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Sul tatami o intorno a un tavolo

Cultura / -

Se diciamo ‘Giappone’ la mente va dalla grande metropoli diffusa e iperconessa ai paesaggi bucolici di rosee chiome alberate e aceri rossi, in una campagna punteggiate da casette di legno, bambù, carta di riso e pavimenti in tatami …
 
Nel 1993 il fotografo Kyoichi Tsuzuki pubblica il libro Tokyo Style, una raccolta di immagini sugli ambienti residenziali giapponesi che ribalta quell’idea zen degli spazi assimilata nell’immaginario occidentale, ma ben lontana dalla vita quotidiana di una società super urbanizzata e capitalistica come quella giapponese.
 
Ed è sfogliando le pagine di questa pubblicazione davanti a un thé Gyokuro, che inizia la nostra conversazione sullo Spazio Cucina in Giappone, con Luigi Urru, docente di Cultura e Società dell’Asia Orientale all’Università Milano Bicocca. Inizia a franare, ascoltando le sue parole, quell’idea rarefatta di ordine, austerità e meditazione ormai consolidata nello sguardo occidentale, ma che aderisce alla realtà rurale ormai diventata minoritaria e non trova più riscontro nelle logiche consumistiche dell’odierna cultura dell’accumulo giapponesi.
 
Il tema della densità abitativa si pone all’attenzione. Nelle città gli spazi sono ridottissimi e la vita sicuramente è costipata, ma l’idea di cucine ‘micro’ rispetto a standard europei è un’affermazione che nasce più dagli stereotipi che dalla realtà vissuta. La cucina in Giappone è oggi proporzionata alla casa, non è necessariamente micro: se le persone sono benestanti e hanno una casa grande hanno anche una cucina grande, così come nei micro locali si trovano cucine passanti con un design minimale, nella gran parte simili a quelle occidentali, sia nell’estetica che nelle componenti (cappa, frigo, ecc.). Cambiano i dettagli e due sono gli oggetti non mancano mai: il bollitore dell’acqua e la pentola elettrica per il riso. Contrariamente alle aspettative, non c’è traccia di tatami, moduli che invece sono riservati alla stanza degli ospiti e da letto.
 
Muovendosi dalla città alla campagna, nell’edilizia residenziale rurale, l’area dove si cuoce e si usa il fuoco non è rialzata di 30 cm da terra, come nel resto della casa; il pavimento è in terra battuta, o in assi di legno.
 
Il tavolo è la new entry storicamente più rilevante nella definizione della cucina giapponese contemporanea: arriva in Giappone solo dopo l’apertura delle frontiere commerciali, quindi nel 1852-1854. In questo processo di scambio con l’alterità occidentale il Paese attraversa, comprensibilmente, adozioni e rifiuti dei modelli esterni. La prima fase (periodo Meiji 1854-1912) è segnata dall’introduzione e dall’appropriazione del nuovo ed è allora che arrivano in Giappone i primi tavoli e le sedie (Cfr. C.P/F.P, “Architetti in cucina. Stereotipi e prototipi del 900”, Exponet 11 Marzo 2015). Le campagne di comunicazione governative per promuoverne l’uso proseguono nel periodo successivo (TaishŌ 1912-1915). Il messaggio diffuso fa leva sul prestigio di cui gode la tecnica europea, riferimento di eccellenza tecnica per il Giappone, poi seguito dagli Stati Uniti nella cultura del Secondo Dopo Guerra. Il nuovo modo di consumare i cibi da seduti, assume inoltre una valenza igienista. Fino a quel momento ci si sedeva accovacciati, in un angolo riservato della casa, su tatami con alloggiamento per infilare le gambe; gli alimenti erano troppo vicini al pavimento e gli abiti, quelli della moda tradizionale, diventati obsoleti per uno stile lavorativo in continuo cambiamento.
 
A questo si aggiunge l’enfatizzazione, nei messaggi politici dell’epoca, dell’idea di famiglia che si ritrova intorno a un tavolo: Bunka JutakŪ, dove il primo termine significa Cultura e il secondo Dimora, è il nome dato alle case ‘riformate’ in senso occidentale. Ma la vera metamorfosi culturale avviene con l’avvento della tv negli anni sessanta; in tutto il mondo cambia il fulcro della vita domestica e il microcosmo nipponico non fa eccezione.
 
Ma nel Giappone odierno c’è ancora l’idea di una famiglia riunita intorno a un tavolo? No, perché gli stili di vita sono profondamente diversi tra uomo e donna (gli uomini lavorano fino a tardissimo, tutti) e tra genitori e i figli. Morale: spesso davanti al tavolo, o a guardare la TV, alla sera ti ritrovi da solo. La casa giapponese è infine concepita come un mondo privato e anche due amici intimi per chiacchierare si trovano più spesso al bar. Vite parallele che non si incrociano (quasi) mai in cucina.

 
 
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La Villa Litta di Lainate e il Ninfeo dalle mille sorprese

Cultura / -

L’ingresso del Ninfeo
© A. Pessina

È una delle più spettacolari “ville di delizia” lombarde. Famosa per lo splendido Ninfeo, luogo dei “divertissement” acquatici, è una splendida dimora circondata da un parco meraviglioso. E si trova a pochi chilometri dal sito di Expo.

