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Un messaggio che attraversa la storia portando bellezza: la cultura a Expo Milano 2015

Cultura / -

Sebastiao Salgado
Andrea Mariani © Expo 2015

Expo Milano 2015 ha messo al centro della riflessione il nutrimento: le considerazioni sul cibo per il corpo, sulle sfide per garantire un’alimentazione sana, sicura e sufficiente alla popolazione mondiale nel prossimo e immediato futuro non possono essere disgiunte da quelle sul cibo per l’anima, quello che tiene in vita i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre sensibilità.

Questa Esposizione Universale ha voluto mettere al centro della riflessione l’aspetto umanistico, ritenendolo di importanza fondamentale nel progresso del pensiero: l’arricchimento derivante dalla riflessione su temi diversi fornisce infatti gli strumenti intellettuali, critici, metodologici e l’ispirazione d’animo adeguati per poter affrontare la discussione sul Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. La cultura declinata attraverso la fotografia, la letteratura, il cinema e l’arte, abbracciati e valorizzati in questa Esposizione Universale, sono infatti espressioni dello spirito, di quell’afflato estetico con cui nel tempo l’uomo ha interpretato l’argomento del cibo.

Fotografia: mostrare il Pianeta, per nutrirlo
La terra, gli ingredienti, il lavoro  degli uomini: a Expo Milano 2015 nove grandi fotografi di Magnum/Contrasto hanno rappresentato con il loro lavoro il Tema all’interno dei Cluster. Un viaggio nel mondo, attraverso filiere alimentari, tradizioni, volti e luoghi: grazie a linguaggi personali differenti i fotografi hanno fatto conoscere i Paesi agli oltre venti milioni di visitatori da tutto il mondo. Ferdinando Scianna per il Cluster Bio-Mediterraneo, Martin Parr per il Cluster Cacao, Gianni Berengo Gardin per il Cluster Riso, Alex Webb per il Cluster Spezie, Irene Kung per il Cluster Frutta e Legumi, Alessandra Sanguinetti per il Cluster Isole, mare e cibo, Joel Meyerowitz per il Cluster Cereali e Tuberi, George Steinmetz per il Cluster Zone Aride, Sebastião Salgado per il Cluster Caffè: dal reportage all’antropologia, dalla visione della natura a quella dell’arte, le loro fotografie restituiscono l’immagine di un Pianeta ricco, diverso, da amare e proteggere.
 
Letteratura: un viaggio nella storia con le parole del cibo
Sensibilità, delicatezza, consapevolezza e un pensiero che percorre la Storia, modulandosi e parlando a diverse generazioni: il lavoro di scrittori e poeti ha da sempre caratteristiche legate alla bellezza del Pianeta. Le loro parole danno un messaggio, che espresso in prosa o in poesia, attraversa il  tempo e rimane impresso nella memoria diventando cibo per la mente e per il cuore.

Cinema e teatro: uno spettacolo a cielo aperto
L’Esposizione Universale è diventata un set cinematografico: sono state riproposte da Dante Ferretti le scenografie del mercato italiano: i banchi dei  prodotti tipici italiani punteggiano il Decumano, raccontando una storia fatta di scambi, di sapori, di incontri. Inoltre, 22 statue compongono l’installazione del popolo pacifico, “I Guardiani del cibo”, che rappresentano le materie prime alla base dell’alimentazione. Anche il teatro ha interpretato il Tema della nutrizione: ALLAVITA!, lo show esclusivo realizzato dal Cirque du Soleil ha raccontato il cibo attraverso la meraviglia dell’arte del circo contemporaneo, della danza e delle esibizioni dei pagliacci, intrecciate con musiche originali e sorprendenti costumi di scena, trucchi creativi e proiezioni video multimediali.

Arte: la bellezza che nutre
Un percorso nella bellezza, nelle espressioni artistiche delle diverse epoche: l’arte incarna lo spirito del tempo e lo cristallizza, rendendolo eterno, attraverso diverse forme. Il proteiforme rapporto tra l’arte e il cibo è stato interpretato da Arts & Foods. Rituali dal 1851, l’area tematica che ha illustrato i diversi linguaggi visuali e plastici, oggettuali e ambientali che dal 1851 fino ad oggi hanno ruotato intorno alla nutrizione e alla convivialità. Ma oltre, pittura, scultura, installazioni artistiche hanno popolato durante i sei mesi il Sito Espositivo, che è diventato un salottino artistico a cielo aperto: i visitatori si sono potuti muovere tra espressioni artistiche del cibo e del nutrimento. Hanno potuto guardare, toccare, sentire tutta la bellezza del cibo.
 
