith, Miranda Productions, Inc. (Own work) [CC BY-SA 3.0]

Da estrattore di caucciù a simbolo internazionale contro il disboscamento della foresta amazzonica, per le lotte delle popolazioni indigene e per uno sviluppo sostenibile. A settanta anni esatti dalla sua nascita, Chico Mendes è latore di un messaggio ancora attuale: "La foresta ci unisce, ci rende fratelli, di fronte al pericolo comune. Ecco perché il mio lavoro in difesa dell'Amazzonia non potrà fermarsi".

Francisco - Chico - Mendes (15 dicembre 1944 - 22 dicembre 1988) era un raccoglitore di caucciù (seringueiro) di Xapurì, nello Stato brasiliano dell’Acre. Cresce in un ambiente dove predominano analfabetismo, abbandono, isolamento e povertà. Dal 1975 è segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali di Brasiléia e promotore della nascita del sindacato a Xapurì. Diventa leader dei seringueiros, legando il proprio nome alla lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica. Guida le manifestazioni pacifiche davanti ai bulldozer per impedire la deforestazione ed entra in conflitto con gli interessi dei latifondisti (fazendeiros). Nel 1985 dirige il primo congresso nazionale dei seringueiros e lancia l’idea che le foreste debbano restare proprietà comune in mano allo Stato. Riesce a portare le rivendicazioni dei contadini e delle popolazioni indigene dell'Amazzonia all'attenzione dei media internazionali. Viene assassinato la vigilia di Natale del 1988, a 44 anni, davanti a casa.
 
Il contesto: il disboscamento dell’Amazzonia
A partire dal 1970 la giunta militare del Brasile lancia un piano per lo sviluppo dell’Amazzonia: incentivi fiscali e finanziamenti per investire nell’Ovest del paese e la costruzione della strada transamazzonica BR-364. A prendere in mano la situazione sono i fazendeiros e i grandi proprietari agricoli del Sud. Il Mato Grosso e la Rondônia vengono disboscati in pochi anni per far posto all’allevamento e al pascolo di bestiame da carne. Poi è la volta dell’Acre, dove vive Mendes. Praticamente tutto lo Stato è coperto dalla foresta nativa: nel 1975 le zone disboscate sono poco meno dell’1 per cento del territorio, nel 1988 sono il 12,8 per cento. 19mila e 500 chilometri quadrati di foresta sacrificati in 13 anni. A metà del 1987 il satellite NOAA-9 rileva grandi incendi in Amazzonia. Quella stagione, ai lati della BR-364, si registrano più di 200.000 incendi. Il doppio della superficie della Svizzera brucia. Setzer, il ricercatore brasiliano che segue le immagini satellitari sul suo computer, stima che gli incendi immettono nell’atmosfera oltre 500 milioni di tonnellate di carbonio: pari al 10% dell’apporto mondiale dei gas serra che influenzano il clima ogni anno.
 
“Un modello agricolo insostenibile”
In Amazzonia, denuncia Mendes, il modello di espansione agricola è insostenibile: il bestiame è importato dall'India ed è macellato per essere utilizzato nelle catene di fast food. Quando piove il terreno fragile, indifeso, si erode rapidamente. In pochi anni le fattorie abbandonate dell'Amazzonia somigliano ad un semi-deserto. Indios e seringueiros sono costretti ad emigrare e a stabilirsi nei ghetti delle baraccopoli e nelle favelas, senza radici e senza lavoro.
Il 6 dicembre 1988, a San Paolo, Mendes partecipa a un seminario organizzato dall’Università titolato “L’Amazzonia brucia”. Lì, due settimane prima di essere assassinato, denuncia ancora il modello di sviluppo insostenibile portato avanti dai grandi latifondisti e pronuncia un famoso discorso che conclude con queste frasi: “Non voglio fiori sulla mia tomba, perché io so che andranno a estirparli nella selva. Voglio solo che la mia morte serva per porre fine all'impunità degli assassini che contano sulla protezione della polizia di Acre e che dal 1975 hanno ucciso nella zona rurale più di 50 persone come me, leader seringueiros impegnati a salvare la foresta amazzonica e a dimostrare che il progresso senza distruzione è possibile”
 
Le riserve estrattive, modello di sostenibilità
“All'inizio ero convinto di lottare per salvare gli alberi della gomma, poi sapevo di cercare di salvare la foresta amazzonica. Ora ho capito che con le mie azioni sto cercando di salvare l'umanità”.
Chico Mendes è fra i promotori della creazione delle cosiddette “riserve estrattive” dell’Amazzonia, un programma di utilizzo delle risorse senza distruggerle: elabora, negli incontri con i seringueiros, l'idea di creare zone della foresta pluviale dove poter raccogliere non solo il caucciù ma anche frutti selvatici e medicinali naturali. Si dimostra che un ettaro di foresta produce (solo in gomma, noci, resine e frutta) molto di più di un ettaro dedicato al bestiame. Le riserve estrattive, diversamente  dalla creazione di pascoli, garantiscono la conservazione delle foreste e delle popolazioni indigene.
 
Un seme che germoglia?
Dal 1999 gli ideali di Mendes si stanno realizzando nello Stato dell’Acre con l’avvio di una politica di sviluppo sostenibile, capace di rendere compatibile la crescita economica con la tutela dell’ambiente e dei diritti umani. Il successo di queste politiche di sviluppo sostenibile è legato alla volontà di valorizzare in loco le limitate risorse naturali che si possono estrarre dalla foresta senza pregiudicarne l’equilibrio e la salvaguardia.

A Chico Mendes sono dedicati, in tutto il mondo e in Italia, parchi, giardini e cooperative per lo sviluppo sostenibile. Milano, la città di Expo Milano 2015, ha piantato in piazza Fontana (verso via Cesare Beccaria) un albero in suo onore. La targa riporta: "Questo tiglio vive per ricordarvi Chico Mendes e i popoli dell'Amazzonia che hanno difeso e difendono la Grande Foresta e questa nostra piccola Terra. Il Comune di Milano, 18/03/1989".
 

Cibi, riti e festeggiamenti: così si celebra la Pasqua nel mondo

Lifestyle / -

 
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Ogni Paese ha le sue tradizioni tipiche che accompagnano la celebrazione della Pasqua. Uova colorate, raccoglimento in preghiera, fuochi e falò, ma anche feste nel verde e vociare di bambini. Ecco alcune immagini di gioia provenienti da ogni parte del mondo.

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