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Slovenia. Un concentrato di ambienti, sapori e attività

Cultura / -

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© Michele Westmorland-Corbis

Vette alpine, spiagge assolate, distese boscose, fiumi smeraldini: in Slovenia la varietà di paesaggi rende impossibile resistere alla tentazione di mettersi in movimento. Le sue risorse naturali sono la chiave per un cibo sostenibile e una buona qualità della vita.

Scena prima: l’acqua scivola rapida sulle pietre, incuneandosi in canyon selvaggi e precipitando in cascate, del cui fragore rimbombano le Gole di Tolmin. Scena seconda: sopra una stretta lingua di terra, protesa nel blu dell’Adriatico, giace sonnacchiosa Pirano, mentre il mare svapora dalle candide saline circostanti. Scena terza: nel ventre grigio della montagna alle spalle di Postumia si dipana un interminabile labirinto di grotte, nelle cui pozze buie si muovono come anguille piccoli anfibi ciechi dalla pelle rosa. Solo un centinaio di chilometri separa tra loro questi scenari. Perché la Slovenia ha il pregio di racchiudere in poco spazio paesaggi tanto incantevoli quanto diversi. La vastità delle foreste, la ricchezza di laghi e corsi d’acqua, il fascino del mare e delle sue coste, la prosperità delle riserve naturali, la varietà di flora e fauna costituiscono la cornice ideale per una vita attiva e un’alimentazione sana. Ecco spiegato lo slogan con cui il Paese si presenta all’esposizione universale di Milano: “I feel Slovenia. Verde. Attiva. Salutare”.
 
Salato e dolce, due volti di una stessa medaglia
La stessa varietà la si ritrova in cucina: malgrado la modesta estensione geografica, in Slovenia si contano ben 24 regioni gastronomiche. Così dalla salsiccia carniolana si passa alla tünka della Prlekija, una carne conservata nella sugna. Dai ravioli di Idrija ai fuži istriani, piccoli pezzi di pasta arrotolati in tubetti. Dal branzino affumicato della costa al formaggio montano dell’alta valle isontina, il Tolminc, vera rarità preservata dall’Arca del gusto di Slow Food: sono ormai meno di venti le malghe che ancora lavorano e stagionano per 6-8 mesi questo formaggio vaccino dalla tipica forma cilindrica, la cui origine risale al 1200. E poi i dolci: la Blejska kremšnita, una torta di pasta sfoglia ripiena di crema alla vaniglia e panna montata, specialità di Bled. La Prekmurska gibanica, con i suoi strati di ricotta, noci, mele e semi di papavero. E la Torta Lubiana, a base di farina di grano saraceno, castagne, fichi, semi di zucca e cioccolato. Cioccolato che si sposa benissimo anche con un altro ingrediente tipico: il fior di sale, prezioso e caratteristico dono delle saline della costa slovena, in cui la lavorazione si svolge ancora manualmente come nel Trecento. Per via della base bio-sedimentaria, il sale marino di Pirano è l’unico in Europa naturalmente bianco e dolce. Ma in tema di dolcezza, come non ricordare il pane al miele, il meden kruhk, delizioso dolcetto a forma di cuore? Del resto l’apicoltura è parte integrante della tradizione e dell’identità slovena: in nessun’altra parte del mondo le facciate delle arnie vengono decorate come fossero quadri naïf.
 
Pratiche salutari per se stessi e il Pianeta
La varietà delle tradizioni e del territorio si riflette nella forma del padiglione sloveno a Expo Milano 2015: una piramide posta su una superficie geometricamente mossa, dove a dominare è un materiale naturale come il legno, da sempre materia prima strategica per il Paese. Non è un caso se la più antica ruota in legno ad asse, risalente a 5.200 anni fa, sia stata rinvenuta proprio in Slovenia. Il percorso di visita si snoda lungo cinque temi: il sale, le api, le acque termali, l’escursionismo e le tecnologie verdi. A ciascuno di questi corrisponde un chicco di grano saraceno, un alimento tradizionalmente presente nell’area slovena, a simboleggiare che anche attraverso piccoli passi ciascuno di noi può fare qualcosa di buono per se stesso e per il Pianeta.
 
