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Roberto Cacciapaglia. Nella colonna sonora dell’Albero della Vita ho messo l’arcobaleno

Cultura / -

Roberto Cacciapaglia
Andrea Mariani © Expo 2015

L’Albero della Vita è il simbolo indiscusso di Expo Milano 2015. Un’icona che allo scoccare di ogni ora scatena la voglia di tutti i visitatori di condividere un momento intriso dell’identità italiana. La musica che accompagna le evoluzioni dei giochi d’acqua e delle proiezioni luminose costituisce il pavimento su cui camminano le emozioni di ognuno di noi. Per ripercorrere la genesi di questa opera, il compositore milanese Roberto Cacciapaglia racconta il suo Albero della Vita.

Qual è stato l’approccio con cui ha composto i brani per la colonna sonora del night show dell’Albero della Vita?
Collaborare con Marco Balich è stato come lavorare a un’opera, con la differenza che nell’Albero della Vita nessuna arte e nessun motivo visivo prevarica sugli altri. Per questo ho sempre immaginato l’Albero come un arcobaleno dove ogni colore rappresentava un elemento che lo compone. Quando Marco Balich mi ha chiesto di scriverne la musica ho visto nel progetto un’assoluta modernità e soprattutto una corrispondenza con la nostra epoca. Nelle radici dell’albero ho visto la nostra natura, quella interna, una natura primordiale; nel tronco ho visto la nostra spina dorsale e il modo con cui ci rapportiamo al presente; nei rami il futuro, lo spazio, l’avvenire che stiamo preparando e la tecnologica. Sì, per me l’albero è formato da questi tre elementi: la natura, la spina dorsale di tutti i popoli e la tecnologia.
 
Quali sono stati gli elementi che hanno maggiormente influenzato l’elaborazione di Tree of Life Suite?
Nella composizione ho cercato di unire l’aspetto biologico, acustico, rappresentato nell’orchestra della Dubai Royal Philarmonic, con quello del canto che insieme all’acqua simboleggia la fertilità femminile, la nascita, la donna. E poi l’apporto del pianoforte, il mio specchio e lo strumento con cui espongo la mia essenza e personalità. Per Tree of Life Suite abbiamo lavorato con la tecnologia “biologica” portando alla luce l’essenza del suono, gli armonici, attraverso l’uso di software.
 
Una tecnica che aveva già sperimentato nel suo album Alphabet.
Quando abbiamo registrato Alphabet la posizione di tutti i microfoni, da molto vicino a sotto lo strumento fino agli estremi della sala, serviva per catturare ogni tipo di suono poi riunito dal software.  È stato come se il pianofrote venisse potenziato attraverso le scie dei suoni che altrimenti non sarebbero udibili. Per l’Albero della Vita abbiamo lavorato allo stesso modo.
 
Uno degli aspetti che maggiormente contraddistinguono la sua produzione musicale è la sperimentazione, anche sul piano tecnologico. In che maniera riesce a coniugare classicità e avanguardia elettronica?
Nella composizione di Tree of Life Suite ho ripercorso tutta la mia carriera, già da “Sonanze”, il mio primo LP, il primo quadrifonico pubblicato in Italia, ho sempre studiato brani che avessero una parte acustica, proveniente dalla mia formazione, e una tecnologica sperimentale. “Sonanze” è nato dalle dissonanze tra la musica colta e quella di sperimentazione e le assonanze di quella di comunicazione, ho associato questi due elementi e ho fatto di questa neutralità il filo conudttore di tutta la mia musica.
 
Quanto è importante, nel panorama attuale, continuare a sperimentare?
La sperimentazione è fondamentale, oggi abbiamo esplorato ancora poco sul suono e sul suo potere. Per fare questo, penso sia importnate capire quali siano le nostre intenzioni, capire quello cosa vogliamo fare con la musica. Dal mio punto di vista la musica è un mezzo straordinario, ha un fine che ci permette di esplorare il mondo e noi stessi. Questo perché il potere del suono esiste da sempre ed è dentro di noi, dobbiamo solo riscoprirlo.
 
