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Stati Uniti d’America. Quando la crescita è verticale

Cultura / -

Il 4 luglio è il National Day degli Stati Uniti
© Michael Hanson-Corbis

La tecnologia digitale consente una gestione avanzata delle realtà agricole, un incremento esponenziale della produttività e la riduzione degli sprechi. Oggi a Expo Milano 2015 si celebra il National Day degli Stati Uniti d’America.

Attraverso deserti, pianure, foreste e montagne si snoda un viaggio di sei fusorari in uno dei Paesi più etnicamente differenziati e multiculturali al mondo, prodotto di secoli di immigrazione e assimilazione. Gli Stati Uniti sono la prima superpotenza economica mondiale e industriale e, sebbene l'agricoltura rappresenti poco meno dell'1% del PIL, sono i maggiori produttori mondiali di mais e soia. Dall'Atlantico al Pacifico le coltivazioni di cereali e di oleaginose costituiscono la costante e il connettivo dello scenario dell'agricoltura e del paesaggio americani; nei secoli hanno progressivamente sostituito le praterie che una volta si aprivano sconfinate alle migrazioni delle mandrie di bisonti.
 
L’orto della First Lady dà i suoi frutti
Innovatori in molti aspetti dell’economia, della scienza e della cultura, gli USA stanno attraversando un profondo rinnovamento del settore food & beverage. Più che alla corsa allo spazio le istituzioni statunitense incitano con ironia a “darsi una mossa”: l’iniziativa «Let’s Move», lanciata dalla First Lady dall’orto della Casa Bianca, è il segnale forte che la logica fast food va ristrutturata con la riscoperta della varietà di culture alimentari regionali, lo sport, la nuova centralità assegnata al consumo di cibi freschi e biologici. La legge del 2010 «Healthy, Hunger - Free Kids Act» è un provvedimento senza precedenti per aiutare le scuole pubbliche statunitensi a offrire pasti più salutari nelle mense a decine di milioni di bambini. La revisione dei paradigmi alimentari che causano sprechi e danni alla salute (come l’obesità infantile) è una nuova sfida per la società americana.
 
"American Food 2.0 : United to feed the planet"
Riprogettare la cultura alimentare e agricola in modo sostenibile e avanzato è il messaggio contenuto nel “2.0” del padiglione USA. Nella patria del produttivismo prende l’avvio una nuova generazione di cibi e filiere, esemplificati dalla Fattoria Verticale automatizzata, paradigma di agricoltura di precisione gestita con sistemi digitali. Il muro verde di 670 metri quadrati con 42 varietà di verdure e cereali è dotato di un sistema di irrigazione a basso consumo di acqua. Lungo la rampa di ingresso (realizzata in legname riciclato dalla baia di Coney Island), si risponde alla domanda del millennio: nutrire 9 miliardi di persone? Sotto una copertura Smart Glass che rende l’edificio climaticamente adattivo, i video documentari (nel primo dei quali parla Obama) illustrano l’attesa rivoluzione dei consumi made in USA attraverso le migliori pratiche della food technology a stelle e strisce.
 
 

Khalida Brohi. Con ‘Sughar’ diamo le ali alle donne e diamo loro l’opportunità di emanciparsi

Cultura / -

Ha 26 anni ed è la fondatrice e il direttore esecutivo di Sughar – Donne con le Ali, un’impresa sociale non profit in Pakistan che offre opportunità alle donne pachistane, provenienti da aree tribali e rurali, di accrescere le proprie competenze e di acquisire capacità di leadership in un ambiente di crescita e sviluppo.

Qual è l'impegno di 'Sughar' per le ragazze? 
Sughar è un’impresa sociale non profit con sede in Pakistan, nella lingua locale ‘Sughar’ significa "donna abile e fiduciosa”. Le donne normalmente qui non si sentono dire queste parole, perché viene detto loro che sono pigre e che non sono buone mogli. Quando diciamo loro che hanno buone capacità, invece, la loro fiducia aumenta: abbiamo solo bisogno di dare loro l'opportunità di diventare leader un giorno nel loro paese. Siamo consapevoli che le donne non hanno bisogno di emancipazione, hanno bisogno dell’opportunità di emanciparsi. Pensiamo che abbiano potenziale che dev’essere liberato attraverso la formazione, con competenze che possono essere fornite per renderle grandi leader nelle loro comunità.
 
