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Prosper Nkenfack. Sfatiamo i soliti stereotipi sull’Africa. Basta con gli aiuti, ci servono le partnership

Sostenibilità / -

CF prosper imm

"Non ci sono solo bambini che muoiono di fame, il mio continente offre molto di più". Lo afferma il giornalista camerunense fondatore dell'associazione Africasfriends e del sito web Afriknow nato per diffondere le notizie relative agli eventi organizzati dai 39 Paesi africani presenti a Expo Milano 2015 soprattutto, ma non solo, tra i cittadini che abitano nel continente africano.

Ho letto in un suo post sul sito di Africasfriends, associazione di cui lei è fondatore e Presidente, che Expo Milano 2015 può far cambiare idea sull’Africa, ma che l’Africa deve cambiare idea e atteggiamento nei confronti del mondo. Perché e in che modo?
L’Africa ha tante risorse, ma non ha le tecnologie. È necessaria un'alleanza tra l’Africa e il resto del mondo perché avere le risorse senza la tecnologia è inutile, ma anche avere la tecnologia senza le risorse non serve. L’Africa deve smettere di aspettare, è il momento che questo continente pensi al futuro. Expo Milano 2015 ha dato visibilità all’Africa che oggi cerca di essere protagonista e non spettatore. Questo continente ha gli aiuti, ma questi non produrranno mai un cambiamento. L’Africa non ha bisogno di aiuti, ma di partnership.
 
Sta dicendo che gli aiuti non servono?
No, dico che non potranno mai sviluppare una Nazione o un continente. Quando si dice che L'Africa nutrirà il mondo entro il 2050 siamo certi che non lo farà mai con gli aiuti. Expo Milano 2015 sarebbe una buona l'occasione per dimostrare come stiamo impostando il futuro, per convincere la gente ed il mondo che possiamo farcela. Purtroppo solo 3 Paesi africani su 39 hanno costruito un proprio Padiglione. Non so se non sono stati capaci di farlo oppure se abbiano preferito farsi aiutare. In ogni caso, non si può pretendere di guadagnare se non si accetta di investire. E senza investimenti, l'Africa non cambierà mai. Non sto dicendo che tutti avrebbero dovuto fare come Angola (a cui faccio i complimenti) o come il Sudan che ha realizzato un Padiglione con i mezzi che aveva, ma penso che quella sia la strada giusta!
 
Expo Milano 2015 ha attuato numerose iniziative e dato vita a tanti progetti diversi per dare visibilità all’Africa. Penso al progetto Feeding Knowledge, al Bando Eni per Africa, a WAME, ma anche alla costituzione dei Cluster tematici ideati per dare la possibilità a tutti i Paesi di partecipare. Cosa si potrebbe fare ancora, fino al 31 ottobre e successivamente?
Bisognerebbe coinvolgere gli studenti e i lavoratori africani che studiano e lavorano fuori dal continente. Loro sono i rappresentanti della cosiddetta “diaspora” che è una parte indispensabile per lo sviluppo dell'Africa. Ci sono giovani ingegneri e medici che rappresentano un ponte verso lo sviluppo. Se li invitiamo, vedrete che cambierà anche il tono dell’Esposizione Universale. Si potrebbero organizzare degli eventi che coinvolgano questi ragazzi e ragazze. I Paesi africani devono tracciare una linea tra politica pura e business e approfittare di questa esperienza per promuovere giovani talenti. So che in ogni Paese africano ci sono ragazzi che studiano, che si danno da fare, che hanno dei bei progetti, ma mancano la visibilità e la possibilità di cooperazione. Anche questi casi meritano di essere portati qui perché sono loro il futuro del continente e del mondo. Nei Padiglioni sono esposte cose bellissime, però si poteva fare di più.
 