Potremmo dire che la sua sperimentazione non si è limitata alla sola sfera musicale concertistica, ai live in solo o in orchestra, lei ha composto brani per pubblicità televisive, documentari e soprattutto per l’Albero della Vita. Qual è l’approccio con cui inizia a lavorare a brani destinati a scopi così differenti?
Dietro ogni nota ci sono sempre io, quello che cambia è il ruolo, la funzione della musica. Per esempio in un film o in uno spot la musica è al servizio di un soggetto esterno. Il potere della musica sta poi nel fatto che il suono possa oltrepassare la funzione e andare a colpire direttamente chi ascolta, tornando alla sua funzione primaria. Oggi viviamo un rapporto involontario con la musica, siamo bersagliati dalla radio, dalla televisione, in un modo anche violento, ma nonostante tutto la musica può comunque lasciare un messaggio diverso.
 
È più difficile suonare dal vivo davanti al pubblico o comporre un brano che, come nel caso della pubblicità o dell’Albero della Vita, viene ascoltato anche non consapevolmente da un pubblico ampio?
Il concerto dal vivo è insostituibile perché c’è uno scambio profondo, una comunione come si diceva nei circoli pitagorici. I concerti sono autostrade energetiche che permettono un collegamento tra il pubblico e l’interprete. La risposta del pubblico è una cosa straordinaria e spesso mi capita di incontrare persone dopo i concerti  nelle quali la musica è entrata e gli ha fatto riscoprire la luce che avevano dentro. I tantra buddisti recitano che il sole c’è anche quando le nuvole coprono i suoi raggi, allo stesso modo i pensieri, come nuvole, offuscano la nostra natura, la musica può farci ritrovare il sole.
 
Uno dei suoi ultimi album, Alphabet, ha testimoniato il suo grande legame con la città di Milano. Dal punto di vista musicale, cosa la lega così inestricabilmente al capoluogo lombardo? Pensa che Milano sia ancora il centro della musica classica italiana sul panorama internazionale?
Milano è una città importante, viva musicalmente e culturalmente abbiamo delle istituzioni come il Teatro della La Scala, famose in tutto il mondo. Alphabet è stato registrato al Conservatorio di Milano perché è quello in cui ho studiato da quando ho 4 anni, sono legato a ogni angolo di quell’edificio. Quando registravo nel silenzio della sala era come sentitre la storia della musica passarmi accanto, quello tra il Conservatorio e Alphabet è stato un legame imprescindibile: non poteva esserci un luogo migliore. Anche perchè Alphabet vuole trasmettere che come dalle lettere si costruisce il linguaggio, la nostra potenzialià creativa può emergere senza avere mai fine. All’infinito.
 

Che cavolo mangi?

Cultura / -

Nelle cucine super moderne coreane si prepara ancora il Kimchi, un piatto che riunisce l’intera famiglia per essere cucinato ai primi di novembre.

Nelle cucine super moderne coreane si prepara ancora il Kimchi, un piatto che riunisce l’intera famiglia per essere cucinato ai primi di novembre, in autunno inoltrato. Una tradizione che si consuma in cucine avveniristiche – ci racconta Marco Bruno di MOTOelastico, studio di architettura con base a Seoul da quasi ventanni – un retaggio di una cultura che doveva mettere da parte le verdure per il rigido inverno. Il Brassica rapa pekinensis, o meglio conosciuto come cavolo di Pechino (e non altri!) è la verdura principale di questo piatto tradizionale. In origine si metteva in vasi di terra, e stava anche per mesi, ma adesso negli appartamenti non è piu' possibile e a nuova esigenza è stato inventato un nuovo prodotto: il kimchi fridge. Un oggetto ormai indispensabile. 
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I piselli del Re Sole. La passione del re per la sua verdura

Cultura / -

Potager du Roi
via Les Jardins - Feng Shui

Trecento anni dopo la morte del re di Francia Luigi XIV ben pochi ricordano la sua insolita passione per gli ortaggi, che portò alla creazione nei giardini di Versailles del maestoso Potager du Roi, l’Orto Reale, attivo ancora oggi.