 

La biodiversità del Benin tra legumi e cassava

Sostenibilità / -

© Slow Food

In Benin, il settore agricolo contribuisce per oltre un terzo alla formazione del Pil e occupa oltre il 50% della popolazione attiva. Alla luce di questo dato, si capisce come il cibo e l’alimentazione in generale stringano con la cultura e la tradizione di questa nazione un legame fortissimo, che coinvolge religione, cerimonie e festività.

Gran parte del territorio del Benin è sfruttato per la produzione intensiva di cotone e di palma da olio e ciò che rimane a disposizione dell’agricoltura di sussistenza è coltivato a manioca, sorgo, igname (in particolar modo a sud) e mais (a nord). Sono ben 39 gli orti del progetto 10.000 orti in Africa attivi in Benin: alcuni scolastici, alcuni comunitari e altri familiari, come quello Abd d’Allada, dove si coltivano manioca, papaia, ananas, mais, pomodoro e soia. La fertilizzazione avviene per pacciamatura, sfruttando leguminose come il niébé, usato anche nella preparazione di piatti tipici, la soia, il pisello di Angole e il voandzou, una pianta simile al fagiolo chiamata anche pois de terre.
 
 
Polli, galline, frutta fresca e mais
In Benin si allevano, oltre a polli e galline, anche bovini e caprini e, vicino alle coste, i suini, ma in realtà la popolazione preferisce consumare carne di animali che abbiano vissuto allo stato brado, perché le viene riconosciuto un sapore migliore. La costa è relativamente pescosa, infatti il pesce è uno degli alimenti più comuni, specialmente per gli abitanti del sud del paese, che lo consumano con frutta fresca, arance, papaya, mango e banane. In molte comunità il mais è il principale alimento, base di molti piatti tradizionali: è diffusa la preparazione di “palline” di mais da servire con salse di arachidi o verdure. È curioso notare che quasi tutto ciò che si mangia in Benin è fritto, ma nel nord si consuma anche molto formaggio, come il woagachi, prodotto da latte di vacca.
 
Preparazioni tradizionali in via d’estinzione. Dal magni magni..
Benché si tratti di piatti a base di ingredienti di facile reperibilità e molto comuni in tutto il paese, Slow Food ha individuato due preparazioni beninesi a rischio di estinzione che sono entrate a far parte dei prodotti dell’Arca del gusto.  La prima si chiama magni magni e si tratta di una pasta cotta al vapore preparata con fagioli dall’occhio. I fagioli sono sgranati e macinati e poi conditi con cipolle, olio di palma rosso, zenzero, sale, pepe e peperoncino. Con il preparato si formano delle palline che sono poi cotte al vapore. Il magni magni è solitamente servito con akassa, un prodotto derivato dall’amido di mais bollito. Le polpettine, molto saporite e ricche di vitamine e proteine, possono essere consumate da sole o con del pane. L’invenzione del magni magni denota l’abilità della popolazione locale nell’esaltare i fagioli dall’occhio, un legume che prospera nelle aree tropicali come quella del Benin e con i quali si realizzano molteplici ricette tra cui l’abobo, un mix di fagioli conditi e acqua, sankpiti, beignets...
 
..All’oblo yoki
L’ablo yoki, il secondo prodotto beninese dell’Arca, è un pane tradizionale preparato con la cassava. La radice è sbucciata, macinata, disposta a forma di cilindro e avvolta in foglie di banana o talia, poi cotta al vapore sul fuoco all’interno di un canari, un recipiente tradizionale di terracotta. La chiusura ermetica e la totale evaporazione dell’acqua dal canari sono fondamentali per preparare un  buon ablo yoki. Questo pane è mangiato da solo o condito con olio di palma o in accompagnamento a noci, arachidi grigliate, cocco o abobo. L’ablo yoki è considerato un cibo saporito, che sazia, e una buona fonte di energia.
 
La biodiversità beninese si può scoprire attraverso i prodotti dell’Arca del Gusto di Slow Food  e il progetto 10.000 orti in Africa in Benin.
 
Il padiglione di Slow Food si trova in fondo al Decumano, entrata Est Roserio, fermata 7 del People Mover.
 
 

Stati Uniti, dove il food si rinnova grazie alla tecnologia

Cultura / -

 
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