Un po’ di storia
La villa, compreso il Ninfeo, fu fatta costruire su una preesistente villa di campagna da Pirro I Visconti Borromeo a partire dal 1585, e rimase sostanzialmente inalterata fino agli inizi del Settecento, prima che il marchese Pompeo Litta intraprendesse scenografici interventi anche sul giardino. Esponente di spicco dell’alta aristocrazia lombarda, imparentato con i Visconti signori di Milano, Pirro volle edificare una dimora splendida, espressione di quella cultura poliedrica che aveva assorbito in gioventù. Per questo chiamò a lavorarvi alcuni importanti artisti lombardi del tempo, tra cui l’architetto Martino Bassi e pittori come il Morazzone e Camillo Procaccini. Come molte dimore milanesi la villa non mostra all’esterno né lo sfarzo degli interni né la bellezza del suo giardino, ma riserva al visitatore una sorpresa che non potrà essere dimenticata.
 
Entrare in villa
Il complesso si sviluppa attorno alla Corte d’onore, su cui prospetta il Palazzo del Cinquecento. Le sale di quest’ala della villa conservano begli affreschi del XVI secolo che il Comune, proprietario del complesso dal 1971, ha restaurato. Sulla corte d’onore prospetta anche il Palazzo del Settecento, o Quarto Nuovo, forato da un porticato a tre arcate su colonne binate. La bella facciata in cotto, leggiadra pur nelle forme già barocche, accoglie sale affrescate e, al piano nobile, il Salone della Musica, con balconcini per i musici. Quest’ala della villa fu voluta da Giulio Visconti Borromeo Arese, con una destinazione ludica evidente anche nel Teatro di Verzura su cui il Quarto Nuovo si affaccia.
 
Il parco e il Ninfeo
Il fascino delle antiche “ville di delizia” si respira anche nel parco di tre ettari, sorto a corredo della dimora. Caratterizzato in origine da una notevole varietà botanica, oggi solo in parte preservata, il giardino comprende più parti: il giardino all’italiana, con aiuole dal disegno geometrico, un tempo arricchito da un labirinto, un bosco disegnato all’inglese da Luigi Canonica (1808), le limonaie e le serre per le prime sperimentazioni botaniche (tra cui banani, caffè, palme e gli “anenassi”!) e le due grandi fontane monumentali di Galatea e di Nettuno. Chiude il cannocchiale ottico, che attraversa longitudinalmente il parco un’esedra, punto focale verso cui converge lo sguardo.
 

Ma è certamente il Ninfeo l’elemento che genera la sorpresa più grande: costituito da una successione di grotte artificiali decorate da stalattiti in tufo e rivestite da incrostazioni di conchiglie e pietre dure, doveva accogliere le collezioni d’arte di famiglia negli ambienti rivestiti da stupefacenti mosaici di ciottoli bianco e neri. Questo luogo di meraviglie fu voluto dallo stesso Pirro Visconti Borromeo per stupire i suoi illustri ospiti ma non cessa, a distanza di secoli, di divertire i visitatori. Girando per la villa può infatti capitarvi essere sorpresi da spruzzi d’acqua che improvvisamente si levano sotto i vostri piedi, cascatelle d’acqua, zampilli di pioggia che schizzano imprevedibili da pavimenti e rivestimenti, azionati per scherzo da mani misteriose e invisibili, gradini che paiono dissestati e invece sono uno scherzo dell’architetto. Un ingegnoso impianto idraulico che, su progetto di un ingegnere militare, convogliava le acque del grande serbatoio della torre delle acque in condotti ancora in buona parte originali, tra spruzzi che si innescavano automaticamente ed altri che invece…
 
Stendhal e gli spruzzi d’acqua
Così, mentre vi aggirate nell’elegante Pronao o mentre ammirate l’Atrio dei Quattro Venti, la Sala dell’Uovo, il Cortile delle Piogge o le grotte, nemmeno vi accorgerete di essere sotto il tiro incrociato di qualche impertinente zampillo, come capitò a Stendhal, frequentatore abituale della villa, “vittima” divertita delle sorprese del Ninfeo che così lo descrisse: «Leinate, un giardino pieno di elementi architettonici, di proprietà del Duca Litta, mi è piaciuto. Conviene guardarsi bene dal passeggiare soli a Leinate; il giardino è pieno di getti d'acqua fatti apposta per inzuppare gli spettatori. Posando il piede sul primo gradino di una certa scala, sei getti d'acqua mi sono schizzati tra le gambe».
 
Informazioni pratiche
La villa è facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici o in bicicletta: a pochi metri passa la pista ciclabile del canale Villoresi, lunga 85 km, che congiunge il Ticino all’Adda.
Per informazioni su come arrivare, orari, biglietti, visite guidate: www.villalittalainate.it
 

Detto e mangiato: l’uzzolo

Cultura / -

uzzolo
©Sabrina D'Alessandro/Ufficio Resurrezione

Dicesi di ghiribizzo, voglia acuta e improvvisa, spesso bizzarra, simile a capriccio di bambino.

Alcuni ritengono derivi da Uzza, brezzolina pungente che si sente in campagna al primo mattino e sul far della sera.
Altri legano l’etimo a una cosa diversamente pungente: l’appetito. In tal caso la parola uzzolo si sarebbe formata sul latino esuríre, aver fame, da èsum supino di èdere, mangiare.
La particolarità dell’uzzolo, per quanto folle sia, è infatti quell’urgenza, quella fame grazie alla quale il soggetto che ne è preda sente il pungolo ad agire. 
Se poi agire diventa una lotta, non c’è problema. La fame, come l’uzzolo, non ammette ragione e il suo punzecchìo aiuta a non pensare alla paura.
“Stai sano!” dice Erasmo da Rotterdam “e difendi alacremente la tua follia”, uzzoli inclusi.
Buon appetito.
 
Detto e mangiato: un assaggio di quanto la storia alimentare influenzi profondamente la storia culturale e il modo di leggere la realtà... o meglio, di mangiarla.
 
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Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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