 

Mario Tozzi. Smettiamo di forzare il suolo, i mari e la natura

Sostenibilità / -

cover mario tozzi
©Antonella Antonucci

Il 5 dicembre è la giornata Fao del suolo. Il noto geologo italiano, Primo Ricercatore presso il Cnr, autore e conduttore televisivo, è vegetariano per motivi ambientali, etici e salutistici. E racconta al magazine di Expo Milano 2015 i rischi a cui andiamo incontro se continueremo a sfruttare scriteriatamente le risorse del Pianeta.

Geologo, volto noto della tv, ambientalista, lei conosce la Terra davvero da cima a fondo. È giusto interrogarsi, in occasione del World Soil Day indetto dalla Fao, su questo:quanto cibo possono darci i terreni del nostro Pianeta?
Non possiamo trasformare tutta la Terra in un orto o in un campo coltivato, quindi il cibo che può darci non può essere infinito. Sul nostro Pianeta ci sono le montagne, i poli ghiacciati e i deserti ed è bene che continuino a fare il loro mestiere. I progetti di irrigazione dei deserti sono destinati a fallire per ragioni logistiche, ma anche e soprattutto per una ragione generale, perchè il Pianeta ha una sua dinamica che non può essere contrastata o forzata per produrre più cibo o più pesce in mare. Questa è una cosa che comporta poi una serie di danni a catena. Se pensiamo all’agricoltura, sia che essa serva agli uomini o agli animali, le terre fertili sono già state tutte coltivate, anche quelle più vicine alle fonti irrigue. Quello che resta è foresta, e non è possiamo continuare a tagliare pezzi di foresta per coltivare. Il cibo della Terra ha un limite e dobbiamo fare i conti con questo limite. Questo Pianeta ha un limite anche rispetto al numero di umani che può ospitare.
 
Decrescita felice. Stiamo per intervistare il filosofo Serge Latouche. Entrambi affermate che lo sviluppo sostenibile è un ossimoro, dato che non esiste una sola attività dell’uomo che non impatti negativamente sul Pianeta. L’unica possibilità di sopravvivere è la decrescita?
Prima di tutto, la decrescita dell’economista Latouche è felice, mentre la nostra non è per niente felice, mi sembra, quindi augurarsela felice è già un passo avanti. Dal punto di vista teorico, noi siamo già in decrescita da diversi trimestri. L’unica soluzione, al limite delle risorse, siano esse acqua o risorse minerarie, è quella di arrivare progressivamente ad un numero di abitanti umani compatibile con il Pianeta che dovrebbe essere molto inferiore a quello di oggi. Naturalmente, non ci si può arrivare eliminando fisicamente gli abitanti, ma dovremmo assestarci su numeri più compatibili. I numeri attuali non sono compatibili con un Pianeta solo.
 
Carne. Citando anche il documentario “Meat The Truth”, asserisce che per il clima è più dannoso mangiare carne che andare in macchina. Sulla Terra ci sono 1,3 miliardi di bovini. Come fa la Terra a sostenere questo peso?
Infatti non lo sostiene. Il problema non sono solo gli allevamenti industriali di bovini, ma anche gli altri allevamenti, per esempio in Italia ci sono quelli di suini. In altre parti del mondo, si allevano quasi dieci miliardi di volatili. Stiamo parlando di numeri enormi che non sono sostenibili per il Pianeta per le ragioni di cui parlavamo prima. Non c’è abbastanza terra per dargli né pascolo né cereali. Soprattutto, le condizioni di salubrità delle carni che così si ottengono non sono sempre cristalline: devi dare antibiotici e anabolizzanti agli animali e li fai stare in allevamenti intensivi. Per non parlare delle vita che fanno. Il consumo di carne rossa, anzi della carne in generale, è incompatibile con il Pianeta perché un chilo di carne comporta l’uso di migliaia di litri d’acqua, comporta petrolio, comporta spostamenti e tutta una serie di costi ambientali che sono molto difficili da compensare. Questo discorso vale anche per il pesce. Se oggi gli indiani volessero consumare tutto il pesce che attualmente consumano i giapponesi, ci vorrebbero circa 100 milioni di tonnellate di pescato all’anno. Tenete conto che nel mondo si pescano in totale 100 milioni di pesce e non se ne possono pescare di più. Noi siamo già oltre i limiti, ma non ce ne rendiamo conto perché una parte dell’umanità vive sotto questi limiti, mentre noi occidentali viviamo sopra. Questo è il motivo per cui il sistema tiene, altrimenti non terrebbe più. Se i cinesi volessero mangiare la carne che mangiano gli statunitensi, non ci sarebbero pascoli a sufficienza per tutti gli animali necessari a sfamarli.
 