Vorrebbe che alcuni stereotipi sull’Africa venissero sfatati?
Sì. Si parla dell’Africa e si pensa subito a un bambino coperto di mosche che non ha da mangiare. Mi ricordo che un amico mi aveva chiesto se l’ambasciata italiana in Camerun vivesse in una foresta! Ricordiamoci che ogni popolo ha un lato A e un lato B. Per esempio, non è una novità che adesso tutti vadano in Angola. Il 60% degli studenti portoghesi va anche in Ruanda per creare delle imprese. Lo dico sempre, l’Africa è l’orizzonte! Noi a Verona organizziamo l’African Summer School, un master di alta formazione della durata di una settimana dove facciamo studiamo economia e cultura africana perché pensiamo che non si possa investire in un continente di cui non si conosca la cultura. Sta per iniziare la terza edizione, lo organizza l’associazione Africanfriends. Ogni anno vengono scelti cinquanta studenti, metà italiani e metà africani che hanno tre mesi di tempo per scrivere un progetto. Questi elaborati vengono successivamente valutati da professori e da dirigenti di impresa, mentre una banca di Verona finanzia il vincitore. Questa è una bella esperienza, poi vogliamo organizzare dei viaggi di cultura in Africa, come si faceva una volta. Sai che un volta i giovani britannici facevano il giro del mediterraneo per arricchire la loro cultura? Il turismo è nato così. Se non organizziamo iniziative come queste, si penserà sempre che in Africa non ci sia niente.
 
Il sito ufficiale di Expo Milano 2015 e il suo magazine di approfondimento culturale ExpoNet pubblicano quotidianamente articoli, interviste, approfondimenti sui piatti tipici dei Paesi e fotogallery dedicati all’Africa. Cosa offre in più Afriknow Africa's Reports on Expo ai suoi lettori?
Io vorrei che fosse un arricchimento di quello che Expo Milano 2015 sta già facendo. I singoli Padiglioni stanno presentando davvero dei bei progetti, dei bei piatti innovativi, degli ingredienti particolari che potrebbero essere interessanti per il mondo. Se si dice che nell’orizzonte 2050 l’Africa potrà nutrire il Pianeta, è il momento di scoprirla, di vedere le sue ricchezze, i progetti in campo agricolo. Sul mio sito web tutto questo non c’è ancora perché è nato da poco e c’è tanto da fare, avrei bisogno di alcuni stagisti perché da solo non ce la faccio. Non vuole essere solo un sito per africani, bisogna smettere di pensarla così. Quando abbiamo creato Africasfriends si poteva pensare fosse una associazione solo di africani, ma non è così! Siamo un insieme di amici che amano un continente. L’amministratrice è un’italiana!
 
In Ruanda, il 64% dei rappresentanti del Parlamento, sono donne. Cos’altro ignoriamo del continente africano?
La donna, in Africa, è protagonista dello sviluppo. È in prima fila, all’avanguardia anche negli affari. Ve lo dico io che sono cresciuto nella pura tradizione africana, in una paesino a 400 chilometri dalla capitale. Investono nel piccolo commercio a 360° gradi, ma al contempo, si prendono cura della famiglia.
 
Ci dica invece tre cose che lei stesso non sapeva dell'Africa, che l'hanno sorpresa, che ha visto qui.
Non sapevo che l’Africa stesse investendo così tanto in campo agricolo. Io sono camerunense e non sapevo che nel mio Paese esiste il pepe di qualità penja. È stato scoperto recentemente, ne stanno studiando le proprietà e le opportunità di commercio. Ho scoperto anche che con la manioca e la banana stanno facendo i maccheroni in stile italiano. Nel Padiglione del Congo, invece, c’è una fontana con alla base una specie di emisfero. Mi hanno spiegato che rappresenta il modo con cui i popoli del Pianeta gestiscono le risorse delle terra. Se questi non sono capaci di amministrare bene le risorse, l’acqua si perde e si spreca. Nel Padiglione del Madagascar, invece, ho visto che è esposto il fossile più vecchio del mondo!
 

Se la crescita è un’illusione

Economia / -

© Pulse/Corbis

L’economia reale include le risorse in termini di capitale naturale, cioè tutto ciò che la natura dona e non dobbiamo produrre. Ma la crescita che il mondo ha registrato è in realtà antieconomica.

Il comunicato finale dell’ultimo vertice G20 (svoltosi lo scorso novembre a Brisbane) inizia così: “La nostra principale priorità è la crescita globale finalizzata a garantire standard di vita migliori e lavoro di qualità a tutti i popoli del mondo". Nelle tre pagine del documento la parola “crescita” è ripetuta 29 volte. Del clima si parla solo al paragrafo 19. In totale ci sono 21 paragrafi. Sebbene i membri del summit promettano di “sostenere con forza ed efficienza le azioni volte ad affrontare il problema del cambiamento climatico”, appare chiaro come puntino invece a supportare la “crescita economica e la certezza per le imprese e gli investimenti”. Eppure, da decenni ormai non si registra alcuna crescita reale dell'economia globale. Le politiche promosse dal G20 contribuiranno esclusivamente ad accentuare questa sventurata tendenza.
 
