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Serge Latouche. Non basta tutelare l’ambiente. Le persone devono imparare a rispettarsi

Cultura / -

Serge Latouche
©Niccolò Caranti

L’economista francese Serge Latouche, divenuto celebre come teorico e divulgatore della decrescita felice, afferma che per evitare il collasso del Pianeta non basta risanare l’economia e rispettare la natura. Bisogna introdurre maggior cooperazione e altruismo nei rapporti umani.

La soluzione per sopravvivere? Decrescere. Lo ha affermato lei, sottolineando che se continueremo a crescere economicamente, il genere umano scomparirà nel giro di poco tempo. La soluzione, citando il suo collega Tim Jackson, è trasformarci in società “prospere, ma senza crescita”. Nella pratica, come si fa?
Dobbiamo decolonizzare il nostro immaginario e contrastare l’oligarchia economica e finanziaria delle imprese transazionali che vivono della crescita e della distruzione del Pianeta. Naturalmente non sarà facile, ma non abbiamo scelta. Tutti lo sanno, tutti gli ultimi rapporti di IPCC (The International Plant Protection Convention) o il terzo rapporto del Club di Roma e molti altri ancora, dicono che se non cambiamo strada arriveremo alla fine dell’umanità o a un collasso prima della fine del secolo.
 
Le nostre menti sono assuefatte secondo lei da un chiodo fisso, l’economia. Per decolonizzare il nostro immaginario dobbiamo liberarci dai miti del progresso, della scienza e della tecnica. Con che cosa dovremmo sostituirli?
Come ho spiegato nei miei libri, occorre rifondare l’economia secondo il circolo virtuoso delle 8 R (cioè Rivalutare, Ricontestualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare) . Il primo passo è rivedere i valori in cui crediamo. Per esempio bisognerebbe mutare questa idea che vede gli esseri umani come i padroni della natura, perché non possiamo continuare a distruggerla fino in fondo. Dobbiamo imparare a vivere in armonia con essa, non trattandola più come predatori, ma come dei buoni giardinieri. Le persone dovrebbero anche cambiare il modo di comportarsi non solo nei confronti dell’ambiente, ma anche nei confronti dei loro simili, introducendo più cooperazione e altruismo nei rapporti. Questo presuppone anche una certa frugalità nei consumi e senso dell’autonomia, con la finalità di sviluppare la resilienza delle società, cioè la loro capacità di trasformarsi in modo positivo e senza traumi. Non si tratta certamente di rifiutare i valori della scienza e della tecnica, ma di renderle meno prometeiche e più rispettose della natura.
 
La decrescita che lei auspica porterà tutti ad avere meno cibo nel piatto o una minor varietà di scelta di prodotti al supermercato ? Non crede che la maggior parte della gente si spaventerebbe al pensiero di diventare più povera?
La decrescita non tocca il cibo, almeno quantitativamente. Tocca piuttosto la produzione di prodotti industriali che distruggono il Pianeta. Sul cibo direi che la decrescita migliora soprattutto la qualità degli alimenti che mangiamo.  Bisogna uscire dal mito del junk food, di questo cibo pieno di prodotti chimici per ritrovare la qualità del buon alimento naturale. Decrescere o uscire dalla società della crescita non significa diminuire la quantità di prodotto agricolo, ma produrre più grano e meno carne per nutrire bene tutta la popolazione della terra. Decrescere significa soprattutto tentare di ridurre le disuguaglianze tra nord e sud del mondo.
 
Lei è un sostenitore dell’autoproduzione e dell’autoconsumo. Ma se tutti cominciassimo ad autoprodurci saponi, vestiti e cibo, la maggior parte di noi non avrebbe più un lavoro perché non servirebbero più operai o commessi che soddisfano certi bisogni. Saremmo tutti più o meno autonomi. È difficile immaginarsi un mondo simile. Non è un cambiamento di prospettiva un po’ estremo?
Non sono un partigiano dell’autoproduzione, anche se è una cosa bella e positiva. Ma si deve produrre per soddisfare dei bisogni, non produrre con la finalità unica di produrre come si fa oggi. Si devono realizzare dei prodotti di buona qualità e diminuire così lo spreco, visto che oggi questo è un problema terribile. Specare risorse per creare dei nuovi posti di lavoro è una assurdità totale. Dobbiamo uscire da questo circolo vizioso. Se non c’è più bisogno di produrre tanto, allora bisogna ridurre gli orari di lavoro, lavorare meno per lavorare tutti e ritrovare il senso dell’ozio e del tempo libero che permette di fare cose molto più soddisfacenti del tempo speso a lavorare.
 