Lei ha condotto una serie di conferenze pubbliche proprio sul tema dell’impatto ecologico della nostra alimentazione. Qual è la dieta più sostenibile?
Da un lato, bisognerebbe guardare ai consumi di acqua e di suolo e dall’altra guardare alle emissioni di anidride carbonica e ai consumi di energia. Dunque la dieta più sostenibile è una dieta che comporta la minore distanza possibile tra chi mangia e il cibo prodotto (i famosi chilometri zero) e che comporta uno scarso – o nullo - uso di proteine animali. Questa dieta comporta l’uso intelligente dell’acqua e del vino perché anche queste sostanze vanno tenute in considerazione. La dieta mediterranea, per esempio, che è la dieta dei nostri avi pesava poco sul Pianeta perchè comportava l’uso di pochissima carne e di pochissimo pesce. Era una dieta praticamente vegetariana, fatta di carboidrati di vario tipo, verdura e frutta. Questa è l’unica dieta compatibile con il Pianeta.
 
Cibo e riscaldamento globale. Il riscaldamento climatico sta cambiando la geografia dell’agricoltura. Si fa sempre più fatica a coltivare il cacao in africa, in Francia la produzione di vino si sta spostando in Inghilterra e Groenlandia. Che scenario vede per il 2050?
Non so se il vino possa arrivare fino alla Groenlandia, magari potrebbe arrivare facilmente nelle parti settentrionali dell’Inghilterra e forse anche in Scandinavia. Questo è già successo altre volte, nei periodi di grande caldo medievale, quando in Inghilterra si coltivava la vite. Il clima modificherà l’andamento delle coltivazioni, ma soprattutto amplierà le fasce desertiche, dunque sostanzialmente ci sarà una sottrazione di suoli utili. Se poi andrà ad intaccare la foresta pluviale, allora saremo nei guai seri, quindi più che preoccuparmi dello spostamento della produzione vinicola, mi preoccuperei di avere meno foreste per respirare. Il che dipende anche dall’uso sconsiderato che facciamo della risorsa legno.
 
Petrolio. Lei afferma che le risorse di combustibili fossili non sono illimitate e che è più comprensibile l’uso del petrolio per creare la materia plastiche piuttosto che per essere bruciato in un motore. Anche se li usassimo solo per produrre plastica, quanto ne resterebbe?
Non vorrei passare per un fautore della plastica. Anche se usati per creare materie plastiche, i combustibili fossili comportano una serie di problemi notevoli. Considerando che negli Stati Uniti ogni settimana si brevettano 15 nuovi polimeri, direi che di risorse non ne restano tante. Direi che sfruttare una risorsa fino a quel punto, con le conseguenze che ha questo sfruttamento, non è un’operazione da animale intelligente come noi riteniamo di essere.  Ricordiamoci che bruciare idrocarburi produce conseguenze ambientali devastanti.

Cibo e petrolio. Il cibo che mangiamo è prodotto grazie ai combustibili fossili. I fertilizzanti sono prodotti con il petrolio, i trattori usano il petrolio come combustibile, alcuni additivi del cibo (coloranti e aromi artificiali) sono dei derivati del petrolio.  Esistono delle alternative?
Innanzi tutto, meno strada fai fare al cibo e meglio è, poi esistono le coltivazioni biologiche che non usano fertilizzanti chimici e aggiungiamo anche che il compostaggio è una maniera sensata di recuperare i rifiuti organici. Tendenzialmente, si è visto che l’uso estensivo di pesticidi provoca solo danni perché è vero che può eliminare un parassita, ma rende la coltura oggetto di minacce da parte di altri parassiti. Quello di pensare di aumentare le coltivazioni e la loro intensità grazie alla chimica, non è propriamente intelligente. Questo non va bene, si è già visto con la prima rivoluzione verde, quella agricola degli anni Settanta e con quella post guerra dei pesticidi, del DDT, perché le piante vengono rese semplicemente sensibili a quei ceppi e quindi non ci si guadagna granché. Mi pare che oggi la produttività dei terreni sia rimasta grosso modo quella del medioevo, del trenta- quaranta per cento, forse un po’ di più e nonostante l’uso della chimica. Questo significa che essa non serve.
 