Il 1° settembre 1715 si spegneva nel suo letto Luigi XIV, il temutissimo e venerato re di Francia, noto ai più per due grandi passioni: lo sfarzo e le donne. Ma c’è una terza cosa, meno conosciuta, per cui il Re Sole aveva un debole: i piselli novelli. Nei saloni della reggia di Versailles, il piacere di assaporare i verdi baccelli era argomento di conversazione abituale fra i nobili. Madame de Maintenon, una delle favorite del re, racconta che c’erano dame che, rientrate a casa dopo le abbondanti cene, non si coricavano senza prima aver sgranocchiato qualche pisello.
 
Palati fini
I legumi che tanto piacevano alla corte di Francia erano raccolti verdissimi, prima della maturazione. I più facoltosi arrivavano a pagarli somme enormi. Ma i piselli non erano l’unica verdura di moda a quel tempo: carciofi, zucchini, fagioli e asparagi erano altrettanto diffusi nell’alta cucina seicentesca. Aggiustati, per distinguersi dalle tavole contadine, con zucchero, cannella, sapa (mosto cotto) o agresto (succo di uva acerba).
 
Apprendista orticoltore
Per il re non si trattava però solo di una passione della gola: quand’era a Versailles prendeva regolarmente il sentiero che dalla reggia conduceva a un sontuoso cancello in ferro battuto ornato d’oro: l’ingresso al suo orto. Accompagnato dal giardiniere di corte, Jean-Baptiste de La Quintinie, passava in rassegna le aiuole e i filari di alberi da frutta e osservava, fremendo, gli assistenti giardinieri al lavoro. Al punto che volle farsi iniziare all’arte della potatura. Fa quasi tenerezza immaginare il potentissimo Re Sole sprofondato nella contemplazione di un virgulto di pero, pronto a intervenire con il coltello da innesti sotto lo sguardo severo di La Quintinie.
 
Il maestro
Singolare personaggio anche questo La Quintinie. Di quasi tre lustri più anziano del re, non era né giardiniere né agricoltore, bensì giurista e funzionario di corte. Ma era un curioso. Durante un viaggio in Italia aveva ammirato la bellezza dei giardini e aveva deciso di dirottare la sua curiosità proprio sull’orticoltura. Fu uno dei primi a studiare approfonditamente l’influsso di luce solare, temperatura e composizione del terreno sulla crescita delle piante e sul grado di maturazione dei frutti. Tanto che nel 1670 Luigi XIV lo nominò direttore di tutti i suoi giardini. All’epoca il futuro Potager du Roi, l’Orto Reale, non era molto diverso da un acquitrino. Per rendere l’area coltivabile, La Quintinie fece scavare un sistema di drenaggio e trasportare carrettate di terra dalle colline circostanti. I lavori durarono cinque anni. Ma alla fine l’ex avvocato riuscì nell’impresa di piegare anche la natura ai voleri del Re Sole. Fece maturare le fragole già a fine marzo, le ciliegie a maggio e gli asparagi a dicembre. Tutto questo senza concimi chimici né serre riscaldate, inesistenti all’epoca. Eppure La Quintinie riuscì a utilizzare in modi nuovi antichi trucchi. Ogni settimana faceva portare dalle stalle reali grandi quantità di sterco: un materiale che genera calore e che veniva distribuito su semenzai dotati di campane di vetro. Catturava i raggi solari più inclinati grazie ai muri che circondavano l’orto e lo dividevano in lotti: le pareti conservavano il calore e opportunamente attrezzate aumentavano la superficie coltivabile. I risultati furono straordinari: nella stagione del raccolto La Quintinie riusciva a consegnare ogni giorno alle tavole reali 500 meloni e 4mila fichi, di cui il sovrano era ghiotto.
 
L’eredità
Ancora oggi nei nove ettari del Potager du Roi sono coltivate 850 varietà di piante. L’orto è rimasto pressoché immutato nella sua struttura, anche se gran parte delle colture odierne ha al massimo 150 anni e le 50 tonnellate di frutta e verdura prodotte ogni anno non viene inviato all’Eliseo ma venduto in un popolare negozietto all’ingresso. Delle varietà del tempo di Luigi XIV non è sopravvissuto quasi nulla; degli alberi piantati da La Quintinie, nessuno. Solo la sua statua resta a vegliare sul lavoro dei moderni giardinieri dalla terrazza che sovrasta il Gran Quadrato degli ortaggi.
 

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