Expo Milano 2015. Nella prossima Esposizione Universale, i rappresentanti di tutti i Paesi partecipanti si confronteranno e daranno il loro contributo sul tema dell’alimentazione e sul problema della sostenibilità e della reperibilità delle risorse alimentari a livello planetario. Quali pensa che dovrebbero essere le premesse, le modalità e le finalità con cui le varie Nazioni dovrebbero misurarsi?
Penso che i Paesi partecipanti dovrebbero misurarsi sulla qualità dei prodotti alimentari e sulla loro impronta ecologica, perché va detto che i prodotti migliori sono quelli che hanno una impronta ecologica più debole, come gli alimenti provenienti dalla agricoltura biologica. La decrescita riprende anche la parola d’ordine dello Slow Food ‘un mondo pulito e giusto’: la parola ‘giusto’ è importante anche in rapporto ai Paesi del sud del mondo, perché i prezzi dei prodotti devono permettere ai contadini di vivere dignitosamente.
 
Nord e Sud del mondo. Lei sostiene che non sono i Paesi del sud del mondo ad essere aiutati dai paesi ricchi, ma sono i paesi del sud del mondo che aiutano quelli ricchi a mantenere degli standard di vita sopra le righe. Ci può spiegare meglio questo concetto?
Noi Paesi del Nord del mondo rappresentiamo meno del 20 per cento della popolazione mondiale e consumiamo oltre l’86 per cento delle risorse del Pianeta. I Paesi del Sud del mondo che ci aiutano sono i Paesi che hanno una impronta ecologica molto debole, come i paesi dell’Africa che invece di consumare due ettari a testa, sono a meno di un decimo di ettaro, come per esempio il Burkina Faso. Quello che non consumano loro, lo consumiamo noi!
 
Un gruppo di economisti della New Economics Foundation ha avuto l’idea di calcolare l’indice della felicità planetaria, l’Happy Planet Index. Per valutare il benessere delle nazioni, essi hanno preso in considerazione tre parametri: il benessere dei cittadini, la speranza di vita alla nascita e l’impronta ecologica. La classifica vede agli ultimi posti Paesi molto ricchi come il Kuwait e Stati Uniti, mentre ai primi si posizionano il Costa Rica, il Vietnam e la Colombia. Come si spiega?
La felicità sicuramente dipende dalla capacità di consumare, ma anche dalla ricchezza dei rapporti interpersonali. Vivere bene dentro la propria famiglia, avere degli amici, lavorare in un ambiente sano, per esempio, sono aspetti che rendono felici le persone. La crescita economica, superato un certo limite, distrugge la qualità dell’aria, dell’acqua e delle relazioni sociali. L’ex segretario del presidente Bill Clinton Robert Reich si è dimesso dall’incarico quando si accorse che aveva guadagnato molti soldi, ma aveva distrutto la sua famiglia, e allora si è reso conto che doveva recuperare le cose importanti della vita. Lo aveva detto anche Robert Kennedy in un suo famodo discorso: Il Pil misura tutto salvo ciò che è importante nella vita.
 
Agricoltura. Lei sostiene che l’agricoltura produttivistica stia facendo danni enormi al Pianeta (attraverso l’uso di pesticidi e concimi chimici, con il conseguente inquinamento delle falde acquifere e privatizzazione della natura attraverso l’acquisto di semi brevettati). Crede che l’alternativa sia uscire in massa dai circuiti della grande distribuzione passando ai GAS e ai mercati solidali o c’è bisogno di un altro tipo di strategia?
Entrambe le cose. Sicuramente i GAS, i circuiti corti, l’autoproduzione e il movimento Slow Food sono importanti, ma bisogna convertire l’agricoltura produttivistica con l’agricoltura biologica, l’agroecologia o la permacultura che sono meno produttivistiche, ma più produttive per l’ambiente.
 
Lei segue un’alimentazione vegetariana?
Non sono vegetariano e non sono vegano. Penso che l’essere umano sia onnivoro, ma che debba mangiare poca carne e di qualità. Non deve mangiare animali nutriti a ogm, che rendono la gente obesa, con il colesterolo alto e le predispongono alle malattie cardiache. Certo dobbiamo mangiare anche meno grassi, meno zuccheri, meno sale. Dobbiamo soprattutto sprecare meno carne perché il 40 per cento della carne venduta al supermercato va direttamente in pattummiera. Insomma, si deve ritrovare la famosa dieta mediterranea, cioè seguire un’alimentazione equilibrata.
 