Come avviene la formazione?
In un villaggio addestriamo 30 donne in un unico grande centro di formazione. Facciamo sei mesi di formazione di competenze di impresa che comprendono l'educazione sui diritti, informazioni pratiche su come utilizzare il ricamo per creare prodotti di moda e guadagnare soldi. Dopo sei mesi diamo loro la possibilità di lanciare una piccola impresa nel paese, per lo più nel settore della moda, visto che le abbiamo addestrate a fare borse , scarpe e altri oggetti che possono essere venduti sul mercato internazionale. Diamo loro i soldi a condizione che coinvolgano sette donne a lavorare nei loro affari, creando così più posti di lavoro.
 
Da quanto tempo lavora per Sughar?
Dal 2009, quando mi è venuta la prima idea per un piccolo progetto che ha avuto successo . Poi, nel 2011 abbiamo lanciato il progetto principale del centro di formazione.
 
Ci può raccontare un ricordo speciale del lavoro con le ragazze?
Ricordo una donna in particolare. Selezioniamo tre ragazze che sono i “capi” del villaggio e li formiamo perché poi possano insegnare alle altre ragazze. Sono addestrate per sei mesi, vengono a Karachi per effettuare la formazione e diamo loro dei soldi. Questa ragazza è venuta e ci ha detto che ha dovuto lottare tutta la vita per andare a scuola, ma la sua famiglia non poteva permettersi che continuasse oltre la scuola primaria. Quando è venuta per essere addestrata come formatrice, ha iniziato a insegnare in paese e con i soldi che ha ricevuto è stata in grado di frequentare uno dei migliori college. Tutti la conoscono e adesso la chiamano “la maestra”.
 
Crede che l'alleanza tra donne possa essere importante nella lotta contro la malnutrizione?
Penso di sì. Mia madre era molto malata quando era incinta di me. Aveva 13 anni quando è nato il mio fratello più grande e 14 quando ha avuto me. Era una ragazza molto magra che ha sempre avuto problemi di salute. Ora lei ha otto figli, soffre di molti problemi renali, diabete e pressione alta e credo che se avesse ricevuto una migliore alimentazione da piccola, non avrebbe avuto questi problemi di salute ora. Abbiamo solo bisogno di insegnare alle donne quali sono gli alimenti giusti per loro e per i loro figli. È un compito semplice che può cambiare il futuro di intere generazioni.
 
Quali sono state le difficoltà iniziali?
Ogni volta che si parla di donne non possiamo sminuire il ruolo degli uomini. Quando abbiamo iniziato a lavorare con le donne dei villaggi, gli uomini erano completamente contro di noi e non volevano lasciare venire le loro mogli. Abbiamo dovuto lavorare su questo, coinvolgere gli uomini cambiando il loro modo di pensare, mentre allo stesso tempo stavamo cambiando le donne: in questo modo entrambi erano a conoscenza di quello che stava succedendo. Ogni volta che si parla di una donna che è in parlamento, probabilmente c'è un uomo dietro di lei, che l’ha aiutata. Un uomo come mio padre, che è stato un grande sostegno per me.

Suo padre aveva già visto le sue potenzialità quando era piccola?
Ho sette fratelli e uno dei miei ricordi preferiti di quando ero piccola era quando mio padre mi metteva sulle sue spalle e usciva nel villaggio per dimostrare a tutti che mi amava. Tutti erano preoccupati del fatto che stesse mostrando una preferenza verso uno dei suoi figli, indicandomi come la più importante, quella in grado di prendersi cura di lui nella sua vecchiaia. Ma egli disse loro che non avevano idea di quello che sua figlia stava per fare: mi ha detto che lui sapeva da quel momento che cosa sarei diventata e cosa avrei fatto un giorno!
 
 
Khalida Brohi ha partecipato a “Starting from girls: they are the source to trigger a change!” il convegno organizzato da Save the Children all’interno delle Women’s Weeks, per garantire un futuro migliore alle adolescenti. Il ciclo di eventi "L’altra metà della Terra - Women's Weeks" si svolge dal 29 giugno al 10 luglio a Expo Milano 2015: un dibattito sulle grandi sfide dell’alimentazione e sull’empowerment femminile.
 

George Steinmetz. Sono un fotografo che vola e vede la Terra senza la pelle

Cultura / -

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© Barbara Francoli

Sorvola i deserti con uno speciale parapendio a motore e fotografa la Terra lentamente e silenziosamente, è George Steinmetz. Nel Cluster Zone Aride si possono vedere le sue fotografie, in cui la forza della natura è evidente e affascinante.