Il benessere umano non cresce
I molti che mettono in discussione questi slogan si domandano infatti cosa abbia significato in realtà la crescita costante del prodotto interno lordo, che a partire dalla seconda guerra mondiale ha registrato solo qualche arresto occasionale. La forte crescita del PIL è indubbia, ma a partire dal 1980 questa si è rivelata "antieconomica". Il benessere umano procapite, infatti, a cui vanno sottratti i costi dell'ineguaglianza, dei danni all'ambiente e dei tanti altri fattori che tale benessere influenzano, non è affatto aumentato.
L'economia reale include le risorse in termini di capitale naturale, ovvero tutto ciò che la natura dona e che non dobbiamo produrre, nonché i servizi agli ecosistemi che tali risorse garantiscono. Si tratta di un valore straordinariamente elevato, anche se non commercializzato. I servizi includono il controllo del clima, l'approvvigionamento idrico, la protezione dalle tempeste, l'impollinazione e gli svaghi che la natura offre. Alcune stime indicano che questo capitale naturale contribuisce molto più significativamente al benessere dell'uomo rispetto alla somma di tutti i PIL del mondo. Con superbia, siamo però riusciti a trascurare questo contributo, causando il massiccio esaurimento dei capitali naturali. A partire dal 1997 e a livello globale, sono andati perduti circa 20.000 miliardi di dollari l'anno in servizi agli ecosistemi non contabilizzati, una cifra superiore al PIL degli Stati Uniti.Il Pil ignora anche l'apporto del capitale sociale, cioè di tutte quelle reti, istituzioni e culture, formali e informali, su cui si fonda il benessere dell'umanità.
 
Equità a rischio
A partire dagli anni Ottanta e in particolare nei paesi del G20 la disparità è andata aumentando, causando un aumento dei problemi sociali, incapacità di creare e conservare il capitale sociale e un degrado generalizzato della qualità della vita. La maggior parte degli utili che l'aumento del PIL ha registrato negli ultimi decenni è concentrata nelle mani dell'1% dei principali percettori di reddito. Il restante 99% ha registrato invece la stagnazione dei redditi reali, in un contesto di dapauperamento costante del capitale naturale e sociale.
 
L'Importanza della salvagiardia ambientale
L'aspetto più eclatante è forse il modo in cui descriviamo e consideriamo lo stravolgimento del clima: sebbene sia una delle principali risorse naturali, gli investimenti volti a mantenere stabile il clima vengono considerati impedimenti alla crescita economica mentre dovrebbero invece essere valutati come una modalità di protezione del capitale su cui si fondano le attività dell'intera impresa umana. Nelle valutazioni di crescita del PIL gli squilibri climatici devono essere calcolati come un costo, perché gli va attribuita la stessa importanza che viene data alla perdita di fabbriche, strade o abitazioni. Allo stesso modo, anche l'esaurimento del capitale sociale causato dall'accentuata disparità va sottratto a qualsiasi guadagno registrato.

Un nuovo indicatore che includa i costi sociali e quelli imposti sulla natura
Esiste un nuovo indicatore che valuta anche i cambiamenti del capitale sociale e naturale: è noto come GPI, Genuine Progress Indicator o indice di progresso effettivo. Questo parametro tiene conto dei consumi personali in funzione della distribuzione dei redditi, aggiunge i servizi che non generano flussi monetari come le attività dei volontari e i lavori domestici, e sottrae i costi del consumo del capitale naturale, ad esempio l'inquinamento idrico e atmosferico. A livello globale, il GPI pro capite è fermo al 1978, anche se il PIL pro capite è più che raddoppiato. Ciò significa che, a partire da quell'anno, la crescita che il mondo ha registrato è in realtà antieconomica.
Al prossimo vertice dei G20, i leader mondiali potranno forse discutere di come migliorare i risultati economici reali – il progresso autentico - invece che il mero aumento di beni e servizi monetizzabili ma al contempo distruttivi a livello ambientale e iniquamente distribuiti.
 