Tutte le dimensioni della sostenibilità a Expo Milano 2015

Sostenibilità / -

Sostenibilità

La sostenibilità è un concetto che si compone di diverse dimensioni intrinsecamente connesse: la componente ambientale, quella sociale, quella economica, quella culturale. Sono proprio le sfaccettature di questo prisma a rendere innovativo questo concetto, superando così la storica antinomia tra sostenitori della protezione ambientale e sostenitori dello sviluppo economico inteso unicamente come crescita quantitativa.

Lo sviluppo sostenibile è una proposta per l'economia che presuppone uno stile di vita in grado di soddisfare i nostri bisogni senza depredare il presente, offrendo speranza alle generazioni future. A più riprese, durante Expo Milano 2015, è stato fatto notare che la sicurezza alimentare dipende sia dalla protezione dell’ambiente e dall’adattamento ai cambiamenti climatici, sia da uno sviluppo economico rispettoso delle persone, del territorio e delle tradizioni, sia dalle innovazioni che consentono l’apertura di nuove opportunità per i produttori. Da ogni dimensione la si osservi, dunque, la sostenibilità sociale e ambientale è un requisito per assicurare il nutrimento oggi e domani, per tutti.
 
Inquinamento, deforestazione, desertificazione e cambiamenti climatici
L’inquinamento, la deforestazione, la desertificazione e i cambiamenti climatici sono minacce concrete per l’alimentazione dell’umanità, nel futuro. Il modello di sviluppo globale ha reso lo sfruttamento intensivo delle risorse così rapido e illimitato che per reazione molti equilibri ecologici sono saltati. L’agricoltura intensiva è responsabile di una fetta ragguardevole delle emissioni mondiali di CO2. La riduzione della fertilità dei terreni, l’avanzata dei deserti, la drastica riduzione delle popolazioni di pesci sia negli oceani che nei fiumi, il cambiamento climatico pongono l’umanità di fronte a dilemmi complicatissimi. Attualmente le zone verdi stanno sparendo con un ritmo di circa 13 milioni di ettari l’anno. In quarant’anni le specie marine si sono ridotte del 39%, quelle più commercializzate (come tonno e merluzzi) del 74%. Sempre più scienziati sono persuasi dei rischi derivanti dal caos climatico. Tutti questi problemi s’accatastano sul futuro dell’uomo e del suo cibo.
 
Le molte soluzioni prospettate a Expo Milano 2015
Ogni Paese è stato invitato a Expo Milano 2015 per dire la sua sul tema dell’accesso al cibo nel rispetto dell’ambiente e degli equilibri ecologici planetari, e ogni azienda ha esposto i propri prodotti e spiegato le proprie politiche industriali per garantire la sostenibilità della filiera. Serve innanzitutto un’agricoltura attenta e consapevole, che allo stesso tempo può svolgere un importante ruolo di tutela e valorizzazione dell’ambiente e del territorio e della sua vivibilità. L’agricoltura familiare, la difesa dei metodi tradizionali di produzione attraverso le imprese locali, la riconversione ecologica si sposano con l’innovazione, la ricerca di nuovi materiali, il riciclo anti-spreco, le app, le campagne di sensibilizzazione. Se, come i 7.000 convegni tenutisi sul Sito Espositivo hanno fatto intendere, la sostenibilità diviene un impulso al ritrovamento di soluzioni innovative per sviluppare l’agricoltura nelle zone aride o su pareti verticali, valorizzare le risorse, combattere sprechi e disuguaglianze,  far rifiorire territori e comunità, essa diverrà un requisito indispensabile per sconfiggere la fame nel mondo e dare sollievo a un pianeta quasi esausto.
 
La sostenibilità nel Sito Espositivo
Un evento incentrato sul Tema del rispetto del Pianeta non poteva non incorporare questi principi tra le sue regole base. Molti i traguardi raggiunti, dal settore delle costruzioni alla certificazione di sostenibilità dell’evento fino alla straordinaria percentuale di raccolta differenziata sul Sito Espositivo.
 

I nuovi aiutanti dei contadini. Ingegneri, biologi, geologi

Economia / -

nuovi aiutanti contadini
© R. Hamilton Smith/AgStock Images/Corbis

Per aiutare i contadini che vogliono tornare a produzioni sostenibili e di qualità servono nuove competenze.

Nel Ventesimo secolo il settore agricolo ha vissuto una vera e propria rivoluzione su tutti i fronti: chimica, biologica, meccanica. Ma di fronte alle sfide del ritorno alla natura e dell’arrivo delle energie rinnovabili, delle biomasse, gli agricoltori possono avvantaggiarsi con l’aiuto di nuovi professionisti e nuove competenze.
 