Lei si occupa della mostra fotografica del Cluster delle Zone Aride. Può dirci dove sono state scattate le foto per la mostra?
Ho fotografato tutti i deserti più estremi del mondo, cioè le zone in cui le precipitazioni annuali non superano i 10 centimetri: i deserti più estremi. Si trovavano in 27 paesi, più l’Antartide.

Ha documentato dei deserti intorno al Pianeta, dal Sahara al Gobi, alla Dry Valley in Antartide, utilizzando un parapendio che lei stesso ha progettato. Perché ha scelto questo modo di viaggiare e di fotografare?
Quasi tutte le foto che vedete al Cluster Zone Aride sono state scattate dal velivolo che ho realizzato. Sono un fotografo che vola e non un pilota che fa le foto e penso che questo sia il modo migliore per poter fotografare i paesaggi di queste zone molto remote, non ho bisogno di un campo di aviazione e posso decollare praticamente in qualsiasi situazione, semplicemente con un motore addosso. Dall’alto, le forze che modellano il deserto sono evidenti a chi sa leggerle: la direzione del vento, lo scorrere di antichi fiumi, le tracce dell’uomo e degli animali, e le forze della geologia.

Qual è stata la reazione dei locali alla vista di un fotografo su un parapendio?
Ricordo che una volta quando abbiamo incontrato dei beduini, ci hanno detto che noi avevamo voglia di morire, ma che Dio ancora non aveva scelto il momento giusto!

Durante i suoi viaggi per realizzare queste fotografie ha mai assaggiato qualche cibo particolare, che prima di partire, in città, non avrebbe mai sognato di mangiare?
Quando qualcuno ti invita, mangi quello che ti viene servito. Può essere anche una pecora, una capra o un giovane cammello: mangi quello che ti servono. A volte mangi al buio e non fai domande, dici semplicemente: “grazie mille!”. Ad Abu Dhabi per esempio in occasione di una festa ci hanno offerto un cammello servito intero su un piatto di riso e lo abbiamo mangiato con le mani. Faceva molto caldo e noi mangiavamo cammello: funziona così! Quello che ho trovato interessante nel deserto era che a volte si cucina con dei metodi insoliti, per esempio si cuoce il pane nella sabbia: fanno una specie di fuoco e lo coprono con la sabbia e usano il deserto come forno. Ma non c’è un solo tipo di “cibo da deserto”. Le persone che ci abitano sono molto creative e di solito si nutrono di animali, e usano i loro rapporti con i contadini per ottenere il riso, il couscous e gli alimenti base di cui hanno bisogno. In alcune zone, per esempio in Algeria o in Egitto, dove l’accesso all’acqua è consistente, si possono praticare dei metodi di agricoltura molto innovativi.
 
Le zone aride variano molto in termini di suolo, fauna, flora, equilibrio dell’acqua e attività umana. Questa diversità l’ha trasmessa anche attraverso le sue fotografie?
Ho voluto trasmettere la diversità dei deserti. Ogni ecosistema è unico, ma ci sono delle strategie diverse che sono adottate dalle piante, dagli animali e dalle persone che ci abitano per sopravvivere e quindi ho provato a documentare quella diversità.

Lei è laureato in geofisica. Come e quando il suo interesse scientifico per il Pianeta si è trasformato in un interesse artistico?
Cerco di unire i miei interessi: quando volo in ambienti desertici è molto facile interpretare la geologia. È come vedere la Terra, ma senza la pelle, lo strato esterno con cui siamo abituati a vederla: si vedono molto bene le forze dell’erosione, il vento e il sole e l’impatto che hanno sulle cose. La tettonica che giace sotto la geologia è molto evidente e cerco di illustrarla nelle mie foto. Provo a decifrare il paesaggio con delle immagini, per rendere le forze della natura visibili alla gente che le guarda.

Quando ha iniziato a fare foto?
Ho fatto le mie prime foto quando avevo 21 anni e studiavo geofisica a Stanford. Ero un po’ irrequieto e ho deciso di fare un safari, volevo fuggire per un po’. Così sono andato a fare escursioni ed esplorazioni, da Londra all’Africa Centrale e la prima cosa che ho dovuto fare era attraversare il Sahara e ho pensato: “mamma mia! Che posto meraviglioso! Se solo lo potessi vedere da lassù, vedrei sicuramente qualcosa di molto speciale!”. E questo è quello che poi sono riuscito a fare.
 
 

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