Robert Costanza ha trattato questi temi nel magazine “Materia Rinnovabile”, nr.2. Edizioni Ambiente, gennaio 2015
L'articolo originale è pubblicato da The Conversation.

 
 

Far mangiare tutto ai bambini si può. Grazie ai cartoni animati

Lifestyle / -

cartoon alleati delle mamme

Cresce la tendenza ad utilizzare i cartoni animati per educare i bambini a mangiare sano e a mangiare tutto, anche le verdure. Da Popeye ai giorni nostri, ecco i personaggi in aiuto a genitori e figli.

Patatine fritte per quieto vivere
Molti genitori vivono il momento del pasto come una lotta: i bambini non vogliono mangiare. Dall’insistenza iniziale solitamente si passa a un approccio psico-pedagogico che punta a rispettare i gusti dei propri figli. Il risultato è che sette giorni su sette si può arrivare ad avere in tavola pizza, patatine fritte ed hamburger. Di certo non è una dieta equilibrata. Ormai i bambini non snobbano solo le verdure, ma molti cibi ai quali semplicemente non sono abituati o che non trovano attraenti.
 
I cartoni animati come soluzione al problema
Molte le teorie in campo per risolvere quella che non è solo una cattiva abitudine o un capriccio, ma un problema di educazione alimentare corretta e quindi di buona salute per i figli. In campo allora scendono i cartoni animati che possono rendere interessanti molti dei cibi di solito detestati, in primis le verdure, e allo stesso tempo far capire già in giovane età quanto sia importante alimentarsi in modo corretto.

In Italia, ci pensa Capitan Kuk
È stato lo stesso Ministero della Salute e in particolare la Direzione Generale Sicurezza degli Alimenti e Nutrizione, dopo gli allarmanti dati sul consumo di verdura e frutta da parte dei bambini nel nostro paese, a produrre un cartone animato in collaborazione con Rai Fiction per insegnare ai più piccoli l'importanza di un'alimentazione equilibrata, nel modo chpiù si confà alla loro età. Il protagonista è Capitan Kuk, capitano dei pirati, che nell'arcipelago di Health lotta contro Golosix grazie al prezioso aiuto di Cercafrutta, un congegno in grado di risolvere tutti i danni provocati alla salute dagli scagnozzi di Golosix.
 
In Portogallo i Nutri Ventures scoprono il cibo
È stato invece ideato in Portogallo, e poi diffuso in ben 23 paesi, Nutri Ventures: i suoi personaggi principali sono Matt, Bem, Lena e la piccola Nina, che durante le loro avventure scoprono il cibo, imparano le sue caratteristiche e lo apprezzano. Il cartone animato è rivolto a bambini tra i quattro e i dieci anni, in modo da educarli al mangiare sano già in tenerissima età.
 
L’eroe Sportacus insegna a mangiare bene agli islandesi
In Islanda un esperimento ancora più innovativo, un mix tra una serie tv e un cartone animato esportato in 103 paesi del mondo: Lazy Town dove Magnús Scheving, islandese, campione europeo di ginnastica e fitness, è l'interprete principale e, nei panni del supereroe Sportacus, insegna agli abitanti della città dei pigri l'importanza di una sana alimentazione e del movimento e salva dai pericoli chiunque grazie alla sua cintura allarme che suona quando qualcuno è nei guai. Al suo fianco ci sono i bambini che popolano la città ma non manca il cattivo: Robbie Rotten (in italiano Robbie Rancido).
 
Il cane Boo dice no alle merendine
Da un finanziamento dell’Unione Europea in Gran Bretagna è nato invece un progetto per prevenire l’obesità infantile e correggere la cattiva alimentazione attraverso il cartone animato Boo, dove un cagnolino spiega ai giovanissimi come fare colazione in modo salutare, merenda evitando i cibi ipercalorici non dimenticando di sottolineare l’importanza dello sport e del movimento.
 
Dal secolare Popeye, il Braccio di ferro che, forse inconsapevolmente, ha reso meno indigesto ai bambini mangiare qualcosa di verde, fino ai giorni nostri, è sempre più chiaro che per farsi ascoltare dai piccoli occorre parlare la loro lingua e animarla con gli eroi che preferiscono. Così i cartoni diventano indispensabili non più per i bambini, ma soprattutto per i genitori.
 
 
 

Oltre un milione di persone sono già #CiboConsapevoli. E tu?

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