La rivoluzione verde
La massiccia introduzione di tecniche di coltivazione intensiva del Ventesimo secolo è stata chiamata “rivoluzione verde”. La destinazione di vaste aree a una sola coltura, l'uso dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici insieme all'abbandono del lavoro manuale dovuto al forte impiego di macchinari a gasolio ha portato un considerevole aumento di produttività agricola. Dallo stesso ettaro di terreno oggi si ottengono ortaggi, foraggio e piante da frutto in un ordine di grandezza forse dieci volte superiore a quello del primo Dopoguerra.
 
La crescita produttiva ha affaticato l’ambiente
Lo sfruttamento intensivo dei terreni è stato un passaggio inevitabile dalla vecchia agricoltura di sussistenza a quella su base industriale, toccando i Paesi industrializzati ed esplodendo nei Paesi in via di sviluppo. Le rese per ettaro di cereali, legumi e tuberi si sono moltiplicate, ma la monocultura intensiva e la meccanizzazione stanno impoverendo i suoli e, spesso, i gusti. L'impiego di prodotti di sintesi nelle colture lascia residui di sostanze che finiscono inevitabilmente per inquinare suoli e falde acquifere sottostanti. 
Inoltre, l'eliminazione a tappeto di gran parte della microflora presente sul territorio (siepi, alberature e canali di confine, fontanili) per favorire la meccanizzazione ha incentivato i fenomeni di erosione che, sommati a una crescente costipazione del terreno sempre per le lavorazioni meccaniche, ha ridotto progressivamente la percentuale di sostanza organica fondamentale per la fertilità. Più si fertilizza e si ingolfa lo spazio coltivabile, più lo si impoverisce  di anno in anno. E quindi più servono interventi ancor più esasperati.
Anche dal punto di vista della qualità dei prodotti venduti al consumatore si sono evidenziati elementi di criticità per quanto riguarda il gusto e la presenza di residui chimici riscontrati da trent’anni a questa parte, a trend altalenanti, in tutte le ricerche a tappeto su frutta, verdura e prodotti animali commercializzati nei Paesi occidentali.
I tre campi delle nuove professioni verdi in agricoltura
Agli inizi del 2000 in Italia è stato l'Isfol, ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, ad accorgersi per primo che l'evoluzione verso un’agricoltura rispettosa dell’ambiente avrebbe potuto attivare circa 10.000 posti di lavoro per tecnici di base in grado di guidare le riconversioni aziendali. Una dinamica proponibile come modello per ogni Paese. Sul fronte delle specializzazioni, l'istituto di ricerca prevedeva che un più corretto rapporto tra ecologia e agricoltura avrebbe portato alla nascita di almeno 40 diverse specializzazioni dall'agricoltura integrata a quella biologica, dalla veterinaria all'agronica, per finire con settori più tradizionali come quelli della verifica e del collaudo delle innovazioni tecnologiche e della contabilità e gestione aziendale. Previsioni rivelatesi esatte: sono nati centinaia di corsi specialistici condotti in associazioni di categorie e nuovi corsi di laurea.
Qualsiasi professione verde nei campi agricoli oggi presuppone una formazione di base nelle materie agrarie. In Italia sia nelle scuole superiori (periti agrari) sia a livello di studi universitari (laurea in agraria, scienze forestali, veterinaria, scienze delle preparazioni alimentari) sono stati introdotti insegnamenti riguardanti la sostenibilità come lo studio degli ecosistemi naturali o degli elementi di idrologia applicata. I campi di studio e specializzazione sono tre. 
Uno, rimane validissimo quello tradizionale, agronomico, integrato da queste nuove conoscenze. 
Due, la nuova attenzione all'ambiente consente oggi di operare in agricoltura anche con lauree afferenti al campo della biologia, della geologia, dell'ingegneria idraulica, delle scienze naturalistiche e ambientali e perfino negli ambiti del marketing e del turismo, per venire incontro al boom di interesse per agriturismo ed ecoturismo. 
Tre, occorrono competenze nel promettente settore delle energie rinnovabili, delle bioenergie (si pensi al biogas da materiali agricoli di scarto o alle colture di cardo per bioplastiche in Sardegna) e degli impianti fotovoltaici ed eolici che possono convivere nello stesso appezzamento di terreno dove pascolano le mucche o si coltivano cereali. 
Sempre più l'imprenditore agricolo dovrebbe potersi avvantaggiarsi di nuove figure professionali, spesso sotto forma di apporti consulenziali, diretti o mediati dalle associazioni di categoria. I contadini del futuro devono quindi capire da chi farsi affiancare, oppure armarsi di un diploma o meglio ancora di una laurea nelle specialità elencate, ed Expo Milano 2015 darà a tutte queste figure lavorative un’occasione di incontro, di confronto sulle proprie esperienze, di crescita professionale e di competenza. 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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