Ogm e biotecnologie. Gli studi sugli Ogm sono iniziati 40 anni fa. Il problema è nato quando si iniziò a fare la ricerca sulle piante per l'alimentazione. Come ci si accorge che una ricerca, una tecnologia sono - per usare un suo termine, “barocche”, inutili? È una questione di costi? Oppure il problema sono i rischi?
Da un certo punto di vista, è una questione di costi perché queste tecnologie hanno un costo, ma è anche una questione di efficacia perché normalmente sono poco efficaci. Nel caso degli Ogm, la tecnologia interviene per anticipare quello che normalmente la piante farebbero in più tempo. Se ci pensiamo, gli innesti si sono sempre fatti, l’uomo ha sempre selezionato le piante, ma con tempi molto più lunghi. Noi invece vogliamo accelerare questi tempi, ma si è visto che questo può portare dei risultati controproducenti. Non vale neppure ricordare che i bambini indiani che mangiano il riso dorato possono combattere il glaucoma grazie alla vitamina B perché dovrebbero mangiare un paio di chili al giorno di riso perché questa abbia efficacia, cosa che non risulta. Di vitamina B, infatti, ce ne è molta di più nelle spezie che vengono utilizzate in quel tipo di alimentazione. Nel coriandolo, per esempio. Le chimere genetiche sono semplicemente una forzatura dei tempi della natura, una forzatura che, dato che non siamo ancora dei, non ci possiamo permettere.
 
 
 

Paolo Barilla e Luigi Scordamaglia. L’industria italiana lavora a soluzioni di filiera

Editoriale / -

Le imprese produttive hanno iniziato a collaborare sulle grandi sfide dell’alimentare, per cogliere le occasioni di Expo Milano 2015 e offrire una risposta condivisa alle sfide globali dell’accesso al cibo.

Al mondo delle imprese produttive, ampiamente rappresentato nei tavoli di lavoro della giornata Le Idee di Expo verso la Carta di Milano, hanno dato voce sul palco Paolo Barilla, vicepresidente della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition e Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare.
“Dobbiamo avere un ruolo tecnico nel rendere praticabile la strada che il Santo Padre ha indicato nel suo messaggio – ha esordito Paolo Barilla -. Abbiamo costruito un sistema agricolo, economico e di fruizione del prodotto che ha gravi ed evidenti difetti di cui siamo parte in causa.  La differenza rispetto al passato è che oggi abbiamo capito che abbiamo bisogno di collaborare, non solo tra imprese, ma con esperti del mondo scientifico e personalità esterne. Questa collaborazione ci ha portati a elaborare il protocollo di Milano, il documento, frutto di un percorso di riflessione, che oggi confluisce nella Carta di Milano”.
 
L’Italian food raggiunge 1,2 miliardi di persone
Un richiamo al saper fare insieme che rimanda al valore dell’associazionismo confindustriale.
“Con Expo Milano 2015, l’intero modello agroalimentare italiano ha l’occasione di mostrare al mondo la nostra capacità di valorizzare tradizione e innovazione, localismi territoriali e globalizzazione nei consumi, sostenibilità ed efficienza – assicura Scordamaglia –. Oggi c’è un mondo che ci chiede di aumentare le proprie potenzialità agricole e guarda al modello agroalimentare italiano, e alla nostra filiera, efficace e sostenibile. I nostri 58mila imprenditori ogni giorno devono raggiungere a livello mondiale gli 1,2 miliardi di persone che, secondo nostre recenti stime, vengono a contatto con il food & beverage italiano. La sfida è esportare, insieme ai prodotti, anche i valori della nostra alimentazione, che è lontanissima dalle omologazioni e dagli appiattimenti”.
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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